diari di un manigoldo. (ep.II: e se i presupposti sono questi…)

Il cuore del potere.

E quindi uscimmo a riveder le stelle…
Sì, magari!
Il caldo impossibile che infuoca le strade di Welderos sembra dirmi che il clima di quel sotterraneo nascosto sotto alla Lanterna, tutto sommato, non era poi così male.
— Ok, magari fatta eccezione per quegli odori insopportabili… ma tant’è. —

Durias e Toradol sono rimasti a presidiare la locanda, con braccia incrociate e musi seri.
Se qualcuno dovesse provare a farci visita senza essere invitato, non troverà sorrisi o frasi gentili di benvenuto, ma due nani spessi e incazzatissimi pronti ad usare i loro crani come fossero incudini.

In compagnia di Violet, Joran e del mio inseparabile amico piumato, punto dritto verso il centro della città, dove dovrebbe trovarsi la sede del Consiglio.

Nemmeno il tempo di trovarsi al cospetto di quei cancelli dorati — quelli che separano la gente comune dal “cuore del potere della città” e che, per la cronaca, dorati non lo erano affatto, ma quanto ci sta bene scriverlo in questo racconto? — che due guardie in armatura lucida, come se l’avessero comprata stamattina, ci sbarrano la strada con l’espressione schifata di chi ha appena pestato una merda.
Uno di loro ci squadra dall’alto al basso, fermandosi con disgusto sulle macchie di sangue secco che decorano tutto il nostro equipaggiamento.

«Scusate, ma voi dove diavolo credete di andare? Il Consiglio non riceve mercenari senza appuntamento», ringhia il più alto, spostando la mano sull’elsa della spada con un’arroganza che mi fa quasi prudere le dita.

«Ryoga, guarda ‘sti due stronzi!»
La voce di Manigoldo mi risuona improvvisamente nella testa, pigra e tagliente come un rasoio.
Se ne sta appollaiato sulla mia spalla, immobile manco fosse impagliato, ma mentalmente sta già sputando fuoco.
«Va sempre così, ci trattano come dei poveri coglioni solamente perché siamo ancora ai primi livelli. Non sanno che un giorno, se decidessimo di passare al lato oscuro della Forza, questa sarebbe la prima città che ridurremmo in cenere.»

«Solo cenere?» gli rispondo mentalmente, mantenendo un’espressione neutra mentre Violet procede con le presentazioni.

«No, hai ragione. Prima infilzeremmo ‘ste due teste di cazzo su delle picche all’ingresso. Giusto per dare il buon esempio a chiunque pensi che trattare male degli avventurieri sia una mossa saggia per la propria salute a lungo termine.»

Riesco a non scoppiare a ridere solo perché la posta in gioco è davvero alta.
Dopo un breve scambio di parole — e qualche grugnito di disapprovazione — le guardie finalmente ci lasciano passare.

L’ufficio di Volmer è esattamente come me lo immaginavo.
Sembra la tana di un uomo che sta disperatamente affogando nelle scartoffie.
E “il nostro bro” se ne sta lì, con la solita aria sbattuta tipica di chi non dorme da quando hanno inventato le tasse, e con una macchia d’inchiostro sulla manica che, sicuramente, sarà stata preceduta da un bestemmione o forse due.

L’incontro dura meno del previsto.
Gli sbattiamo sul tavolo tutte le prove scoperte sotto la Lanterna e il povero diavolo sbianca.
Inizia a sudare freddo, lancia sguardi nervosi verso la porta e si muove con una fretta sospetta dietro la scrivania.
Per un attimo ho quasi il dubbio che abbia un’amante nascosta lì sotto, magari proprio la mamma del ranger tutta presa a fargliene uno dei suoi…

«Guarda che il ranger saresti tu…» mi fa notare Manigoldo.

«E tu un giorno o l’altro finisci molto male, te lo prometto», gli rispondo senza alcuna traccia di esitazione.

Poi Volmer si alza di scatto, mettendosi le mani nei pochi capelli rimasti.
«Un momento, un momento, frenate… questo… questo è troppo. È decisamente fuori dalla mia giurisdizione. Questa è roba da tribunale di Dio.»

