…e non uno in più.

È una vita che non prendo il treno.

Avevo quasi dimenticato il rumore ritmico dei binari, quel suono ottuso e costante che ti si infila in testa nemmeno fosse uno dei più ostinati tra tutti i pensieri che ci nuotano dentro.
Fuori dal finestrino c’è un caldo infernale, quello di un’estate feroce che non ha nessuna intenzione di uscire di scena.
Qui dentro, invece, fa quasi freddo —deve essersi piallata l’aria condizionata— con quel forte odore metallico che puoi sentire solo mentre sei su un vagone come questo, e che mai sono riuscito a identificare per davvero.

Siamo seduti vicini, a dividerci ci sono solo le linee strette del bracciolo e le tante —troppe— differenze che ci separano.
Eppure è qui.
Non mi ha lasciato indietro, nonostante avrebbe potuto e forse dovuto farlo in più occasioni.
Resta qui, nello stesso spazio, ad ascoltare i miei silenzi mentre le nostre spalle si sfiorano appena per via delle scosse di questo catorcio scassato male sulle rotaie.

Allungo la mano nello zaino e tiro fuori un vecchio Walkman di metallo, pesante, completamente graffiato dal tempo e dai ricordi.
Sento uno sguardo stupito su di me.
Faccio finta di niente e mi metto a sciogliere il filo delle cuffie bestemmiando solo lo stretto necessario, poi passo uno dei due auricolari —con questi improbabili cuscinetti arancioni— senza aggiungere una sola parola.

Lo indossa, accenna un sorriso, e si ferma un secondo a studiarmi.
«Certo che sei proprio un cazzo di hipster. Non bastavano le Air Force One alte e bianche con i dettagli rossi, abbinate alle calze di spugna colorate e volutamente spaiate, vero? Non era già abbastanza Ritorno al Futuro così… avevi bisogno anche delle cassette».

Incasso il colpo e me ne sto zitto, del tutto consapevole di non avere a disposizione una risposta all’altezza della situazione.
Glisso alla grande, abbasso gli occhi, accenno una risata, e premo Play.

Il tasto scatta con un colpo secco.

«Non eri più comodo con una playlist di Spotify?» mi chiede, con una voce che sa quasi di presa per il culo senza il quasi.

«Ovviamente sì…» rispondo, voltandomi appena. «Ma oggi non è questo il punto. Volevo qualcosa di diverso, qualcosa che mettesse davanti il rito piuttosto che la perfezione».

E poi ancora…

«Le cassette sono belle per sempre proprio perché nascono imperfette. Ti costringono ad aspettare, a dare il giusto tempo alle cose, mentre il loro fruscio di fondo ti avvolge come se volesse abbracciarti. Fare un mixtape poi… l’ho sempre visto tipo scrivere una lettera alla vecchia maniera, con carta e penna. Devi metterci impegno, devi scegliere ogni traccia pensando a chi la ascolterà, usandola per dire quelle parole che troppo spesso ti si bloccano in gola.

Mi accorgo subito che sto parlando con un fare troppo “Over-Sensitive Lollo ver. 1.0” e ho proprio voglia zero di essere ancora così… così.
Quindi cambio subito rotta, virando verso cose più fredde, quasi completamente a cazzo.
«C’è stato anche un tempo in cui hanno provato a farle diventare un vero supporto hi-fi, c’erano delle piastre incredibili, ma siamo comunque lontani anni luce da quello che la gente comune aveva effettivamente in casa. Lontanissimi dalla radio gialla dall’estetica presa in prestito a Bumblebee che donna Giuliana usava per tenermi buono da bambino. Comunque ti giuro, sono ancora troppo affascinato dal movimento del nastro e davvero non saprei dirti il perché».

Il Walkman è appoggiato lì in mezzo, sul bracciolo.
Con il dito seguo il giro ipnotico delle rotelle dietro la piccola finestra trasparente.

Senza accorgermene la punta del mio dito sfiora la mano che è appoggiata proprio lì, a un millimetro dalla mia.

Nelle orecchie il buon 22 ci sta dicendo che ♫ ho trovato un po’ più di me nel frattempo, non che il quadro adesso sia tutto al completo. È un po’ presto per tirare somme, almeno so che quadri appender, che tappeto ♫ e mi metto a seguirla a memoria con un lipsync perfetto e degno di una vecchia in prima fila al rosario delle diciotto, degno di chi si è completamente innamorato di una canzone che sembra essere stata scritta apposta per lui già dal primo ascolto.
Le note scorrono, noi restiamo in silenzio.
Cerco di coprire quel momento parlando ancora, anche se so che davvero non dovrei farlo, e me ne esco con una bella stronzata così tanto da nerd da meritare schiaffi.
«Bello come questo pezzo abbia quasi la stessa struttura armonica e le stesse vibrazioni di Tenerife Sea di Ed Sheeran, anche se alla fine è tutta un’altra cosa… Sì, sono un caso disperato, non te ne frega un cazzo, scusami! Fai finta di niente.»

Ma la mia mano non si è mossa.
Sento il calore della pelle sotto le mie dita.

Non so cosa sto facendo.

Comincio a tracciare delle lettere invisibili sul dorso di quella mano.
Scrivo delle parole, lentamente.

E se ne sta lì a fissare il vuoto, con la testa appoggiata al sedile, cercando di decifrare quel movimento.
Poi fa un’espressione bellissima.
Una delle cose più calde e luminose che abbia mai visto in vita mia.

Mi prende la mano.
La gira con delicatezza, lasciando il mio palmo scoperto verso l’alto.
E mi risponde nello stesso modo, scrivendo con il dito sulla mia pelle.

Chiudo gli occhi per non barare, per sentire solo il tratto.
Quando li riapro, i nostri sguardi si incrociano.
Rimaniamo così, non saprei dire per quanto tempo, a fissarci senza sapere bene cosa dire, come fossimo sospesi in aria.

CLACK.

Lo stop della cassetta scatta all’improvviso.
Torniamo sulla terra.
Usiamo entrambi quel rumore come scusa per staccare gli occhi e guardare in basso, verso il lettore che ha finito il nastro a sua disposizione.

Ci guardiamo di nuovo e scoppiamo a ridere, come se tutto fosse passato, come se la cosa ce la fossimo solo immaginata e non sia mai successa davvero.

«Troppo sbatti queste cassette, comunque» mi dice, scuotendo la testa con un sorriso leggero.

