episodio III: se sai gridare, so farlo più forte.

…And Justice For All.

«Non avevo scelta, lo giuro sulla luce di Tyr! I debiti della mia casata stavano diventando una voragine, i Malakor… loro mi hanno offerto una via d’uscita. Dovevo solo chiudere un occhio su Xantros e sulle sue piccole, insignificanti ricerche…»

Il silenzio inquisitorio del Tempio di Tyr accoglie tutto quell’ammasso di parole, così vuote e spezzate.
Lord Barnabus adesso trema al cospetto del Gran Giudice, la sua voce un debole sussurro, non molto diverso dal raschiare ritmico di un topolino spaesato in una vecchia soffitta.

Il respiro di Theron si fa pesante, la sua rabbia diventa quasi tangibile, un’energia statica sul punto di fulminare ogni cosa tra queste colonne di marmo, mentre Violet si scambia uno sguardo con Joran che dice chiaramente quanto le piacerebbe piantare la sua spada in mezzo a quel mucchio di stracci nobiliari.

Barnabus continua a balbettare, blatera di persone che venivano e andavano dalla sua cantina negli orari più strani, di rumori sospetti e di quegli odori pungenti che non lo facevano dormire.
Racconta di boati e scosse simili a terremoti che facevano tremare tutta la sua villa, e di come, ogni singola notte, giurasse a se stesso che avrebbe denunciato i Malakor per porre fine a ogni cosa.
Ma non ne aveva il coraggio.
Ormai quel potere oscuro era diventato il vero padrone in casa sua.

Sul morire delle sue ultime parole, un’ombra taglia improvvisamente la luce delle alte vetrate.
Un battito d’ali sicuro, familiare, una virata precisa che termina con un atterraggio perfetto sulla mia spalla.
Per un momento mi dimentico di poter parlare con lui nei nostri pensieri.

«Manigoldo! Iniziavo seriamente a preoccuparmi». Mi volto e gli strofino con affetto il naso contro la punta del becco, chiudendo gli occhi per un istante.

«Ryogaaaaaaa, ma che cazzo fai? Che sono ‘ste ricchionerie? Se ci riprovi lo giuro, ti becco una pupilla! Cose da pazzi!»

Rido tra me e me, sentendo quel calore acido che solo lui sa trasmettermi. «Ho capito, ho capito! Dai scusami… mi sono lasciato trasportare per un attimo, ero solo molto in pensiero per te, sudicio ammasso di piume.»

Theron dimonio con occhi di bragia, si scuote e ci richiama all’ordine, tornando a fissare il povero Barnabus.
Povero un cazzo, guarda che casino ha combinato sto ciccione infame
«Barnabus Hallowell, le tue parole sanno di tradimento verso questa città…»

Violet fa un passo avanti, la sua armatura risplende sotto le luci del tempio manco fosse l’Immacolata dell’otto dicembre, e con un gesto di rispetto sembra quasi volersi scusare per l’interruzione. «Vostro onore, se arrestiamo Barnabus per necromanzia o per tradimento, i Malakor capiranno immediatamente che…»

«Se dovessi accusare i Malakor ora, la città cadrebbe tra le fiamme ancora prima che il sole finisca di tramontare.» Theron non le fa nemmeno finire la frase. «Ovviamente non possiamo permetterci una guerra civile tra le mura di Welderos.»

Poi sospira, un rumore pesante che sembra venire direttamente dalle fondamenta del tempio, e si scambia uno sguardo d’intesa con Violet, uno di quelli che solo chi si nutre di pane e politica saprebbe decifrare.

«Il cultista che Orin ha trascinato qui poco fa ha iniziato a cantare. Non ha parlato subito di ombre o di antichi poteri, ma di carichi illegali. Sostanze proibite che entravano in città in mezzo a spezie e tessuti sfarzosi, reagenti necrotici che servono a Xantros per i suoi giochetti…»

Violet annuisce, e vedo un mezzo sorriso farsi strada sul suo volto, quell’espressione tipica di un cacciatore quando vede la sua preda cadere in una trappola perfetta.