Senza darci il tempo di fiatare, ci scorta d’urgenza fuori.
Ci stiamo dirigendo verso il Tempio di Tyr.
A quanto pare a Welderos, quando la situazione inizia a sfuggire di mano, la burocrazia passa la palla alla giustizia divina.
— E se i presupposti sono questi… mo stamo mejo der cazzo! (cit.) —

Il Tempio di Tyr.

Se cercate un posto che vi faccia sentire una chiavica per il solo fatto di esistere, il Tempio di Tyr è la vostra meta ideale.
Colonne di marmo bianco che svettano verso un soffitto talmente alto da farti venire il torcicollo e un silenzio così denso che ti sembra di essere diventato improvvisamente sordo.
Camminiamo sul pavimento lucido lasciando una scia di fango che, su quel candore, sembra quasi un insulto alla divinità.

— Speriamo solo che Tyr non sia un tipo fissato con le pulizie, altrimenti siamo nei guai prima ancora di aprire bocca. —

Mentre avanziamo, sento gli occhi delle guardie del tempio piantati addosso.
Non sono come i due stronzi arroganti del cancello; questi non hanno bisogno di ringhiare, gli basta guardarti per farti capire che conoscono ogni peccato che hai commesso da quando avevi tipo tre anni.

«Ryoga, questo posto mi mette ansia», sussurra Manigoldo nella mia testa, ma con un tono che tradisce più fastidio che paura. «C’è troppa luce, e quell’odore di incenso mi fa prudere il becco. Possiamo almeno cacare su una di quelle bilance dorate prima di andarcene?»

«Hahahahaha, penso di amarti, te lo giuro!», gli rispondo senza muovere un muscolo del viso.

Volmer ci guida quasi correndo verso il fondo della navata, dove l’atmosfera si fa ancora più solenne.
E lì lo vediamo.
Se pensavate che un nano fosse solo un tizio basso con la barba, allora non avete mai incontrato Theron, il Gran Giudice.

Immaginavo un tipo tosto, ma trovarselo davanti è tutta un’altra storia.
Sotto un bellissimo simbolo sacro raffigurante una bilancia in equilibrio che poggia su un martello da guerra, se ne sta questo nano… più metallo che carne.
Armatura di piastre completa, uno scudo che sembra una porta blindata, e un martello nanico alla cintura che vibra di un’aura bluastra, come se avesse un temporale intrappolato al suo interno.

Theron non ci degna nemmeno di un saluto formale.
Il suo sguardo passa da Volmer — che sembra voler sparire dentro il suo colletto — a noi, fermandosi per un istante di troppo su Manigoldo e sulle coloratissime calze spaiate che porto con orgoglio all’interno di un paio di comode ciabatte.

«Volmer, spero per te che questa interruzione sia giustificata da qualcosa di serio», dice il Gran Giudice.
La sua voce è profonda, sembra il rumore di due placche di roccia che sfregano tra di loro nelle viscere della terra.

Violet, che quando è il momento di essere pragmatici non ha paura manco degli dei, fa un passo avanti e piazza la pergamena recuperata sotto la Lanterna su un leggio di marmo.
Joran segue il suo esempio, poggiando con cautela sul pavimento la cassa contenente il ratto mutato dagli esperimenti; la bestia graffia ancora il legno, non ha nessuna intenzione di arrendersi alla prigionia.
Infine, Volmer gli passa tutti gli appunti recuperati nel laboratorio alchemico.

Il nostro racconto comincia, sintetico e dritto al punto.
Gli spieghiamo brevemente tutto ciò che abbiamo scoperto sotto le cantine della nostra locanda.
— Theron non pare proprio il tipo da chiacchiere inutili. —

Non appena il nano posa il suo sguardo sul sigillo dell’Occhio e sente il nome di Xantros, succede qualcosa che non mi aspettavo.
Quel muro di metallo e fermezza ha finalmente un sussulto.
Il silenzio del tempio, se possibile, diventa ancora più pesante.

«Xantros…» sussurra Theron.
Non ci guarda più.
I suoi occhi rimangono fissi sulla pergamena, come se stesse cercando di capire quanto a fondo sia marcito il cuore della città.

