…e non uno in più.

È una vita che non prendo il treno.

Avevo quasi dimenticato il rumore ritmico dei binari, quel suono ottuso e costante che ti si infila in testa nemmeno fosse uno dei più ostinati tra tutti i pensieri che ci nuotano dentro.
Fuori dal finestrino c’è un caldo infernale, quello di un’estate feroce che non ha nessuna intenzione di uscire di scena.
Qui dentro, invece, fa quasi freddo —deve essersi piallata l’aria condizionata— con quel forte odore metallico che puoi sentire solo mentre sei su un vagone come questo, e che mai sono riuscito a identificare per davvero.

Siamo seduti vicini, a dividerci ci sono solo le linee strette del bracciolo e le tante —troppe— differenze che ci separano.
Eppure è qui.
Non mi ha lasciato indietro, nonostante avrebbe potuto e forse dovuto farlo in più occasioni.
Resta qui, nello stesso spazio, ad ascoltare i miei silenzi mentre le nostre spalle si sfiorano appena per via delle scosse di questo catorcio scassato male sulle rotaie.

Allungo la mano nello zaino e tiro fuori un vecchio Walkman di metallo, pesante, completamente graffiato dal tempo e dai ricordi.
Sento uno sguardo stupito su di me.
Faccio finta di niente e mi metto a sciogliere il filo delle cuffie bestemmiando solo lo stretto necessario, poi passo uno dei due auricolari —con questi improbabili cuscinetti arancioni— senza aggiungere una sola parola.

Lo indossa, accenna un sorriso, e si ferma un secondo a studiarmi.
«Certo che sei proprio un cazzo di hipster. Non bastavano le Air Force One alte e bianche con i dettagli rossi, abbinate alle calze di spugna colorate e volutamente spaiate, vero? Non era già abbastanza Ritorno al Futuro così… avevi bisogno anche delle cassette».

Incasso il colpo e me ne sto zitto, del tutto consapevole di non avere a disposizione una risposta all’altezza della situazione.
Glisso alla grande, abbasso gli occhi, accenno una risata, e premo Play.

Il tasto scatta con un colpo secco.

«Non eri più comodo con una playlist di Spotify?» mi chiede, con una voce che sa quasi di presa per il culo senza il quasi.

«Ovviamente sì…» rispondo, voltandomi appena. «Ma oggi non è questo il punto. Volevo qualcosa di diverso, qualcosa che mettesse davanti il rito piuttosto che la perfezione».

E poi ancora…

«Le cassette sono belle per sempre proprio perché nascono imperfette. Ti costringono ad aspettare, a dare il giusto tempo alle cose, mentre il loro fruscio di fondo ti avvolge come se volesse abbracciarti. Fare un mixtape poi… l’ho sempre visto tipo scrivere una lettera alla vecchia maniera, con carta e penna. Devi metterci impegno, devi scegliere ogni traccia pensando a chi la ascolterà, usandola per dire quelle parole che troppo spesso ti si bloccano in gola.

Mi accorgo subito che sto parlando con un fare troppo “Over-Sensitive Lollo ver. 1.0” e ho proprio voglia zero di essere ancora così… così.
Quindi cambio subito rotta, virando verso cose più fredde, quasi completamente a cazzo.
«C’è stato anche un tempo in cui hanno provato a farle diventare un vero supporto hi-fi, c’erano delle piastre incredibili, ma siamo comunque lontani anni luce da quello che la gente comune aveva effettivamente in casa. Lontanissimi dalla radio gialla dall’estetica presa in prestito a Bumblebee che donna Giuliana usava per tenermi buono da bambino. Comunque ti giuro, sono ancora troppo affascinato dal movimento del nastro e davvero non saprei dirti il perché».

Il Walkman è appoggiato lì in mezzo, sul bracciolo.
Con il dito seguo il giro ipnotico delle rotelle dietro la piccola finestra trasparente.

Senza accorgermene la punta del mio dito sfiora la mano che è appoggiata proprio lì, a un millimetro dalla mia.

Nelle orecchie il buon 22 ci sta dicendo che ♫ ho trovato un po’ più di me nel frattempo, non che il quadro adesso sia tutto al completo. È un po’ presto per tirare somme, almeno so che quadri appender, che tappeto ♫ e mi metto a seguirla a memoria con un lipsync perfetto e degno di una vecchia in prima fila al rosario delle diciotto, degno di chi si è completamente innamorato di una canzone che sembra essere stata scritta apposta per lui già dal primo ascolto.
Le note scorrono, noi restiamo in silenzio.
Cerco di coprire quel momento parlando ancora, anche se so che davvero non dovrei farlo, e me ne esco con una bella stronzata così tanto da nerd da meritare schiaffi.
«Bello come questo pezzo abbia quasi la stessa struttura armonica e le stesse vibrazioni di Tenerife Sea di Ed Sheeran, anche se alla fine è tutta un’altra cosa… Sì, sono un caso disperato, non te ne frega un cazzo, scusami! Fai finta di niente.»

Ma la mia mano non si è mossa.
Sento il calore della pelle sotto le mie dita.

Non so cosa sto facendo.

Comincio a tracciare delle lettere invisibili sul dorso di quella mano.
Scrivo delle parole, lentamente.

E se ne sta lì a fissare il vuoto, con la testa appoggiata al sedile, cercando di decifrare quel movimento.
Poi fa un’espressione bellissima.
Una delle cose più calde e luminose che abbia mai visto in vita mia.

Mi prende la mano.
La gira con delicatezza, lasciando il mio palmo scoperto verso l’alto.
E mi risponde nello stesso modo, scrivendo con il dito sulla mia pelle.

Chiudo gli occhi per non barare, per sentire solo il tratto.
Quando li riapro, i nostri sguardi si incrociano.
Rimaniamo così, non saprei dire per quanto tempo, a fissarci senza sapere bene cosa dire, come fossimo sospesi in aria.

CLACK.

Lo stop della cassetta scatta all’improvviso.
Torniamo sulla terra.
Usiamo entrambi quel rumore come scusa per staccare gli occhi e guardare in basso, verso il lettore che ha finito il nastro a sua disposizione.

Ci guardiamo di nuovo e scoppiamo a ridere, come se tutto fosse passato, come se la cosa ce la fossimo solo immaginata e non sia mai successa davvero.

«Troppo sbatti queste cassette, comunque» mi dice, scuotendo la testa con un sorriso leggero.

«Hai perfettamente ragione…» rispondo mentre cambio il lato. «Ma scordati di sentirmelo dire ad alta voce!»

episodio VI: se viene a piovere… vienimi a prendere.

La mia testa esplode, come un’onda che si muove
E non ho più la ragione, cambierò navigazione
Alle volte penso che tu con me non hai niente a che fare
Forse solo perché siamo gente di mare
Denti d’oro da pirata, ma ho l’aria raffinata
È una caccia al tesoro se trovo chi mi ama
Io non vedo terra, so che arriverò
Ho il cuore nel forziere, ma c’è su una ragnatela
Il vento issa le vele sotto questa luna piena
Nel tuo portavalori c’è qualcosa che non c’era
Ti ho lasciato un regalo, sorpresa.


Il Ponte del Vecchio Corvo.

Il viaggio verso il nord procede molto lentamente, cullato dalla presenza invadente di questa pineta antica che sembra quasi volersi inghiottire tutto il sentiero un boccone alla volta.
L’aria è davvero molto diversa rispetto a quella che si respira all’interno delle mura di Welderos, profuma di resina bagnata, di terra fredda, e di quella sottile umidità montana che ti si infila sotto la guallera come fosse una Calvin Klein che doveva restare ancora un po’ ad asciugare prima di venire indossata.
Sul retro del carro, ammassati tra sacchi e casse in vario assortimento, Violet, Joran, e Toradol stanno ancora pagando il dazio delle troppe serate storte vissute recentemente, ridotti a tre corpi inerti che sussultano a ogni buca del selciato sconnesso —cresimando il giusto di tanto in tanto.—

Davanti, sulla cassetta di legno grezzo, io e Durias stiamo cercando di ammazzare un po’ il tempo. Stringiamo le spalle contro il vento freddo che scende dai picchi e canticchiamo sottovoce una nostra ballata scritta a quattro mani durante una delle nostre serate più moleste.
Il nano mantiene salda la sua presa sulle redini con le sue dita tozze e spesse, io mi appoggio allo schienale con la mia solita flemma estetica, lasciando che le note si disperdano tra le fronde.
C’è un attimo, giusto un istante, in cui i nostri sguardi si incrociano… un sorriso complice, un cenno silenzioso, una di quelle sfumature di pura bromance che non hanno bisogno di parole per esistere —e che nemmeno dovrebbero mai esistere, se dipendesse dal mio gufo… ma tant’è!—
Poi, le parole ci muoiono improvvisamente sulle labbra.
Smettiamo di cantare.
Ci siamo.

La terra battuta si interrompe bruscamente davanti a una spaccatura della montagna, un taglio netto nella pietra viva che scende a picco nel vuoto.
A unire le due estremità di roccia se ne sta un antico ponte, una struttura massiccia che trasuda un’aria che già becca molto, molto male… tipo malissimo.
È fatto di pietra scura e travi di legno annerite dal tempo e dalle intemperie, tormentate da un gelo ostile che sembra venire dritto dalle viscere della terra.
A guardia del passaggio, immobili come spettri, svettano due statue monumentali di corvi dalle ali ripiegate.
Il tempo e l’incuria hanno spezzato i loro becchi, disegnando profonde crepe lungo la pietra grigia, come fossero ferite aperte e pronte a sanguinare nuovamente da un momento all’altro.

«Questo posto mi sembra di conoscerlo…» sussurra Joran, sbadigliando come uno studente alla prima ora —dopo averne girata una— e sporgendo il naso dal retro del carro. «È il Ponte del Vecchio Corvo! Dicono che porti un’estrema sfortuna attraversarlo dopo il tramonto.»

Mancano ancora diverse ore al crepuscolo, quindi fotte!
E poi, in tutta sincerità, la sfiga mi sembra il problema minore qui.

Al centro esatto del ponte, inginocchiata sulla nuda roccia bagnata, se ne sta una figura.
Un vecchio avvolto in stracci grigi e logori, talmente immobile che per un attimo potresti scambiarlo per un terzo corvo di pietra.
Poi, con una monotonia ipnotica, quasi alienante, solleva un bastone di legno nodoso e inizia a batterlo sul selciato. 

—Toc. Toc. Toc.—

Il suono si propaga nella gola rocciosa, regolare come il battito di un cuore malato.
Tutto intorno a lui, sulla pavimentazione scura, notiamo delle strane linee rossastre, tracciate intenzionalmente a formare una qualche geometria arcana.
Non promette bene.

Durias tira le redini, bloccando i cavalli con un «Whoa, ragazze, whoa!» poi stringe gli occhi per mettere bene a fuoco la scena.
Io rimango immobile sulla cassetta, cercando il pensiero di Manigoldo senza spostare il mio sguardo di un solo millimetro.

«Ma che cazzo sta facendo quel vecchio??» 

«Fanno così da queste parti!» mi risponde all’istante la voce del gufo all’interno della capoccia. «Saltuariamente… si mettono giù con i loro attrezzi per cacare e li sbattono ritmicamente per terra. Sono convinti che questa pratica favorisca una evacuazione molto più soddisfacente, tipo una vera experience. Dovresti provare.»

«Saltuariamente?» gli faccio eco quasi subito, trattenendo a fatica un sorriso.

«Io ti ho appena raccontato di una usanza peculiare dei paesanotti del posto e tu ti soffermi solo su saltuariamente. Sei una cosa brutta!» Manigoldo ruota la testa, fissandomi con un fare offeso.

«Eh, sai come sono fatto. Però ti giuro che è una cosa bella… ho un taccuino dove ci tengo annotati tutti i tuoi termini tecnici e tutte le tue frasi ad effetto.»

«Ti prego, dimmi che è vero!» dice Manigoldo, e stavolta la sua voce telepatica suona parecchio divertita, quasi lusingata dalla mia presunta ossessione per le sue parole.

«No dai, non ce ne è bisogno» lo liquido, tornando serio mentre il bastone del vecchio continua a picchiare sulla pietra. «Ad ogni modo, che si fa? Aspettiamo che abbia finito di cacare o interrompiamo questo rituale insolito?»

«Fischiamolo giù dal ponte e tanti cari saluti.»

«Hahahahaha, coglione!»

Durias non aspetta la fine dei miei deliri mentali.
Si sporge dalla cassetta, porta una mano alla bocca, poi urla con quanto fiato ha in gola: «Vecchio! Ci sono problemi? Dobbiamo passare!».