«Hai perfettamente ragione…» rispondo mentre cambio il lato. «Ma scordati di sentirmelo dire ad alta voce!»

WONDERWALL.

Ma fatemi capire, quante altre canzoni avete intenzione di portarvi via?
Così, per sapere…

La puta madre que los parió!


«no, dai…»

Non si può iniziare una storia così, e nemmeno posso tirare una cannonata del genere senza prima aver apparecchiato per benino.
Facciamo come se e arriviamoci con calma… ti va?


Hello there!
Parliamo un po’ di musica.
—You don’t say?—

C’è un momento preciso in cui ti guardi intorno e capisci che le cose sono cambiate.
Non è un momento triste, è solo… boh, lucido?

In questa stanza ci sono troppi strumenti musicali.
Troppi, dico sul serio.
Li guardo e vedo più di vent’anni di palchi, di viaggi, di corde spezzate, di macchine e furgoni caricati a bestemmie e risate, di cattivissime abitudini, di ricordi indelebili, e di emozioni incredibili.

Ho sempre detto che uno strumento che non viene suonato muore, e che le chitarre appese ai muri come fossero dei trofei di caccia sono uno dei peggiori insulti alla musica stessa.
Ciò non di meno, le mie sono lì, ferme da una vita.
Mute.

I miei giorni da musicista militante sono ormai alle spalle, e ti giuro che va bene così.
Non avrei più la voglia e la forza di imbastire nuovi progetti, di scarrozzare quintali di attrezzatura per suonare davanti a tre troie e due cavalli, o di incastrare i drammi di una band tra il lavoro e la vita di tutti i giorni.
La musica è stata, è, e sarà sempre tutto per me, sia chiaro…
ma ha semplicemente cambiato forma, mettendosi degli abiti diversi, più semplici.

Oggi per me la musica ha l’aspetto di ogni mio stato d’animo.
Come ascoltatore ha i colori e le sfumature della quasi totalità dello spettro visibile.
Come musicista ha il profumo della provincia di Piacenza, delle pareti imperfette di una sala prove decisamente DIY, e, soprattutto, ha il ritmo di Mester.
Suoniamo insieme da diciannove anni e la verità, nella sua forma più trasparente e un po’ romantica se vuoi, è che continuo a farlo perché sono profondamente innamorato dell’alchimia che ci unisce.
Ritrovarsi in quella stanza è una cosa che mi fa stare bene come poche altre al mondo.
Suoniamo per noi, per il gusto antico e nobile di farlo.

Per questo “microcosmo” così perfetto, non serve un arsenale.

Basta l’essenziale.

Quindi ho preso una decisione.
Faccio spazio.
Lascio andare il passato per godermi il presente.
Vendere un po’ di corde e tasti significa dare loro una seconda vita nelle mani di qualcun altro che, forse, ci scriverà nuove storie.
Un atto di rispetto verso gli strumenti stessi.

Ridisegno il mio parco intorno a tre soli punti fermi.

Il primo è la mia Fender Stratocaster American Standard del duemiladodici.
Ha visto troppe cose insieme a me per essere anche solo sfiorata dall’idea di una vendita.
È la mia casa, il luogo in cui le mie mani sanno esattamente dove andare senza aver bisogno di pensare.
Una rinfrescata di liuteria e un nuovo cuore pulsante —un loaded pickguard HSS di Radioshop— la renderanno de-fi-ni-ti-va!

Il secondo sarà un Precision Bass nato dal Fender Mod Shop.
Elegante, semplice, e cucito su misura.
«Perché in studio un Precision è tutto ciò che serve!»

E infine, la mia primissima chitarra elettrica, con me dal lontano duemilatrè.
Una —pessima— copia riuscita malissimo di una strat che non ha nessun valore per il mercato, ma che rappresenta e racchiude l’inizio di tutto.
Le regalerò una seconda giovinezza trasformandola in una tela d’arte.
Sto pensando tipo a scene aerografate e prese in prestito da Orange RoadRanma 1/2, One PieceFullmetal Alchemist e Attack on Titan.
Sarà il mio muletto, un backup serve sempre, ma soprattutto il manifesto visivo di quanto cazzo non ho nessuna intenzione di smettere di essere così tanto nerd.
Un ponte perfetto tra quello che ero e quello che sono oggi.

E niente, stasera sono rimasto qui a progettare mentalmente il tutto.
Hai già capito, non è vero?
L’ho fatto ascoltando una playlist degna del peggior brunello, facendomi un bel viaggio e seguendo un senso logico che non riuscirei a spiegarti nemmeno se volessi farlo davvero —e, per la cronaca, non voglio!—
Sono partito da Calvairate con Dasein Sollen, sono passato per Genova ed ho omaggiato quasi tutta la Wild Bandana con l’ascolto dei loro primi lavori, per poi volare fino a Montréal perché Harder Than It Looks può farti tornare tempo zero un po’ di frangia ed acne, ed infine atterrare a Manchester con (What’s the Story) Morning Glory?

«Gli Oasis? Fai sul serio?»
«Cazzo ne so, starò ancora respirando le vibes del campionato del mondo…»

Ma fatemi capire, quante altre canzoni avete intenzione di portarvi via?
Così, per sapere…

La puta madre que los parió!

Solo oggi ho dato un senso a una canzone consegnata all’umanità esattamente trent’anni, otto mesi e ventuno giorni fa.

È sempre stata lì.
Nemmeno ti saprei dire da quanto.
L’ho sempre cantata a squarciagola fin da quando ero bambino, ogni volta che ci inciampavo dentro.
Un inno generazionale, uno dei brani più conosciuti nella storia della musica, eppure solo oggi mi sembra di averla ascoltata davvero per la prima volta.

È una sensazione strana.
Un pezzo che credevi di conoscere a memoria, giusto?
Solo per poi accorgerti che stava aspettando il momento giusto della tua vita per rivelarti il suo vero significato.
Come se il testo avesse pazientemente atteso nell’ombra, facendoti dimenticare —per quanto si possano dimenticare— tutte le sue parole in un angolo della tua mente, mutando forma per adattarsi esattamente alla tua storia attuale.
Rob da màt!

Sto parlando di Wonderwall degli Oasis.
Il pezzo con il quale Noel ci aveva presi tutti quanti per il culo, raccontando alla stampa che il brano era stato scritto per la sua sciacquetta dell’epoca.
Solo dopo un divorzio si è finalmente aperto.
Guess what?
Il guaglione ci ha mentito solo perché non sapeva come giustificare una canzone così intima senza sembrare eccessivamente over-sensitive come la versione uno punto zero del proprietario di queste pagine.