«Questo nome è come un veleno che circola nei corridoi del potere da troppo tempo», continua, sollevando finalmente lo sguardo su di noi. «Mi state parlando della Trama d’Ombra. Secoli fa, i maghi che la manipolavano furono una piaga che rischiò di polverizzare Welderos e buona parte del mondo circostante. Pensavamo che quel potere fosse stato sepolto insieme a loro, ma a quanto pare le ombre hanno memoria lunga… e non hanno nessuna intenzione di restare sottoterra.»

Il Gran Giudice fa una pausa, il suo volto sembra scolpito nel granito.
«Avete fatto bene a non forzare la mano entrando nella villa nobiliare. Ma non possiamo lasciare che quella malattia si diffonda ancora. Vi sto chiedendo di tornare laggiù, ma stavolta con l’autorità della Legge al vostro fianco.»

Con un cenno secco verso il buio dietro alle colonne, Theron richiama l’attenzione di due figure.
«Kallan, Orin! Venite avanti.»

Sento il rumore inconfondibile di metallo che sbatte su altro metallo. Due accoliti di Tyr, corazzati come di più davvero non si poteva, avanzano verso di noi.
Armatura completa e maglio imponente.

— Fantastico. Altre due caffettiere formato gigante. —

«Ryoga, ma stiamo scherzando?» la voce di Manigoldo è un misto di sdegno e rassegnazione. «Questi due fanno così tanto casino che tanto vale entrare nel tunnel urlando a squarciagola “Ragaaazziii!! Stiamo arrivaaandooo… perché non venite a spiumarci come fossimo delle paperelle??”. Giuro che se questi inciampano, svegliano pure i morti dei secoli scorsi.»

«Almeno avremo qualcuno su cui i nemici potranno buttare mazzate mentre noi cerchiamo di non farci ammazzare», gli rispondo mentalmente, cercando di darmi un tono professionale.

Accettiamo l’incarico con un cenno del capo.
Non è che avessimo molta scelta, d’altronde.
Salutiamo il Gran Giudice, regaliamo un ultimo sguardo a questo palazzo di marmo che puzza di antico e solennità, e ci avviamo verso l’uscita.

Torniamo alla Lanterna, stavolta con una scorta che annuncia il nostro arrivo a quasi tre isolati di distanza.

— Com’è che si dice? Che la sorte ci sia amica! —

Caffettiere o scaldabagni?

Durias e Toradol sono ancora lì, piantati davanti all’ingresso come fossero due pilastri.
Quando vedono spuntare noi, seguiti a breve distanza dal fragore metallico di Kallan e Orin, i loro musi, già seri di natura, diventano praticamente di pietra.

Durias sputa a terra, squadrando le armature lucide degli accoliti con un disprezzo che non ha bisogno di nessuna descrizione.

«E questi chi sono, Ryoga?» comincia Toradol, senza spostarsi di un millimetro. «Il Consiglio ci ha mandato i rimpiazzi o hanno aperto un’officina di stagnini qui vicino senza dircelo?»

Kallan, che probabilmente non è abituato ad essere accolto come un vecchio scaldabagno, raddrizza la schiena facendo sferragliare ogni singola piastra della sua armatura.
«Siamo qui per volere del Gran Giudice Theron. Siamo la spada e lo scudo di Tyr.»

Durias scoppia in una risata che sembra un crollo in una miniera.
«La spada e lo scudo? Allora siamo a posto. Se provate a scendere in quel tunnel con tutta quella ferraglia addosso, vi sentiranno arrivare prima ancora che abbiate finito di fare le scale. Ma come cazzo si fa?»

— Inutile dire che l’integrazione tra le forze dell’ordine e la componente nanica della nostra compagnia sta andando a gonfie vele. —

«Ryoga, ti prego, lascia che Durias continui», mi fa Manigoldo, visibilmente divertito dalla situazione. «Ha ragione, e tu lo sai benissimo.»

Decido che è il momento di intervenire prima che scoppi un incidente diplomatico.
«Basta così, Durias… ti prego. Loro vengono con noi. Servono per la ‘legalità’ della faccenda, o qualcosa del genere.»