Nessuna risposta.
Il vecchio non si muove, è del tutto assorbito dal suo macabro rituale, mentre le geometrie rosse ai suoi piedi sembrano quasi cominciare a brillare.
Decido che può anche bastare.
Balzo giù dalla cassetta e inizio ad avanzare sul ponte, mantenendo il mio alto standard di eleganza senza fine —manco fossi Thranduil in sella al suo cervo gigante— e con l’arco lungo già bello caldo caldo.

Mi avvicino, passo dopo passo, finché non sono a un niente da lui.

Gli poso una mano sulla spalla.

Il vecchio interrompe il battito di colpo.

Il silenzio che segue è così assordante che puoi sentire il rumore delle gocce di nebbia che si infrangono sulla pietra.

Si alza di scatto, con una fluidità innaturale che non appartiene mai al corpo di un uomo della sua età, e si volta verso di me.
Il suo volto è una maschera vitrea, svuotata di ogni briciolo di umanità, dominata da due occhi completamente bianchi.
Niente iride, niente pupille.
Solo un vuoto lattiginoso che riflette il grigio del cielo.

«Gurrok ti ringrazia per il Sacrificio»

La voce non viene dalla sua gola.
Sembra un sussurro strisciante che scivola fuori direttamente dalle crepe del ponte.

Nello stesso istante, un terribile grido di battaglia squarcia il silenzio del bosco.
Gli alberi oltre il ponte sembrano muoversi, vomitandoci addosso una massa di pelleverde inferociti che scattano verso di noi con le armi spianate.

C’è da buttare mazzate!

Il massacro del ponte.

La nostra reazione è immediata, una frazione di secondo in cui il caos si trasforma in una macchina da guerra perfetta, coordinata e spietata.
Zero panico, zero esitazioni.
I dadi sul tavolo finalmente girano con la stessa grazia ritmica di un album dei Knuckle Puck sparato in cuffia a tutto volume.

Sollevo l’arco lungo, assecondando il respiro.
Incocco, prendo per bene la mira, e scaglio due frecce in rapida successione.
Il bersaglio è l’orco rimasto più indietro nelle retrovie.
Quel pelleverde non stringe armi in mano, un dettaglio decisamente sospetto che puzza di incantatore lontano mille miglia —e i caster, in qualsiasi scontro che si rispetti, devono sempre andare giù per primi.—
Le frecce solcano l’aria e si conficcano in pieno nel suo petto, facendolo barcollare con un grugnito strozzato.

«Blastalo, Ryoga! Blastalo male!» gracchia Manigoldo nella mia testa, visibilmente eccitato all’idea di una nuova carneficina.

Dalle retrovie del carro fa la sua comparsa Joran.
Attingendo direttamente al suo legame selvaggio con la natura incontaminata, casta una devastante Crescita di Spine.
L’incantesimo esplode sul terreno oltre il ponte, trasformando la pietra nuda in un groviglio infernale di rovi neri, fitti e taglienti come lame.
Un istante dopo, con un potente ruggito che fa tremare ogni cosa, il suo aspetto cambia.
La forma di un Lupo Crudele immenso balza in avanti, andando a occupare l’intera larghezza della carreggiata per sbarrare la strada.

Violet scatta sulla cassetta di legno proprio vicino a Durias.
Impugna il suo nuovo giavellotto e lo scaglia con tutta la forza che ha in corpo.
Sul tavolo rotola un colpo critico clamoroso.
L’arma centra in pieno il collo di uno degli orchi più vicini.
Il pelleverde incassa l’impatto con una resilienza assurda, restando incredibilmente in piedi, ma un secondo dopo commette l’errore fatale di fare dei passi in avanti tra i rovi magici di Joran.
Le spine lo agganciano, lo dilaniano a ogni minimo movimento, riducendolo a un ammasso di carne macellata che sanguina a morte sul selciato.

Arriva il momento di Durias.
Inizia a tempestare i nemici di insulti in nanico antico, mescolando alle sue colorite invettive alcune frequenze di pura magia arcana.
Due orchi vengono colti in pieno dalla Risata Incontenibile di Tasha.
Cadono a terra tra i rovi, incuranti delle spine, piegati in due da spasmi incontrollabili, mentre le loro risate rauche rimbombano nella gola della montagna

L’ultimo orco rimasto indenne, terrorizzato dalla fine del compagno sminuzzato dalle piante e dalla follia dei due che ridono istericamente nella lotamma, decide di piantare i piedi a terra.
Tenta un lancio velleitario, un po’ da maricone, con un giavellotto rugginoso che lo sa solo Sehanine da quale anfratto della sua armatura se l’è tirato fuori.
Il tiro è debole, privo di convinzione, e finisce dritto a fare compagnia ai due corvi di pietra.

Io continuo a frecciare come se non ci fosse un domani, bersagliando senza sosta il misterioso orco nelle retrovie con l’arco lungo, piantandogli un’altra freccia dritto nella spalla.
Violet segue il mio esempio.
Con un richiamo mentale e un gesto secco del polso, evoca il giavellotto che vola indietro direttamente nella sua mano.
Prende di nuovo la mira e lo scaglia.
La traiettoria è millimetrica, chirurgica.
L’arma si conficca dritta nella testa del boss dei pelleverde.
L’orco crolla a terra come un sacco di patate, morto prima ancora di toccare il suolo, e il giavellotto vola magicamente indietro per la seconda volta, pronto all’uso nel pugno della nostra guerriera —che ora ci sta prendendo gusto a fare anche un po’ la maga.—

Durias poi tira fuori il suo tamburo da guerra e casta Sussurri Dissennati.
Le vibrazioni mistiche colpiscono la mente dell’unico orco superstite ancora cosciente, costringendolo a voltarsi e a fuggire a gambe levate verso il fitto del bosco, mentre il sangue gli cola vistosamente dalle orecchie per via della pressione psichica intollerabile.

Lo scontro si conclude così, nel giro di pochissimi istanti.
Una vittoria schiacciante, pulita, quasi illegale.
—Dietro il suo imponente schermo, il Dungeon Master ha l’aria parecchio perplessa.—

Pìcula ad caval.

Terminato il massacro sul ponte, il vecchio straccione si accascia pesantemente al suolo.
Durias si precipita su di lui e tenta di stabilizzarlo al volo con una parola di cura, ma l’energia arcana scivola via sulla pelle fredda senza alcun effetto.
L’uomo è già morto, svuotato della sua stessa forza vitale come un guscio vuoto consumato dall’interno.
Non appena esala l’ultimo respiro, i misteriosi simboli rossi tracciati sulla pavimentazione svaniscono nel nulla, riassorbiti dalla pietra scura del ponte manco fossero evaporati.

Oltrepassiamo la struttura per ispezionare i corpi dei pelleverde rimasti a terra.
Arriviamo fino al caster nelle retrovie, che giace immobile sull’erba bagnata —trasformato in un portaspilli da una selva di frecce piantate un po’ ovunque.—
Sul suo petto spicca un pendaglio d’argento che cattura subito la mia attenzione.
Raffigura lo stesso identico Occhio Stilizzato che continuiamo ad incontrare dall’inizio della nostra avventura.

Dalle sue tasche lerce recuperiamo una borsa di cuoio contenente venticinque monete d’oro, due pugnali di scarsa fattura e, cosa ben più importante, una lettera sigillata con della ceralacca nera.
Lascio a Manigoldo il compito di rompere quel sigillo con una beccata delle sue, dopodiché leggo ad alta voce il contenuto del messaggio per tutta la crew.

“Gurrok riceverà il pagamento alla luna nuova. Continua a sacrificare i mercanti, l’ombra ha fame.”

Ci guardiamo negli occhi, rimontiamo sul carro in silenzio, e ripartiamo verso nord.

Dopo circa mezz’ora di viaggio, la foresta ci sbatte in faccia la cruda e sanguinosa realtà di quella lettera.
Sul ciglio della strada giace un carro completamente sventrato, circondato dai corpi esanimi dei cavalli da tiro e dai cadaveri straziati dei mercanti.
Joran esplora i dintorni con le antenne alzate.
Trova un rampino da abbordaggio tra i cespugli e diverse frecce orchesche piantate nei tronchi, segno evidente che i poveri cristi hanno provato a difendersi fino all’ultimo respiro.
Ispezionando i resti di una cassa di legno spaccata all’interno del carro scassato, individuo un simbolo familiare marchiato a fuoco sul legno.
Lo scudo blu su sfondo verde della Casata Hallowell.
Lo stacco e lo infilo nello zaino come prova.
Gli orchi di Gurrok stanno intercettando e depredando i carri dei loro stessi alleati.

A quel punto, decidiamo che il carro non può più proseguire sulla via principale.
Occultiamo il mezzo tra le fronde, per poi bloccarci nel classico loop decisionale da gioco di ruolo.

E i cavalli?

Toradol, ovviamente, propone di macellarli seduta stante per poterci gustare una bella pìcula ad caval selvaggia con tanto di peperonazzi.
Durias, in preda a un delirio tattico, suggerisce invece di usarli come esca kamikaze da lanciare al galoppo contro l’ingresso della grotta per stanare le sentinelle.
Alla fine, tra lo sfinimento generale e i mormorii del Master che picchietta le dita sul tavolo, provo a lanciare la soluzione definitiva.
«Ragazzi, prendiamo su i due equini e muoviamoli in modalità stealth insieme a noi all’interno della boscaglia.»

—Lo dico pur sapendo benissimo che, nella storia di Dungeons & Dragons, una stronzata del genere non ha mai funzionato e mai funzionerà. Immaginati la scena. Due mostri da tiro da sei quintali l’uno che provano a fare un tiro di furtività, camminando in punta di zoccoli tra i rami secchi e le foglie morte senza far rumore. No Fucking Way!—

Tocca a Joran risolvere la situa.
Sbuffando, il druido si avvicina ai due ronzini e spende un tiro di Addestrare Animali per sussurrare qualcosa nelle loro orecchie, convincendoli miracolosamente a restare immobili e muti come pesci dentro un fitto cespuglio di qualche pianta dimenticata dagli dei.

Possiamo finalmente muoverci a piedi verso il covo di Gurrok.

Match Point tra le fronde.

Riprendiamo la marcia all’interno della boscaglia tenendo gli occhi ben aperti.
Dopo qualche minuto di cammino, notiamo una sottile colonna di fumo grigio che si leva pigramente tra le fronde della foresta, sulla nostra sinistra.
Mando subito Manigoldo a fare un giro per una ricognizione aerea.
Il gufo torna dopo quaranta di minuti abbondanti e con un report perfetto dei paraggi.
Ci dice che poco più avanti c’è l’imboccatura principale di una grotta e che ci sono diversi orchi che pattugliano la zona con le armi in pugno.

Ci addentriamo ancora di più nel fitto della vegetazione per prenderli di sorpresa.
Ci sono tracce fresche di stivali praticamente ovunque, insieme alle impronte pesanti di un lupo di dimensioni decisamente insolite per posti come questi.

L’imboscata scatta all’improvviso, annunciata dal suono di una freccia che manca il naso di Violet per un soffio.

Dalla penombra dei rami balza fuori la belva enorme che avevamo tracciato.
È un lupo gigante che punta dritto al nostro fianco scoperto con le fauci spalancate.
Violet tenta un affondo fulmineo con la spada, ma il colpo rimbalza sulla pelliccia spessa e coriacea del cagnaccio.
Nello stesso momento, un orco berserker sbuca dal nulla urlando come un pazzo, fiondandosi dritto contro la nostra guerriera per caricarla a testa bassa con un’ascia bipenne.

Mentre i miei compagni danno il via alle danze, rimango un passo indietro a studiare il campo.
Sento il sibilo di un paio di frecce che tagliano l’aria, ma niente… proprio non riesco a capire la traiettoria precisa.
Esito un attimo di troppo, stringendo lo sguardo tra le fronde per capire da dove cazzo stiano sparando.

«Ryoghino testa che gira, tra un Don Papa ed una ciabattina…» fa in tempo a gracchiare quel coglione di Manigoldo, prendendomi palesemente per il culo per la mia scarsa reattività.

Un millesimo di secondo dopo, una freccia nemica lacera la penombra e gli passa a un niente dal becco, spettinandogli le piume prima di andarsi a piantare nel tronco proprio dietro di noi.

Seguo con gli occhi la linea d’aria della freccia e finalmente li vedo.
Due stronzi nascosti tra i rami più alti della pineta.
Due cecchini pronti a infilarci come spiedi se non faccio qualcosa —e anche alla svelta.—

«Ti sembra il caso??» gli ringhio mentalmente, sfruttando la scossa di adrenalina per incoccare di reazione.

