Questo è uno di quei pomeriggi dove la destinazione non mi è tanto chiara.
Sapevo che avrei scritto qualcosa, sapevo che la mia cartella “bozze” su aprilseventeen mi avrebbe proposto più di una opzione o due, ma quando si è trattato di scegliere, non ne sono stato capace.
Il quarto episodio dei diari di un manigoldo è praticamente pronto, ma non penso di essere dell’umore giusto per indossare le calze e le ciabatte di Ryoga e farmi prendere a schiaffi dal mio amico piumato.
Tengo molto a questa saga —se mi passate il termine… non sono uno scrittore, e non sono capace di darmi delle arie, lo sapete— e non penso sia giusto forzare la mano.
Poi c’è quest’altra storia, decisamente più personale.
È lì da un po’, nascosta tra i lavori incompiuti, ma è davvero piena di oscurità.
Mentre la rileggevo, ho capito che non l’avrei mai pubblicata.
Era troppo personale.
Troppo nuda.
E onestamente, non avevo nessuna intenzione di farmi vedere così vulnerabile, senza difese, davanti a uno schermo.
A volte parlare di certe cose fa paura.
Ti senti come se stessi camminando su di un filo teso dove a cadere ci vuole davvero un attimo, mentre i pensieri ti si accumulano sul petto togliendoti il fiato.
In quei momenti, per darti una tregua, ti serve uno scudo.
Avrei potuto lavorarci su, nascondermi tra i pensieri di un altro personaggio un po’ come avevo fatto con «è solo una partita di calcetto, non dobbiamo giocare la finale di Champions» dove ho indossato i panni —ed i ricci— di Lollo, tra tutte le cose scritte in tempi recenti forse la mia preferita; oppure come avevo fatto in “una sola parola, quattro lettere” dove alcune riflessioni un po’… “così” le avevo affidate ad una anziana disegnatrice di manga.
Ma non avrebbe funzionato stavolta, troppo difficile.
C’è troppo buio, finisce troppo male.
Ho provato ad alleggerire in qualche modo, a far passare un filo di luce tra le righe, ma in questo periodo davvero non mi riesce di immaginarmi un finale migliore…
Serve un altro scudo.
Il mio scudo l’ho trovato poco fa, per caso.
Se ne stava nel “Replay All Time” di Apple Music —e scordatevi di conoscere il pezzo con più ascolti… informazione per pochi.—
La prima strofa mi stava già uccidendo.
"Sono intrappolato in una vita che vorrei solo cancellare. Vorrei scomparire, andarmene senza lasciare traccia. Mi guardo allo specchio ma non riesco a vedere nulla oltre al dolore. E allora prendo un'altra pillola e spero che passi, perché i miei pezzi rotti ormai non si incastrano più."
Sembrava che parlasse per me, che mettesse in fila tutto quello che non riuscivo a dire a parole mie.
Non scriverò quella storia, non lo farò mai, e probabilmente eliminerò la bozza.
Vorrei solo provare a raccontarti tutto usando le parole di Pierre come scudo.
Lo conosco, l’antidoto per giorni così avvelenati.
So esattamente a cosa aggrapparmi.
Spero solo che basti.