Non è mai stata una canzone romantica, manco per il cazzo, era più un concetto universale.
Lui stesso l’ha definita come un pezzo dedicato a un amico immaginario.

Quella sensazione di vulnerabilità e isolamento che provi quando stai per crollare.

Quel desiderio profondo di essere salvati da qualcuno in grado di proteggerti dal mondo esterno.

I don’t believe that anybody feels the way I do about you now

And all the roads we have to walk are winding
And all the lights that lead us there are blinding
There are many things that I would like to say to you
But I don’t know how

Because maybe
You’re gonna be the one that saves me
And after all
You’re my wonderwall

Suona piuttosto familiare, vero?
Per me fin troppo…
Già la prima frase ha proprio lo stesso sapore del mio «nemmeno sua madre ne è così tanto innamorata!» e non sai quanto ci ho riso sopra quando durante un discorso mi è uscita questa frase senza che davvero la volessi dire ad alta voce.
Ma tant’è.

Non ho nessuna intenzione di commettere lo stesso errore —se così lo si può chiamare— di Noel.
Non sto pensando ad una ipotetica sciacquetta dalla quale dovrei poi divorziare dopo qualche anno passato insieme.
E tantomeno voglio dedicare queste parole ad un mio amico immaginario.
Di immaginario c’è molto poco, e poi non sono sicuro che userei il termine amico —proibito dall’Ottobre del 2019— per una situazione come questa, a prescindere da cosa ho oggi e da cosa ho chiesto a quella ultima Marlboro capovolta nel pacchetto un po’ di tempo fa.

Qui non c’è nessuna finzione romantica da proteggere.
Anzi.

C’è solo un sentimento, al quale non ho mai dato un nome, per due “coglioni di proporzioni cosmiche” (cit.)
Due persone completamente diverse —ma anche no—che sono riuscite a prendersi il cuore del tuo lattaio preferito senza dover fare il minimo sforzo.

È affetto puro, quasi devozionale, per l’anima di qualcuno.

Il mio wonderwall.

A prescindere dall’essere ricambiato.

La loro sola esistenza nel mondo è capace di salvarmi dai miei stessi pensieri almeno per un po’.
Mi tiene agganciato a ciò che resta della parte migliore di me, anche se non lo sanno, e va bene così.

Wonderwall degli Oasis.

Pure questa.

Che schifo.

‘mocc.

Your Favorite Milk Delivery Boy.

poteva essere fatta meglio?

Hello there, long time no see.

Scusami se ti ho fatto aspettare così tanto, ma di voglia di scrivere non ne ho avuta poi così tanta ultimamente.
Di solito mettere giù un paio di righe ha sempre fatto la sua parte, ma a questo giro ho preferito restare in silenzio e cercare di disegnare una rotta alternativa per rimettere un po’ di cose al loro posto.

Poi oggi pomeriggio, durante una pausa nicotina tra un lavoro da lattaio e un altro, eccomi seduto su un gradino di un ex negozio di piastrelle.
Sto guardando un’immagine, ci sono letteralmente intrappolato dentro.

Ho preparato una bella stronzata per una persona a cui tengo davvero tantissimo, ti giuro non sai quanto.
Un’altra di quelle occasioni in cui vorresti davvero tanto avere qualcuno al tuo fianco disposto a dirti «lascia perdere, non lo fare».
Dovrebbe essere pronta tra qualche giorno, ma ho comunque voglia di dare un’occhiata al suo progetto.
La prima cosa che mi viene in mente è «se qualcuno dovesse mai fare una cosa del genere per me, avrei sicuramente bisogno di un cardiologo, anche alla svelta» e ci rido su da solo per un po’.
Parliamo di una cazzata, no big deal, ma a guardarla, senza fermarsi alla superficie del pensiero, c’è una sola cosa che salta immediatamente all’occhio…

è stata fatta con amore.

Può sembrare una cosa abbastanza banale, lo capisco, ma fermati un secondo a pensarci su.

Di esempi potrei fartene quanti ne vuoi, mi basterebbe buttare un’occhiata a una storia scritta circa tre mesi fa, oppure mettere su un paio di cuffie e dare il play a un paio di pezzi.

Il primo se ne sta su un disco che ho co-prodotto, un momento in cui cercavo di convincere il tizio con in mano la chitarra che «va bene cercare di suonare tutte le parti nel miglior modo possibile, ma prova a riascoltare queste ultime take… sono senz’anima, sembrano suonate da un costrutto. Ora spegni il cervello e poi prova a suonarle come se stessi cercando di raccontarmi qualcosa di importante, suonale come se le stessi suonando per qualcuno di cui sei innamorato perso.»
Il risultato?
Il tizio ha cominciato a suonare per davvero e le parti hanno improvvisamente preso vita.
«Grazie mille Brun, tra tutte le cose io mi stavo concentrando sulle più inutili.»

Il secondo è una cover che ho registrato l’estate scorsa.
Ora, se un po’ mi conosci, sai molto bene che le mie capacità sono abbastanza limitate.
Non sono stato mai capace di scegliere il mio genere musicale preferito, mi sono sempre lasciato guidare dalla mia curiosità quasi morbosa, dalla mia storia, dai miei stati d’animo, dalle cose di cui avevo bisogno in un determinato momento.
Nella stessa maniera in cui non sono stato mai capace di scegliere il mio strumento, ne suono tanti e male, mi sono sempre lasciato guidare dall’espressività e dalla ricerca di un mio suono, di una mia voce, dando meno importanza alla tecnica in sé.
Ma ogni volta che metto su quel pezzo…
Poteva essere fatto meglio?
Certo che sì, si può sempre fare di meglio.
Ma al di là di questo, non posso far finta di non vedere quanto c’ero dentro completamente, quanto pur non sapendole cantare quelle parole le avevo davvero fatte mie, quanto il messaggio racchiuso in quelle note arriva forte e chiaro.

E non è un caso se «è solo una partita di calcetto…» è la mia storia preferita tra tutte quelle che ho scritto in tempi recenti.
Mai stato uno scrittore, nemmeno nei miei sogni più audaci.
Mi sento abbastanza al sicuro mentre sono protetto dallo stile con cui tengo in mano la penna, ma sono perfettamente a conoscenza dei difetti e delle lacune che mi porto dietro da sempre.
Ma ogni volta che rileggo quella storia…
Poteva essere fatta meglio?
Certo che sì, si può sempre fare di meglio.
Ma al di là di questo, non posso far finta di non vedere quanto c’ero dentro completamente, quanto ci ho spremuto ogni goccia di sangue che avevo a disposizione, quanto il messaggio racchiuso in quelle parole arriva forte e chiaro.