«Che brutto carattere! Vediamo di incularci questi due arcieri, prima che si metta male!» risponde il piumato, recuperando all’istante la concentrazione dei giorni migliori.

Non ho nessuna intenzione di fare il bersaglio mentre quelli hanno il vantaggio dell’altezza.
Recupero un po’ di magia e casto una fitta nube di nebbia.
Scompariamo all’istante all’interno di una bolla bianca e densa, azzerando completamente le loro linee di tiro e costringendoli a sprecare munizioni alla cieca.

Grazie alla mia nebbia, io ci vedo benissimo, mentre per loro là dentro è il buio totale.
—Sia messo agli atti che, da manuale di Quinta Edizione, l’incantesimo avrebbe dovuto accecare pure me, ma ringraziamo sentitamente il Master Dan che non se n’è accorto, regalandomi la giocata della vita.—
Inizio a tirare frecce direttamente dall’interno della mia protezione, sfruttando la visuale pulita per bersagliare i cecchini.
La prima vola dritta verso l’alto e centra in pieno l’arciere rimasto sul ramo, facendolo cadere rovinosamente al suolo.

Nel frattempo, fuori dal raggio della nuvola, Joran risponde alla ferocia della belva nemica prendendo le sue stesse sembianze.
Si lancia nella mischia in uno scontro fratricida, azzannando alla gola il lupo degli avversari e abbattendolo dopo un brutale corpo a corpo nel fango.

Il berserker tenta un ultimo e disperato assalto, scaricando una serie di fendenti rabbiosi contro Violet.
La nostra guerriera incassa un paio di colpi d’ascia sulla schiena senza subire un solo graffio, ringraziando mastro Kormac per l’efficienza della sua nuova corazza pesante.
Poi lo trafigge dritto al petto con la spada, ponendo fine alla sua furia.

L’ultimo arciere rimasto a terra, vistosi improvvisamente solo, getta l’arco e prova a scappare via verso il fitto della pineta.
Deve morire anche lui, non ci sono cazzi.
Una mia freccia lo rallenta colpendolo alla gamba, mentre il giavellotto magico di Violet lo trafigge dritto alla nuca con un rumore sordo.

—Ave atque vale, oppure ‘moccachitemmuort se preferite!—

Sui cadaveri lerci dei pelleverde, oltre al solito simbolo che ha già quasi rotto le palle, recuperiamo pure una preziosa ampolla di vetro contenente una pozione di cura.

Joran la afferra, la guarda con un filo di diffidenza, poi si gira verso di me.
«Ryoga, sei sicuro che sia roba buona? Non è che questi selvaggi ci hanno sputato dentro qualche veleno?»

Prendo l’ampolla tra le dita per esaminarla sotto la luce fioca che filtra tra i rami.
Pulisco il vetro dal fango e noto delle scritte minuscole, incise appena appena sotto l’imboccatura di questo succhino davvero speciale.
Un fottuto concorso a premi magico.
C’è scritto letteralmente: “Prova a incontrare Alcaraz”.

Sgancio il tappo di sughero per ispezionare il contenuto.
Un forte e dolcissimo profumo di fragola chimica mi investe all’istante le narici.
Protein Blast.
Sorrido, passo la bottiglia al druido, e gli faccio l’occhiolino.
«Vai tra, Joran… questa è buona in culo!»

Il druido la manda giù tutta d’un fiato, unendoci un paio di incantesimi divini per rimarginare le ferite profonde subite durante lo scontro.

Mi so difendere, non ho niente da perdere…

Riprendiamo la salita lungo il sentiero bagnato seguendo il pennacchio di fumo.
Man mano che saliamo di quota la vegetazione si fa sempre più rada e debole.
Lascia spazio a una pietraia desolata, grigia, dove l’aria diventa decisamente più pungente.
Mando Manigoldo a fare un’ultima perlustrazione ravvicinata sperando che non mi mandi in culo.
Il piumato scova un ingresso secondario della grotta, parzialmente occultato da massi franati, e sorvegliato da una singola sentinella orca che sonnecchia sul posto.

«Non se ne accorgerà neanche, promesso!»

Un passo avanti.
Arco teso.
Respiro trattenuto.

Come un lampo che scheggia il vento freddo, la mia freccia centra l’orco dritto alla gola, trapassandola da parte a parte.
Il pelleverde si accascia senza riuscire a emettere un solo gemito di allarme.

«Godo, godo tantissimo!» sghignazza Manigoldo, con gli occhi che brillano di una soddisfazione quasi feroce davanti a questa scena.

Ora siamo qui, fermi davanti a una spaccatura nella roccia che sprofonda nel buio.
L’oscurità là dentro è totale.
Violet sta già armeggiando con l’acciarino per accendere una torcia, conscia che i suoi limiti umani non le permettono di vedere al di là del suo naso.

Daje!

Prima di entrare, mi fermo un secondo e sollevo lo sguardo verso il cielo.
Le nuvole sopra i picchi rocciosi sono nere, enormi, cariche di un temporale imminente che minaccia di spazzare via l’intera foresta.
Sulla mia spalla, Manigoldo si stringe contro il mio collo per cercare riparo dalle raffiche gelide.
Rimane immobile, fissando lo stesso punto vuoto nel cielo grigio.

«Se viene a piovere?» mi sussurra il gufo nella mente.

«Vienimi a prendere» gli rispondo con un sorriso, sfiorandogli appena le piume della testa con la punta delle dita.

Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

WONDERWALL.

Ma fatemi capire, quante altre canzoni avete intenzione di portarvi via?
Così, per sapere…

La puta madre que los parió!


«no, dai…»

Non si può iniziare una storia così, e nemmeno posso tirare una cannonata del genere senza prima aver apparecchiato per benino.
Facciamo come se e arriviamoci con calma… ti va?


Hello there!
Parliamo un po’ di musica.
—You don’t say?—

C’è un momento preciso in cui ti guardi intorno e capisci che le cose sono cambiate.
Non è un momento triste, è solo… boh, lucido?

In questa stanza ci sono troppi strumenti musicali.
Troppi, dico sul serio.
Li guardo e vedo più di vent’anni di palchi, di viaggi, di corde spezzate, di macchine e furgoni caricati a bestemmie e risate, di cattivissime abitudini, di ricordi indelebili, e di emozioni incredibili.

Ho sempre detto che uno strumento che non viene suonato muore, e che le chitarre appese ai muri come fossero dei trofei di caccia sono uno dei peggiori insulti alla musica stessa.
Ciò non di meno, le mie sono lì, ferme da una vita.
Mute.

I miei giorni da musicista militante sono ormai alle spalle, e ti giuro che va bene così.
Non avrei più la voglia e la forza di imbastire nuovi progetti, di scarrozzare quintali di attrezzatura per suonare davanti a tre troie e due cavalli, o di incastrare i drammi di una band tra il lavoro e la vita di tutti i giorni.
La musica è stata, è, e sarà sempre tutto per me, sia chiaro…
ma ha semplicemente cambiato forma, mettendosi degli abiti diversi, più semplici.

Oggi per me la musica ha l’aspetto di ogni mio stato d’animo.
Come ascoltatore ha i colori e le sfumature della quasi totalità dello spettro visibile.
Come musicista ha il profumo della provincia di Piacenza, delle pareti imperfette di una sala prove decisamente DIY, e, soprattutto, ha il ritmo di Mester.
Suoniamo insieme da diciannove anni e la verità, nella sua forma più trasparente e un po’ romantica se vuoi, è che continuo a farlo perché sono profondamente innamorato dell’alchimia che ci unisce.
Ritrovarsi in quella stanza è una cosa che mi fa stare bene come poche altre al mondo.
Suoniamo per noi, per il gusto antico e nobile di farlo.

Per questo “microcosmo” così perfetto, non serve un arsenale.

Basta l’essenziale.

Quindi ho preso una decisione.
Faccio spazio.
Lascio andare il passato per godermi il presente.
Vendere un po’ di corde e tasti significa dare loro una seconda vita nelle mani di qualcun altro che, forse, ci scriverà nuove storie.
Un atto di rispetto verso gli strumenti stessi.

Ridisegno il mio parco intorno a tre soli punti fermi.

Il primo è la mia Fender Stratocaster American Standard del duemiladodici.
Ha visto troppe cose insieme a me per essere anche solo sfiorata dall’idea di una vendita.
È la mia casa, il luogo in cui le mie mani sanno esattamente dove andare senza aver bisogno di pensare.
Una rinfrescata di liuteria e un nuovo cuore pulsante —un loaded pickguard HSS di Radioshop— la renderanno de-fi-ni-ti-va!

Il secondo sarà un Precision Bass nato dal Fender Mod Shop.
Elegante, semplice, e cucito su misura.
«Perché in studio un Precision è tutto ciò che serve!»

E infine, la mia primissima chitarra elettrica, con me dal lontano duemilatrè.
Una —pessima— copia riuscita malissimo di una strat che non ha nessun valore per il mercato, ma che rappresenta e racchiude l’inizio di tutto.
Le regalerò una seconda giovinezza trasformandola in una tela d’arte.
Sto pensando tipo a scene aerografate e prese in prestito da Orange RoadRanma 1/2, One PieceFullmetal Alchemist e Attack on Titan.
Sarà il mio muletto, un backup serve sempre, ma soprattutto il manifesto visivo di quanto cazzo non ho nessuna intenzione di smettere di essere così tanto nerd.
Un ponte perfetto tra quello che ero e quello che sono oggi.

E niente, stasera sono rimasto qui a progettare mentalmente il tutto.
Hai già capito, non è vero?
L’ho fatto ascoltando una playlist degna del peggior brunello, facendomi un bel viaggio e seguendo un senso logico che non riuscirei a spiegarti nemmeno se volessi farlo davvero —e, per la cronaca, non voglio!—
Sono partito da Calvairate con Dasein Sollen, sono passato per Genova ed ho omaggiato quasi tutta la Wild Bandana con l’ascolto dei loro primi lavori, per poi volare fino a Montréal perché Harder Than It Looks può farti tornare tempo zero un po’ di frangia ed acne, ed infine atterrare a Manchester con (What’s the Story) Morning Glory?

«Gli Oasis? Fai sul serio?»
«Cazzo ne so, starò ancora respirando le vibes del campionato del mondo…»

Ma fatemi capire, quante altre canzoni avete intenzione di portarvi via?
Così, per sapere…

La puta madre que los parió!

Solo oggi ho dato un senso a una canzone consegnata all’umanità esattamente trent’anni, otto mesi e ventuno giorni fa.

È sempre stata lì.
Nemmeno ti saprei dire da quanto.
L’ho sempre cantata a squarciagola fin da quando ero bambino, ogni volta che ci inciampavo dentro.
Un inno generazionale, uno dei brani più conosciuti nella storia della musica, eppure solo oggi mi sembra di averla ascoltata davvero per la prima volta.

È una sensazione strana.
Un pezzo che credevi di conoscere a memoria, giusto?
Solo per poi accorgerti che stava aspettando il momento giusto della tua vita per rivelarti il suo vero significato.
Come se il testo avesse pazientemente atteso nell’ombra, facendoti dimenticare —per quanto si possano dimenticare— tutte le sue parole in un angolo della tua mente, mutando forma per adattarsi esattamente alla tua storia attuale.
Rob da màt!

Sto parlando di Wonderwall degli Oasis.
Il pezzo con il quale Noel ci aveva presi tutti quanti per il culo, raccontando alla stampa che il brano era stato scritto per la sua sciacquetta dell’epoca.
Solo dopo un divorzio si è finalmente aperto.
Guess what?
Il guaglione ci ha mentito solo perché non sapeva come giustificare una canzone così intima senza sembrare eccessivamente over-sensitive come la versione uno punto zero del proprietario di queste pagine.

Non è mai stata una canzone romantica, manco per il cazzo, era più un concetto universale.
Lui stesso l’ha definita come un pezzo dedicato a un amico immaginario.

Quella sensazione di vulnerabilità e isolamento che provi quando stai per crollare.

Quel desiderio profondo di essere salvati da qualcuno in grado di proteggerti dal mondo esterno.

I don’t believe that anybody feels the way I do about you now

And all the roads we have to walk are winding
And all the lights that lead us there are blinding
There are many things that I would like to say to you
But I don’t know how

Because maybe
You’re gonna be the one that saves me
And after all
You’re my wonderwall

Suona piuttosto familiare, vero?
Per me fin troppo…
Già la prima frase ha proprio lo stesso sapore del mio «nemmeno sua madre ne è così tanto innamorata!» e non sai quanto ci ho riso sopra quando durante un discorso mi è uscita questa frase senza che davvero la volessi dire ad alta voce.
Ma tant’è.