«Esattamente quello che intendevo, Vostro Onore. Un mandato di indagine contro gli Hallowell per traffico internazionale di sostanze illecite è molto più digeribile per l’opinione pubblica. Ci permetterebbe di perquisire ogni angolo della villa e della Lanterna senza scatenare il panico. Ci lascerebbe il tempo di capirci qualcosa di più prima che i Malakor si accorgano che il loro castello di carte sta venendo giù.»

«E sia. Ma resta il problema della Lanterna. Quel posto è una ferita aperta nel cuore di Welderos.»

Il Gran Giudice sposta poi lo sguardo su di noi, indugiando —di nuovo— per un istante di troppo sulle mie ciabatte, prima di tornare serio.
«Molto bene allora. In segno di gratitudine per il vostro servizio, come pattuito, vi consegno ufficialmente la proprietà della Locanda La Lanterna. Siete i nuovi padroni dell’immobile. Gestitelo, ripulitelo, fateci quello che volete, ma soprattutto sorvegliate quel tunnel. Welderos, ora più che mai, ha bisogno di occhi nel buio, e voi siete i soli di cui posso fidarmi.»

Rimango per un attimo intontito.
Io, Ryoga, il tizio che fino a poco fa cercava solo di non farsi appiccicare addosso l’umidità del mercato prima di una sessione di allenamento, adesso uno dei proprietari de La Lanterna.
Un oste.
Un locandiere con la responsabilità di un cunicolo oscuro e pieno di schifezze di ogni genere.

«Ma che culo, Ryoga! Abbiamo vinto una casa infestata dai ratti e un debito eterno con un nano invasato con la giustizia. Perché non ti metti subito un bel grembiulino ricamato e inizi a lavare i bicchieri, da brava sguattera?»

«Ma certo che sì, amico mio! Devo solo decidere se poi usarti come mappina per lavare in terra, o come piumino per togliere quelle tonnellate di polvere!»

«Siete stati molto generosi, Giudice», risponde Violet, con quel tono diplomatico che io non riuscirei mai a tirare fuori, nemmeno se mi pagassero in monete di platino.

«Confido che i nostri segreti rimangano tra queste mura, non fate parola di tutto questo con nessuno. Vi chiederei inoltre di non prendere iniziative. Lasciatemi un po’ di tempo per decidere le nostre prossime mosse. A presto, avventurieri.»

La Gigiotta.

Usciamo dal tempio proprio mentre Welderos inizia ad indossare uno dei più eleganti tra tutti i suoi abiti da sera, con un soffio di fresco che —finalmente— mi accarezza il viso.

Camminiamo senza parlare per un po’, con i nostri stivali che si trascinano lentamente, finché Violet non si ferma di colpo in mezzo alla strada, ignorando i bestemmioni dei passanti che si trovano improvvisamente i piedi intralciati.

«Aspettate un attimo!» Esordisce con lo sguardo perso nel vuoto. «C’è qualcosa che non mi quadra. Perché Valerius Malakor ci ha mandati proprio lì? Se quel tunnel doveva restare segreto, perché mandare dei mercenari esterni, noi, a ficcarci il naso?»

Mi gratto il mento, cercando di rimettere in fila i pezzi.

«È un dubbio che è venuto anche a me, però pensaci un attimo… Magari la firma di Malakor è stata messa d’ufficio su quella pergamena, tipo per pura burocrazia, no? Forse non tutti i consiglieri sono informati proprio di ogni singola quisquilia che accade in città.»

«Sì, come no,» ribatte lei, scettica. «Sta a vedere che alla fine chi ti paga è proprio la stessa persona che spera tu non torni mai a riscuotere.»

Prima che Violet possa proseguire con le sue teorie degne di un terrapiattista, una manona le si posa con decisione sulla spalla.