Vorrei chiudere, vorrei davvero cercare di dormire un po’.
Però se ti va, ascoltalo un consiglio non richiesto.

Quando stai per cominciare a fare qualcosa, soprattutto se per te è davvero importante, non dimenticarti di questo ingrediente fondamentale.

Fa davvero la differenza, te lo posso giurare.

‘mocc.
Your Favorite Milk Delivery Boy.

MONTAGUES & CAPULETS.

Ci troviamo a Verona, nel lontano 1597.
Due famiglie, i Montecchi e i Capuleti, si odiano a morte.
In mezzo a questo caos di sangue e di mazzate per tutti, William Shakespeare decide di scrivere la storia d’amore più famosa, tragica, e strappalacrime di sempre.
Due giovani amanti, un destino segnato, un finale che conosciamo proprio tutti e fin troppo bene.
So far so good…

Fast-Forward fino al 1980.
Mark Knopfler prende quella stessa storia e la trasforma in Romeo and Juliet dei Dire Straits.
Capolavoro assoluto, una delle canzoni più belle tra tutte quelle scritte al di sotto della volta celeste dai tempi della sua creazione.
Un pezzo che ha fatto piangere e sognare tutta la generazione precedente alla mia.

Poi, però, siamo arrivati noi.
Prendi tutto questo e scaraventalo dentro un multiverso punk-rock.

In questa nostra versione battezzata Montagues and Capulets, Romeo è un venditore d’auto che ha suonato la batteria, mentre Giulietta è un valoroso e fiero lattaio che ha suonato il basso, la chitarra, e ha starnazzato dentro ad un microfono.
—Abbiate pazienza, nonostante la mia sconfinata passione per la ciaccarella, non potevo di certo lasciare a Mester il ruolo di Giulietta… Lui è troppo un esemplare alfa per starsene sul balcone!—

Suoniamo questo pezzo insieme da una vita, ma non ci siamo mai presi il tempo necessario per inciderne una versione con tutti i crismi del caso.
Almeno fino a questo momento.
Siamo cambiati tantissimo, sono cambiato tantissimo.
Non canterei più queste parole immortali con la stessa testa di diciannove anni fa, ho dovuto portarle nel mio presente per poterle rendere mie e per poterle indossare nuovamente.
Spero davvero tanto che ti piaccia.

La nostra cover è fuori ora.
Segui il link e alza il volume!
Bacchette.


«…anche più della musica?»

sì!

‘mocc.
your favorite milk delivery boy.


L’unica cosa positiva in tutta questa storia è che non mi ha scelto.

Lei subisce quasi tutti i giorni la mia presenza solo ed esclusivamente perché il fato ha voluto così.
Voleva starsene in un negozio a vendere libri, se ne sta in un negozio a caricare prodotti freschi su delle vetrine refrigerate.
Dice che sono il suo collega preferito, quindi o si tratta di sindrome di Stoccolma, oppure pensa a quanto cazzo deve schifare l’intera popolazione di Via Conciliazione angolo Via Calciati.
Spesso mi sento davvero in colpa per le cose che è costretta a subire, starmi vicino non è per niente facile.

L’unica cosa positiva in tutta questa storia è che non mi ha scelto.

Sono tipo le sette meno un quarto o giù di lì, siamo entrambi nella corsia due, lei sta affrontando il primo di una infinita serie di bancali di yogurt, io sto rifornendo la pasta fresca.

«Simooooooo!»

«Che c’è?»

«Devo chiederti una cosa, ti sembrerà un po’ strana, ma la tua risposta mi serve per una cosa che prima o poi vorrei scrivere. Oh, ma mi stai ascoltando??»

«Sì, sì, ti sto ascoltando! Fammi sta cazzo di domanda.»

«Ok, allora… Non siamo soli nell’universo, e tu sei l’unica persona venuta a contatto con una forma di vita proveniente da un altro pianeta. Ci siamo?»

«Ooook, ci sono.»

«Bravissima! Ti fa una domanda, vuole sapere da te quale sia la cosa più bella presente sulla terra, la cosa che ti fa sentire più viva, la cosa che proprio non può fare a meno di vedere. Cosa gli rispondi?»

«Posso pensarci almeno un secondo?»

«Eh no, è proprio questo il punto! Devi rispondere velocemente, altrimenti tutto questo non ha più nessun significato.»

Mi dà la sua risposta.
Io sorrido, la ringrazio, e torniamo a concentrarci sul puttanaio di roba che hanno mandato stamattina.
Passano pochi minuti, dopodiché mi fa:

«Tu invece?»

«Che cosa?» le rispondo con un mezzo sorriso, uno di quelli del tipo “ho capito benissimo la tua domanda, ma voglio gustarmi il momento”.

«Se lo chiedesse a te, cosa risponeresti?» dice lei, con quella faccia da furbetta che ormai è diventato il suo trademark.

Le rispondo con due parole, un nome e un cognome.

Ci pieghiamo in due dalle risate, anche perché era l’unica reazione possibile dopo aver tirato una cannonata del genere, poi lei cerca di darsi un tono e mi chiede:

«Anche più della musica?»

Ora, lasciamo un attimo da parte quella povera disgraziata e torniamo a noi, ti va?

Se ti aspetti di conoscere le nostre risposte, significa che non mi conosci davvero.
La lealtà è uno dei pochi tra i miei pregi che mi riconosco, non avrebbe senso, e non voglio condizionarti.
Tanto da accontentarti almeno un minimo, e per toglierti qualche dubbio: non una relazione passata, non una fan di Shiva, e nemmeno la signorina che mi ha scamazzato da aprile ad agosto dell’anno scorso.
Siamo proprio da un’altra parte.

Anche più della musica?
Non ha senso rispondere.
Parliamo di una cosa per me troppo grande, è il primo ricordo che ho da quando esisto, e non c’è stato un singolo momento in tutta la mia vita in cui non l’ho messa al primo posto.
Sempre.
Per sempre.