Non ho nessuna intenzione di commettere lo stesso errore —se così lo si può chiamare— di Noel.
Non sto pensando ad una ipotetica sciacquetta dalla quale dovrei poi divorziare dopo qualche anno passato insieme.
E tantomeno voglio dedicare queste parole ad un mio amico immaginario.
Di immaginario c’è molto poco, e poi non sono sicuro che userei il termine amico —proibito dall’Ottobre del 2019— per una situazione come questa, a prescindere da cosa ho oggi e da cosa ho chiesto a quella ultima Marlboro capovolta nel pacchetto un po’ di tempo fa.

Qui non c’è nessuna finzione romantica da proteggere.
Anzi.

C’è solo un sentimento, al quale non ho mai dato un nome, per due “coglioni di proporzioni cosmiche” (cit.)
Due persone completamente diverse —ma anche no—che sono riuscite a prendersi il cuore del tuo lattaio preferito senza dover fare il minimo sforzo.

È affetto puro, quasi devozionale, per l’anima di qualcuno.

Il mio wonderwall.

A prescindere dall’essere ricambiato.

La loro sola esistenza nel mondo è capace di salvarmi dai miei stessi pensieri almeno per un po’.
Mi tiene agganciato a ciò che resta della parte migliore di me, anche se non lo sanno, e va bene così.

Wonderwall degli Oasis.

Pure questa.

Che schifo.

‘mocc.

Your Favorite Milk Delivery Boy.

poteva essere fatta meglio?

Hello there, long time no see.

Scusami se ti ho fatto aspettare così tanto, ma di voglia di scrivere non ne ho avuta poi così tanta ultimamente.
Di solito mettere giù un paio di righe ha sempre fatto la sua parte, ma a questo giro ho preferito restare in silenzio e cercare di disegnare una rotta alternativa per rimettere un po’ di cose al loro posto.

Poi oggi pomeriggio, durante una pausa nicotina tra un lavoro da lattaio e un altro, eccomi seduto su un gradino di un ex negozio di piastrelle.
Sto guardando un’immagine, ci sono letteralmente intrappolato dentro.

Ho preparato una bella stronzata per una persona a cui tengo davvero tantissimo, ti giuro non sai quanto.
Un’altra di quelle occasioni in cui vorresti davvero tanto avere qualcuno al tuo fianco disposto a dirti «lascia perdere, non lo fare».
Dovrebbe essere pronta tra qualche giorno, ma ho comunque voglia di dare un’occhiata al suo progetto.
La prima cosa che mi viene in mente è «se qualcuno dovesse mai fare una cosa del genere per me, avrei sicuramente bisogno di un cardiologo, anche alla svelta» e ci rido su da solo per un po’.
Parliamo di una cazzata, no big deal, ma a guardarla, senza fermarsi alla superficie del pensiero, c’è una sola cosa che salta immediatamente all’occhio…

è stata fatta con amore.

Può sembrare una cosa abbastanza banale, lo capisco, ma fermati un secondo a pensarci su.

Di esempi potrei fartene quanti ne vuoi, mi basterebbe buttare un’occhiata a una storia scritta circa tre mesi fa, oppure mettere su un paio di cuffie e dare il play a un paio di pezzi.

Il primo se ne sta su un disco che ho co-prodotto, un momento in cui cercavo di convincere il tizio con in mano la chitarra che «va bene cercare di suonare tutte le parti nel miglior modo possibile, ma prova a riascoltare queste ultime take… sono senz’anima, sembrano suonate da un costrutto. Ora spegni il cervello e poi prova a suonarle come se stessi cercando di raccontarmi qualcosa di importante, suonale come se le stessi suonando per qualcuno di cui sei innamorato perso.»
Il risultato?
Il tizio ha cominciato a suonare per davvero e le parti hanno improvvisamente preso vita.
«Grazie mille Brun, tra tutte le cose io mi stavo concentrando sulle più inutili.»

Il secondo è una cover che ho registrato l’estate scorsa.
Ora, se un po’ mi conosci, sai molto bene che le mie capacità sono abbastanza limitate.
Non sono stato mai capace di scegliere il mio genere musicale preferito, mi sono sempre lasciato guidare dalla mia curiosità quasi morbosa, dalla mia storia, dai miei stati d’animo, dalle cose di cui avevo bisogno in un determinato momento.
Nella stessa maniera in cui non sono stato mai capace di scegliere il mio strumento, ne suono tanti e male, mi sono sempre lasciato guidare dall’espressività e dalla ricerca di un mio suono, di una mia voce, dando meno importanza alla tecnica in sé.
Ma ogni volta che metto su quel pezzo…
Poteva essere fatto meglio?
Certo che sì, si può sempre fare di meglio.
Ma al di là di questo, non posso far finta di non vedere quanto c’ero dentro completamente, quanto pur non sapendole cantare quelle parole le avevo davvero fatte mie, quanto il messaggio racchiuso in quelle note arriva forte e chiaro.

E non è un caso se «è solo una partita di calcetto…» è la mia storia preferita tra tutte quelle che ho scritto in tempi recenti.
Mai stato uno scrittore, nemmeno nei miei sogni più audaci.
Mi sento abbastanza al sicuro mentre sono protetto dallo stile con cui tengo in mano la penna, ma sono perfettamente a conoscenza dei difetti e delle lacune che mi porto dietro da sempre.
Ma ogni volta che rileggo quella storia…
Poteva essere fatta meglio?
Certo che sì, si può sempre fare di meglio.
Ma al di là di questo, non posso far finta di non vedere quanto c’ero dentro completamente, quanto ci ho spremuto ogni goccia di sangue che avevo a disposizione, quanto il messaggio racchiuso in quelle parole arriva forte e chiaro.

Vorrei chiudere, vorrei davvero cercare di dormire un po’.
Però se ti va, ascoltalo un consiglio non richiesto.

Quando stai per cominciare a fare qualcosa, soprattutto se per te è davvero importante, non dimenticarti di questo ingrediente fondamentale.

Fa davvero la differenza, te lo posso giurare.

‘mocc.
Your Favorite Milk Delivery Boy.

MONTAGUES & CAPULETS.

Ci troviamo a Verona, nel lontano 1597.
Due famiglie, i Montecchi e i Capuleti, si odiano a morte.
In mezzo a questo caos di sangue e di mazzate per tutti, William Shakespeare decide di scrivere la storia d’amore più famosa, tragica, e strappalacrime di sempre.
Due giovani amanti, un destino segnato, un finale che conosciamo proprio tutti e fin troppo bene.
So far so good…

Fast-Forward fino al 1980.
Mark Knopfler prende quella stessa storia e la trasforma in Romeo and Juliet dei Dire Straits.
Capolavoro assoluto, una delle canzoni più belle tra tutte quelle scritte al di sotto della volta celeste dai tempi della sua creazione.
Un pezzo che ha fatto piangere e sognare tutta la generazione precedente alla mia.

Poi, però, siamo arrivati noi.
Prendi tutto questo e scaraventalo dentro un multiverso punk-rock.

In questa nostra versione battezzata Montagues and Capulets, Romeo è un venditore d’auto che ha suonato la batteria, mentre Giulietta è un valoroso e fiero lattaio che ha suonato il basso, la chitarra, e ha starnazzato dentro ad un microfono.
—Abbiate pazienza, nonostante la mia sconfinata passione per la ciaccarella, non potevo di certo lasciare a Mester il ruolo di Giulietta… Lui è troppo un esemplare alfa per starsene sul balcone!—

Suoniamo questo pezzo insieme da una vita, ma non ci siamo mai presi il tempo necessario per inciderne una versione con tutti i crismi del caso.
Almeno fino a questo momento.
Siamo cambiati tantissimo, sono cambiato tantissimo.
Non canterei più queste parole immortali con la stessa testa di diciannove anni fa, ho dovuto portarle nel mio presente per poterle rendere mie e per poterle indossare nuovamente.
Spero davvero tanto che ti piaccia.

La nostra cover è fuori ora.
Segui il link e alza il volume!
Bacchette.


«…anche più della musica?»

sì!

‘mocc.
your favorite milk delivery boy.


L’unica cosa positiva in tutta questa storia è che non mi ha scelto.

Lei subisce quasi tutti i giorni la mia presenza solo ed esclusivamente perché il fato ha voluto così.
Voleva starsene in un negozio a vendere libri, se ne sta in un negozio a caricare prodotti freschi su delle vetrine refrigerate.
Dice che sono il suo collega preferito, quindi o si tratta di sindrome di Stoccolma, oppure pensa a quanto cazzo deve schifare l’intera popolazione di Via Conciliazione angolo Via Calciati.
Spesso mi sento davvero in colpa per le cose che è costretta a subire, starmi vicino non è per niente facile.

L’unica cosa positiva in tutta questa storia è che non mi ha scelto.

Sono tipo le sette meno un quarto o giù di lì, siamo entrambi nella corsia due, lei sta affrontando il primo di una infinita serie di bancali di yogurt, io sto rifornendo la pasta fresca.

«Simooooooo!»

«Che c’è?»

«Devo chiederti una cosa, ti sembrerà un po’ strana, ma la tua risposta mi serve per una cosa che prima o poi vorrei scrivere. Oh, ma mi stai ascoltando??»

«Sì, sì, ti sto ascoltando! Fammi sta cazzo di domanda.»

«Ok, allora… Non siamo soli nell’universo, e tu sei l’unica persona venuta a contatto con una forma di vita proveniente da un altro pianeta. Ci siamo?»

«Ooook, ci sono.»

«Bravissima! Ti fa una domanda, vuole sapere da te quale sia la cosa più bella presente sulla terra, la cosa che ti fa sentire più viva, la cosa che proprio non può fare a meno di vedere. Cosa gli rispondi?»

«Posso pensarci almeno un secondo?»

«Eh no, è proprio questo il punto! Devi rispondere velocemente, altrimenti tutto questo non ha più nessun significato.»

Mi dà la sua risposta.
Io sorrido, la ringrazio, e torniamo a concentrarci sul puttanaio di roba che hanno mandato stamattina.
Passano pochi minuti, dopodiché mi fa:

«Tu invece?»

«Che cosa?» le rispondo con un mezzo sorriso, uno di quelli del tipo “ho capito benissimo la tua domanda, ma voglio gustarmi il momento”.

«Se lo chiedesse a te, cosa risponeresti?» dice lei, con quella faccia da furbetta che ormai è diventato il suo trademark.

Le rispondo con due parole, un nome e un cognome.

Ci pieghiamo in due dalle risate, anche perché era l’unica reazione possibile dopo aver tirato una cannonata del genere, poi lei cerca di darsi un tono e mi chiede:

«Anche più della musica?»

Ora, lasciamo un attimo da parte quella povera disgraziata e torniamo a noi, ti va?

Se ti aspetti di conoscere le nostre risposte, significa che non mi conosci davvero.
La lealtà è uno dei pochi tra i miei pregi che mi riconosco, non avrebbe senso, e non voglio condizionarti.
Tanto da accontentarti almeno un minimo, e per toglierti qualche dubbio: non una relazione passata, non una fan di Shiva, e nemmeno la signorina che mi ha scamazzato da aprile ad agosto dell’anno scorso.
Siamo proprio da un’altra parte.

Anche più della musica?
Non ha senso rispondere.
Parliamo di una cosa per me troppo grande, è il primo ricordo che ho da quando esisto, e non c’è stato un singolo momento in tutta la mia vita in cui non l’ho messa al primo posto.
Sempre.
Per sempre.

Comunque, per come la vedo io sulla prima risposta, mi torna in mente un vecchio spot.
Una sciacquetta se ne sta sdraiata su di un morbido lettino nero dalle linee moderne, ed il suo terapista se ne esce con una cosa del tipo: «Tell me the first thing that comes through your mind.»
Lei pensa alle peggio cose, ma tipo male male qui, dopodiché risponde: «Mmh… chocolate?»
Lui alza un sopracciglio, in quanto non è autorizzato a dirle “ma stai zitta, bucchinara!” e la pubblicità finisce così.

È la prima risposta che conta, devi essere veloce, non devi pensare alle conseguenze delle tue parole.

Contento di aver risposto così.
O forse per niente, ma che cazzo è??
Però, dai… se ci sto ridendo su ancora adesso a distanza di più di dodici ore, tutto sommato non va poi così male.

Ora, posso chiederti una cosa?