Entriamo nella locanda sotto lo sguardo scettico dei nani e quello disperato di Manigoldo.
Kallan e Orin si fermano al centro della sala grande, le loro sagome imponenti oscurano la poca luce che filtra dalle finestre.
Si guardano intorno, e poi guardano noi.

È tempo di scendere.
Oh, mamma!

Scudetti di cartone.

Il passaggio segreto sotto la Lanterna ci riaccoglie con la solita freddezza.
Forse stavolta manca quella tipica tensione elettrica della prima volta a rendere il tragitto più interessante, ma l’aria immobile e pesante che si respira qui sotto sembra sia rimasta la stessa, intatta.
Avanziamo nel tunnel di ossidiana, fermandoci solo qualche istante per mostrare ai servi di Tyr il passaggio che conduce fino alla piazza del mercato, poi tiriamo dritto verso il laboratorio di Xantros senza indugiare oltre.

Nemmeno il tempo di rimetterci piede.

Assieme a tutti gli orrori presenti in quella stanza, in quel disordine immobile che abbiamo lasciato alle nostre spalle solo qualche ora fa, l’oscurità decide di vomitarci addosso quattro figure incappucciate.
Cultisti.
I loro volti sono maschere invisibili e le loro parole, cariche di fanatismo e disperazione, ci suonano totalmente incomprensibili.
Tempo zero e Kallan si lancia nella mischia con un coraggio di cui non lo credevo capace.

Il combattimento è rapido e brutale.
Orin incassa i primi colpi come se nulla fosse, per poi iniziare a menare come un fabbro parecchio esperto.
Se la cava benone.
Joran decide di mostrarci quanto possa essere letale un druido quando è il momento di usare la sua forma selvatica, trasformandosi in un immenso Lupo Crudele: un muro di pelo e zanne che travolge i cultisti come fossero fatti dello stesso materiale degli scudetti assegnati all’internazio(a)nale.
Sento il rumore secco delle loro costole mentre cedono sotto la pressione dei suoi morsi.
Magnifico!

È il mio turno.
Prendo la mira e scaglio una freccia che centra il loro leader dritto nel costato, rimanendo ad osservarlo mentre cade a terra senza nemmeno aver avuto la possibilità di emettere un grido.
Violet poi chiude la partita abbattendosi sui superstiti con la sua spada, mentre Kallan ne stordisce uno con un incantesimo — deciso a lasciarlo in vita — facendogli volare la spada dalle mani.

Mentre spostiamo i corpi verso la nostra cantina — che ormai ha decisamente più l’aspetto di un obitorio che altro — mi fermo un secondo a controllare l’equipaggiamento dei caduti.
Inciso all’interno del cuoio delle loro armature trovo esattamente quello che mi aspettavo: lo stesso Occhio Stilizzato della pergamena.

Orin si pulisce il sangue dal viso con una smorfia.
Alcune tra le ferite che ha incassato non hanno per niente un aspetto rassicurante.
«Porterò io questo fanatico al Tempio», dice, stringendo la presa sul prigioniero. «C’è bisogno di qualcuno che lo faccia cantare come si deve, e io ne approfitterò per farmi rimettere in sesto dai guaritori.»

Salutiamo Orin con un breve cenno di intesa e rimaniamo noi tre, insieme a Kallan.
Joran, però, non si muove.
È ancora chino nel laboratorio, a studiare uno strato di polvere che non lo convince del tutto.

«Tracce fresche di stivali», sussurra, senza alzare lo sguardo. «Devono essere scesi a controllare mentre noi eravamo al Tempio a parlare con Theron. Probabilmente nel nostro primo sopralluogo abbiamo fatto scattare un allarme magico o qualcosa di simile.»

— L’effetto sorpresa è ufficialmente morto e sepolto. Lassù sanno benissimo che il loro laboratorio è stato scoperto e avranno avuto tutto il tempo di prepararci un bel comitato di benvenuto. —

Manigoldo segue il discorso di Joran inclinando la testa, poi si gratta il becco contro la mia spalla.
«Ryoga, ascoltami… se dovessi trovarmi di nuovo in un combattimento assieme a quel cagnolone, ricordami di stargli alla larga», commenta acido. «Ha un fiato che uccide le mosche.»