Comunque, per come la vedo io sulla prima risposta, mi torna in mente un vecchio spot.
Una sciacquetta se ne sta sdraiata su di un morbido lettino nero dalle linee moderne, ed il suo terapista se ne esce con una cosa del tipo: «Tell me the first thing that comes through your mind.»
Lei pensa alle peggio cose, ma tipo male male qui, dopodiché risponde: «Mmh… chocolate?»
Lui alza un sopracciglio, in quanto non è autorizzato a dirle “ma stai zitta, bucchinara!” e la pubblicità finisce così.

È la prima risposta che conta, devi essere veloce, non devi pensare alle conseguenze delle tue parole.

Contento di aver risposto così.
O forse per niente, ma che cazzo è??
Però, dai… se ci sto ridendo su ancora adesso a distanza di più di dodici ore, tutto sommato non va poi così male.

Ora, posso chiederti una cosa?

Ti sembrerà un po’ strana, ma la tua risposta mi serve per una cosa che prima o poi vorrei scrivere.

Non siamo soli nell’universo, e tu sei l’unica persona venuta a contatto con una forma di vita proveniente da un altro pianeta.

Ci siamo?

Perfetto.

Ti fa una domanda, vuole sapere da te quale sia la cosa più bella presente sulla terra, la cosa che ti fa sentire più vivo, la cosa che proprio non può fare a meno di vedere.

Cosa gli rispondi?

Perdici due minuti e scrivimi se ti va, dico sul serio, mi saresti davvero tanto di aiuto.

’mocc.
your favorite milk delivery boy.

scorze di limone non trattato.

Se prendete una ricetta qualsiasi per fare un buon limoncello, vi diranno di dosare l’alcool con precisione chirurgica, di calcolare con criterio i giorni di infusione, e di bilanciare per benino lo sciroppo di zucchero.
Ecco, sappiate che se c’è un modo giusto e codificato di fare le cose, potete stare tranquilli… io e mia madre ce ne sbattiamo il cazzo e facciamo completamente di testa nostra.

Il risultato?
Buonissimo, per carità.
Ma con una potenza alcolica talmente al limite dell’accettabile che se te lo bevi nella serata giusta, ti ritrovi tra le forti braccia di Morfeo nel giro di un quarto d’ora al massimo.
Molto meglio di un qualsiasi anestetico.

C’è un’altra persona la cui madre produce un limoncello altrettanto ignorante.
E l’altra mattina ha pensato bene di portarmene una bottiglia.
Un pensiero carino, un regalo spontaneo.
Il problema è che lei non mi conosce davvero… non poteva sapere quale sia la mia reazione biologica e psicologica quando ricevo un gesto gentile.

Questa storia finisce nell’unico modo possibile.
Mi ritrovo a pranzo, con un sacco di gente intorno al tavolo, lo stomaco completamente chiuso, e la totale incapacità di partecipare ai discorsi o di fissare direttamente in faccia chiunque.
Succede ogni volta che non mi sento del tutto a posto.

«Brunello, ma non hai mangiato niente…»

«Eh…»

Ho un problema serio con i regali.
Ok, forse non solo con i regali, ma stasera parliamo di questo.

Già vi sento.
«Scusa Bruno, ma tu quando mai mi hai regalato qualcosa, o anche solo fatto un gesto carino per me?? Non sei quello che “esiste solo Alessandro Baldiati” e che si fotta il resto del mondo??»

Vero solo in parte, dai.
Non sono così estremo.
Più o meno.
Non faccio quasi mai niente per nessuno —con rarissime eccezioni— ma forse è proprio perché so di non saper reagire quando qualcuno fa qualcosa per me.
Non è semplice disagio, non lo so spiegare bene.
Mi viene proprio il magone, inizio a non sentirmi tanto bene fisicamente.
Pensa che ho smesso di festeggiare il mio compleanno a 35 anni, proibendo categoricamente alla mia famiglia di farmi qualsiasi tipo di attenzione o carineria.

Perché devi farlo quando dietro non c’è una reale importanza?

I terapisti dicono le solite cose… che è la sensazione di non appartenere a nessun posto, di non essere al centro dei pensieri di nessuno, di non sentirsi abbastanza.
Io non credo sia proprio del tutto così.

So di non essere tanto a posto, sia chiaro.
Ma la mia terapia personale resta comunque la musica.
Quella, insieme a tutta la vastità del mio essere irrimediabilmente —e senza nessuna vergogna— un nerd completamente perso tra sessioni di Dungeons And Dragons, anime, manga… Poi tanta scrittura, e una passione viscerale per il giuoco del pallone.
Finché ci sono tutte queste cose a tenermi in piedi, probabilmente non tutto è perduto.
Sono ancora recuperabile.
Spero.

Però senti, intanto che ci siamo…
Se per caso pensi di andarmi anche solo un po’ a genio —cosa quasi impossibile, probabilmente mi stai sul cazzo, ma metti che…— potresti evitare di farmi regali?
Ho una reputazione da demone da mantenere intatta.

E se posso, potresti smetterla di trattarmi come se fossi importante?
Fa un po’ ridere e, soprattutto, non ne ho per niente bisogno.
Oggi più di ieri.

Veeentiduuueeeee.


P.s.: Piuttosto, mancano pochissimi giorni al nuovo disco dei Seahaven e giuro che non vedo l’ora.
Ma di questo Ryan Ted Mixtape di Tedua vogliamo parlarne?
Si può che non passi un singolo giorno senza che io dia un giro a “Gravità” fatta con Latrelle?
E soprattutto, si può essere così tanto innamorati di Latrelle?

—Di Latrelle?—

—Sì, di Latrelle…—

Ma che cazzo.

l’antidoto.

Questo è uno di quei pomeriggi dove la destinazione non mi è tanto chiara.

Sapevo che avrei scritto qualcosa, sapevo che la mia cartella “bozze” su aprilseventeen mi avrebbe proposto più di una opzione o due, ma quando si è trattato di scegliere, non ne sono stato capace.

Il quarto episodio dei diari di un manigoldo è praticamente pronto, ma non penso di essere dell’umore giusto per indossare le calze e le ciabatte di Ryoga e farmi prendere a schiaffi dal mio amico piumato.
Tengo molto a questa saga —se mi passate il termine… non sono uno scrittore, e non sono capace di darmi delle arie, lo sapete— e non penso sia giusto forzare la mano.

Poi c’è quest’altra storia, decisamente più personale.
È lì da un po’, nascosta tra i lavori incompiuti, ma è davvero piena di oscurità.
Mentre la rileggevo, ho capito che non l’avrei mai pubblicata.
Era troppo personale.
Troppo nuda.
E onestamente, non avevo nessuna intenzione di farmi vedere così vulnerabile, senza difese, davanti a uno schermo.

