scorze di limone non trattato.

Se prendete una ricetta qualsiasi per fare un buon limoncello, vi diranno di dosare l’alcool con precisione chirurgica, di calcolare con criterio i giorni di infusione, e di bilanciare per benino lo sciroppo di zucchero.
Ecco, sappiate che se c’è un modo giusto e codificato di fare le cose, potete stare tranquilli… io e mia madre ce ne sbattiamo il cazzo e facciamo completamente di testa nostra.

Il risultato?
Buonissimo, per carità.
Ma con una potenza alcolica talmente al limite dell’accettabile che se te lo bevi nella serata giusta, ti ritrovi tra le forti braccia di Morfeo nel giro di un quarto d’ora al massimo.
Molto meglio di un qualsiasi anestetico.

C’è un’altra persona la cui madre produce un limoncello altrettanto ignorante.
E l’altra mattina ha pensato bene di portarmene una bottiglia.
Un pensiero carino, un regalo spontaneo.
Il problema è che lei non mi conosce davvero… non poteva sapere quale sia la mia reazione biologica e psicologica quando ricevo un gesto gentile.

Questa storia finisce nell’unico modo possibile.
Mi ritrovo a pranzo, con un sacco di gente intorno al tavolo, lo stomaco completamente chiuso, e la totale incapacità di partecipare ai discorsi o di fissare direttamente in faccia chiunque.
Succede ogni volta che non mi sento del tutto a posto.

«Brunello, ma non hai mangiato niente…»

«Eh…»

Ho un problema serio con i regali.
Ok, forse non solo con i regali, ma stasera parliamo di questo.

Già vi sento.
«Scusa Bruno, ma tu quando mai mi hai regalato qualcosa, o anche solo fatto un gesto carino per me?? Non sei quello che “esiste solo Alessandro Baldiati” e che si fotta il resto del mondo??»

Vero solo in parte, dai.
Non sono così estremo.
Più o meno.
Non faccio quasi mai niente per nessuno —con rarissime eccezioni— ma forse è proprio perché so di non saper reagire quando qualcuno fa qualcosa per me.
Non è semplice disagio, non lo so spiegare bene.
Mi viene proprio il magone, inizio a non sentirmi tanto bene fisicamente.
Pensa che ho smesso di festeggiare il mio compleanno a 35 anni, proibendo categoricamente alla mia famiglia di farmi qualsiasi tipo di attenzione o carineria.

Perché devi farlo quando dietro non c’è una reale importanza?

I terapisti dicono le solite cose… che è la sensazione di non appartenere a nessun posto, di non essere al centro dei pensieri di nessuno, di non sentirsi abbastanza.
Io non credo sia proprio del tutto così.

So di non essere tanto a posto, sia chiaro.
Ma la mia terapia personale resta comunque la musica.
Quella, insieme a tutta la vastità del mio essere irrimediabilmente —e senza nessuna vergogna— un nerd completamente perso tra sessioni di Dungeons And Dragons, anime, manga… Poi tanta scrittura, e una passione viscerale per il giuoco del pallone.
Finché ci sono tutte queste cose a tenermi in piedi, probabilmente non tutto è perduto.
Sono ancora recuperabile.
Spero.

Però senti, intanto che ci siamo…
Se per caso pensi di andarmi anche solo un po’ a genio —cosa quasi impossibile, probabilmente mi stai sul cazzo, ma metti che…— potresti evitare di farmi regali?
Ho una reputazione da demone da mantenere intatta.

E se posso, potresti smetterla di trattarmi come se fossi importante?
Fa un po’ ridere e, soprattutto, non ne ho per niente bisogno.
Oggi più di ieri.

Veeentiduuueeeee.


P.s.: Piuttosto, mancano pochissimi giorni al nuovo disco dei Seahaven e giuro che non vedo l’ora.
Ma di questo Ryan Ted Mixtape di Tedua vogliamo parlarne?
Si può che non passi un singolo giorno senza che io dia un giro a “Gravità” fatta con Latrelle?
E soprattutto, si può essere così tanto innamorati di Latrelle?

—Di Latrelle?—

—Sì, di Latrelle…—

Ma che cazzo.

episodio IV: è ancora mio il tuo cuore o l’hai soltanto ipotecato?

La forgia.

Il sacco di tela grezza che Durias si trascina dietro fa davvero un ciocco allucinante, a metà strada tra un batterista ubriaco che mena bacchettate fuori tempo e un carretto di pentole con le ruote scassate che rotola giù per una scarpata.
Al suo interno ci sono tutte le armi e le armature che abbiamo sfilato ai cultisti la notte scorsa —nella speranza che possano fruttarci qualcosa, ma non ne sono tanto convinto…—
Ci serve un fabbro, e ci serve subito.

La Forgia del Cuore di Ferro ci accoglie con tutta la violenza del suo respiro fiammeggiante.
È un imponente edificio a due piani, un bastione di fuliggine e mattoni neri dal cui comignolo si alza una colonna di fumo denso che quasi oscura completamente il cielo sopra le nostre teste.
Varchiamo la soglia e veniamo subito investiti da un’ondata di calore soffocante con note persistenti di carbone vivo, olio bruciato, e metallo fuso.
Il battito ritmico e assordante dei martelli sulle incudini fa vibrare persino le assi del pavimento e, tutto intorno, sciacquini con spessi grembiuli di cuoio marchiati con una K e segnati dalle scintille si muovono come ombre nel riverbero delle fiamme.

Dietro il bancone massiccio, mastro Kormac ci osserva con l’aria di chi ha visto già passare fin troppi avventurieri disperati.
Ha la barba scura, il volto scavato dal tempo, e uno sguardo capace di pesarti a prima vista.

Mi avvicino e inizio la trattativa cercando di darmi un tono, spiegando che stiamo ripulendo i sotterranei della nostra nuova locanda e che quella ferraglia ci è solo di impiccio —cosa tecnicamente vera, se si esclude il dettaglio che i proprietari di tutto quel ciarpame respirassero fino a poche ore prima, ma fotte, giusto?—
Kormac esamina le lame, sputa a terra un pezzetto di tabacco, poi mi fa…

«Centocinquanta monete d’oro per tutto. Prendere o lasciare.»

La cifra è onesta, è molto meglio di quanto mi aspettassi, ma Violet fa comunque un passo avanti.
Sposta delicatamente la borsa dell’oro di lato, rifiutando lo scambio in denaro, poi rilancia con fermezza, decisa ad ottenere il massimo.

«Niente monete, mastro Kormac. Al posto dell’oro, le saremmo infinitamente grati se ci mettesse in sicurezza la Lanterna. Siamo stanchi di avere visite indesiderate, ci servirebbero delle nuove serrature sul portone principale e su tutti gli accessi. Qualcosa di robusto… se capisce cosa intendo.»

Il fabbro la studia per qualche istante, valuta la qualità delle cose che gli abbiamo portato, e alla fine fa un cenno d’assenso con la testa.

«Affare fatto. Vi darò il ferro migliore, temprato con cura. E visto che l’acciaio da solo non basta, vi integrerò una trappola meccanica a scatto sul portone principale… se ho capito cosa intendete. Appena possibile, manderò qualcuno alla Lanterna per sbrigare la questione.»

Spendo tutto in drip…

Usciamo dalla forgia, ed è bellissimo tornare a respirare all’aria aperta.
Ci rimettiamo subito in cammino, parecchio soddisfatti dell’esito del nostro shopping, puntando dritto verso il porto.
O forse no.

Pochi isolati più avanti, l’atmosfera grigia del quartiere commerciale si dissolve di colpo, lasciando spazio a un angolo di città che sembra non appartenere proprio del tutto all’ambiente circostante.
La bottega degli animali di Elara è davvero un posto incantato, un piccolo paradiso di legno che emana profumi romantici di fieno fresco e di camomilla selvatica.

Elara, una ragazza dai modi dolci e i lunghi capelli raccolti in una treccia morbidissima, si muove tra i recinti accudendo una nidiata di piccoli coniglietti bianchi.
Batuffoli di pelo soffice che si rincorrono tra di loro, trasmettendo un calore così intenso da far sembrare i pericoli di Welderos solo un brutto e lontano ricordo.

I miei compagni proseguono, ma io mi blocco.
Le mie ciabatte si fermano sul selciato, non rispondono più ai miei comandi, mentre le mie calze spaiate affondano leggermente nella paglia dispersa, del tutto incapaci di proseguire oltre.

In mezzo a quel recinto c’è lei.
Una capra.
Ma non una capra qualunque.
Lei ha uno sguardo profondo, fiero, e un modo di masticare quel ciuffo di fieno che trasuda una dignità regale.
È amore a prima vista.
Non mi sentivo così da quando ho ascoltato “Umile” per la prima volta, quella stessa sensazione di purezza grezza e di stile assoluto che ti colpisce dritto al petto.
Il perfetto sostituto biologico di un giardiniere per ripulire le erbacce chilometriche nel giardino della Lanterna.

«Tony…» sussurro, parlando più a me stesso che agli altri. «Tony sarebbe proprio un bel nome per una capra.»

La voce di Manigoldo mi esplode all’istante nella scatola cranica, improvvisa come il Colossale che abbatte le mura, e puntuale come Zoro a un appuntamento romantico.

«Dimmi che non l’hai chiamata così per il motivo che penso. Ti prego, dimmelo.»

«L’ho chiamata così e-sat-ta-men-te per il motivo che pensi», gli faccio con un sorriso, mentre inizio a ruotare il viso verso sinistra e a portare l’indice destro verso il confine della mia jawline, definendone il profilo con un gesto di pura arroganza estetica.

«Ti prego non farlo!!» Sospira, per quanto possa sospirare un gufo nella mente di un elfo. «Siamo passati quindi dal citare i classici della letteratura a fare tributi all’avanguardia musicale?»

«Dai Manigoldo, non fare così… è ancora mio il tuo cuore o l’hai soltanto ipotecato?» lo provoco, senza distogliere lo sguardo dal mio nuovo acquisto che drippa da ogni centimetro quadrato di pelo.

«Io non so più che cazzo ti dice la testa, però ti avviso… se quella bestiaccia prova soltanto ad avvicinarsi alle mie piume, si prende delle beccate, giuro su tua madre!»

«Ma smettila, non ferire i suoi sentimenti! E poi guarda quanto stile che ha… è troppo chill.»

Da dietro la mia schiena, Toradol si sporge, si sistema la barba con una mano e commenta in un sussurro…

«Sì, va bene il chill… ma per il barbecue come facciamo?»

«Ma che cazzo dici??!» urlo, girandomi di scatto con un’espressione disgustata, talmente furiosa che persino i coniglietti di Elara si bloccano terrorizzati nel loro recinto. «Tony non si tocca! Tony fa parte della compagnia adesso! Porta rispetto al goat, pazzo eretico!!»

Come se non bastasse, e convinti da Violet che la locanda abbia comunque bisogno di un sistema di allarme perimetrale, compriamo anche tre oche da guardia.
Qui, Quo e Qua.
Il loro prezzo è irrisorio —anche se il mangime per mantenerle in forze rischia di prosciugare tutti i nostri risparmi futuri— eppure, guardando quel trio di pennuti starnazzare istericamente dietro a ogni ombra che si muove, non posso fare a meno di sorridere.