«Basta con queste seghe mentali!» sbotta Durias, passandosi una mano sulla sua cresta rossa come se si stesse facendo bello, con tutta la grazia degna di un ballo delle debuttanti. «Ho fame, ho sete, e c’ho una voglia matta di fare un po’ di sano casino! I complotti, le ombre e i ciccioni che tremano davanti alla giustizia li gestiremo domattina. Adesso, si va dalla Gigiotta!»

Non aspetta nemmeno una risposta e inizia a marciare a testa bassa, attirando l’attenzione di chiunque incroci sul suo cammino.
Lo seguiamo di corsa, quasi trascinati dalla sua scia, finché non ci troviamo davanti a un portone di legno massiccio che sembra vibrare per il bordello che arriva dal suo interno.

Il bardo carica la porta con una potente spallata e la spalanca con un botto tale che per un istante la locanda sembra quasi spegnersi.
Sulla soglia torreggia un mezz’orco che scatta subito sull’attenti, muscoli imponenti sotto le sue cicatrici, il suo sguardo già piantato verso il possibile pericolo.

Appena i suoi occhi incontrano la sagoma del nostro nano un po’ su di giri, la tensione gli scivola via dai lineamenti.
Si rilassa con un grugnito profondo, quasi un cenno di scuse, e poi ci fa segno di entrare —con quella che dovrebbe essere la sua migliore interpretazione della parola sorriso.—

Durias però non ha nessuna intenzione di lasciar passare questa scena come se niente fosse.
Gli molla una pacca tonante sulla spalla e se ne esce con un: «Le scuse conservale per quando mi sarò sbattuto tua sorella, ahah!».

Il bestione resta immobile per un secondo, come se dovesse prendersi del tempo per interpretare la frase, poi scoppia in una risata così fragorosa da sovrastare anche la musica del locale, mentre noi ci facciamo strada tra i tavoli affollati.

La Gigiotta ci accoglie con il suo solito calore —e questa frase ve la lascio così, con l’unico e solo scopo di farvi andare un po’ dove vi pare con l’immaginazione…—

Passiamo la serata a ripulire vassoi carichi di cervo, pollo e verdure, lasciando che la trappista riserva annebbi per un po’ tutti i nostri ricordi.
Mi godo la serata e l’abbraccio di questo posto, scambiando uno sguardo divertito con Manigoldo mentre mi asciugo la schiuma della birra con il dorso della mano.

Il tempo scorre velocemente.

Dopo diverse ore la nostra Violet, con fare materno, ci ricorda che abbiamo il compito di tenere sotto controllo La Lanterna.
Prende su un barile di quella birra meravigliosa —nel caso stanotte ci fosse ancora un po’ di arsura— poi ci butta letteralmente in strada.
Usciamo che è ormai notte fonda.

Servizio in camera?

Welderos a quest’ora è una lunga distesa di ombre e di vicoli che —se il vecchio Bilbo non se la prende a male— se non dirigi bene i piedi non si sa dove puoi finire spazzato via.
La birra della Gigiotta picchia ancora un po’ in testa, ma man mano che ci avviciniamo al quartiere dei rifugiati, il fresco della notte inizia a ripulire i nostri pensieri.
In pochi minuti arriviamo davanti al maniero, ed entriamo portandoci sulle spalle tutta la stanchezza di una giornata che è durata decisamente troppo a lungo.

L’odore di polvere e di chiuso della locanda ci riaccoglie come un antico nemico.
Ci guardiamo in faccia, tutti con delle occhiaie che ci arrivano fin quasi alle ginocchia, e stabiliamo velocemente i turni di guardia.
Violet inizierà a vegliare su di noi, poi toccherà a Joran, seguito da Durias, e infine io chiuderò la notte.