A volte parlare di certe cose fa paura.
Ti senti come se stessi camminando su di un filo teso dove a cadere ci vuole davvero un attimo, mentre i pensieri ti si accumulano sul petto togliendoti il fiato.
In quei momenti, per darti una tregua, ti serve uno scudo.

Avrei potuto lavorarci su, nascondermi tra i pensieri di un altro personaggio un po’ come avevo fatto con «è solo una partita di calcetto, non dobbiamo giocare la finale di Champions» dove ho indossato i panni —ed i ricci— di Lollo, tra tutte le cose scritte in tempi recenti forse la mia preferita; oppure come avevo fatto in “una sola parola, quattro lettere” dove alcune riflessioni un po’… “così” le avevo affidate ad una anziana disegnatrice di manga.
Ma non avrebbe funzionato stavolta, troppo difficile.
C’è troppo buio, finisce troppo male.
Ho provato ad alleggerire in qualche modo, a far passare un filo di luce tra le righe, ma in questo periodo davvero non mi riesce di immaginarmi un finale migliore…

Serve un altro scudo.

Il mio scudo l’ho trovato poco fa, per caso.
Se ne stava nel “Replay All Time” di Apple Music —e scordatevi di conoscere il pezzo con più ascolti… informazione per pochi.—

La prima strofa mi stava già uccidendo.

"Sono intrappolato in una vita che vorrei solo cancellare. Vorrei scomparire, andarmene senza lasciare traccia. Mi guardo allo specchio ma non riesco a vedere nulla oltre al dolore. E allora prendo un'altra pillola e spero che passi, perché i miei pezzi rotti ormai non si incastrano più." 

Sembrava che parlasse per me, che mettesse in fila tutto quello che non riuscivo a dire a parole mie.

Non scriverò quella storia, non lo farò mai, e probabilmente eliminerò la bozza.

Vorrei solo provare a raccontarti tutto usando le parole di Pierre come scudo.

Lo conosco, l’antidoto per giorni così avvelenati.
So esattamente a cosa aggrapparmi.
Spero solo che basti.

etterspill: april.

Buon pomeriggio, stronzi!

Chiudo un aprile particolarmente intenso dove, non ci si crede, sono riuscito a fare praticamente tutto ciò che avevo in mente.
Oggi non sono proprio al top della forma, non lo sono per niente in realtà, quindi ho deciso di guardarmi un po’ indietro e di darmi una bella pacca sulla spalla da solo.

È stato proprio un bel viaggio, a cominciare dalla storia di Lorenzo e Gabriele — che mi è valsa il soprannome di “Lollo”, e sì, mia madre ogni tanto mi chiama ancora così, mentre per il povero Gabriele le frasi sono decisamente peggiori, ma meglio glissare. —

Siamo poi passati per l’episodio pilota e il primo capitolo dei “diari di un manigoldo” — e chi se lo aspettava che le avventure di Ryoga, elfo dei boschi dall’outfit discutibile, e del suo inseparabile gufo Manigoldo potessero prendervi così tanto? —

Scivolando poi fino alla storia dell’anziana disegnatrice di manga in vena di riflessioni profonde—che ha regalato al povero Brunello il suo secondo soprannome, “La vecchia”. —

Infine gli “Out-Takes ’25” usciti ieri sera: lì abbiamo toccato vette altissime, con il pezzo più bello di Sant’Antonio Hueber da Padova — in arte Tony Boy, vero GOAT! — e un brano rubato a Sebastian della Sirenetta, entrambi catapultati in un’ambientazione punk rock governata da un venditore d’auto e da un valoroso lattaio.

Trovo giusto spendere due righe per un “mezzo grazie”.
Sono cose che ho fatto fondamentalmente per me stesso, per liberarmi da alcuni pensieri scomodi, per cementare ricordi o omaggiare qualcuno; in fondo è l’unica terapia che mi posso permettere visto il CUD striminzito.

Ad ogni modo, averle condivise con voi, averci parlato e scherzato su, le ha rese ancora più belle.
Non vorrei ammetterlo, ma lasciare uno spiraglio aperto nel mio mondo e fare qualcosa insieme a qualcun altro — o dedicarla a qualcun altro — mi permette di apprezzare un minimo di quel lato umano che di solito tengo nascosto e al sicuro dal resto del mondo, irraggiungibile.

Quindi grazie davvero per la strada percorsa insieme.
Non serve e non c’ho lo sbatti di fare nomi, you know who you are.

‘Mocc.

Your Favorite Milk Delivery Boy.

una sola parola, quattro lettere.

Una carriera infinita e costellata di successi, una vita intera passata a consumare fogli di carta ruvida tra il profumo del caffè e quello dell’inchiostro… eppure, eccomi qui.

Senza parole.

Provo a sceglierne una o due, ma tutte mi sembrano così dannatamente banali, poco adatte a descrivere lo spettacolo allucinante che ho davanti ai miei occhi.

Il cielo sopra le colline toscane non è mai stato così sfacciato; questi colori così caldi e densi stasera sembrano donargli una luce completamente diversa.
Una coperta infuocata che avvolge ogni cosa in un silenzio che sa proprio di casa.

C’è chi vede nel tramonto la promessa di una nuova alba; io no.
Credo solo in questo istante che sfuma, lento, in quello successivo.
Una linea tracciata che non torna indietro mai.

Non desidero ricominciare, e non lo farei nemmeno se potessi.
Non chiederei mai al cielo un’altra alba che abbia il sapore di passi già fatti e di strade già percorse.
Nemmeno adesso, col volto e le mani così segnati dal tempo.

Non provo paura, nonostante sia consapevole che questa potrebbe essere l’ultima tavola che sto disegnando.
Sono solo curiosa di vedere quale tonalità prenderà l’ombra quando la matita smetterà di grattare sulla carta.
Quando spegnerò la lampada per l’ultima volta.

Non parlo quasi mai di me.
Ho sempre preferito affidare i miei ricordi e le mie emozioni ai personaggi che disegnavo.
Ho nascosto la mia vita tra le pieghe delle loro avventure, protetta dal mondo dei manga; un mondo che mi ha permesso di vivere mille altre vite oltre la mia.

Ogni loro cicatrice è stata una mia caduta.
Ogni loro vittoria, un momento in cui ho trovato la forza di rialzarmi.