Mentre ci incamminiamo portando Tony in trionfo, un pensiero di pura superiorità mi attraversa la mente.
Quando si tratta di battezzare compagni animali e di trovare loro un nome che trasudi carisma, sono decisamente tre spanne sopra a tutti gli altri membri del gruppo, non c’è storia.

Un passaggio veloce alla Lanterna, per sistemare la capra più swag del reame assieme a tutto il nostro nuovo zoo privato nel cortile, poi —finalmente— mettiamo un passo davanti all’altro in direzione del porto.

Il Timone Spezzato.

La puzza del porto di Welderos ti gratta in gola ancora prima che tu possa vederne i moli.
È una miscela densa di pesce marcio, saggina bagnata, fumo di tabacco scadente, e quel retrogusto dolciastro tipico dei canali artificiali stagnanti che tagliano in due i quartieri popolari.
La nebbia qui non si alza mai, resta incollata al pelo dell’acqua e avvolge le passerelle di legno massiccio, abbastanza larghe da permettere il passaggio simultaneo di due carri da trasporto.

Ci fermiamo a pochi metri dall’imbocco del molo numero nove, riparati dall’angolo di un magazzino fatiscente.
Come promesso da Kallan e Orin, la sagoma di una nave mercantile dalle linee slanciate si staglia contro l’acqua scura dei canali.
Sul suo pennone principale sventola, pesante e inconfondibile, una bandiera recante lo scudo blu su campo verde della Casata Hallowell.

«Ci penso io a dare un’occhiata ravvicinata a quella copia riuscita malissimo della Going Merry» inizia Durias. «Prendo una camera al Timone Spezzato, voglio camuffarmi da scaricatore portuale e vedere di farmi ingaggiare sulla banchina. Joran, vieni con me?»

«Oh sì!» interviene il druido con un lampo di malizia sulle labbra. «Pensavo di trasformarmi in qualcosa di molto piccolo per infilarmi dritto nella cabina del capitano, ma non voglio spoilerare nulla…»

Manigoldo lo fissa dall’alto del mio spallaccio, inclinando la testa e guardandolo con un fare di pura e aristocratica superiorità.
«Ricchione!»

«Se andate voi, io e Toradol ci piazziamo a un tavolo all’esterno di quel postaccio» dice Violet, facendo un check rapido al suo equipaggiamento. «Ordineremo qualcosa da bere e terremo occhi e orecchie sull’attenti.»

«Mi connetto con il piumato» concludo io, incrociando le braccia contro il petto. «Prendo in prestito i sensi di Manigoldo per mappare la zona dall’alto, così se la situazione si dovesse scaldare lo sapremmo all’istante.»

Proprio mentre stiamo per muoverci, sento gli artigli del gufo grattare sul cuoio della mia armatura, mentre le sue parole richiamano immediatamente la mia attenzione.

«Ryoga, guarda laggiù… Le due caffettiere stanno provando a muoversi “furtivamente” tra i barili!» mi comunica mentalmente, indicandomi con il becco la direzione opposta al molo.

Prima ancora che io possa tradurre l’informazione per tutto il gruppo, Durias ci pianta un bel bestemmione in nanico e lancia un’occhiataccia nella stessa e identica direzione, manco avesse intercettato la telepatia.

«Sempre che quei due scaldabagni ambulanti di Kallan e Orin non ci mandino all’aria i piani prima ancora di iniziare» ironizza il bardo, scuotendo la testa con un sorriso amaro.
«Hey ho, let’s go!»

Il Timone Spezzato è il classico buco di posto dove la gente di mare va a fare baldoria e la birra costa poco o niente, perfetto per confondersi tra la folla e non dare troppo nell’occhio —o almeno spero…—
Con Violet e Toradol ci sediamo intorno a un tavolo di legno unto all’esterno del locale, cercando di mimetizzarci con l’ambiente circostante.
Il nostro chierico nasconde con discrezione lo scudo col simbolo di Selune sotto la panca per evitare che qualche contrabbandiere decida di iniziare una mezza guerra santa.
Io invece mi appoggio allo schienale, socchiudo gli occhi, e mi connetto mentalmente con il mio gufo, osservando Durias che si avvia sulla banchina adottando un’andatura strascicata che nemmeno dopo un bolas scannato in personal.
Un raggiro spudorato, ma che in mezzo a quella marmaglia di disgraziati risulta incredibilmente efficace.

Il primo a fare ritorno al nostro tavolo, dopo una buona oretta di attesa snervante, è Joran.
Sbuca fuori dalla nebbia con l’aria decisamente sbattuta, si siede pesantemente sulla panca di legno, e si versa un goccio di birra con la mano che trema ancora leggermente per lo sforzo magico.

«Allora?» gli sussurra Violet, sporgendosi in avanti. «Novità dalla cabina?»

«Sono riuscito a intrufolarmi da un oblò trasformato in un ragnetto» racconta il druido, parlando a bassa voce. «Sulla scrivania del capitano, un tale Sottacqua, c’era un diario di bordo con annotazioni su rotte commerciali stabili verso Zalaris, una città del profondo sud. L’ultima riga parla esplicitamente di un “carico speciale” destinato al protettore di Welderos. Ho pure rischiato di essere calpestato malamente dal capitano mentre tornavo indietro, sono esausto!»

Pochi minuti dopo, un tizio basso con la faccia completamente sporca di carbone e i vestiti logori si avvicina ciondolando verso di noi.
Si ferma giusto davanti al nostro tavolo, dopodiché si mette a fissarci con un’aria spenta.

«Ehi, voi» ci dice con un filo di voce roca. «Avreste mica un po’ di tabacco per un povero scaricatore di porto a corto di fumo?»

Stiamo quasi per cacciarlo a calci in culo, quando noto la cresta rossa malamente nascosta sotto un berretto di lana bucato.
Solo in quel momento riconosciamo Durias, autore di un camuffamento da premio oscar.
Il bardo si siede di sbieco, abbandona la recita, e ci ragguaglia all’istante sulla situazione giù alla banchina.

«Ragazzi, le casse sono piene di quelle schifezze» sussurra, lo sguardo serio. «È lo stesso identico odore che infestava la nostra cantina. Stanno caricando tutto proprio adesso, il convoglio è quasi pronto a muoversi.»

Mentre i carrettieri stringono le redini dei cavalli e le ruote di legno iniziano a scricchiolare sul selciato bagnato, Toradol decide che è il suo momento.
Si alza dalla panca con l’idea di giocarsi la carta del fucking communist, convinto che la condivisione dei mezzi di trasporto sia un diritto divino universale.
Si avvicina al conducente del carro, assumendo un’espressione stanca e zoppicando vistosamente per impietosirlo.

«Ehi, compagno…» esordisce il chierico. «Non è che avresti un briciolo di solidarietà per un povero nano con le ginocchia a pezzi? Mi basterebbe un passaggio sul retro del carro fino al Tempio di Tyr.»

Il carrettiere lo squadra dall’alto della cassetta, sputa una scarrata impressionante a pochi centimetri dai suoi piedi, e lo rimbalza con una violenza verbale tale da spegnere all’istante ogni sua speranza socialista.

«Scordatelo, nanerottolo. La villa è decisamente lontana dal tempio e non abbiamo nessuna intenzione di fare deviazioni. Levati dai piedi prima che ti faccia cacare la barba dai miei cavalli.»

Il carro scatta in avanti, svoltando l’angolo e scomparendo rapidamente tra i vicoli avvolti dalla nebbia.
Prima che il convoglio si allontani troppo, lancio un’occhiata d’intesa verso il cielo grigio sopra i moli.

«Manigoldo, vai» gli ordino mentalmente. «Segui quel carro e non perderlo di vista.»

Il gufo si lancia dal cornicione di pietra, scomparendo nella coltre umida ed uscendo quasi subito dal raggio d’azione della nostra telepatia.
Passa un tempo infinito, un silenzio pesante interrotto solo dal rumore della risacca contro il legno dei moli.
Poi, all’improvviso, la connessione mentale si riaccende con una zaffata di sdegno e piume bagnate.

«Ryogaaaaa, sia maledetta quella cessa di tua madre assieme al momento esatto in cui le nostre anime si sono legate» mi gracchia la voce del gufo direttamente nei neuroni rimasti, mentre lo vedo tornare a rotta di collo sopra la nebbia. «Mi hai fatto fare una volata dietro a quei cavalli con tutta questa umidità di merda che per poco non mi tappa le ali. Mi sento letteralmente come se mi avessero messo la guallera in un frullatore… Mandaci Tony la prossima volta!»

«Smettila di piagnucolare e dimmi…» gli rispondo mentalmente, cercando di nascondergli come meglio posso quanto mi senta in pensiero ogni volta che si allontana da me. «Dove hanno scaricato?»

«A Villa Hallowell, il bro del carro ha mollato tutta la merce proprio nel loro cortile interno» conclude il piumato, planando pesante sul mio spallaccio e iniziando a sistemarsi le penne con il becco.

«È a Villa Hallowell» dico, fissando i miei alleati uno a uno. «Il carico è andato dritto lì.»

Durias batte un pugno sul legno, pulendosi la faccia dalla fuliggine.

«Ci siamo allora. Visto che Kallan e Orin si stavano aggirando da queste parti fino a poco fa, non dovrebbe essere così difficile trovarli se sono ancora nei paraggi. Possiamo attuare una manovra a tenaglia. Del tipo che mandiamo quei due scaldabagni a fare casino e attirare l’attenzione davanti all’ingresso principale della villa, e noi entriamo di nascosto da sotto, sfruttando il tunnel delle ossa che si collega direttamente alle cantine.»

Violet si lancia in piedi, visibilmente contenta di tornare finalmente in azione.

«Un piano così folle che potrebbe persino funzionare. Andiamo a cercare le caffettiere…. gli scaldabagni… sì, insomma… Kallan E Orin.»

Blitzkrieg Bop.

Trovare Kallan e Orin nei paraggi del porto non richiede alcuna prova di Investigazione basata sull’Intelligenza —e vorrei ben vedere…—
Violet riserva loro un saluto misurato e riassume rapidamente i fatti, senza perdersi in chiacchiere inutili.
Spiega della nave mercantile al molo nove, del diario di bordo con le rotte per Zalaris, e di quelle casse piene di sostanze proibite che sono state appena scaricate nel cortile interno della Villa.
Mentre lei parla, Durias se ne sta lì a braccia conserte, gongolando vistosamente e dandosi delle pacche sulle spalle da solo per aver partorito la manovra a tenaglia del secolo.

«Quindi la faccenda è questa» conclude la bocca del nostro gruppo, indicando la direzione dei quartieri alti con un cenno del mento. «Voi due andate a bussare al portone principale facendo più casino possibile, e noi entriamo da sotto sfruttando la botola sotterranea per ripulire la cantina prima che i Malakor possano disporre della merce.»