Mi butto sul mio giaciglio in un angolo della sala grande, cercando di scivolare nella mia trance elfica il più in fretta possibile.
Sento il peso di Manigoldo che si sistema su di me e poi, nel giro di qualche istante, solo il buio che mi avvolge tra le sue forti braccia.

Il tempo per un elfo è una sostanza elastica, quattro ore di meditazione sono più che sufficienti per sentirmi perfettamente riposato.
Esco dalla trance che la locanda è ancora immersa nel silenzio più profondo.
Mi alzo sentendo le ossa che scricchiolano per l’umidità e mi avvicino a Durias per dargli il cambio; il bardo mi saluta con un rutto sommesso e melodico prima di accennare a un mezzo inchino e tornarsene a dormire.
Che spettacolo.

Mi siedo vicino alla finestra e comincio l’ultimo turno di guardia, il mio arco a portata di mano, cercando di isolarmi dal respiro pesante dei miei compagni che dormono poco distanti.
Poi, all’improvviso, sento Manigoldo irrigidirsi, le sue zampe stringono il cuoio del mio spallaccio con una forza che quasi mi fa male.

Non serve che parli, sento il suo cuore battere all’impazzata contro il mio viso.

«Ryoga. Fermo. Non muoverti!»

Trattengo il respiro.
All’inizio non sento nulla, poi, piano piano, arriva.
Un fruscio.
Passi.
Molti passi, proprio lì fuori, davanti al portone principale.

«Manigoldo, svegliali! Tutti!» ordino mentalmente mentre scatto in piedi, l’arco già teso tra le mani.
Il mio gufo decolla come un proiettile nel buio, piombando sui giacigli dei miei compagni addormentati tra battiti d’ali furiosi e beccate di avvertimento, proprio mentre io incocco la prima freccia.

La serratura principale viene meno con un rumore secco di metallo schiantato e il portone si spalanca.
Colpisco il primo intruso dritto nel petto prima ancora che riesca a mettere entrambi i piedi nella sala.
Nello stesso istante sentiamo il suono inequivocabile di un grimaldello che forza la porta sul retro.

«Siamo accerchiati!»

Violet scatta su, ancora annebbiata dal sonno e, cosa peggiore di tutte, senza la sua armatura.
Joran sente il pericolo e lancia un coltello di ghiaccio verso l’ombra che sta spuntando dalla cucina, cercando di guadagnare secondi preziosi.
Durias intanto pronuncia una serie di parole che non riesco nemmeno a distinguere nel caos.

«Sta lanciando risata incontenibile di Tasha… se entra, giuro che mi mangio le piume!»

Entra.
L’assassino si blocca, sbarrando gli occhi, dopodiché crolla a terra contorcendosi dai crampi per una risata convulsa e fuori luogo.

Due cultisti passano la difesa di Violet.
Senza le sue piastre è un bersaglio fin troppo facile.
Vedo le lame affondare, sento il suo gemito di dolore e la vedo crollare sul pavimento della locanda, immersa in una pozza di sangue che si allarga in fretta.

Sento qualcosa bruciarmi dentro.
«BASTARDI!» grido con quanto fiato ho in gola, con tutto l’odio che posso.

Manigoldo si lancia nel mucchio, artigliando il volto di un assalitore per distrarlo.
Ne approfitto e lancio una freccia, poi un’altra, sotto lo scricchiolio dell’arco, con una furia che non sentivo da tempo.

Joran emette un ringhio carico di rabbia e l’orsetto fa il suo ritorno.
Il suo corpo si espande in quella mole pelosa che ormai conosciamo fin troppo bene, caricando tra i tavoli e piazzandosi sopra Violet come un muro di muscoli invalicabile, mentre tutti gli altri nemici vengono abbattuti uno dopo l’altro.

L’ultimo rimasto è quello che si sta finalmente riprendendo dalla risata magica.
È a terra, disarmato, con Durias che gli sovrasta la testa impugnando il suo maglio.