Quando mio marito mi ha lasciata indietro, il mio mondo è diventato un foglio bianco e gelido.
Per mesi ho fissato il vuoto, convinta che il mio talento se ne fosse andato con lui.
Pensavo che, senza la sua mano nella mia, avrei prodotto solo brutte copie di me stessa: riflessi sbiaditi di una donna che non esisteva più e di personaggi con storie ormai concluse.

Invece, proprio come il mio cuore ha continuato a battere senza chiedere il permesso, la mia mano ha ripreso a correre, più ispirata di prima.
La mia carriera ha raggiunto vette che non avrei mai osato immaginare.

Non mi sono mai risposata.
Non è stata una questione di fede – sono sempre stata troppo agnostica per affidare il mio dolore a un dio – e nemmeno un voto di fedeltà eterna alla memoria.
È stata, piuttosto, una consapevolezza.

Sapevo che quel livello di intimità, quella fusione totale di silenzi e respiri, non l’avrei vissuta mai più.
Era una prima edizione rara, impossibile da ritrovare.
Ma questo non mi ha impedito di continuare ad amare, ogni singolo giorno.

Ho sempre guardato con divertimento chi confondeva il sentimento con gli impulsi.
Per me, amore e sessualità sono come il bianco e il nero di una tavola: necessari entrambi per dare profondità, ma realtà distinte e separate.
È quello che, scherzando con i miei assistenti, definivo il mio concetto di amore “all’inglese”.

In italiano ci si perde in mille distinzioni: bene, affetto, passione, tenerezza.
Gli inglesi, invece, sono stati più essenziali, o forse solo più pigri.
Hanno un’unica parola di quattro lettere che contiene proprio tutto.

È la luce che disegno negli occhi dei miei personaggi quando incontrano un amico fidato.
È il dono ricevuto da queste terre, che mi hanno accolta come una madre fin da quando ho percorso il Ponte del Diavolo per la prima volta, nonostante i miei tratti dicano che vengo da lontano.
È il modo in cui mi prendo cura del mio casale.
È la soddisfazione che provo davanti ai successi dei miei allievi, la gioia di collaborare con loro e di condividere la stessa passione che brucia nelle nostre vene come una fiamma senza fine.
È la sensazione di quando mia nipote mi ha abbracciata, dandomi il suo primo bacino sulla guancia, mentre lottavo con tutta me stessa per non scoppiare a piangere.

È la consapevolezza che, se ti arrivasse una notifica ogni volta che ti penso, il tuo telefono suonerebbe in continuazione.
È la speranza che, almeno ogni tanto, io ti passi per la testa, per sentirmi meno stupida nel pensarti sempre.
È il dolore che provo quando, finalmente, realizzo che per te non sono mai esistita.

Lo studio è immerso nel silenzio più totale.
Mi avvicino alla scrivania e, con un gesto lento, ripongo i miei strumenti nell’astuccio di velluto.
Spengo la lampada, la cui luce calda è stata il mio unico faro in tante, troppe notti insonni.

Cammino verso la porta, ma mi fermo un istante a guardare l’originale della prima copertina, appeso alla parete.
Sfioro i loro volti con la punta delle dita.
«Abbiamo fatto proprio un bel viaggio», sussurro.

Chiudo la porta dello studio e lascio che il vento di collina mi spettini i capelli bianchi.
Cosa ci sarà dopo? Non lo so.
Ma sono certa che, qualunque cosa sia, saprò come chiamarla.

È una parola breve, semplice, che non ha bisogno di traduzioni.

Una sola parola, quattro lettere.
Mai nominata in questo racconto.
Nonostante gli anni, il mio stile è rimasto intatto.

«è solo una partita di calcetto…»

L’aria è satura.

Come fumo negli occhi.
Chiacchiere e giri di parole ti riempiono la mente.
Gridano così forte, lottando per non farti vedere come stanno davvero le cose.
Spaccami la testa.
Ci troveresti dentro un flusso continuo, schematico (nel suo disordine) ed ossessivo di pensieri, errori del passato, dubbi sul presente, e preoccupazioni sul futuro.
Non stasera.
Stasera è come se mi fossi arreso, mi sento distaccato, e con “come fumo negli occhi” intendo proprio il suo significato più letterale.
Parlo solo di quella nuvola densa e grigia, quella che ti fa stropicciare gli occhi fino a farti lacrimare quando una tirata ti finisce accidentalmente dritto in faccia.

L’aria è satura.

Sono seduto sul pavimento con davanti a me solo un posacenere ed una porta finestra aperta solo quanto basta, i piedi nudi contro le mattonelle fredde, ad invidiare il tasto reset tipico di quelle vecchie console di gioco.

Puoi cambiare idea, e puoi farlo più volte, puoi cambiare lavoro, città, interessi, qualsiasi cosa, ma non puoi cancellare tutto e ricominciare dall’inizio.

Dall’inizio.
Mi sto proprio immaginando il primo giorno della mia vita, in terza persona, come fossi uno spettatore.
Mi hanno appena appoggiato sul petto di mia madre.
Riesco quasi a sentire il suo profumo, mentre si mischia con quell’odore forte di disinfettante della stanza d’ospedale.
Riesco quasi a vedere la luce del sole entrare dalla finestra, per poi accarezzare quel vaso appoggiato sul comodino.
Due fiori talmente finti, di plastica rigida, che ti giuro sembra siano fatti di Lego.

«Dai Lollo, prepara sta cazzo di borsa che andiamo!»

La voce di Gabriele all’improvviso mi riporta violentemente a terra.
Questa stanza ha tutto l’aspetto di un campo di battaglia: vinili sparpagliati sul letto da rifare, una montagna di vestiti sporchi e dimenticati in un angolo del pavimento, troppo affollamento su quella scrivania.
Musica, calcio, e cultura nerd-pop sembrano fissarmi da ogni centimetro quadro racchiuso in queste quattro mura, facendo finta di trovarci un senso filosofico in tutto questo disastro.

Gabriele poi si affaccia sulla soglia, guardandomi come se fossi un alieno appena sceso da un incrociatore stellare.

«Oh, te lo giuro! Non ho mai conosciuto nessuno che si mette a fumare prima di una partita. Sei un caso clinico.»

Lollo.
Dio, quanto odio quel nomignolo.
Per me sceglierei sempre “Lore”, ma a lui non l’ho mai detto.
Una di quelle piccole battaglie che ho rinunciato a combattere da un po’ di tempo.
Potrei quasi dire che ormai inizia a suonarmi, e che spesso mi capita di sorridere quando è qualcun altro a chiamarmi così.