Kallan e Orin si guardano per qualche istante, metabolizzando l’informazione con i tempi di reazione tipici di chi indossa una quarantina di chili di acciaio temprato sulla testa.
Dopotutto Lord Barnabus è già sotto indagine, e la guardia cittadina ha il pieno diritto di effettuare una perquisizione se c’è il sospetto di contrabbando.

«Ci stiamo, la tattica gira» dice Orin, sistemandosi il maglio sulla spalla. «Ma non siamo così stupidi da andare a bussare alle porte degli Hallowell in due e senza le carte giuste. Passiamo un secondo dal Bastione di Ferro, facciamo rapporto al Capitano Kaelen, e ci facciamo firmare un mandato ufficiale. Con qualche uomo in più di rinforzo e con la legge dalla nostra, quelli dovranno aprirci per forza e restare impegnati ai piani superiori per tutto il tempo che vi serve.»

I due gruppi si dividono con un cenno d’intesa.
Le caffettiere corrono verso il comando a sbrigare la burocrazia, mentre noi cominciamo a muoverci a passo svelto verso il quartiere del mercato, diretti all’accesso segreto che porta dritti sotto la città.

Tornare in quel cunicolo di ossidiana e ossa intrecciate è un’esperienza che avrei evitato molto volentieri, specialmente con le ciabatte ancora umide di nebbia portuale.
Mentre solleviamo la botola nascosta nel vecchio magazzino del mercato, Manigoldo si mette a soffiare nei miei pensieri nemmeno fosse un gatto a cui hanno appena tirato la coda.

«Ancora qua sotto, Ryoga?»

«Ti prego, non iniziare» gli rispondo cercando di mantenere la mia solita flemma estetica mentre scendiamo sottoterra. «Il diversivo delle caffettiere funzionerà alla grande. In questo preciso momento Orin e Kallan staranno sventolando il mandato ufficiale in faccia a qualche maggiordomo chiattone degli Hallowell. Lassù saranno tutti troppo impegnati per pensare alla cantina, fidati di me.»

Dopo una gita turistica fatta decisamente già qualche volta di troppo, emergiamo nella cantina della Villa sollevando la botola di legno massiccio con una lentezza esasperante, pronti a tutto.
Nessun rumore, nessuno ad attenderci.
Sentiamo solo l’eco lontana e ovattata delle urla di Orin che, fedele al piano, sta demolendo verbalmente quel poco che resta dell’autorità di questa casata caduta in disgrazia.
Eccole, le individuiamo subito in un angolo buio.
Tre grosse casse di legno scuro, ancora umide di salsedine e contrassegnate con i simboli commerciali di Zalaris.

Avviciniamo i sacchi di tela e, con la rapidità e la coordinazione di una squadra di traslocatori est-europei, svuotiamo i contenitori portando via ogni singolo frammento di quel materiale alchemico proibito.

Un colpo da manuale, rapidissimo e pulito.
Nessun tiro di iniziativa andato male, nessuna imboscata dell’ultimo secondo, zero mazzate.

—È andata decisamente troppo liscia, quasi in modo sospetto.
Molto probabilmente il Dan era stanco morto, la sessione stava durando da troppe ore, e il nostro amato Master aveva semplicemente una voglia matta di andarsene a dormire senza dover gestire un combattimento contro una dozzina di terroni da guardia.
Ma ehi, questo è Dungeons & Dragons… e le occasioni per buttare mazzate ignoranti e rischiare la vita non mancheranno di certo nelle prossime sessioni, su questo ci si può scommettere.—

Torniamo al Tempio di Tyr.
Il Giudice Theron può davvero baciarsi i gomiti.

Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

l’antidoto.

Questo è uno di quei pomeriggi dove la destinazione non mi è tanto chiara.

Sapevo che avrei scritto qualcosa, sapevo che la mia cartella “bozze” su aprilseventeen mi avrebbe proposto più di una opzione o due, ma quando si è trattato di scegliere, non ne sono stato capace.

Il quarto episodio dei diari di un manigoldo è praticamente pronto, ma non penso di essere dell’umore giusto per indossare le calze e le ciabatte di Ryoga e farmi prendere a schiaffi dal mio amico piumato.
Tengo molto a questa saga —se mi passate il termine… non sono uno scrittore, e non sono capace di darmi delle arie, lo sapete— e non penso sia giusto forzare la mano.

Poi c’è quest’altra storia, decisamente più personale.
È lì da un po’, nascosta tra i lavori incompiuti, ma è davvero piena di oscurità.
Mentre la rileggevo, ho capito che non l’avrei mai pubblicata.
Era troppo personale.
Troppo nuda.
E onestamente, non avevo nessuna intenzione di farmi vedere così vulnerabile, senza difese, davanti a uno schermo.

A volte parlare di certe cose fa paura.
Ti senti come se stessi camminando su di un filo teso dove a cadere ci vuole davvero un attimo, mentre i pensieri ti si accumulano sul petto togliendoti il fiato.
In quei momenti, per darti una tregua, ti serve uno scudo.

Avrei potuto lavorarci su, nascondermi tra i pensieri di un altro personaggio un po’ come avevo fatto con «è solo una partita di calcetto, non dobbiamo giocare la finale di Champions» dove ho indossato i panni —ed i ricci— di Lollo, tra tutte le cose scritte in tempi recenti forse la mia preferita; oppure come avevo fatto in “una sola parola, quattro lettere” dove alcune riflessioni un po’… “così” le avevo affidate ad una anziana disegnatrice di manga.
Ma non avrebbe funzionato stavolta, troppo difficile.
C’è troppo buio, finisce troppo male.
Ho provato ad alleggerire in qualche modo, a far passare un filo di luce tra le righe, ma in questo periodo davvero non mi riesce di immaginarmi un finale migliore…

Serve un altro scudo.

Il mio scudo l’ho trovato poco fa, per caso.
Se ne stava nel “Replay All Time” di Apple Music —e scordatevi di conoscere il pezzo con più ascolti… informazione per pochi.—

La prima strofa mi stava già uccidendo.

"Sono intrappolato in una vita che vorrei solo cancellare. Vorrei scomparire, andarmene senza lasciare traccia. Mi guardo allo specchio ma non riesco a vedere nulla oltre al dolore. E allora prendo un'altra pillola e spero che passi, perché i miei pezzi rotti ormai non si incastrano più." 

Sembrava che parlasse per me, che mettesse in fila tutto quello che non riuscivo a dire a parole mie.

Non scriverò quella storia, non lo farò mai, e probabilmente eliminerò la bozza.

Vorrei solo provare a raccontarti tutto usando le parole di Pierre come scudo.

Lo conosco, l’antidoto per giorni così avvelenati.
So esattamente a cosa aggrapparmi.
Spero solo che basti.

episodio III: se sai gridare, so farlo più forte.

…And Justice For All.

«Non avevo scelta, lo giuro sulla luce di Tyr! I debiti della mia casata stavano diventando una voragine, i Malakor… loro mi hanno offerto una via d’uscita. Dovevo solo chiudere un occhio su Xantros e sulle sue piccole, insignificanti ricerche…»

Il silenzio inquisitorio del Tempio di Tyr accoglie tutto quell’ammasso di parole, così vuote e spezzate.
Lord Barnabus adesso trema al cospetto del Gran Giudice, la sua voce un debole sussurro, non molto diverso dal raschiare ritmico di un topolino spaesato in una vecchia soffitta.

Il respiro di Theron si fa pesante, la sua rabbia diventa quasi tangibile, un’energia statica sul punto di fulminare ogni cosa tra queste colonne di marmo, mentre Violet si scambia uno sguardo con Joran che dice chiaramente quanto le piacerebbe piantare la sua spada in mezzo a quel mucchio di stracci nobiliari.

Barnabus continua a balbettare, blatera di persone che venivano e andavano dalla sua cantina negli orari più strani, di rumori sospetti e di quegli odori pungenti che non lo facevano dormire.
Racconta di boati e scosse simili a terremoti che facevano tremare tutta la sua villa, e di come, ogni singola notte, giurasse a se stesso che avrebbe denunciato i Malakor per porre fine a ogni cosa.
Ma non ne aveva il coraggio.
Ormai quel potere oscuro era diventato il vero padrone in casa sua.

Sul morire delle sue ultime parole, un’ombra taglia improvvisamente la luce delle alte vetrate.
Un battito d’ali sicuro, familiare, una virata precisa che termina con un atterraggio perfetto sulla mia spalla.
Per un momento mi dimentico di poter parlare con lui nei nostri pensieri.

«Manigoldo! Iniziavo seriamente a preoccuparmi». Mi volto e gli strofino con affetto il naso contro la punta del becco, chiudendo gli occhi per un istante.

«Ryogaaaaaaa, ma che cazzo fai? Che sono ‘ste ricchionerie? Se ci riprovi lo giuro, ti becco una pupilla! Cose da pazzi!»

Rido tra me e me, sentendo quel calore acido che solo lui sa trasmettermi. «Ho capito, ho capito! Dai scusami… mi sono lasciato trasportare per un attimo, ero solo molto in pensiero per te, sudicio ammasso di piume.»

Theron dimonio con occhi di bragia, si scuote e ci richiama all’ordine, tornando a fissare il povero Barnabus.
Povero un cazzo, guarda che casino ha combinato sto ciccione infame
«Barnabus Hallowell, le tue parole sanno di tradimento verso questa città…»

Violet fa un passo avanti, la sua armatura risplende sotto le luci del tempio manco fosse l’Immacolata dell’otto dicembre, e con un gesto di rispetto sembra quasi volersi scusare per l’interruzione. «Vostro onore, se arrestiamo Barnabus per necromanzia o per tradimento, i Malakor capiranno immediatamente che…»

«Se dovessi accusare i Malakor ora, la città cadrebbe tra le fiamme ancora prima che il sole finisca di tramontare.» Theron non le fa nemmeno finire la frase. «Ovviamente non possiamo permetterci una guerra civile tra le mura di Welderos.»

Poi sospira, un rumore pesante che sembra venire direttamente dalle fondamenta del tempio, e si scambia uno sguardo d’intesa con Violet, uno di quelli che solo chi si nutre di pane e politica saprebbe decifrare.

«Il cultista che Orin ha trascinato qui poco fa ha iniziato a cantare. Non ha parlato subito di ombre o di antichi poteri, ma di carichi illegali. Sostanze proibite che entravano in città in mezzo a spezie e tessuti sfarzosi, reagenti necrotici che servono a Xantros per i suoi giochetti…»

Violet annuisce, e vedo un mezzo sorriso farsi strada sul suo volto, quell’espressione tipica di un cacciatore quando vede la sua preda cadere in una trappola perfetta.

«Esattamente quello che intendevo, Vostro Onore. Un mandato di indagine contro gli Hallowell per traffico internazionale di sostanze illecite è molto più digeribile per l’opinione pubblica. Ci permetterebbe di perquisire ogni angolo della villa e della Lanterna senza scatenare il panico. Ci lascerebbe il tempo di capirci qualcosa di più prima che i Malakor si accorgano che il loro castello di carte sta venendo giù.»

«E sia. Ma resta il problema della Lanterna. Quel posto è una ferita aperta nel cuore di Welderos.»