«Arrenditi, verme. Finisce qui», gli intima il bardo con una freddezza che metterebbe i brividi a chiunque.

Il cultista sputa un fiotto di sangue proprio sugli stivali del nano.
Alza lo sguardo, un lampo di follia nei suoi occhi, poi con un soffio di voce: «Dovete crepare tutti, bastardi!».

Durias non si scompone, solleva il martello e spegne quel fanatico con un colpo secco.

L’adrenalina scivola via, lasciando spazio a un sottile tremore nelle mani.
Joran scioglie la sua forma selvatica, tornando a essere l’uomo che conosciamo, e si china immediatamente su Violet per fermare l’emorragia.
Mi avvicino a loro, rinfoderando l’arco con movimenti meccanici, mentre Manigoldo torna a posarsi sulla mia spalla.

Dopo aver visto Violet tornare finalmente tra di noi, mi chino su uno dei cadaveri scostando il cappuccio con la punta dello stivale.
In mezzo al sangue e al sudiciume, inciso sul cuoio dell’armatura, brilla lo stesso maledetto Occhio Stilizzato.

Ci guardiamo in faccia, sporchi e stanchi come mai prima d’ora.
«Li abbiamo proprio fatti incazzare», dice Durias, guardandosi attorno tra le macerie della sala.
«Portiamo i cadaveri giù in cantina e cerchiamo di finire di riposarci. Penseremo a tutto domattina…»

Violet cerca di sorridere, anche se con il volto pallido e parecchio sofferente.
«Prima cosa da fare domattina sarà procurarsi delle nuove serrature… magari di quelle che sputano fuoco o qualcosa del genere.»

Sento Manigoldo ridacchiare nella mia testa.
Mi volto verso di lui con un mezzo sorriso, ma non sono proprio sicuro di voler sapere a cosa stia pensando davvero.
«Dai, rimettetevi a dormire! Durias ha ragione, penseremo a tutto domattina.»

La ragazza con il codino.

Quando i primi raggi di sole riescono finalmente a sconfiggere i diversi strati di sporco dipinti sulle finestre della sala grande, sentiamo bussare al nostro vecchio portone scassinato.
Kallan e Orin fanno il loro ingresso in scena, immagino abbiano deciso di auto-invitarsi per colazione —o forse no, why so serious?—

Mi appoggio a quello che resta del bancone della locanda, incrocio le braccia, poi indosso i panni del padrone di casa per un momento.

«Buongiorno avventori, benvenuti alla Lanterna!» esordisco con un inchino volutamente troppo teatrale, mentre Manigoldo se la ride di gusto nella mia testa. «Sono Ryoga, il vostro oste di fiducia. Cosa posso fare per voi in questa splendida, radiosa e per nulla traumatica mattinata? Gradite un po’ di polvere del pavimento o preferite accomodarvi sui morti ammazzati male nelle nostre cantine?»

Kallan mi fissa immobile, con l’espressione di chi non ci sta capendo assolutamente nulla, i capelli raccolti e il suo codino che pende dritto dietro la nuca.
La guardo per un secondo di troppo e sento che c’è qualcosa che non mi torna.

«Manigoldo… ma Kallan non era un uomo nel secondo episodio della nostra storia?» chiedo mentalmente al mio gufo, resistendo alla tentazione di strofinarmi gli occhi.

«Ma che cazzo dici?» risponde il mio famiglio con la sua tipica e proverbiale delicatezza. «Sempre stata donna, anche proprio una bella ciaccarella, se non oso troppo nel dire… Vuoi vedere che qualcuno le ha tirato addosso una secchiata di acqua bollente e si è trasformata in una ragazza? Diventerai mica un maialino nero pure tu adesso, vero?»