Ti sembrerà un po’ strana, ma la tua risposta mi serve per una cosa che prima o poi vorrei scrivere.

Non siamo soli nell’universo, e tu sei l’unica persona venuta a contatto con una forma di vita proveniente da un altro pianeta.

Ci siamo?

Perfetto.

Ti fa una domanda, vuole sapere da te quale sia la cosa più bella presente sulla terra, la cosa che ti fa sentire più vivo, la cosa che proprio non può fare a meno di vedere.

Cosa gli rispondi?

Perdici due minuti e scrivimi se ti va, dico sul serio, mi saresti davvero tanto di aiuto.

’mocc.
your favorite milk delivery boy.

episodio V: e solo a peso morto mi son reso conto della gravità.

È la forza invisibile che permette alle cose di trovarsi.

È la legge silenziosa che unisce i corpi dotati di massa, stabilendo che nessuno è fatto per fluttuare da solo nel vuoto.
Tipo che più sei vicino a qualcuno, e più ne senti forte l’attrazione.
Più sei lontano, e più ne senti forte la mancanza.
Provi a convincerti che non abbia tutta questa importanza, e che le leggi vengano scritte solo per essere infrante.
Ma finisci solo per farti del male.

È la promessa invisibile che ci tiene legati a terra, impedendo al mondo di scivolarci via da sotto i piedi. —Almeno finché Xilara non decide di sfidarla, ma questa è tutta un’altra storia… arriviamoci con calma.—

Un millimetro sopra al cielo.

Ci troviamo di nuovo al cospetto di Theron.
Iniziamo a raccontargli per filo e per segno tutti gli avvenimenti recenti, partendo dal molo numero nove e arrivando fino al carico intercettato.
Il Gran Giudice non si scompone affatto davanti alle nostre parole, anzi.
A dirla tutta, oggi mi sembra ancora meno incline del solito a lasciarsi sommergere da chiacchiere inutili.
Sorvola senza troppi complimenti sui particolari a parer suo poco rilevanti, agita una mano per zittirci, poi si alza in piedi con tutta l’aria di chi non vede l’ora di liberarsi di un grosso peso.

Ci spiega che le sue conoscenze non bastano per decifrare la natura di quelle sostanze, ma sa esattamente chi può farlo.
Ha deciso di presentarci a Xilara, un altro membro del Consiglio che sta lavorando nell’ombra a questo mistero.
«Una volta che avrà avuto in mano quelle sostanze» ci dice Theron con tono fermo, facendoci cenno di seguirlo, «avrà sicuramente delle risposte per noi.»

Ci scorta così verso la dimora di Xilara, ci fa entrare in un cerchio magico tracciato a terra, e appena prima che la realtà stessa venga messa in dubbio dal brillare di quelle rune, sento solo una frase alla quale faccio fatica a dare un significato…

«Trattenete il fiato, aiuta a rendere il viaggio un pochino meno traumatico.»

Se vi dicessi di trovarmi all’interno di una torre, vi mentirei.
Questo posto è più un frammento di sogno strappato al terreno e lasciato lì, sospeso a galleggiare nel blu profondo, sopra i tetti di Welderos.
Non ci sono fondamenta, non ci sono pilastri a sorreggerla.
Solo pietra antica, levigata dal tempo, che sfida la realtà restando immobile come fosse una foglia sospesa a mezz’aria.

Ci ritroviamo all’interno dell’Antiquarium.

Qui dentro il tempo stesso sembra aver perso ogni significato.
L’aria è molto densa, profuma di pergamena antichissima, di resina di pino, e di quella sensazione alla quale non so dare un nome ma che anticipa quasi sempre i temporali.
Intorno a noi si staglia una sequenza infinita di scaffali che si perdono nell’oscurità del soffitto, pieni imballati di tomi rilegati in pelle che sussurrano parole incomprensibili al passaggio del vento.
Ampolle di vetro finissimo custodiscono vapori colorati che si muovono pigramente come piccole galassie in gabbia.
Strumenti d’ottone e oggetti arcani di cui non oso immaginare la funzione vibrano di un potere costante, che ti mette i brividi.

Xilara scende a piedi nudi dall’alto di una scala a chiocciola.

Indossa una tunica nei toni del rosso e del giallo acceso e ha dei piccoli satelliti di luce che girano con una regolarità ipnotica attorno alla sua testa, proiettando riflessi colorati sul diadema intrecciato che le cinge la fronte.

«Cosa ti porta qui con questa urgenza, Gran Giudice?» chiede con una voce che sembra sia fatta di seta, una melodia che ti riempie la testa cancellando di colpo ogni rumore del mondo esterno.

Mi volto verso Manigoldo, pronto a sentire la solita battuta cinica o qualche insulto gratuito sui maghi.
Invece, niente.
Il gufo è immobile sulla mia spalla, con il becco socchiuso, e i suoi occhi dorati completamente rapiti dal riflesso di quelle pietre orbitanti.
Come se fosse totalmente ammaliato, come se avesse visto qualcosa di troppo grande anche per il suo ego smisurato —almeno per un attimo, mi pare addirittura un animale dignitoso.—

Mentre Theron aggiorna Xilara, io e Violet le consegniamo i reagenti necrotici di Xantros.
La maga ascolta ogni singola parola, memorizzandola, per poi dedicarsi a un’ispezione quasi maniacale delle casse.
Lì dentro il tempo si dilata, impossibile dire se passino minuti o ore.
L’incanto si rompe solo quando Xilara solleva lo sguardo, sfiorando il legno scuro con le dita affusolate. «Ci vorrà del tempo per decifrare i piani della Trama d’Ombra, ma ora questo materiale è al sicuro. Potete andare, ci sentiamo presto.»

Money for nothing…

Fuori dalla torre, la magia svanisce in fretta.
Il resto della compagnia decide che è ora di assecondare i desideri più dissoluti del nostro Durias e di andare a fare un po’ di sano casino per provare a dimenticare le fatiche più recenti.
Toradol, però, si stacca dal gruppo dicendo di voler andare al Tempio di Selune.
Un po’ di silenzio non mi dispiacerebbe affatto, anzi… penso davvero di sentirne il bisogno.
Quindi gli chiedo se posso accompagnarlo, e lui, forse un po’ stupito di questa cosa, mi risponde che gli farebbe molto piacere

Il tempio della Vergine Lunare si rivela un luogo di pura pace d’argento.
Grandi vetrate lasciano filtrare una luce pallida che va a infrangersi sul marmo bianco del pavimento, venato di blu notte, mentre file ordinate di ceri e candele profumate creano un’atmosfera soffusa, quasi liquida.
Toradol si avvicina all’altare per i suoi rituali, quindi mi siedo su una panca di legno scuro e lascio lo sguardo libero di vagare.

Non posso fare a meno di tracciare qualche parallelismo mentale tra Selune, la divinità degli umani, e la mia Sehanine Moonbow.
Entrambe sono signore della luna, entrambe sono custodi dei segreti della notte e dei sogni dei viandanti, ma dove la Selune di Toradol sembra una madre protettiva che veglia nell’oscurità, la nostra Sehanine ha quel velo di malinconia tipico degli elfi.
La sua è una bellezza più effimera, fatta di nebbia, di rugiada, e di stelle cadenti.
Due modi diversi di guardare lo stesso cielo.

Il mio breve momento di contemplazione e di altissimo misticismo viene brutalmente interrotto da un rumore metallico.
Clink.
Clink.
Il suono proviene dalla zona con le candele e i ceri votivi, proprio vicino alla cassetta delle offerte.

Mi alzo di scatto e mi avvicino senza fare il minimo rumore, con un brutto presentimento sotto la pelle.
Dietro il grande candelabro d’ottone becco Manigoldo mentre sta trafficando con il becco e con una zampa, infilandoli nella fessura per cercare di rubare le monete delle offerte lasciate dai fedeli.

«Cazzo stai facendo?» gli sibilo furioso nella mente, piombandogli addosso.

Il pennuto non si spaventa nemmeno, si gira di tre quarti e mi risponde con la sua solita, insopportabile aria di sufficienza.
«Depredo i facoltosi a beneficio dei bisognosi, ciabattaro di un elfo, ovvero noi. Perché a detta di chiunque ne capisca almeno un minimo di finanza, siamo poveri in culo! Guardati, non hai nemmeno un paio di stivali decenti, e te ne vai in giro che sembri proprio un coglione!»

Lo prendo direttamente per un’ala, bestemmiando sommessamente le prime tre o quattro divinità minori che mi vengono in mente.
Lui inizia a dare di matto e mi costringe a lottare lì in mezzo, beccandomi più volte sulle nocche con una cattiveria che non penso di meritarmi
«Non ho nessuna intenzione di passare dei guai per una stronzata del genere!» gli ringhio contro a denti stretti.

Tenendolo stretto manco fosse un pollo tra quelli del Cavaliere Nero, lo “accompagno” con decisione fuori dal tempio per evitare altri danni, dopodiché mi apposto sul sagrato di marmo e aspetto pochi minuti che anche Toradol saluti il clero e mi raggiunga.

Ci dirigiamo insieme verso il centro della città, ma veniamo subito attratti da un bordello indicibile che proviene da una locanda poco distante.
Urla sguaiate, cori, e boccali che sbattono sui tavoli.

«Ci scommetto le ciabatte che sono qui dentro…»

…and chicks for free!

Quando spingo la porta della locanda, lo spettacolo che ci si para davanti va ben oltre ogni mia peggiore aspettativa.
È uno scempio totale.

Al centro della sala, sopra uno dei tavoli principali tra boccali di birra e piatti di stufato ribaltati, c’è Violet.
La nostra guerriera, annaffiata come solo lo Zio Reginaldo, sta ballando insieme a Joran in una danza che definire disordinata è un complimento a tutta quella grazia.

Il bardo, che nel frattempo sta suonando una ballata intitolata “My liver is trying to survive” per spillare monete d’oro ai clienti entusiasti, interrompe un accordo appena mi vede varcare la soglia.
Mi guarda, mi tira una strizzatina d’occhio, e si mette a urlare sopra quel bordello con la grazia tipica di un orco innamorato.
«Mi sa che qualcuno stasera ha voglia di cazzo!!!»

Di tutta risposta Violet si casta l’incantesimo Luce direttamente addosso.
È una guerriera splendente, che illumina a giorno la locanda tra le risate della gente e i cori ignoranti guidati da Durias.

Toradol decide di tuffarsi immediatamente in quella bolgia, io invece mi limito a un mezzo sorriso divertito, scuotendo la testa davanti a quella gabbia di matti.
Sono i miei compagni dopotutto, ma questa sera non sono proprio in vena di salire sui tavoli a ballare illuminandomi l’uccello per fargli fare il faro nella notte. —Parlavo di Manigoldo, ovviamente.—
Cerco di muovermi come meglio posso per evitare la folla, prendo un tavolo isolato in un angolo un po’ in disparte, e ordino la cena da solo.

Manigoldo, esausto dopo il tentato furto e la rissa sul sagrato, si arrampica sul mio grembo.
Si accovaccia, nasconde il becco tra le piume e, nel giro di due minuti, si addormenta profondamente.
Senza pensarci, allungo una mano e inizio ad accarezzargli dolcemente le piume della schiena.
È bellissimo, sembra quasi indifeso mentre dorme.
So di tenere a lui più di quanto dovrei, più di quanto avrei il coraggio di raccontarlo a chiunque —escludendo Alice e Ginny con i loro tentativi di compromissione del mio algoritmo di Insta… Perdonate la rottura a caso della quarta parete, ma davvero sentivo il bisogno di fare un inchino a quelle due stronze…—

Così come sono con-sa-pe-vo-lis-si-mo che se si dovesse svegliare in questo momento e mi dovesse beccare a fargli le coccole, mi caverebbe gli occhi o mi insulterebbe fino alla quinta generazione per questo gesto così eccessivamente mieloso, poco ma sicuro.
Ma tant’è.

Dopo un po’ raccolgo tutte le mie cose per andare via.
Il movimento scuote Manigoldo, che si sveglia un po’ spaesato, sbattendo i suoi occhietti e guardandosi intorno come se non capisse davvero dove siamo.
Mi alzo, do uno sguardo ai miei compagni cercando di fargli capire —senza effettivamente parlare o urlare nel casino— che ci saremmo visti direttamente alla Lanterna.

Mi tiro su il cappuccio, apro il portone del locale, e mi immetto da solo tra le strade buie e umide di Welderos.

Free, free Palestine!

La mattina dopo porta con sé i postumi della sbornia per quattro quinti del gruppo e un sole che sembra picchiare direttamente sui miei nervi scoperti.