Il Gran Giudice sposta poi lo sguardo su di noi, indugiando —di nuovo— per un istante di troppo sulle mie ciabatte, prima di tornare serio.
«Molto bene allora. In segno di gratitudine per il vostro servizio, come pattuito, vi consegno ufficialmente la proprietà della Locanda La Lanterna. Siete i nuovi padroni dell’immobile. Gestitelo, ripulitelo, fateci quello che volete, ma soprattutto sorvegliate quel tunnel. Welderos, ora più che mai, ha bisogno di occhi nel buio, e voi siete i soli di cui posso fidarmi.»

Rimango per un attimo intontito.
Io, Ryoga, il tizio che fino a poco fa cercava solo di non farsi appiccicare addosso l’umidità del mercato prima di una sessione di allenamento, adesso uno dei proprietari de La Lanterna.
Un oste.
Un locandiere con la responsabilità di un cunicolo oscuro e pieno di schifezze di ogni genere.

«Ma che culo, Ryoga! Abbiamo vinto una casa infestata dai ratti e un debito eterno con un nano invasato con la giustizia. Perché non ti metti subito un bel grembiulino ricamato e inizi a lavare i bicchieri, da brava sguattera?»

«Ma certo che sì, amico mio! Devo solo decidere se poi usarti come mappina per lavare in terra, o come piumino per togliere quelle tonnellate di polvere!»

«Siete stati molto generosi, Giudice», risponde Violet, con quel tono diplomatico che io non riuscirei mai a tirare fuori, nemmeno se mi pagassero in monete di platino.

«Confido che i nostri segreti rimangano tra queste mura, non fate parola di tutto questo con nessuno. Vi chiederei inoltre di non prendere iniziative. Lasciatemi un po’ di tempo per decidere le nostre prossime mosse. A presto, avventurieri.»

La Gigiotta.

Usciamo dal tempio proprio mentre Welderos inizia ad indossare uno dei più eleganti tra tutti i suoi abiti da sera, con un soffio di fresco che —finalmente— mi accarezza il viso.

Camminiamo senza parlare per un po’, con i nostri stivali che si trascinano lentamente, finché Violet non si ferma di colpo in mezzo alla strada, ignorando i bestemmioni dei passanti che si trovano improvvisamente i piedi intralciati.

«Aspettate un attimo!» Esordisce con lo sguardo perso nel vuoto. «C’è qualcosa che non mi quadra. Perché Valerius Malakor ci ha mandati proprio lì? Se quel tunnel doveva restare segreto, perché mandare dei mercenari esterni, noi, a ficcarci il naso?»

Mi gratto il mento, cercando di rimettere in fila i pezzi.

«È un dubbio che è venuto anche a me, però pensaci un attimo… Magari la firma di Malakor è stata messa d’ufficio su quella pergamena, tipo per pura burocrazia, no? Forse non tutti i consiglieri sono informati proprio di ogni singola quisquilia che accade in città.»

«Sì, come no,» ribatte lei, scettica. «Sta a vedere che alla fine chi ti paga è proprio la stessa persona che spera tu non torni mai a riscuotere.»

Prima che Violet possa proseguire con le sue teorie degne di un terrapiattista, una manona le si posa con decisione sulla spalla.

«Basta con queste seghe mentali!» sbotta Durias, passandosi una mano sulla sua cresta rossa come se si stesse facendo bello, con tutta la grazia degna di un ballo delle debuttanti. «Ho fame, ho sete, e c’ho una voglia matta di fare un po’ di sano casino! I complotti, le ombre e i ciccioni che tremano davanti alla giustizia li gestiremo domattina. Adesso, si va dalla Gigiotta!»

Non aspetta nemmeno una risposta e inizia a marciare a testa bassa, attirando l’attenzione di chiunque incroci sul suo cammino.
Lo seguiamo di corsa, quasi trascinati dalla sua scia, finché non ci troviamo davanti a un portone di legno massiccio che sembra vibrare per il bordello che arriva dal suo interno.

Il bardo carica la porta con una potente spallata e la spalanca con un botto tale che per un istante la locanda sembra quasi spegnersi.
Sulla soglia torreggia un mezz’orco che scatta subito sull’attenti, muscoli imponenti sotto le sue cicatrici, il suo sguardo già piantato verso il possibile pericolo.

Appena i suoi occhi incontrano la sagoma del nostro nano un po’ su di giri, la tensione gli scivola via dai lineamenti.
Si rilassa con un grugnito profondo, quasi un cenno di scuse, e poi ci fa segno di entrare —con quella che dovrebbe essere la sua migliore interpretazione della parola sorriso.—

Durias però non ha nessuna intenzione di lasciar passare questa scena come se niente fosse.
Gli molla una pacca tonante sulla spalla e se ne esce con un: «Le scuse conservale per quando mi sarò sbattuto tua sorella, ahah!».

Il bestione resta immobile per un secondo, come se dovesse prendersi del tempo per interpretare la frase, poi scoppia in una risata così fragorosa da sovrastare anche la musica del locale, mentre noi ci facciamo strada tra i tavoli affollati.

La Gigiotta ci accoglie con il suo solito calore —e questa frase ve la lascio così, con l’unico e solo scopo di farvi andare un po’ dove vi pare con l’immaginazione…—

Passiamo la serata a ripulire vassoi carichi di cervo, pollo e verdure, lasciando che la trappista riserva annebbi per un po’ tutti i nostri ricordi.
Mi godo la serata e l’abbraccio di questo posto, scambiando uno sguardo divertito con Manigoldo mentre mi asciugo la schiuma della birra con il dorso della mano.

Il tempo scorre velocemente.

Dopo diverse ore la nostra Violet, con fare materno, ci ricorda che abbiamo il compito di tenere sotto controllo La Lanterna.
Prende su un barile di quella birra meravigliosa —nel caso stanotte ci fosse ancora un po’ di arsura— poi ci butta letteralmente in strada.
Usciamo che è ormai notte fonda.

Servizio in camera?

Welderos a quest’ora è una lunga distesa di ombre e di vicoli che —se il vecchio Bilbo non se la prende a male— se non dirigi bene i piedi non si sa dove puoi finire spazzato via.
La birra della Gigiotta picchia ancora un po’ in testa, ma man mano che ci avviciniamo al quartiere dei rifugiati, il fresco della notte inizia a ripulire i nostri pensieri.
In pochi minuti arriviamo davanti al maniero, ed entriamo portandoci sulle spalle tutta la stanchezza di una giornata che è durata decisamente troppo a lungo.

L’odore di polvere e di chiuso della locanda ci riaccoglie come un antico nemico.
Ci guardiamo in faccia, tutti con delle occhiaie che ci arrivano fin quasi alle ginocchia, e stabiliamo velocemente i turni di guardia.
Violet inizierà a vegliare su di noi, poi toccherà a Joran, seguito da Durias, e infine io chiuderò la notte.

Mi butto sul mio giaciglio in un angolo della sala grande, cercando di scivolare nella mia trance elfica il più in fretta possibile.
Sento il peso di Manigoldo che si sistema su di me e poi, nel giro di qualche istante, solo il buio che mi avvolge tra le sue forti braccia.

Il tempo per un elfo è una sostanza elastica, quattro ore di meditazione sono più che sufficienti per sentirmi perfettamente riposato.
Esco dalla trance che la locanda è ancora immersa nel silenzio più profondo.
Mi alzo sentendo le ossa che scricchiolano per l’umidità e mi avvicino a Durias per dargli il cambio; il bardo mi saluta con un rutto sommesso e melodico prima di accennare a un mezzo inchino e tornarsene a dormire.
Che spettacolo.

Mi siedo vicino alla finestra e comincio l’ultimo turno di guardia, il mio arco a portata di mano, cercando di isolarmi dal respiro pesante dei miei compagni che dormono poco distanti.
Poi, all’improvviso, sento Manigoldo irrigidirsi, le sue zampe stringono il cuoio del mio spallaccio con una forza che quasi mi fa male.

Non serve che parli, sento il suo cuore battere all’impazzata contro il mio viso.

«Ryoga. Fermo. Non muoverti!»

Trattengo il respiro.
All’inizio non sento nulla, poi, piano piano, arriva.
Un fruscio.
Passi.
Molti passi, proprio lì fuori, davanti al portone principale.

«Manigoldo, svegliali! Tutti!» ordino mentalmente mentre scatto in piedi, l’arco già teso tra le mani.
Il mio gufo decolla come un proiettile nel buio, piombando sui giacigli dei miei compagni addormentati tra battiti d’ali furiosi e beccate di avvertimento, proprio mentre io incocco la prima freccia.

La serratura principale viene meno con un rumore secco di metallo schiantato e il portone si spalanca.
Colpisco il primo intruso dritto nel petto prima ancora che riesca a mettere entrambi i piedi nella sala.
Nello stesso istante sentiamo il suono inequivocabile di un grimaldello che forza la porta sul retro.

«Siamo accerchiati!»

Violet scatta su, ancora annebbiata dal sonno e, cosa peggiore di tutte, senza la sua armatura.
Joran sente il pericolo e lancia un coltello di ghiaccio verso l’ombra che sta spuntando dalla cucina, cercando di guadagnare secondi preziosi.
Durias intanto pronuncia una serie di parole che non riesco nemmeno a distinguere nel caos.

«Sta lanciando risata incontenibile di Tasha… se entra, giuro che mi mangio le piume!»

Entra.
L’assassino si blocca, sbarrando gli occhi, dopodiché crolla a terra contorcendosi dai crampi per una risata convulsa e fuori luogo.

Due cultisti passano la difesa di Violet.
Senza le sue piastre è un bersaglio fin troppo facile.
Vedo le lame affondare, sento il suo gemito di dolore e la vedo crollare sul pavimento della locanda, immersa in una pozza di sangue che si allarga in fretta.

Sento qualcosa bruciarmi dentro.
«BASTARDI!» grido con quanto fiato ho in gola, con tutto l’odio che posso.

Manigoldo si lancia nel mucchio, artigliando il volto di un assalitore per distrarlo.
Ne approfitto e lancio una freccia, poi un’altra, sotto lo scricchiolio dell’arco, con una furia che non sentivo da tempo.

Joran emette un ringhio carico di rabbia e l’orsetto fa il suo ritorno.
Il suo corpo si espande in quella mole pelosa che ormai conosciamo fin troppo bene, caricando tra i tavoli e piazzandosi sopra Violet come un muro di muscoli invalicabile, mentre tutti gli altri nemici vengono abbattuti uno dopo l’altro.

L’ultimo rimasto è quello che si sta finalmente riprendendo dalla risata magica.
È a terra, disarmato, con Durias che gli sovrasta la testa impugnando il suo maglio.

«Arrenditi, verme. Finisce qui», gli intima il bardo con una freddezza che metterebbe i brividi a chiunque.

Il cultista sputa un fiotto di sangue proprio sugli stivali del nano.
Alza lo sguardo, un lampo di follia nei suoi occhi, poi con un soffio di voce: «Dovete crepare tutti, bastardi!».

Durias non si scompone, solleva il martello e spegne quel fanatico con un colpo secco.