«Se Joran ha ragione», gli rispondo mentalmente mentre controllo con un colpo secco la tensione della corda del mio arco, «tra poco l’odore del suo alito sarà l’ultimo dei nostri problemi.»

Ci lasciamo alle spalle il laboratorio e proseguiamo lungo il tunnel, fino alla botola che conduce nella cantina nobiliare.
Un passo alla volta, e del tutto all’oscuro del pericolo che ci sta attendendo dall’altra parte.

Uno scudo blu su un campo verde.

È Violet a sollevare la botola.
Sale per prima e io la seguo a ruota, ritrovandomi in quella stessa cantina dove eravamo passati poco prima.

Tutto sembra esattamente come lo avevamo lasciato, le stesse pile di stoffe pregiate, le stesse casse di spezie, gli stessi scaffali ricolmi di vini costosi che trasudano ricchezza con ogni loro goccia.
Tutto è al suo posto, in perfetto ordine, ma c’è qualcosa che non coincide con il ricordo del nostro primo passaggio.
È questo silenzio.
Innaturale, assordante, è come se anche l’aria stesse trattenendo il respiro.
C’è decisamente troppo silenzio.

— Schiva, idiota! —

Non è Manigoldo stavolta, è solo puro istinto di sopravvivenza.
Mi butto di lato proprio mentre un sibilo velenoso taglia l’oscurità.
Una freccia manca il volto di Violet per un soffio e va a piantarsi con un colpo secco nel legno della botola.

«Imboscata!» urla lei, cercando riparo dietro una grossa botte di rovere.

Kallan invoca immediatamente una benedizione di Tyr che illumina a giorno tutta la stanza, mostrandoci i nostri assalitori.
Sono in quattro, appostati tra le scaffalature.
Al centro del gruppo se ne sta un uomo massiccio fasciato in un’armatura di scaglie brunita, il suo sguardo fisso su Kallan, le sue parole una sentenza.

«Siete appena entrati nella vostra tomba, sporchi ficcanaso!»

Tiro la corda dell’arco fino a sentire dolore e scaglio una freccia che centra in pieno petto uno degli scagnozzi.
Cade a terra senza un gemito.
Il loro capo però è un osso duro e si avventa su Kallan con una ferocia senza pari.
La situazione sta per degenerare; le stiamo prendendo di santa ragione.

Poi, improvvisamente, sento un ruggito primordiale che mi fa gelare tutto il sangue, e un istante dopo Joran scompare sotto un’esplosione di muscoli e pelliccia scura.
Un immenso Orso Bruno riempie completamente la piccola cantina, ribaltando casse e botti come fossero fatti di nulla.
— E finalmente  i dadi iniziano a girare come si deve —
Lo scontro si chiude in pochi, convulsi istanti.
I nostri assalitori vengono ammazzati malissimo uno dopo l’altro; il loro capo viene travolto dalla mole della bestia e una zampata micidiale lo scaraventa contro una parete, spezzandogli l’osso del collo.

Kallan si china su quell’avversario sconfitto e gli strappa lo scudo dalle mani, fissando lo stemma inciso sul metallo: uno scudo blu su campo verde.

«La Casata Hallowell…» sussurra, poi solleva lo sguardo verso le scale.
Le porte in cima si spalancano proprio in quel momento, rivelando una folla di servitori e guardie terrorizzate.
Kallan li gela con un grido:

«Nel nome di Tyr, fermatevi! Ci dovete delle spiegazioni per l’orrore che nascondete sotto ai vostri piedi! Conduceteci immediatamente da Lord Barnabus!»

La Caduta di Lord Barnabus.