—Va bene, fermiamoci un attimo e lasciatemi rompere la quarta parete per un secondo. Ragazzi, se state leggendo questa storia e vi state chiedendo come sia possibile che nell’episodio precedente Kallan avesse la barba e adesso sia una bella ciaccarella, ho una spiegazione per tutto questo: quando giochi a Dungeons & Dragons, specialmente se la sessione è accompagnata da diversi giri di un ottimo rum proveniente direttamente dalle Filippine, i dettagli tendono a diventare… fluidi? Nella tua testa un personaggio te lo immagini un po’ come ti pare al momento, finché la realtà, gli appunti di Violet o le correzioni del master non ti prendono a schiaffi. Quindi sì, Kallan è una donna, tanto vale farsene una ragione—

Orin interrompe i miei deliri mentali guardandosi intorno con gli occhi sbarrati, mentre Violet e gli altri iniziano a tirarsi su, ancora mezzi addormentati.

«Ma che diavolo è successo qui dentro?» domanda Orin, indicando il disastro tutto intorno a sé.

«Oh, niente di che. Solo una piccola festa di inaugurazione promossa dal culto locale dell’Occhio Stilizzato», suggerisce Manigoldo nei miei pensieri.

«Ci hanno fatto un’imboscata», rispondo usando parole più adeguate al contesto, «temo che i cultisti non abbiano preso tanto bene il nostro operato.» Poi mi volto verso Kallan, con uno sguardo carico di speranze «Senti, visto che siete qui, potreste farci un favore? Ci servirebbe un carro. Uno di quelli belli capienti. Abbiamo bisogno di svuotare la cantina da tutti i cadaveri di questi simpaticoni prima che inizino a puzzare, e già che ci siete, vi saremmo infinitamente grati se vi portaste via anche i quintali di cibo avariato che i vecchi proprietari hanno lasciato nelle dispense. Abbiamo un bel po’ di piani per oggi.»

Durias si unisce alla conversazione, massaggiandosi la spalla con una smorfia. «Sì, dobbiamo andare in centro dal fabbro. Vogliamo barattare l’equipaggiamento di quegli aggressori in cambio di serrature magiche decenti. E poi dobbiamo cercare un incarico che ci frutti un po’ di monete d’oro… i forzieri ricolmi da queste parti scarseggiano e noi siamo rimasti praticamente al verde.»

Kallan sospira, scambiandosi uno sguardo serio con Orin. «Non per aggiungere appuntamenti a un’agenda che mi sembra già parecchio serrata», dice con voce ferma, «ma siamo qui per una richiesta del Giudice Theron.»

Ci zittiamo tutti, persino Manigoldo smette di scherzare nella mia testa.

«Siamo venuti in possesso di un’informazione importantissima nelle ultime ore», continua Orin, abbassando il tono di voce. «Uno dei carichi illegali di cui parlava il cultista ieri al tempio… quelle sostanze proibite e i reagenti necrotici di Xantros. Beh, dovrebbero arrivare in città proprio oggi. Al porto, molo numero nove.»

Kallan ci fissa, uno per uno, fermando lo sguardo su Violet che annuisce debolmente nonostante le vistose fasciature. «Theron vuole che andiate lì a dare un’occhiata. Dobbiamo scoprire a tutti i costi cosa c’è dentro quel carico, la sua destinazione finale, e dobbiamo entrarne in possesso.»

Ci guardiamo in faccia.
Sappiamo tutti benissimo che non abbiamo nessuna scelta.
Dobbiamo assolutamente tagliare i rifornimenti al culto.

«E sia, partiremo subito. Sbrighiamo due cose “al fly” in città e saremo per tempo al molo numero nove per dare un’occhiata. Mi raccomando quel carro… questo posto va sistemato, non si può più rimandare.»

Ci prepariamo in fretta, mandiamo giù un boccone e ci mettiamo subito in marcia, lasciandoci alle spalle la Lanterna addormentata.
Ce ne è un bel po’ di carne sul fuoco oggi —detto da un vegetariano suona quasi come un insulto— e la giornata è appena iniziata.
Meglio darsi una mossa.

Troppo chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

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