L’adrenalina scivola via, lasciando spazio a un sottile tremore nelle mani.
Joran scioglie la sua forma selvatica, tornando a essere l’uomo che conosciamo, e si china immediatamente su Violet per fermare l’emorragia.
Mi avvicino a loro, rinfoderando l’arco con movimenti meccanici, mentre Manigoldo torna a posarsi sulla mia spalla.

Dopo aver visto Violet tornare finalmente tra di noi, mi chino su uno dei cadaveri scostando il cappuccio con la punta dello stivale.
In mezzo al sangue e al sudiciume, inciso sul cuoio dell’armatura, brilla lo stesso maledetto Occhio Stilizzato.

Ci guardiamo in faccia, sporchi e stanchi come mai prima d’ora.
«Li abbiamo proprio fatti incazzare», dice Durias, guardandosi attorno tra le macerie della sala.
«Portiamo i cadaveri giù in cantina e cerchiamo di finire di riposarci. Penseremo a tutto domattina…»

Violet cerca di sorridere, anche se con il volto pallido e parecchio sofferente.
«Prima cosa da fare domattina sarà procurarsi delle nuove serrature… magari di quelle che sputano fuoco o qualcosa del genere.»

Sento Manigoldo ridacchiare nella mia testa.
Mi volto verso di lui con un mezzo sorriso, ma non sono proprio sicuro di voler sapere a cosa stia pensando davvero.
«Dai, rimettetevi a dormire! Durias ha ragione, penseremo a tutto domattina.»

La ragazza con il codino.

Quando i primi raggi di sole riescono finalmente a sconfiggere i diversi strati di sporco dipinti sulle finestre della sala grande, sentiamo bussare al nostro vecchio portone scassinato.
Kallan e Orin fanno il loro ingresso in scena, immagino abbiano deciso di auto-invitarsi per colazione —o forse no, why so serious?—

Mi appoggio a quello che resta del bancone della locanda, incrocio le braccia, poi indosso i panni del padrone di casa per un momento.

«Buongiorno avventori, benvenuti alla Lanterna!» esordisco con un inchino volutamente troppo teatrale, mentre Manigoldo se la ride di gusto nella mia testa. «Sono Ryoga, il vostro oste di fiducia. Cosa posso fare per voi in questa splendida, radiosa e per nulla traumatica mattinata? Gradite un po’ di polvere del pavimento o preferite accomodarvi sui morti ammazzati male nelle nostre cantine?»

Kallan mi fissa immobile, con l’espressione di chi non ci sta capendo assolutamente nulla, i capelli raccolti e il suo codino che pende dritto dietro la nuca.
La guardo per un secondo di troppo e sento che c’è qualcosa che non mi torna.

«Manigoldo… ma Kallan non era un uomo nel secondo episodio della nostra storia?» chiedo mentalmente al mio gufo, resistendo alla tentazione di strofinarmi gli occhi.

«Ma che cazzo dici?» risponde il mio famiglio con la sua tipica e proverbiale delicatezza. «Sempre stata donna, anche proprio una bella ciaccarella, se non oso troppo nel dire… Vuoi vedere che qualcuno le ha tirato addosso una secchiata di acqua bollente e si è trasformata in una ragazza? Diventerai mica un maialino nero pure tu adesso, vero?»

—Va bene, fermiamoci un attimo e lasciatemi rompere la quarta parete per un secondo. Ragazzi, se state leggendo questa storia e vi state chiedendo come sia possibile che nell’episodio precedente Kallan avesse la barba e adesso sia una bella ciaccarella, ho una spiegazione per tutto questo: quando giochi a Dungeons & Dragons, specialmente se la sessione è accompagnata da diversi giri di un ottimo rum proveniente direttamente dalle Filippine, i dettagli tendono a diventare… fluidi? Nella tua testa un personaggio te lo immagini un po’ come ti pare al momento, finché la realtà, gli appunti di Violet o le correzioni del master non ti prendono a schiaffi. Quindi sì, Kallan è una donna, tanto vale farsene una ragione—

Orin interrompe i miei deliri mentali guardandosi intorno con gli occhi sbarrati, mentre Violet e gli altri iniziano a tirarsi su, ancora mezzi addormentati.

«Ma che diavolo è successo qui dentro?» domanda Orin, indicando il disastro tutto intorno a sé.

«Oh, niente di che. Solo una piccola festa di inaugurazione promossa dal culto locale dell’Occhio Stilizzato», suggerisce Manigoldo nei miei pensieri.

«Ci hanno fatto un’imboscata», rispondo usando parole più adeguate al contesto, «temo che i cultisti non abbiano preso tanto bene il nostro operato.» Poi mi volto verso Kallan, con uno sguardo carico di speranze «Senti, visto che siete qui, potreste farci un favore? Ci servirebbe un carro. Uno di quelli belli capienti. Abbiamo bisogno di svuotare la cantina da tutti i cadaveri di questi simpaticoni prima che inizino a puzzare, e già che ci siete, vi saremmo infinitamente grati se vi portaste via anche i quintali di cibo avariato che i vecchi proprietari hanno lasciato nelle dispense. Abbiamo un bel po’ di piani per oggi.»

Durias si unisce alla conversazione, massaggiandosi la spalla con una smorfia. «Sì, dobbiamo andare in centro dal fabbro. Vogliamo barattare l’equipaggiamento di quegli aggressori in cambio di serrature magiche decenti. E poi dobbiamo cercare un incarico che ci frutti un po’ di monete d’oro… i forzieri ricolmi da queste parti scarseggiano e noi siamo rimasti praticamente al verde.»

Kallan sospira, scambiandosi uno sguardo serio con Orin. «Non per aggiungere appuntamenti a un’agenda che mi sembra già parecchio serrata», dice con voce ferma, «ma siamo qui per una richiesta del Giudice Theron.»

Ci zittiamo tutti, persino Manigoldo smette di scherzare nella mia testa.

«Siamo venuti in possesso di un’informazione importantissima nelle ultime ore», continua Orin, abbassando il tono di voce. «Uno dei carichi illegali di cui parlava il cultista ieri al tempio… quelle sostanze proibite e i reagenti necrotici di Xantros. Beh, dovrebbero arrivare in città proprio oggi. Al porto, molo numero nove.»

Kallan ci fissa, uno per uno, fermando lo sguardo su Violet che annuisce debolmente nonostante le vistose fasciature. «Theron vuole che andiate lì a dare un’occhiata. Dobbiamo scoprire a tutti i costi cosa c’è dentro quel carico, la sua destinazione finale, e dobbiamo entrarne in possesso.»

Ci guardiamo in faccia.
Sappiamo tutti benissimo che non abbiamo nessuna scelta.
Dobbiamo assolutamente tagliare i rifornimenti al culto.

«E sia, partiremo subito. Sbrighiamo due cose “al fly” in città e saremo per tempo al molo numero nove per dare un’occhiata. Mi raccomando quel carro… questo posto va sistemato, non si può più rimandare.»

Ci prepariamo in fretta, mandiamo giù un boccone e ci mettiamo subito in marcia, lasciandoci alle spalle la Lanterna addormentata.
Ce ne è un bel po’ di carne sul fuoco oggi —detto da un vegetariano suona quasi come un insulto— e la giornata è appena iniziata.
Meglio darsi una mossa.

Troppo chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

episodio II: e se i presupposti sono questi…

Il cuore del potere.

E quindi uscimmo a riveder le stelle…
Sì, magari!
Il caldo impossibile che infuoca le strade di Welderos sembra dirmi che il clima di quel sotterraneo nascosto sotto alla Lanterna, tutto sommato, non era poi così male.
—Ok, magari fatta eccezione per quegli odori insopportabili… ma tant’è.—

Durias e Toradol sono rimasti a presidiare la locanda, con braccia incrociate e musi seri.
Se qualcuno dovesse provare a farci visita senza essere invitato, non troverà sorrisi o frasi gentili di benvenuto, ma due nani spessi e incazzatissimi pronti ad usare i loro crani come fossero incudini.

In compagnia di Violet, Joran e del mio inseparabile amico piumato, punto dritto verso il centro della città, dove dovrebbe trovarsi la sede del Consiglio.

Nemmeno il tempo di trovarsi al cospetto di quei cancelli dorati —quelli che separano la gente comune dal “cuore del potere della città” e che, per la cronaca, dorati non lo erano affatto, ma quanto ci sta bene scriverlo in questo racconto?— che due guardie in armatura lucida, come se l’avessero comprata stamattina, ci sbarrano la strada con l’espressione schifata di chi ha appena pestato una merda.
Uno di loro ci squadra dall’alto al basso, fermandosi con disgusto sulle macchie di sangue secco che decorano tutto il nostro equipaggiamento.

«Scusate, ma voi dove diavolo credete di andare? Il Consiglio non riceve mercenari senza appuntamento», ringhia il più alto, spostando la mano sull’elsa della spada con un’arroganza che mi fa quasi prudere le dita.

«Ryoga, guarda ‘sti due stronzi!»
La voce di Manigoldo mi risuona improvvisamente nella testa, pigra e tagliente come un rasoio.
Se ne sta appollaiato sulla mia spalla, immobile manco fosse impagliato, ma mentalmente sta già sputando fuoco.
«Va sempre così, ci trattano come dei poveri coglioni solamente perché siamo ancora ai primi livelli. Non sanno che un giorno, se decidessimo di passare al lato oscuro della Forza, questa sarebbe la prima città che ridurremmo in cenere.»

«Solo cenere?» gli rispondo mentalmente, mantenendo un’espressione neutra mentre Violet procede con le presentazioni.

«No, hai ragione. Prima infilzeremmo ‘ste due teste di cazzo su delle picche all’ingresso. Giusto per dare il buon esempio a chiunque pensi che trattare male degli avventurieri sia una mossa saggia per la propria salute a lungo termine.»

Riesco a non scoppiare a ridere solo perché la posta in gioco è davvero alta.
Dopo un breve scambio di parole —e qualche grugnito di disapprovazione— le guardie finalmente ci lasciano passare.

L’ufficio di Volmer è esattamente come me lo immaginavo.
Sembra la tana di un uomo che sta disperatamente affogando nelle scartoffie.
E “il nostro bro” se ne sta lì, con la solita aria sbattuta tipica di chi non dorme da quando hanno inventato le tasse, e con una macchia d’inchiostro sulla manica che, sicuramente, sarà stata preceduta da un bestemmione o forse due.

L’incontro dura meno del previsto.
Gli sbattiamo sul tavolo tutte le prove scoperte sotto la Lanterna e il povero diavolo sbianca.
Inizia a sudare freddo, lancia sguardi nervosi verso la porta e si muove con una fretta sospetta dietro la scrivania.
Per un attimo ho quasi il dubbio che abbia un’amante nascosta lì sotto, magari proprio la mamma del ranger tutta presa a fargliene uno dei suoi…

«Guarda che il ranger saresti tu…» mi fa notare Manigoldo.

«E tu un giorno o l’altro finisci molto male, te lo prometto», gli rispondo senza alcuna traccia di esitazione.

Poi Volmer si alza di scatto, mettendosi le mani nei pochi capelli rimasti.
«Un momento, un momento, frenate… questo… questo è troppo. È decisamente fuori dalla mia giurisdizione. Questa è roba da tribunale di Dio.»