Decidiamo di dividerci i compiti per la giornata.
Violet e Durias partono da soli verso il Bastione di Ferro, intenzionati a battere cassa dal Capitano Kaelen e rimediare una qualche quest per rimpinguare le nostre finanze disastrate.
Io, Joran, e Toradol restiamo a presidiare la Lanterna.
Ci sono tre motivi che mi spingono a rimanere a casa, e nessuno di questi ha a che fare con la pigrizia.

Il primo è puramente logico.
Oggi arrivano gli sciacquini di Kormac per montare le serrature e le trappole, quindi è giusto che ci sia qualcuno ad accoglierli e prestare eventuale assistenza.
Il secondo è pratico.
C’è da iniziare a fare un po’ di sani lavori di manutenzione per sistemare meglio la dimora di Qui, Quo, Qua e, soprattutto, quella di Tony.
Il terzo motivo, beh, è una questione di pura sopravvivenza emotiva.
Non avrei mai e poi mai il cuore di lasciare Tony da solo con Toradol.
Non dopo la sua agghiacciante battuta sulla carne da barbecue.

La giornata alla Lanterna scorre via in maniera rapida e incredibilmente piacevole.
Gli sciacquini di Kormac lavorano sodo in sottofondo, riempiendo la locanda di rumori di martelli e sacramenti in bergamasco.
Io, tra un lavoretto di falegnameria e una sistemata alle gabbie, ho l’occasione di conoscere un po’ meglio i miei compagni di sventura.

Con Joran il feeling è immediato.
Ci lega molto lo stesso amore viscerale per la natura, per gli spazi aperti e per gli animali.
Anche se lui preferisce i grossi orsi bruni e io i gufi cleptomani, siamo sulla stessa lunghezza d’onda.

Toradol invece è tutta un’altra storia.
È un tipo di poche parole, estremamente schivo e decisamente atipico per essere un chierico devoto alla Vergine Lunare.
A guardarlo bene mentre armeggia con gli attrezzi, mi viene da fare una piccola riflessione staccando solo per un attimo gli occhi dalla pagina — ho come l’impressione che Angelo sia ancora troppo immerso nel suo precedente personaggio da ladro, ed ogni tanto si dimentichi che ormai indossa la tonaca ed è diventato un uomo di chiesa.—

Verso sera, la porta della Lanterna si spalanca.
Violet e Durias fanno il loro ingresso nell’atrio con l’aria di due che sono stati scamazzati da un gregge di manifestanti pro-pal.
Sono completamente a pezzi.
Li guardiamo quasi preoccupati, mentre l’odore della cena che ho preparato con le mie stesse manine da arciere inizia a riempire la sala principale.
Ci mettiamo a tavola, e tra un boccone e l’altro gli chiediamo di raccontarci com’è andata.

«Dove di bello?»

Ci buttiamo sulla cena manco fossimo digiuni da una settimana, ma la curiosità è troppa.
Durias manda giù un sorso di birra, si pulisce la schiuma dalla barba con una manata, e attacca a parlare per primo.
«Allora, andiamo dritti al Bastione convinti di svoltare la giornata, e invece Kaelen ci sbatte in faccia una pergamena spiegazzata trovata a Villa Hallowell» sputa il nano, agitando un pezzo di pane.
«È una lettera minatoria firmata da un certo Gurrok, un tipo che guida le bande di orchi sulle montagne a nord e che minaccia di mettere Welderos a ferro e fuoco perché i patti non sono stati rispettati. Kaelen dice che la guardia cittadina ha le mani legate per via della burocrazia, ma ci molla una lettera di presentazione per mandarci da Mastro Silas, il capo della Gilda dei Mercanti, che è fuori di sé dalla paura per le sue carovane.»

Violet mastica nervosamente e prende la parola, sgranando gli occhi.
«Ragazzi, il Palazzo della Gilda è una roba da fuori di testa, si sente l’odore dei soldi fin dal marciapiede» interviene la guerriera, posando il boccale.
«Ci scortano al piano superiore e, mentre aspettiamo nel corridoio, intravedo Silas dalla porta socchiusa che congeda in fretta un ospite misterioso.
Gesticolava in modo strano, come se volesse trasmettere un messaggio segreto che non poteva dire a voce. Non ho visto la faccia dell’altro tipo, ma Silas gli ha detto un secco “Ne riparleremo un’altra volta” prima di sbatterlo fuori.»

«Vabbè, ma arriviamo al sodo!» la interrompe Durias, battendo il pugno sul tavolo.
«Silas ci accoglie e ci spiega che gli attacchi degli orchi sono diventati sistematici da ormai due settimane. Dice che si muovono in piccoli gruppi organizzati di massimo dieci elementi. Se gli risolviamo il problema, ci finanzia i lavori per ristrutturare la Lanterna. Io ovviamente non mi faccio scappare l’occasione e gli chiedo subito pure un carro, una armatura per Violet, ed una anche per me con tanto di scudo. Ci firma una lettera di garanzia per Kaelen e ci rimanda al Bastione a ritirare la merce.»

Proprio in quel momento, sento un fruscio d’ali sopra la testa.
Vedo Manigoldo che si stacca dalla trave del soffitto e punta dritto verso la finestra aperta.

«Dove di bello?» gli chiedo subito nella mente.

Il gufo non si gira neanche, dandomi la risposta più naturale del mondo.

«Vai tra, devo solo cacare… mi sa che i Teneroni hanno un effetto discutibile sull’apparato digerente dei gufi!»

Violet si fa seria, riportandoci con i piedi per terra e abbassando la voce per dare enfasi al momento clou.
«È qui che le cose si fanno interessanti» continua lei, sporgendosi verso di noi.
«Stiamo tagliando per un vicolo stretto per tornare da Kaelen quando sento degli occhi addosso. Un secondo dopo, ci troviamo la strada sbarrata da una figura incappuccata con un cagnaccio enorme al fianco e una scimitarra in pugno. Durias lo fissa e gli fa: “Hai problemi?”. Il tizio ci guarda e risponde: “Ne avete creati fin troppi”.»

Durias scoppia a ridere, con la bocca ancora mezza piena.
«E lì non ci ho visto più, ragazzi! Ho puntato il maglio e ho castato Riscaldare Metallo dritto sulla sua arma. Mentre lo spadaro inizia a urlare perché la sua scimitarra diventa incandescente, saltano fuori altri due balestrieri alle nostre spalle. Un massacro rapido, giuro, è durato meno di trenta secondi. Violet era protetta dal suo scudo magico e tirava fendenti inarrestabili grazie alla mia ispirazione. A me è andata un po’ peggio, ho rimediato un paio di sberle che mi hanno fatto capire che l’upgrade dell’armatura mi serve eccome.»

«Comunque li abbiamo asfaltati» conclude Violet, fiera come non mai.
«Abbiamo stordito il capo, lo abbiamo infilato di peso in una cassa di legno trovata lì nel vicolo e lo abbiamo trascinato come un sacco di patate fino all’ufficio di Kaelen. Il Capitano ci ha guardati e ci ha detto che questo ennesimo attacco conferma che stiamo dando molto fastidio a qualcuno, e che abbiamo un gran bel bersaglio sulla schiena. Poi, visto che Silas garantiva per noi, ci ha dato tutto l’equipaggiamento che gli abbiamo chiesto. Domattina alle otto si parte sul carro verso nord per fare da esca agli orchi, quindi andate a dormire presto.»

A peso morto.

La notte vola via senza altre imboscate in pigiamino, e alle otto spaccate del mattino siamo già davanti a Silas per l’ultimo via libera.
Il piano per scovare gli orchi di Gurrok è un classico intramontabile da sessione di D&D, ovvero fare da esca.

Ci mettiamo in marcia verso le montagne del nord su un carro coperto che, non so perché, ma mi ricorda parecchio una vecchia Fiat Regata 70s.
Violet, Toradol e Joran sono nascosti nel retro, ammassati nel buio tra le casse e i sacchi di rifornimenti, mentre fuori ci siamo io e Durias.

Il nano stringe le redini con le sue dita tozze mentre io gli stringo il… —tranquilli, volevo solo assicurarmi che stesse effettivamente ancora leggendo. Dicevo…— e io siedo al suo fianco sulla cassetta di legno, cercando di assumere l’espressione più annoiata, innocua e distratta che un elfo nel chill più totale possa sfoggiare.
Dobbiamo sembrare due mercanti sprovveduti con un carico facile da rapinare.
Manigoldo è appollaiato sulla sponda del carro, con le piume leggermente sollevate dal vento freddo che scende dalle gole rocciose e lo sguardo fisso sulla strada, stranamente silenzioso.

La strada inizia a salire, Welderos si fa sempre più piccola alle nostre spalle e l’aria si riempie dell’odore selvatico della pineta e della roccia bagnata.
Le bande del nord penseranno sicuramente di aver trovato una preda facile, un carro isolato da assaltare senza troppi complimenti per portarsi a casa il bottino.
Quello che non sanno, e che scopriranno molto presto, è che dentro questo pezzo di legno traballante batte il cuore indomabile della Bisca.

Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

scorze di limone non trattato.

Se prendete una ricetta qualsiasi per fare un buon limoncello, vi diranno di dosare l’alcool con precisione chirurgica, di calcolare con criterio i giorni di infusione, e di bilanciare per benino lo sciroppo di zucchero.
Ecco, sappiate che se c’è un modo giusto e codificato di fare le cose, potete stare tranquilli… io e mia madre ce ne sbattiamo il cazzo e facciamo completamente di testa nostra.

Il risultato?
Buonissimo, per carità.
Ma con una potenza alcolica talmente al limite dell’accettabile che se te lo bevi nella serata giusta, ti ritrovi tra le forti braccia di Morfeo nel giro di un quarto d’ora al massimo.
Molto meglio di un qualsiasi anestetico.

C’è un’altra persona la cui madre produce un limoncello altrettanto ignorante.
E l’altra mattina ha pensato bene di portarmene una bottiglia.
Un pensiero carino, un regalo spontaneo.
Il problema è che lei non mi conosce davvero… non poteva sapere quale sia la mia reazione biologica e psicologica quando ricevo un gesto gentile.

Questa storia finisce nell’unico modo possibile.
Mi ritrovo a pranzo, con un sacco di gente intorno al tavolo, lo stomaco completamente chiuso, e la totale incapacità di partecipare ai discorsi o di fissare direttamente in faccia chiunque.
Succede ogni volta che non mi sento del tutto a posto.

«Brunello, ma non hai mangiato niente…»

«Eh…»

Ho un problema serio con i regali.
Ok, forse non solo con i regali, ma stasera parliamo di questo.

Già vi sento.
«Scusa Bruno, ma tu quando mai mi hai regalato qualcosa, o anche solo fatto un gesto carino per me?? Non sei quello che “esiste solo Alessandro Baldiati” e che si fotta il resto del mondo??»

Vero solo in parte, dai.
Non sono così estremo.
Più o meno.
Non faccio quasi mai niente per nessuno —con rarissime eccezioni— ma forse è proprio perché so di non saper reagire quando qualcuno fa qualcosa per me.
Non è semplice disagio, non lo so spiegare bene.
Mi viene proprio il magone, inizio a non sentirmi tanto bene fisicamente.
Pensa che ho smesso di festeggiare il mio compleanno a 35 anni, proibendo categoricamente alla mia famiglia di farmi qualsiasi tipo di attenzione o carineria.

Perché devi farlo quando dietro non c’è una reale importanza?

I terapisti dicono le solite cose… che è la sensazione di non appartenere a nessun posto, di non essere al centro dei pensieri di nessuno, di non sentirsi abbastanza.
Io non credo sia proprio del tutto così.

So di non essere tanto a posto, sia chiaro.
Ma la mia terapia personale resta comunque la musica.
Quella, insieme a tutta la vastità del mio essere irrimediabilmente —e senza nessuna vergogna— un nerd completamente perso tra sessioni di Dungeons And Dragons, anime, manga… Poi tanta scrittura, e una passione viscerale per il giuoco del pallone.
Finché ci sono tutte queste cose a tenermi in piedi, probabilmente non tutto è perduto.
Sono ancora recuperabile.
Spero.

Però senti, intanto che ci siamo…
Se per caso pensi di andarmi anche solo un po’ a genio —cosa quasi impossibile, probabilmente mi stai sul cazzo, ma metti che…— potresti evitare di farmi regali?
Ho una reputazione da demone da mantenere intatta.

E se posso, potresti smetterla di trattarmi come se fossi importante?
Fa un po’ ridere e, soprattutto, non ne ho per niente bisogno.
Oggi più di ieri.