Veniamo scortati verso lo studio del Lord.
Tutto intorno a noi è pieno imballato dello sfarzo tipico di chi il titolo nobiliare se lo è comprato un sacco d’oro alla volta: arazzi troppo colorati, statue messe a caso, e un’ostentazione di lusso quasi imbarazzante…

«Guarda questi, Ryoga. Sono solo dei terroni arricchiti della peggior specie», gracchia Manigoldo dentro ai miei pensieri.
Sorrido tra me e me, notando che la sua fissazione verso i terroni non accenna a diminuire, nemmeno in un momento come questo.
Mentre camminiamo, gli lego rapidamente un biglietto alla zampa con poche parole: Siamo a Villa Hallowell.
«Vai dal Gran Giudice Theron. E cerca di non farti distrarre da qualche civetta in calore», gli ordino mentalmente.
Manigoldo non se lo fa ripetere due volte e scivola fuori da una finestra aperta, scomparendo nel cielo di Welderos.

Entriamo nello studio.
Dietro una scrivania siede Barnabus.
È un ometto grassoccio, infilato in un vestito così opulento da sembrare un tacchino ripieno pronto per il Thanksgiving.
Accanto a lui, il suo attendente Giulius osserva la scena con lo sguardo di un serpente.
È l’esatta immagine del viscido Bis, mentre distilla i suoi consigli velenosi all’orecchio di un compiaciuto Principe Giovanni.
— Se non hai capito questa frase… mi dispiace davvero tanto per te —

Barnabus trema visibilmente, tamponandosi la fronte con un fazzoletto profumato mentre i suoi occhi passano nervosi dall’armatura insanguinata di Kallan allo scudo con lo stemma della sua stessa casata.

L’interrogatorio inizia senza troppi giri di parole, e Kallan ci va giù bello diretto.
«Cosa ci fa un laboratorio alchemico sotto il vostro palazzo, Lord Barnabus? Come spiega l’orrore che abbiamo trovato nelle vostre cantine?»

Barnabus balbetta, la voce ridotta a un filo. «Io… io non ne sapevo nulla. Non c’entro niente con questa storia… ho solo eseguito gli ordini.»

A quel punto Violet perde la pazienza.
Fa un passo avanti e si pianta con le mani sui fianchi, sovrastando l’ometto con un’energia furiosa. «Non è forse lei il Lord di questa casata? Chi può dare degli ordini nel suo stesso palazzo se non lei?»

Vedo Barnabus esitare, scambiando uno sguardo rapido e sospetto con Giulius.
Sembrano sul punto di tentare qualche mossa disperata.
«Prima di fare delle stronzate», intervengo con tono deciso, facendo un passo avanti, «ci tenevo ad avvisarvi che il mio gufo in questo preciso istante sta informando Theron della nostra posizione. Fossi in voi verrei con noi al tempio senza fare troppe storie.»

Tranchant.
Barnabus crolla sulla sedia, il fazzoletto gli cade dalle mani.
«Non avevo scelta… i debiti… i Malakor ci avrebbero distrutti…» sussurra.

Il nome dei Malakor risuona nella stanza come un tuono, gelando l’aria.
Barnabus sospira, sembra essersi svuotato di ogni forza. «Ad ogni modo va bene, verrò con voi. Ma non aggiungerò una sola parola se non in presenza del giudice Theron.»

Accettiamo la resa.
Kallan prende ufficialmente in custodia Barnabus e Giulius, intimando loro di muoversi senza troppi complimenti.

Il tragitto verso il Tempio di Tyr è un triste spettacolo che non dimenticherò tanto facilmente.
Attraversiamo le strade di Welderos scortando un Lord caduto in disgrazia, che inciampa nei suoi stessi abiti preziosi, e un assistente che cerca disperatamente di nascondere il suo viso.
Le facce dei passanti sono un miscuglio di sguardi curiosi, sussurri e dita puntate.
La gente sente l’odore dello scandalo, anche se non può nemmeno immaginare quanto sia profonda la voragine che abbiamo appena scoperchiato.

Cammino un passo indietro rispetto agli altri, ignorando il brusio della folla.
Tengo lo sguardo fisso verso l’alto, scrutando i tetti e le guglie della città che iniziano a tingersi dei colori del tramonto.
Cerco una macchia scura nel cielo, un battito d’ali familiare che mi rassicuri.

Spero solo che il mio migliore amico sia sano e salvo.

Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

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