Senza darci il tempo di fiatare, ci scorta d’urgenza fuori.
Ci stiamo dirigendo verso il Tempio di Tyr.
A quanto pare a Welderos, quando la situazione inizia a sfuggire di mano, la burocrazia passa la palla alla giustizia divina.
E se i presupposti sono questi… mo stamo mejo der cazzo! (cit.)

Il Tempio di Tyr.

Se cercate un posto che vi faccia sentire una chiavica per il solo fatto di esistere, il Tempio di Tyr è la vostra meta ideale.
Colonne di marmo bianco che svettano verso un soffitto talmente alto da farti venire il torcicollo e un silenzio così denso che ti sembra di essere diventato improvvisamente sordo.
Camminiamo sul pavimento lucido lasciando una scia di fango che, su quel candore, sembra quasi un insulto alla divinità.

Speriamo solo che Tyr non sia un tipo fissato con le pulizie, altrimenti siamo nei guai prima ancora di aprire bocca.

Mentre avanziamo, sento gli occhi delle guardie del tempio piantati addosso.
Non sono come i due stronzi arroganti del cancello; questi non hanno bisogno di ringhiare, gli basta guardarti per farti capire che conoscono ogni peccato che hai commesso da quando avevi tipo tre anni.

«Ryoga, questo posto mi mette ansia», sussurra Manigoldo nella mia testa, ma con un tono che tradisce più fastidio che paura. «C’è troppa luce, e quell’odore di incenso mi fa prudere il becco. Possiamo almeno cacare su una di quelle bilance dorate prima di andarcene?»

«Hahahahaha, penso di amarti, te lo giuro!», gli rispondo senza muovere un muscolo del viso.

Volmer ci guida quasi correndo verso il fondo della navata, dove l’atmosfera si fa ancora più solenne.
E lì lo vediamo.
Se pensavate che un nano fosse solo un tizio basso con la barba, allora non avete mai incontrato Theron, il Gran Giudice.

Immaginavo un tipo tosto, ma trovarselo davanti è tutta un’altra storia.
Sotto un bellissimo simbolo sacro raffigurante una bilancia in equilibrio che poggia su un martello da guerra, se ne sta questo nano… più metallo che carne.
Armatura di piastre completa, uno scudo che sembra una porta blindata, e un martello nanico alla cintura che vibra di un’aura bluastra, come se avesse un temporale intrappolato al suo interno.

Theron non ci degna nemmeno di un saluto formale.
Il suo sguardo passa da Volmer — che sembra voler sparire dentro il suo colletto — a noi, fermandosi per un istante di troppo su Manigoldo e sulle coloratissime calze spaiate che porto con orgoglio all’interno di un paio di comode ciabatte.

«Volmer, spero per te che questa interruzione sia giustificata da qualcosa di serio», dice il Gran Giudice.
La sua voce è profonda, sembra il rumore di due placche di roccia che sfregano tra di loro nelle viscere della terra.

Violet, che quando è il momento di essere pragmatici non ha paura manco degli dei, fa un passo avanti e piazza la pergamena recuperata sotto la Lanterna su un leggio di marmo.
Joran segue il suo esempio, poggiando con cautela sul pavimento la cassa contenente il ratto mutato dagli esperimenti; la bestia graffia ancora il legno, non ha nessuna intenzione di arrendersi alla prigionia.
Infine, Volmer gli passa tutti gli appunti recuperati nel laboratorio alchemico.

Il nostro racconto comincia, sintetico e dritto al punto.
Gli spieghiamo brevemente tutto ciò che abbiamo scoperto sotto le cantine della nostra locanda.
—Theron non pare proprio il tipo da chiacchiere inutili —

Non appena il nano posa il suo sguardo sul sigillo dell’Occhio e sente il nome di Xantros, succede qualcosa che non mi aspettavo.
Quel muro di metallo e fermezza ha finalmente un sussulto.
Il silenzio del tempio, se possibile, diventa ancora più pesante.

«Xantros…» sussurra Theron.
Non ci guarda più.
I suoi occhi rimangono fissi sulla pergamena, come se stesse cercando di capire quanto a fondo sia marcito il cuore della città.

«Questo nome è come un veleno che circola nei corridoi del potere da troppo tempo», continua, sollevando finalmente lo sguardo su di noi. «Mi state parlando della Trama d’Ombra. Secoli fa, i maghi che la manipolavano furono una piaga che rischiò di polverizzare Welderos e buona parte del mondo circostante. Pensavamo che quel potere fosse stato sepolto insieme a loro, ma a quanto pare le ombre hanno memoria lunga… e non hanno nessuna intenzione di restare sottoterra.»

Il Gran Giudice fa una pausa, il suo volto sembra scolpito nel granito.
«Avete fatto bene a non forzare la mano entrando nella villa nobiliare. Ma non possiamo lasciare che quella malattia si diffonda ancora. Vi sto chiedendo di tornare laggiù, ma stavolta con l’autorità della Legge al vostro fianco.»

Con un cenno secco verso il buio dietro alle colonne, Theron richiama l’attenzione di due figure.
«Kallan, Orin! Venite avanti.»

Sento il rumore inconfondibile di metallo che sbatte su altro metallo. Due accoliti di Tyr, corazzati come di più davvero non si poteva, avanzano verso di noi.
Armatura completa e maglio imponente.

Fantastico. Altre due caffettiere formato gigante.

«Ryoga, ma stiamo scherzando?» la voce di Manigoldo è un misto di sdegno e rassegnazione. «Questi due fanno così tanto casino che tanto vale entrare nel tunnel urlando a squarciagola “Ragaaazziii!! Stiamo arrivaaandooo… perché non venite a spiumarci come fossimo delle paperelle??”. Giuro che se questi inciampano, svegliano pure i morti dei secoli scorsi.»

«Almeno avremo qualcuno su cui i nemici potranno buttare mazzate mentre noi cerchiamo di non farci ammazzare», gli rispondo mentalmente, cercando di darmi un tono professionale.

Accettiamo l’incarico con un cenno del capo.
Non è che avessimo molta scelta, d’altronde.
Salutiamo il Gran Giudice, regaliamo un ultimo sguardo a questo palazzo di marmo che puzza di antico e solennità, e ci avviamo verso l’uscita.

Torniamo alla Lanterna, stavolta con una scorta che annuncia il nostro arrivo a quasi tre isolati di distanza.

Com’è che si dice? Che la sorte ci sia amica!

Caffettiere o scaldabagni?

Durias e Toradol sono ancora lì, piantati davanti all’ingresso come fossero due pilastri.
Quando vedono spuntare noi, seguiti a breve distanza dal fragore metallico di Kallan e Orin, i loro musi, già seri di natura, diventano praticamente di pietra.

Durias sputa a terra, squadrando le armature lucide degli accoliti con un disprezzo che non ha bisogno di nessuna descrizione.

«E questi chi sono, Ryoga?» comincia Toradol, senza spostarsi di un millimetro. «Il Consiglio ci ha mandato i rimpiazzi o hanno aperto un’officina di stagnini qui vicino senza dircelo?»

Kallan, che probabilmente non è abituato ad essere accolto come un vecchio scaldabagno, raddrizza la schiena facendo sferragliare ogni singola piastra della sua armatura.
«Siamo qui per volere del Gran Giudice Theron. Siamo la spada e lo scudo di Tyr.»

Durias scoppia in una risata che sembra un crollo in una miniera.
«La spada e lo scudo? Allora siamo a posto. Se provate a scendere in quel tunnel con tutta quella ferraglia addosso, vi sentiranno arrivare prima ancora che abbiate finito di fare le scale. Ma come cazzo si fa?»

Inutile dire che l’integrazione tra le forze dell’ordine e la componente nanica della nostra compagnia sta andando a gonfie vele.

«Ryoga, ti prego, lascia che Durias continui», mi fa Manigoldo, visibilmente divertito dalla situazione. «Ha ragione, e tu lo sai benissimo.»

Decido che è il momento di intervenire prima che scoppi un incidente diplomatico.
«Basta così, Durias… ti prego. Loro vengono con noi. Servono per la ‘legalità’ della faccenda, o qualcosa del genere.»

Entriamo nella locanda sotto lo sguardo scettico dei nani e quello disperato di Manigoldo.
Kallan e Orin si fermano al centro della sala grande, le loro sagome imponenti oscurano la poca luce che filtra dalle finestre.
Si guardano intorno, e poi guardano noi.

È tempo di scendere.
Oh, mamma!

Scudetti di cartone.

Il passaggio segreto sotto la Lanterna ci riaccoglie con la solita freddezza.
Forse stavolta manca quella tipica tensione elettrica della prima volta a rendere il tragitto più interessante, ma l’aria immobile e pesante che si respira qui sotto sembra sia rimasta la stessa, intatta.
Avanziamo nel tunnel di ossidiana, fermandoci solo qualche istante per mostrare ai servi di Tyr il passaggio che conduce fino alla piazza del mercato, poi tiriamo dritto verso il laboratorio di Xantros senza indugiare oltre.

Nemmeno il tempo di rimetterci piede.

Assieme a tutti gli orrori presenti in quella stanza, in quel disordine immobile che abbiamo lasciato alle nostre spalle solo qualche ora fa, l’oscurità decide di vomitarci addosso quattro figure incappucciate.
Cultisti.
I loro volti sono maschere invisibili e le loro parole, cariche di fanatismo e disperazione, ci suonano totalmente incomprensibili.
Tempo zero e Kallan si lancia nella mischia con un coraggio di cui non lo credevo capace.

Il combattimento è rapido e brutale.
Orin incassa i primi colpi come se nulla fosse, per poi iniziare a menare come un fabbro parecchio esperto.
Se la cava benone.
Joran decide di mostrarci quanto possa essere letale un druido quando è il momento di usare la sua forma selvatica, trasformandosi in un immenso Lupo Crudele: un muro di pelo e zanne che travolge i cultisti come fossero fatti dello stesso materiale degli scudetti assegnati all’internazio(a)nale.
Sento il rumore secco delle loro costole mentre cedono sotto la pressione dei suoi morsi.
Magnifico!

È il mio turno.
Prendo la mira e scaglio una freccia che centra il loro leader dritto nel costato, rimanendo ad osservarlo mentre cade a terra senza nemmeno aver avuto la possibilità di emettere un grido.
Violet poi chiude la partita abbattendosi sui superstiti con la sua spada, mentre Kallan ne stordisce uno con un incantesimo deciso a lasciarlo in vita— facendogli volare la spada dalle mani.

Mentre spostiamo i corpi verso la nostra cantina —che ormai ha decisamente più l’aspetto di un obitorio che altro— mi fermo un secondo a controllare l’equipaggiamento dei caduti.
Inciso all’interno del cuoio delle loro armature trovo esattamente quello che mi aspettavo: lo stesso Occhio Stilizzato della pergamena.