Veeentiduuueeeee.


P.s.: Piuttosto, mancano pochissimi giorni al nuovo disco dei Seahaven e giuro che non vedo l’ora.
Ma di questo Ryan Ted Mixtape di Tedua vogliamo parlarne?
Si può che non passi un singolo giorno senza che io dia un giro a “Gravità” fatta con Latrelle?
E soprattutto, si può essere così tanto innamorati di Latrelle?

—Di Latrelle?—

—Sì, di Latrelle…—

Ma che cazzo.

episodio IV: è ancora mio il tuo cuore o l’hai soltanto ipotecato?

La forgia.

Il sacco di tela grezza che Durias si trascina dietro fa davvero un ciocco allucinante, a metà strada tra un batterista ubriaco che mena bacchettate fuori tempo e un carretto di pentole con le ruote scassate che rotola giù per una scarpata.
Al suo interno ci sono tutte le armi e le armature che abbiamo sfilato ai cultisti la notte scorsa —nella speranza che possano fruttarci qualcosa, ma non ne sono tanto convinto…—
Ci serve un fabbro, e ci serve subito.

La Forgia del Cuore di Ferro ci accoglie con tutta la violenza del suo respiro fiammeggiante.
È un imponente edificio a due piani, un bastione di fuliggine e mattoni neri dal cui comignolo si alza una colonna di fumo denso che quasi oscura completamente il cielo sopra le nostre teste.
Varchiamo la soglia e veniamo subito investiti da un’ondata di calore soffocante con note persistenti di carbone vivo, olio bruciato, e metallo fuso.
Il battito ritmico e assordante dei martelli sulle incudini fa vibrare persino le assi del pavimento e, tutto intorno, sciacquini con spessi grembiuli di cuoio marchiati con una K e segnati dalle scintille si muovono come ombre nel riverbero delle fiamme.

Dietro il bancone massiccio, mastro Kormac ci osserva con l’aria di chi ha visto già passare fin troppi avventurieri disperati.
Ha la barba scura, il volto scavato dal tempo, e uno sguardo capace di pesarti a prima vista.

Mi avvicino e inizio la trattativa cercando di darmi un tono, spiegando che stiamo ripulendo i sotterranei della nostra nuova locanda e che quella ferraglia ci è solo di impiccio —cosa tecnicamente vera, se si esclude il dettaglio che i proprietari di tutto quel ciarpame respirassero fino a poche ore prima, ma fotte, giusto?—
Kormac esamina le lame, sputa a terra un pezzetto di tabacco, poi mi fa…

«Centocinquanta monete d’oro per tutto. Prendere o lasciare.»

La cifra è onesta, è molto meglio di quanto mi aspettassi, ma Violet fa comunque un passo avanti.
Sposta delicatamente la borsa dell’oro di lato, rifiutando lo scambio in denaro, poi rilancia con fermezza, decisa ad ottenere il massimo.

«Niente monete, mastro Kormac. Al posto dell’oro, le saremmo infinitamente grati se ci mettesse in sicurezza la Lanterna. Siamo stanchi di avere visite indesiderate, ci servirebbero delle nuove serrature sul portone principale e su tutti gli accessi. Qualcosa di robusto… se capisce cosa intendo.»

Il fabbro la studia per qualche istante, valuta la qualità delle cose che gli abbiamo portato, e alla fine fa un cenno d’assenso con la testa.

«Affare fatto. Vi darò il ferro migliore, temprato con cura. E visto che l’acciaio da solo non basta, vi integrerò una trappola meccanica a scatto sul portone principale… se ho capito cosa intendete. Appena possibile, manderò qualcuno alla Lanterna per sbrigare la questione.»

Spendo tutto in drip…

Usciamo dalla forgia, ed è bellissimo tornare a respirare all’aria aperta.
Ci rimettiamo subito in cammino, parecchio soddisfatti dell’esito del nostro shopping, puntando dritto verso il porto.
O forse no.

Pochi isolati più avanti, l’atmosfera grigia del quartiere commerciale si dissolve di colpo, lasciando spazio a un angolo di città che sembra non appartenere proprio del tutto all’ambiente circostante.
La bottega degli animali di Elara è davvero un posto incantato, un piccolo paradiso di legno che emana profumi romantici di fieno fresco e di camomilla selvatica.

Elara, una ragazza dai modi dolci e i lunghi capelli raccolti in una treccia morbidissima, si muove tra i recinti accudendo una nidiata di piccoli coniglietti bianchi.
Batuffoli di pelo soffice che si rincorrono tra di loro, trasmettendo un calore così intenso da far sembrare i pericoli di Welderos solo un brutto e lontano ricordo.

I miei compagni proseguono, ma io mi blocco.
Le mie ciabatte si fermano sul selciato, non rispondono più ai miei comandi, mentre le mie calze spaiate affondano leggermente nella paglia dispersa, del tutto incapaci di proseguire oltre.

In mezzo a quel recinto c’è lei.
Una capra.
Ma non una capra qualunque.
Lei ha uno sguardo profondo, fiero, e un modo di masticare quel ciuffo di fieno che trasuda una dignità regale.
È amore a prima vista.
Non mi sentivo così da quando ho ascoltato “Umile” per la prima volta, quella stessa sensazione di purezza grezza e di stile assoluto che ti colpisce dritto al petto.
Il perfetto sostituto biologico di un giardiniere per ripulire le erbacce chilometriche nel giardino della Lanterna.

«Tony…» sussurro, parlando più a me stesso che agli altri. «Tony sarebbe proprio un bel nome per una capra.»

La voce di Manigoldo mi esplode all’istante nella scatola cranica, improvvisa come il Colossale che abbatte le mura, e puntuale come Zoro a un appuntamento romantico.

«Dimmi che non l’hai chiamata così per il motivo che penso. Ti prego, dimmelo.»

«L’ho chiamata così e-sat-ta-men-te per il motivo che pensi», gli faccio con un sorriso, mentre inizio a ruotare il viso verso sinistra e a portare l’indice destro verso il confine della mia jawline, definendone il profilo con un gesto di pura arroganza estetica.

«Ti prego non farlo!!» Sospira, per quanto possa sospirare un gufo nella mente di un elfo. «Siamo passati quindi dal citare i classici della letteratura a fare tributi all’avanguardia musicale?»

«Dai Manigoldo, non fare così… è ancora mio il tuo cuore o l’hai soltanto ipotecato?» lo provoco, senza distogliere lo sguardo dal mio nuovo acquisto che drippa da ogni centimetro quadrato di pelo.

«Io non so più che cazzo ti dice la testa, però ti avviso… se quella bestiaccia prova soltanto ad avvicinarsi alle mie piume, si prende delle beccate, giuro su tua madre!»

«Ma smettila, non ferire i suoi sentimenti! E poi guarda quanto stile che ha… è troppo chill.»

Da dietro la mia schiena, Toradol si sporge, si sistema la barba con una mano e commenta in un sussurro…

«Sì, va bene il chill… ma per il barbecue come facciamo?»

«Ma che cazzo dici??!» urlo, girandomi di scatto con un’espressione disgustata, talmente furiosa che persino i coniglietti di Elara si bloccano terrorizzati nel loro recinto. «Tony non si tocca! Tony fa parte della compagnia adesso! Porta rispetto al goat, pazzo eretico!!»

Come se non bastasse, e convinti da Violet che la locanda abbia comunque bisogno di un sistema di allarme perimetrale, compriamo anche tre oche da guardia.
Qui, Quo e Qua.
Il loro prezzo è irrisorio —anche se il mangime per mantenerle in forze rischia di prosciugare tutti i nostri risparmi futuri— eppure, guardando quel trio di pennuti starnazzare istericamente dietro a ogni ombra che si muove, non posso fare a meno di sorridere.

Mentre ci incamminiamo portando Tony in trionfo, un pensiero di pura superiorità mi attraversa la mente.
Quando si tratta di battezzare compagni animali e di trovare loro un nome che trasudi carisma, sono decisamente tre spanne sopra a tutti gli altri membri del gruppo, non c’è storia.

Un passaggio veloce alla Lanterna, per sistemare la capra più swag del reame assieme a tutto il nostro nuovo zoo privato nel cortile, poi —finalmente— mettiamo un passo davanti all’altro in direzione del porto.

Il Timone Spezzato.

La puzza del porto di Welderos ti gratta in gola ancora prima che tu possa vederne i moli.
È una miscela densa di pesce marcio, saggina bagnata, fumo di tabacco scadente, e quel retrogusto dolciastro tipico dei canali artificiali stagnanti che tagliano in due i quartieri popolari.
La nebbia qui non si alza mai, resta incollata al pelo dell’acqua e avvolge le passerelle di legno massiccio, abbastanza larghe da permettere il passaggio simultaneo di due carri da trasporto.

Ci fermiamo a pochi metri dall’imbocco del molo numero nove, riparati dall’angolo di un magazzino fatiscente.
Come promesso da Kallan e Orin, la sagoma di una nave mercantile dalle linee slanciate si staglia contro l’acqua scura dei canali.
Sul suo pennone principale sventola, pesante e inconfondibile, una bandiera recante lo scudo blu su campo verde della Casata Hallowell.

«Ci penso io a dare un’occhiata ravvicinata a quella copia riuscita malissimo della Going Merry» inizia Durias. «Prendo una camera al Timone Spezzato, voglio camuffarmi da scaricatore portuale e vedere di farmi ingaggiare sulla banchina. Joran, vieni con me?»

«Oh sì!» interviene il druido con un lampo di malizia sulle labbra. «Pensavo di trasformarmi in qualcosa di molto piccolo per infilarmi dritto nella cabina del capitano, ma non voglio spoilerare nulla…»

Manigoldo lo fissa dall’alto del mio spallaccio, inclinando la testa e guardandolo con un fare di pura e aristocratica superiorità.
«Ricchione!»

«Se andate voi, io e Toradol ci piazziamo a un tavolo all’esterno di quel postaccio» dice Violet, facendo un check rapido al suo equipaggiamento. «Ordineremo qualcosa da bere e terremo occhi e orecchie sull’attenti.»

«Mi connetto con il piumato» concludo io, incrociando le braccia contro il petto. «Prendo in prestito i sensi di Manigoldo per mappare la zona dall’alto, così se la situazione si dovesse scaldare lo sapremmo all’istante.»

Proprio mentre stiamo per muoverci, sento gli artigli del gufo grattare sul cuoio della mia armatura, mentre le sue parole richiamano immediatamente la mia attenzione.

«Ryoga, guarda laggiù… Le due caffettiere stanno provando a muoversi “furtivamente” tra i barili!» mi comunica mentalmente, indicandomi con il becco la direzione opposta al molo.

Prima ancora che io possa tradurre l’informazione per tutto il gruppo, Durias ci pianta un bel bestemmione in nanico e lancia un’occhiataccia nella stessa e identica direzione, manco avesse intercettato la telepatia.

«Sempre che quei due scaldabagni ambulanti di Kallan e Orin non ci mandino all’aria i piani prima ancora di iniziare» ironizza il bardo, scuotendo la testa con un sorriso amaro.
«Hey ho, let’s go!»

Il Timone Spezzato è il classico buco di posto dove la gente di mare va a fare baldoria e la birra costa poco o niente, perfetto per confondersi tra la folla e non dare troppo nell’occhio —o almeno spero…—
Con Violet e Toradol ci sediamo intorno a un tavolo di legno unto all’esterno del locale, cercando di mimetizzarci con l’ambiente circostante.
Il nostro chierico nasconde con discrezione lo scudo col simbolo di Selune sotto la panca per evitare che qualche contrabbandiere decida di iniziare una mezza guerra santa.
Io invece mi appoggio allo schienale, socchiudo gli occhi, e mi connetto mentalmente con il mio gufo, osservando Durias che si avvia sulla banchina adottando un’andatura strascicata che nemmeno dopo un bolas scannato in personal.
Un raggiro spudorato, ma che in mezzo a quella marmaglia di disgraziati risulta incredibilmente efficace.

Il primo a fare ritorno al nostro tavolo, dopo una buona oretta di attesa snervante, è Joran.
Sbuca fuori dalla nebbia con l’aria decisamente sbattuta, si siede pesantemente sulla panca di legno, e si versa un goccio di birra con la mano che trema ancora leggermente per lo sforzo magico.

«Allora?» gli sussurra Violet, sporgendosi in avanti. «Novità dalla cabina?»