«Almeno se stasera prendo a calci qualcuno per sbaglio posso dire di essere stra-fatto, anziché ammettere di essere così disperatamente scoordinato.»

«Madonna quanto sei teatrale… è solo una partita di calcetto, non dobbiamo giocare la finale di Champions.»

Do un’ultima e profonda tirata appena prima di litigare con il posacenere, per poi alzarmi molto lentamente ed aprire un cassetto con un gesto deciso.
Inizio a buttare roba in borsa un po’ alla rinfusa: pantaloncini, calzettoni, parastinchi; mentre Gabriele è ancora lì che mi osserva, appoggiato allo stipite della porta.

«Perché proprio la maglia numero tre?»

Mi fermo un secondo con la maglietta ancora tra le mani.

«Paolo Maldini?»

«Ma Vaffanculo. Dai, su! Perché proprio la tre?»

«Il tre mi perseguita, Gabri. Mi hanno presentato all’esame con il tre in matematica. Ho preso tre alla seconda prova. Tre volte sono stato innamorato per davvero, e ho avuto tre migliori amici in tutta la mia vita. Può bastare? Posso continuare se vuoi…»

Silenzio.

Poi mi giro e trovo Gabriele ancora piantato sulla porta, con quel sopracciglio alzato a mezz’asta e quella sua tipica espressione che pare un invito a prenderlo a schiaffi.

«E io sarei tra questi?»

«Cosa, migliori amici?? Ma nemmeno in un’altra vita! Per te ci sono solo le tre volte in cui mi sono detto che avrei provato a lasciarti indietro, infame!»

Gabriele scoppia a ridere, poi mi fa: «Senza contare le altre trecentocinquanta, giusto?»

«Eh. In nessuna di quelle ci ho creduto davvero, pensa a come sei proprio un fortunello!»

«Dai, Maldini… Datti una mossa! Vado un secondo in bagno e quando torno mi aspetto che tu abbia finito con la borsa.»

Metto dentro la borsa le mie fedelissime Adidas e finalmente chiudo la cerniera.
Mi sono dimenticato qualcosa, sono più che sicuro.
Provo a fare mente locale, quando all’improvviso sento una canzoncina storpiata da quel deficiente provenire giusto dalla stanza di fianco: «Ma come terzinooo, voglio Lorenzinoooo che gioca a memoria come se fosse mio amicooo…»

Trattengo a stento una risata.
Musicisti.
Siamo proprio di un altro pianeta, noi.

«Gabri! Prenderesti su un bagnoschiuma quando esci?»

Te l’ho detto che mi stavo dimenticando qualcosa.

Pochi secondi dopo, Gabriele rientra in camera con un flacone viola in mano, guardandolo con estremo sospetto.

«Hai solo questa bella stronzata alla lavanda?»

«Dovresti provarlo anche tu ogni tanto, sai?» Gli faccio passandogli davanti, senza neanche guardarlo.

«Che vuoi dire?»

«Niente, ci mancherebbe! Voglio solo dire che o stai vivendo una seconda pubertà un po’ tardiva, o dovresti davvero provare anche tu ogni tanto questo fantastico bagnoschiuma alla lavanda. Molto rilassante.»

«Dai muoviti, coglione! Siamo già quasi in ritardo.»

Un ultimo sguardo allo specchio dell’ingresso.
Due occhiaie così profonde che sembra siano state scavate col piccone ed una massa informe di ricci scuri completamente fuori controllo.

«Guarda che faccia. Faccio schifo.»

«Secondo me hai solo l’aspetto di chi ha davvero bisogno di passare un’oretta con un calcetto tra amici» taglia corto lui, lanciandomi addosso le chiavi della macchina con molta più forza di quella necessaria.

«Posso rollarne una “per il viaggio”?» gli butto lì con un sorriso dopo essermi accorto del mio tono così sfacciatamente speranzoso.

Gabriele alza gli occhi al cielo, sospira pesantemente, e mi spinge fuori verso le scale. Poi se ne esce con un «Fai davvero schifo, lo sai? Ha fatto bene l’Eli a lasciarti.»

Colpo basso.

«Allora, primo: non stavamo insieme, ci siamo solo frequentati per tipo cinque mesi. Secondo: quella che intendi tu era soltanto una delle tante cause dei nostri troppi litigi. E terzo…

«Facciamo così: se vinciamo, ti prometto che stasera ci scassiamo insieme. Va bene così?»

«E se perdiamo?»

Gabriele scende i primi gradini due a due. «Non essere sempre così negativo.»

«E se perdiamo?» Ripeto con lo stesso tono, deciso a non mollare.

Si ferma, si volta, e poi mi guarda per un istante appena prima di sorridere.

«Waffle?»

«Wa-wa-waffle!» quasi a fargli eco, mentre lo raggiungo sullo stesso gradino.

Gli mollo un cartone affettuoso sul braccio, di quelli che dicono tutto senza bisogno di altre parole, giusto per chiudere la questione.

«Tu lo sai, Vero? Che se Ginny dovesse scoprire che abbiamo abusato di una sua frase… prima ammazza me e poi ti viene a cercare!»

«E tu non dirglielo. E soprattutto non fare lo stronzo come al tuo solito e non andare a scriverlo su Lollo Oversensitive dot com» riproponendomi lo stesso sopracciglio alzato a mezz’asta di prima e la stessa sua tipica espressione che pare un invito a prenderlo a schiaffi.

«Fanculo, Gabri! Detto proprio con l’anima.»

Salgo in macchina, mi allaccio la cintura, e prendo forse troppo tempo per scegliere qualcosa di bello da ascoltare.
I pensieri mi scivolano via, la mia testa si perde improvvisamente all’interno di un vecchio ricordo.
C’era quell’ultima Marlboro capovolta all’interno del pacchetto, e quel desiderio espresso come se fosse l’unica cosa al mondo che contasse davvero.

Potrei cambiare lavoro, città, interessi, qualsiasi cosa, ma quel desiderio resterebbe comunque lì, immutabile.

Per cose di questo tipo, così forti, così intense, il per sempre è l’unica misura del tempo possibile.
Alla fine ci sono arrivato.

«Lollo, ci siamo?»

«Sì, scusami… Sono andato un secondo da un’altra parte.»

«Metto su io la musica, tu pensa solo a guidare!»

«Daje! Niente lagne però, che non sono in vena.»

«Nemmeno una, te lo giuro. Dai, andiamo!»