Orin si pulisce il sangue dal viso con una smorfia.
Alcune tra le ferite che ha incassato non hanno per niente un aspetto rassicurante.
«Porterò io questo fanatico al Tempio», dice, stringendo la presa sul prigioniero. «C’è bisogno di qualcuno che lo faccia cantare come si deve, e io ne approfitterò per farmi rimettere in sesto dai guaritori.»

Salutiamo Orin con un breve cenno di intesa e rimaniamo noi tre, insieme a Kallan.
Joran, però, non si muove.
È ancora chino nel laboratorio, a studiare uno strato di polvere che non lo convince del tutto.

«Tracce fresche di stivali», sussurra, senza alzare lo sguardo. «Devono essere scesi a controllare mentre noi eravamo al Tempio a parlare con Theron. Probabilmente nel nostro primo sopralluogo abbiamo fatto scattare un allarme magico o qualcosa di simile.»

L’effetto sorpresa è ufficialmente morto e sepolto. Lassù sanno benissimo che il loro laboratorio è stato scoperto e avranno avuto tutto il tempo di prepararci un bel comitato di benvenuto.—

Manigoldo segue il discorso di Joran inclinando la testa, poi si gratta il becco contro la mia spalla.
«Ryoga, ascoltami… se dovessi trovarmi di nuovo in un combattimento assieme a quel cagnolone, ricordami di stargli alla larga», commenta acido. «Ha un fiato che uccide le mosche.»

«Se Joran ha ragione», gli rispondo mentalmente mentre controllo con un colpo secco la tensione della corda del mio arco, «tra poco l’odore del suo alito sarà l’ultimo dei nostri problemi.»

Ci lasciamo alle spalle il laboratorio e proseguiamo lungo il tunnel, fino alla botola che conduce nella cantina nobiliare.
Un passo alla volta, e del tutto all’oscuro del pericolo che ci sta attendendo dall’altra parte.

Uno scudo blu su un campo verde.

È Violet a sollevare la botola.
Sale per prima e io la seguo a ruota, ritrovandomi in quella stessa cantina dove eravamo passati poco prima.

Tutto sembra esattamente come lo avevamo lasciato, le stesse pile di stoffe pregiate, le stesse casse di spezie, gli stessi scaffali ricolmi di vini costosi che trasudano ricchezza con ogni loro goccia.
Tutto è al suo posto, in perfetto ordine, ma c’è qualcosa che non coincide con il ricordo del nostro primo passaggio.
È questo silenzio.
Innaturale, assordante, è come se anche l’aria stesse trattenendo il respiro.
C’è decisamente troppo silenzio.

Schiva, idiota!

Non è Manigoldo stavolta, è solo puro istinto di sopravvivenza.
Mi butto di lato proprio mentre un sibilo velenoso taglia l’oscurità.
Una freccia manca il volto di Violet per un soffio e va a piantarsi con un colpo secco nel legno della botola.

«Imboscata!» urla lei, cercando riparo dietro una grossa botte di rovere.

Kallan invoca immediatamente una benedizione di Tyr che illumina a giorno tutta la stanza, mostrandoci i nostri assalitori.
Sono in quattro, appostati tra le scaffalature.
Al centro del gruppo se ne sta un uomo massiccio fasciato in un’armatura di scaglie brunita, il suo sguardo fisso su Kallan, le sue parole una sentenza.

«Siete appena entrati nella vostra tomba, sporchi ficcanaso!»

Tiro la corda dell’arco fino a sentire dolore e scaglio una freccia che centra in pieno petto uno degli scagnozzi.
Cade a terra senza un gemito.
Il loro capo però è un osso duro e si avventa su Kallan con una ferocia senza pari.
La situazione sta per degenerare; le stiamo prendendo di santa ragione.

Poi, improvvisamente, sento un ruggito primordiale che mi fa gelare tutto il sangue, e un istante dopo Joran scompare sotto un’esplosione di muscoli e pelliccia scura.
Un immenso Orso Bruno riempie completamente la piccola cantina, ribaltando casse e botti come fossero fatti di nulla.
—E finalmente  i dadi iniziano a girare come si deve—
Lo scontro si chiude in pochi, convulsi istanti.
I nostri assalitori vengono ammazzati malissimo uno dopo l’altro; il loro capo viene travolto dalla mole della bestia e una zampata micidiale lo scaraventa contro una parete, spezzandogli l’osso del collo.

Kallan si china su quell’avversario sconfitto e gli strappa lo scudo dalle mani, fissando lo stemma inciso sul metallo: uno scudo blu su campo verde.

«La Casata Hallowell…» sussurra, poi solleva lo sguardo verso le scale.
Le porte in cima si spalancano proprio in quel momento, rivelando una folla di servitori e guardie terrorizzate.
Kallan li gela con un grido:

«Nel nome di Tyr, fermatevi! Ci dovete delle spiegazioni per l’orrore che nascondete sotto ai vostri piedi! Conduceteci immediatamente da Lord Barnabus!»

La Caduta di Lord Barnabus.

Veniamo scortati verso lo studio del Lord.
Tutto intorno a noi è pieno imballato dello sfarzo tipico di chi il titolo nobiliare se lo è comprato un sacco d’oro alla volta: arazzi troppo colorati, statue messe a caso, e un’ostentazione di lusso quasi imbarazzante…

«Guarda questi, Ryoga. Sono solo dei terroni arricchiti della peggior specie», gracchia Manigoldo dentro ai miei pensieri.
Sorrido tra me e me, notando che la sua fissazione verso i terroni non accenna a diminuire, nemmeno in un momento come questo.
Mentre camminiamo, gli lego rapidamente un biglietto alla zampa con poche parole: Siamo a Villa Hallowell.
«Vai dal Gran Giudice Theron. E cerca di non farti distrarre da qualche civetta in calore», gli ordino mentalmente.
Manigoldo non se lo fa ripetere due volte e scivola fuori da una finestra aperta, scomparendo nel cielo di Welderos.

Entriamo nello studio.
Dietro una scrivania siede Barnabus.
È un ometto grassoccio, infilato in un vestito così opulento da sembrare un tacchino ripieno pronto per il Thanksgiving.
Accanto a lui, il suo attendente Giulius osserva la scena con lo sguardo di un serpente.
È l’esatta immagine del viscido Bis, mentre distilla i suoi consigli velenosi all’orecchio di un compiaciuto Principe Giovanni.
—Se non hai capito questa frase… mi dispiace davvero tanto per te—

Barnabus trema visibilmente, tamponandosi la fronte con un fazzoletto profumato mentre i suoi occhi passano nervosi dall’armatura insanguinata di Kallan allo scudo con lo stemma della sua stessa casata.

L’interrogatorio inizia senza troppi giri di parole, e Kallan ci va giù bello diretto.
«Cosa ci fa un laboratorio alchemico sotto il vostro palazzo, Lord Barnabus? Come spiega l’orrore che abbiamo trovato nelle vostre cantine?»

Barnabus balbetta, la voce ridotta a un filo. «Io… io non ne sapevo nulla. Non c’entro niente con questa storia… ho solo eseguito gli ordini.»

A quel punto Violet perde la pazienza.
Fa un passo avanti e si pianta con le mani sui fianchi, sovrastando l’ometto con un’energia furiosa. «Non è forse lei il Lord di questa casata? Chi può dare degli ordini nel suo stesso palazzo se non lei?»

Vedo Barnabus esitare, scambiando uno sguardo rapido e sospetto con Giulius.
Sembrano sul punto di tentare qualche mossa disperata.
«Prima di fare delle stronzate», intervengo con tono deciso, facendo un passo avanti, «ci tenevo ad avvisarvi che il mio gufo in questo preciso istante sta informando Theron della nostra posizione. Fossi in voi verrei con noi al tempio senza fare troppe storie.»

Tranchant.
Barnabus crolla sulla sedia, il fazzoletto gli cade dalle mani.
«Non avevo scelta… i debiti… i Malakor ci avrebbero distrutti…» sussurra.

Il nome dei Malakor risuona nella stanza come un tuono, gelando l’aria.
Barnabus sospira, sembra essersi svuotato di ogni forza. «Ad ogni modo va bene, verrò con voi. Ma non aggiungerò una sola parola se non in presenza del giudice Theron.»

Accettiamo la resa.
Kallan prende ufficialmente in custodia Barnabus e Giulius, intimando loro di muoversi senza troppi complimenti.

Il tragitto verso il Tempio di Tyr è un triste spettacolo che non dimenticherò tanto facilmente.
Attraversiamo le strade di Welderos scortando un Lord caduto in disgrazia, che inciampa nei suoi stessi abiti preziosi, e un assistente che cerca disperatamente di nascondere il suo viso.
Le facce dei passanti sono un miscuglio di sguardi curiosi, sussurri e dita puntate.
La gente sente l’odore dello scandalo, anche se non può nemmeno immaginare quanto sia profonda la voragine che abbiamo appena scoperchiato.

Cammino un passo indietro rispetto agli altri, ignorando il brusio della folla.
Tengo lo sguardo fisso verso l’alto, scrutando i tetti e le guglie della città che iniziano a tingersi dei colori del tramonto.
Cerco una macchia scura nel cielo, un battito d’ali familiare che mi rassicuri.

Spero solo che il mio migliore amico sia sano e salvo.

Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

etterspill: april.

Buon pomeriggio, stronzi!

Chiudo un aprile particolarmente intenso dove, non ci si crede, sono riuscito a fare praticamente tutto ciò che avevo in mente.
Oggi non sono proprio al top della forma, non lo sono per niente in realtà, quindi ho deciso di guardarmi un po’ indietro e di darmi una bella pacca sulla spalla da solo.

È stato proprio un bel viaggio, a cominciare dalla storia di Lorenzo e Gabriele — che mi è valsa il soprannome di “Lollo”, e sì, mia madre ogni tanto mi chiama ancora così, mentre per il povero Gabriele le frasi sono decisamente peggiori, ma meglio glissare. —

Siamo poi passati per l’episodio pilota e il primo capitolo dei “diari di un manigoldo” — e chi se lo aspettava che le avventure di Ryoga, elfo dei boschi dall’outfit discutibile, e del suo inseparabile gufo Manigoldo potessero prendervi così tanto? —

Scivolando poi fino alla storia dell’anziana disegnatrice di manga in vena di riflessioni profonde—che ha regalato al povero Brunello il suo secondo soprannome, “La vecchia”. —

Infine gli “Out-Takes ’25” usciti ieri sera: lì abbiamo toccato vette altissime, con il pezzo più bello di Sant’Antonio Hueber da Padova — in arte Tony Boy, vero GOAT! — e un brano rubato a Sebastian della Sirenetta, entrambi catapultati in un’ambientazione punk rock governata da un venditore d’auto e da un valoroso lattaio.

Trovo giusto spendere due righe per un “mezzo grazie”.
Sono cose che ho fatto fondamentalmente per me stesso, per liberarmi da alcuni pensieri scomodi, per cementare ricordi o omaggiare qualcuno; in fondo è l’unica terapia che mi posso permettere visto il CUD striminzito.

Ad ogni modo, averle condivise con voi, averci parlato e scherzato su, le ha rese ancora più belle.
Non vorrei ammetterlo, ma lasciare uno spiraglio aperto nel mio mondo e fare qualcosa insieme a qualcun altro — o dedicarla a qualcun altro — mi permette di apprezzare un minimo di quel lato umano che di solito tengo nascosto e al sicuro dal resto del mondo, irraggiungibile.