«Sono riuscito a intrufolarmi da un oblò trasformato in un ragnetto» racconta il druido, parlando a bassa voce. «Sulla scrivania del capitano, un tale Sottacqua, c’era un diario di bordo con annotazioni su rotte commerciali stabili verso Zalaris, una città del profondo sud. L’ultima riga parla esplicitamente di un “carico speciale” destinato al protettore di Welderos. Ho pure rischiato di essere calpestato malamente dal capitano mentre tornavo indietro, sono esausto!»

Pochi minuti dopo, un tizio basso con la faccia completamente sporca di carbone e i vestiti logori si avvicina ciondolando verso di noi.
Si ferma giusto davanti al nostro tavolo, dopodiché si mette a fissarci con un’aria spenta.

«Ehi, voi» ci dice con un filo di voce roca. «Avreste mica un po’ di tabacco per un povero scaricatore di porto a corto di fumo?»

Stiamo quasi per cacciarlo a calci in culo, quando noto la cresta rossa malamente nascosta sotto un berretto di lana bucato.
Solo in quel momento riconosciamo Durias, autore di un camuffamento da premio oscar.
Il bardo si siede di sbieco, abbandona la recita, e ci ragguaglia all’istante sulla situazione giù alla banchina.

«Ragazzi, le casse sono piene di quelle schifezze» sussurra, lo sguardo serio. «È lo stesso identico odore che infestava la nostra cantina. Stanno caricando tutto proprio adesso, il convoglio è quasi pronto a muoversi.»

Mentre i carrettieri stringono le redini dei cavalli e le ruote di legno iniziano a scricchiolare sul selciato bagnato, Toradol decide che è il suo momento.
Si alza dalla panca con l’idea di giocarsi la carta del fucking communist, convinto che la condivisione dei mezzi di trasporto sia un diritto divino universale.
Si avvicina al conducente del carro, assumendo un’espressione stanca e zoppicando vistosamente per impietosirlo.

«Ehi, compagno…» esordisce il chierico. «Non è che avresti un briciolo di solidarietà per un povero nano con le ginocchia a pezzi? Mi basterebbe un passaggio sul retro del carro fino al Tempio di Tyr.»

Il carrettiere lo squadra dall’alto della cassetta, sputa una scarrata impressionante a pochi centimetri dai suoi piedi, e lo rimbalza con una violenza verbale tale da spegnere all’istante ogni sua speranza socialista.

«Scordatelo, nanerottolo. La villa è decisamente lontana dal tempio e non abbiamo nessuna intenzione di fare deviazioni. Levati dai piedi prima che ti faccia cacare la barba dai miei cavalli.»

Il carro scatta in avanti, svoltando l’angolo e scomparendo rapidamente tra i vicoli avvolti dalla nebbia.
Prima che il convoglio si allontani troppo, lancio un’occhiata d’intesa verso il cielo grigio sopra i moli.

«Manigoldo, vai» gli ordino mentalmente. «Segui quel carro e non perderlo di vista.»

Il gufo si lancia dal cornicione di pietra, scomparendo nella coltre umida ed uscendo quasi subito dal raggio d’azione della nostra telepatia.
Passa un tempo infinito, un silenzio pesante interrotto solo dal rumore della risacca contro il legno dei moli.
Poi, all’improvviso, la connessione mentale si riaccende con una zaffata di sdegno e piume bagnate.

«Ryogaaaaa, sia maledetta quella cessa di tua madre assieme al momento esatto in cui le nostre anime si sono legate» mi gracchia la voce del gufo direttamente nei neuroni rimasti, mentre lo vedo tornare a rotta di collo sopra la nebbia. «Mi hai fatto fare una volata dietro a quei cavalli con tutta questa umidità di merda che per poco non mi tappa le ali. Mi sento letteralmente come se mi avessero messo la guallera in un frullatore… Mandaci Tony la prossima volta!»

«Smettila di piagnucolare e dimmi…» gli rispondo mentalmente, cercando di nascondergli come meglio posso quanto mi senta in pensiero ogni volta che si allontana da me. «Dove hanno scaricato?»

«A Villa Hallowell, il bro del carro ha mollato tutta la merce proprio nel loro cortile interno» conclude il piumato, planando pesante sul mio spallaccio e iniziando a sistemarsi le penne con il becco.

«È a Villa Hallowell» dico, fissando i miei alleati uno a uno. «Il carico è andato dritto lì.»

Durias batte un pugno sul legno, pulendosi la faccia dalla fuliggine.

«Ci siamo allora. Visto che Kallan e Orin si stavano aggirando da queste parti fino a poco fa, non dovrebbe essere così difficile trovarli se sono ancora nei paraggi. Possiamo attuare una manovra a tenaglia. Del tipo che mandiamo quei due scaldabagni a fare casino e attirare l’attenzione davanti all’ingresso principale della villa, e noi entriamo di nascosto da sotto, sfruttando il tunnel delle ossa che si collega direttamente alle cantine.»

Violet si lancia in piedi, visibilmente contenta di tornare finalmente in azione.

«Un piano così folle che potrebbe persino funzionare. Andiamo a cercare le caffettiere…. gli scaldabagni… sì, insomma… Kallan E Orin.»

Blitzkrieg Bop.

Trovare Kallan e Orin nei paraggi del porto non richiede alcuna prova di Investigazione basata sull’Intelligenza —e vorrei ben vedere…—
Violet riserva loro un saluto misurato e riassume rapidamente i fatti, senza perdersi in chiacchiere inutili.
Spiega della nave mercantile al molo nove, del diario di bordo con le rotte per Zalaris, e di quelle casse piene di sostanze proibite che sono state appena scaricate nel cortile interno della Villa.
Mentre lei parla, Durias se ne sta lì a braccia conserte, gongolando vistosamente e dandosi delle pacche sulle spalle da solo per aver partorito la manovra a tenaglia del secolo.

«Quindi la faccenda è questa» conclude la bocca del nostro gruppo, indicando la direzione dei quartieri alti con un cenno del mento. «Voi due andate a bussare al portone principale facendo più casino possibile, e noi entriamo da sotto sfruttando la botola sotterranea per ripulire la cantina prima che i Malakor possano disporre della merce.»

Kallan e Orin si guardano per qualche istante, metabolizzando l’informazione con i tempi di reazione tipici di chi indossa una quarantina di chili di acciaio temprato sulla testa.
Dopotutto Lord Barnabus è già sotto indagine, e la guardia cittadina ha il pieno diritto di effettuare una perquisizione se c’è il sospetto di contrabbando.

«Ci stiamo, la tattica gira» dice Orin, sistemandosi il maglio sulla spalla. «Ma non siamo così stupidi da andare a bussare alle porte degli Hallowell in due e senza le carte giuste. Passiamo un secondo dal Bastione di Ferro, facciamo rapporto al Capitano Kaelen, e ci facciamo firmare un mandato ufficiale. Con qualche uomo in più di rinforzo e con la legge dalla nostra, quelli dovranno aprirci per forza e restare impegnati ai piani superiori per tutto il tempo che vi serve.»

I due gruppi si dividono con un cenno d’intesa.
Le caffettiere corrono verso il comando a sbrigare la burocrazia, mentre noi cominciamo a muoverci a passo svelto verso il quartiere del mercato, diretti all’accesso segreto che porta dritti sotto la città.

Tornare in quel cunicolo di ossidiana e ossa intrecciate è un’esperienza che avrei evitato molto volentieri, specialmente con le ciabatte ancora umide di nebbia portuale.
Mentre solleviamo la botola nascosta nel vecchio magazzino del mercato, Manigoldo si mette a soffiare nei miei pensieri nemmeno fosse un gatto a cui hanno appena tirato la coda.

«Ancora qua sotto, Ryoga?»

«Ti prego, non iniziare» gli rispondo cercando di mantenere la mia solita flemma estetica mentre scendiamo sottoterra. «Il diversivo delle caffettiere funzionerà alla grande. In questo preciso momento Orin e Kallan staranno sventolando il mandato ufficiale in faccia a qualche maggiordomo chiattone degli Hallowell. Lassù saranno tutti troppo impegnati per pensare alla cantina, fidati di me.»

Dopo una gita turistica fatta decisamente già qualche volta di troppo, emergiamo nella cantina della Villa sollevando la botola di legno massiccio con una lentezza esasperante, pronti a tutto.
Nessun rumore, nessuno ad attenderci.
Sentiamo solo l’eco lontana e ovattata delle urla di Orin che, fedele al piano, sta demolendo verbalmente quel poco che resta dell’autorità di questa casata caduta in disgrazia.
Eccole, le individuiamo subito in un angolo buio.
Tre grosse casse di legno scuro, ancora umide di salsedine e contrassegnate con i simboli commerciali di Zalaris.

Avviciniamo i sacchi di tela e, con la rapidità e la coordinazione di una squadra di traslocatori est-europei, svuotiamo i contenitori portando via ogni singolo frammento di quel materiale alchemico proibito.

Un colpo da manuale, rapidissimo e pulito.
Nessun tiro di iniziativa andato male, nessuna imboscata dell’ultimo secondo, zero mazzate.

—È andata decisamente troppo liscia, quasi in modo sospetto.
Molto probabilmente il Dan era stanco morto, la sessione stava durando da troppe ore, e il nostro amato Master aveva semplicemente una voglia matta di andarsene a dormire senza dover gestire un combattimento contro una dozzina di terroni da guardia.
Ma ehi, questo è Dungeons & Dragons… e le occasioni per buttare mazzate ignoranti e rischiare la vita non mancheranno di certo nelle prossime sessioni, su questo ci si può scommettere.—

Torniamo al Tempio di Tyr.
Il Giudice Theron può davvero baciarsi i gomiti.

Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

l’antidoto.

Questo è uno di quei pomeriggi dove la destinazione non mi è tanto chiara.

Sapevo che avrei scritto qualcosa, sapevo che la mia cartella “bozze” su aprilseventeen mi avrebbe proposto più di una opzione o due, ma quando si è trattato di scegliere, non ne sono stato capace.

Il quarto episodio dei diari di un manigoldo è praticamente pronto, ma non penso di essere dell’umore giusto per indossare le calze e le ciabatte di Ryoga e farmi prendere a schiaffi dal mio amico piumato.
Tengo molto a questa saga —se mi passate il termine… non sono uno scrittore, e non sono capace di darmi delle arie, lo sapete— e non penso sia giusto forzare la mano.

Poi c’è quest’altra storia, decisamente più personale.
È lì da un po’, nascosta tra i lavori incompiuti, ma è davvero piena di oscurità.
Mentre la rileggevo, ho capito che non l’avrei mai pubblicata.
Era troppo personale.
Troppo nuda.
E onestamente, non avevo nessuna intenzione di farmi vedere così vulnerabile, senza difese, davanti a uno schermo.

A volte parlare di certe cose fa paura.
Ti senti come se stessi camminando su di un filo teso dove a cadere ci vuole davvero un attimo, mentre i pensieri ti si accumulano sul petto togliendoti il fiato.
In quei momenti, per darti una tregua, ti serve uno scudo.

Avrei potuto lavorarci su, nascondermi tra i pensieri di un altro personaggio un po’ come avevo fatto con «è solo una partita di calcetto, non dobbiamo giocare la finale di Champions» dove ho indossato i panni —ed i ricci— di Lollo, tra tutte le cose scritte in tempi recenti forse la mia preferita; oppure come avevo fatto in “una sola parola, quattro lettere” dove alcune riflessioni un po’… “così” le avevo affidate ad una anziana disegnatrice di manga.
Ma non avrebbe funzionato stavolta, troppo difficile.
C’è troppo buio, finisce troppo male.
Ho provato ad alleggerire in qualche modo, a far passare un filo di luce tra le righe, ma in questo periodo davvero non mi riesce di immaginarmi un finale migliore…

Serve un altro scudo.

Il mio scudo l’ho trovato poco fa, per caso.
Se ne stava nel “Replay All Time” di Apple Music —e scordatevi di conoscere il pezzo con più ascolti… informazione per pochi.—

La prima strofa mi stava già uccidendo.

"Sono intrappolato in una vita che vorrei solo cancellare. Vorrei scomparire, andarmene senza lasciare traccia. Mi guardo allo specchio ma non riesco a vedere nulla oltre al dolore. E allora prendo un'altra pillola e spero che passi, perché i miei pezzi rotti ormai non si incastrano più." 

Sembrava che parlasse per me, che mettesse in fila tutto quello che non riuscivo a dire a parole mie.

Non scriverò quella storia, non lo farò mai, e probabilmente eliminerò la bozza.

Vorrei solo provare a raccontarti tutto usando le parole di Pierre come scudo.

Lo conosco, l’antidoto per giorni così avvelenati.
So esattamente a cosa aggrapparmi.
Spero solo che basti.