Quindi grazie davvero per la strada percorsa insieme.
Non serve e non c’ho lo sbatti di fare nomi, you know who you are.

‘Mocc.

Your Favorite Milk Delivery Boy.

una sola parola, quattro lettere.

Una carriera infinita e costellata di successi, una vita intera passata a consumare fogli di carta ruvida tra il profumo del caffè e quello dell’inchiostro… eppure, eccomi qui.

Senza parole.

Provo a sceglierne una o due, ma tutte mi sembrano così dannatamente banali, poco adatte a descrivere lo spettacolo allucinante che ho davanti ai miei occhi.

Il cielo sopra le colline toscane non è mai stato così sfacciato; questi colori così caldi e densi stasera sembrano donargli una luce completamente diversa.
Una coperta infuocata che avvolge ogni cosa in un silenzio che sa proprio di casa.

C’è chi vede nel tramonto la promessa di una nuova alba; io no.
Credo solo in questo istante che sfuma, lento, in quello successivo.
Una linea tracciata che non torna indietro mai.

Non desidero ricominciare, e non lo farei nemmeno se potessi.
Non chiederei mai al cielo un’altra alba che abbia il sapore di passi già fatti e di strade già percorse.
Nemmeno adesso, col volto e le mani così segnati dal tempo.

Non provo paura, nonostante sia consapevole che questa potrebbe essere l’ultima tavola che sto disegnando.
Sono solo curiosa di vedere quale tonalità prenderà l’ombra quando la matita smetterà di grattare sulla carta.
Quando spegnerò la lampada per l’ultima volta.

Non parlo quasi mai di me.
Ho sempre preferito affidare i miei ricordi e le mie emozioni ai personaggi che disegnavo.
Ho nascosto la mia vita tra le pieghe delle loro avventure, protetta dal mondo dei manga; un mondo che mi ha permesso di vivere mille altre vite oltre la mia.

Ogni loro cicatrice è stata una mia caduta.
Ogni loro vittoria, un momento in cui ho trovato la forza di rialzarmi.

Quando mio marito mi ha lasciata indietro, il mio mondo è diventato un foglio bianco e gelido.
Per mesi ho fissato il vuoto, convinta che il mio talento se ne fosse andato con lui.
Pensavo che, senza la sua mano nella mia, avrei prodotto solo brutte copie di me stessa: riflessi sbiaditi di una donna che non esisteva più e di personaggi con storie ormai concluse.

Invece, proprio come il mio cuore ha continuato a battere senza chiedere il permesso, la mia mano ha ripreso a correre, più ispirata di prima.
La mia carriera ha raggiunto vette che non avrei mai osato immaginare.

Non mi sono mai risposata.
Non è stata una questione di fede – sono sempre stata troppo agnostica per affidare il mio dolore a un dio – e nemmeno un voto di fedeltà eterna alla memoria.
È stata, piuttosto, una consapevolezza.

Sapevo che quel livello di intimità, quella fusione totale di silenzi e respiri, non l’avrei vissuta mai più.
Era una prima edizione rara, impossibile da ritrovare.
Ma questo non mi ha impedito di continuare ad amare, ogni singolo giorno.

Ho sempre guardato con divertimento chi confondeva il sentimento con gli impulsi.
Per me, amore e sessualità sono come il bianco e il nero di una tavola: necessari entrambi per dare profondità, ma realtà distinte e separate.
È quello che, scherzando con i miei assistenti, definivo il mio concetto di amore “all’inglese”.

In italiano ci si perde in mille distinzioni: bene, affetto, passione, tenerezza.
Gli inglesi, invece, sono stati più essenziali, o forse solo più pigri.
Hanno un’unica parola di quattro lettere che contiene proprio tutto.

È la luce che disegno negli occhi dei miei personaggi quando incontrano un amico fidato.
È il dono ricevuto da queste terre, che mi hanno accolta come una madre fin da quando ho percorso il Ponte del Diavolo per la prima volta, nonostante i miei tratti dicano che vengo da lontano.
È il modo in cui mi prendo cura del mio casale.
È la soddisfazione che provo davanti ai successi dei miei allievi, la gioia di collaborare con loro e di condividere la stessa passione che brucia nelle nostre vene come una fiamma senza fine.
È la sensazione di quando mia nipote mi ha abbracciata, dandomi il suo primo bacino sulla guancia, mentre lottavo con tutta me stessa per non scoppiare a piangere.

È la consapevolezza che, se ti arrivasse una notifica ogni volta che ti penso, il tuo telefono suonerebbe in continuazione.
È la speranza che, almeno ogni tanto, io ti passi per la testa, per sentirmi meno stupida nel pensarti sempre.
È il dolore che provo quando, finalmente, realizzo che per te non sono mai esistita.

Lo studio è immerso nel silenzio più totale.
Mi avvicino alla scrivania e, con un gesto lento, ripongo i miei strumenti nell’astuccio di velluto.
Spengo la lampada, la cui luce calda è stata il mio unico faro in tante, troppe notti insonni.

Cammino verso la porta, ma mi fermo un istante a guardare l’originale della prima copertina, appeso alla parete.
Sfioro i loro volti con la punta delle dita.
«Abbiamo fatto proprio un bel viaggio», sussurro.

Chiudo la porta dello studio e lascio che il vento di collina mi spettini i capelli bianchi.
Cosa ci sarà dopo? Non lo so.
Ma sono certa che, qualunque cosa sia, saprò come chiamarla.

È una parola breve, semplice, che non ha bisogno di traduzioni.

Una sola parola, quattro lettere.
Mai nominata in questo racconto.
Nonostante gli anni, il mio stile è rimasto intatto.

episodio I: la prima impressione è tutto.

Mi sento come se avessi una sola freccia nella mia faretra e un unico bersaglio da dover colpire all’istante, senza il lusso di poter riprovare.
Se sbagli, l’occasione sfuma per sempre.
Avrei potuto metterla giù a la Oscar Wilde, dicendo che non esiste una seconda occasione per fare una buona prima impressione.
Io però non sono né uno scrittore, né un drammaturgo e tantomeno un poeta.
Combatto i miei nemici con arco e frecce.
Vedi di accontentarti, se puoi.

La selva.

Il vecchio maniero non si presenta un granché bene.
Altro che locanda di prestigio, La Lanterna ha più l’aspetto di un gigante stanco e scassato che cade a pezzi nel silenzio e nell’indifferenza più totale.
Questo posto non accoglie più anima viva da mesi, sembra quasi che la natura lo stia lentamente richiamando a sé.
L’erba dei suoi giardini è diventata impossibilmente alta, poco alla volta ha divorato e nascosto completamente il sentiero che una volta portava dal cancello fino all’ingresso principale.
Male male qui.

Avanziamo con cautela, cercando di fare molta attenzione a dove mettiamo i piedi.
Invece di puntare subito al portone principale —ehi, giochiamo a D&D da più di vent’anni, cosa ti aspettavi?— decidiamo di iniziare dal perimetro.
Sotto la guida attenta di Manigoldo, ci facciamo prima un bel giretto attorno alla struttura: meglio evitare sorprese, meglio avere ben chiaro che cosa ci aspetta.

«Ehi Manigoldo, perché non ti fai una svolazzata qui intorno tanto da capire un po’ la situazione?»

«Ma nemmeno se mi soffi sulle piume! Non hai sentito le parole di Volmer? Questo maniero è infestato, non ci penso neanche!»

«Certo che il coraggio proprio non ti manca. La prima impressione è tutto, e ti posso garantire che davvero non ci stai facendo una bella figura.»

«Fotte? E detto da te poi…»

«E perché, se lo posso sapere?»

«Fai sul serio? Un elfo dei boschi che se ne va in giro in calze e ciabatte davvero non si può vedere!»

«Ma che cazzo dici? Troppo swag queste calze!»

«Sto per vomitare!»

«I gufi possono farlo?»

«Prova a chiederlo a tua madre…»

Ci facciamo strada per qualche minuto tra resti di vasi distrutti e detriti di ogni genere, finché finalmente scoviamo una porta sul retro sotto una vecchia tettoia traballante.
Incrocio lo sguardo di quel gufo insolente.
Nessuna traccia di rancore, solo un cenno d’intesa che non ha bisogno di mezza parola.
Il lavoro sporco sta per cominciare…

Siamo dentro.

La locanda.

Appena varchiamo la soglia, un odore allucinante ci investe in pieno.
È quel tipico “profumo” di un posto lasciato a morire per troppo tempo, un qualcosa che ti si infila dentro e ti lascia appena lo spazio per respirare.
Violet non aspetta nemmeno un secondo di più e inizia immediatamente a spalancare tutte le finestre; non so se lo faccia più per il bisogno di cacciare via quell’aria pesante o solo per far entrare un po’ di luce.
Ad ogni modo, grazie mille, Violet!

La luce del sole taglia finalmente tutto quel polverone immobile, illuminando l’ambiente quanto basta.

Attraversiamo la lavanderia e le cucine accompagnati solo dall’eco dei nostri stivali.
Non c’è assolutamente nulla qui, a parte ragnatele spesse come tende, pentole annerite, e un odore dolciastro di cibo avariato.
Pare che il tempo si sia addormentato all’improvviso, lasciando ogni cosa a marcire lentamente.

Quando arriviamo nella sala grande, la situazione è ancora più deprimente.
A cosa servono venti tavolacci di legno massiccio se non c’è nessuno a bere e scherzare?
Senza il calore di un fuoco acceso, l’odore del tabacco o il profumo di qualcosa di buono da mangiare, senza la musica, le risate e la vita, questo posto non ha alcun senso di esistere.

Mentre gli altri setacciano gli angoli bui in cerca di chissà che cosa, io mi fermo qualche secondo alla reception.
Sul bancone c’è un vecchio registro ricoperto da uno spesso strato di polvere.
Gli do una sfogliata veloce: nomi e firme, segni che un tempo la gente passava davvero di qui.
Unica traccia reale rimasta in questo silenzio assurdo.

Saliamo ai piani superiori e controlliamo tutto, dalle camere degli ospiti fino all’appartamento del proprietario al secondo piano.
Niente.
Tutto deserto.
La cosa strana è che non ci sono segni di lotta, tracce di sangue o mobili rovesciati.
Pare semplicemente che se ne siano andati tutti da un momento all’altro, lasciando ogni cosa al suo posto.

Torniamo giù al piano terra. Davanti a noi restano solo le scale che portano al seminterrato.

«Me lo sentivo», dico a bassa voce, fissando quel buio.
Se vogliamo trovare una risposta, dobbiamo per forza scendere là sotto.

«Attenti agli scarrafoni!»

Il seminterrato.

Già dai primi gradini, la faccenda si fa pesante.
Più scendiamo, più il freddo diventa innaturale.
Non è il classico fresco da cantina, è un gelo che ti morde le ossa e che nulla ha a che fare con i sotterranei di Welderos.
L’odore di chiuso qui sotto è ancora meno sopportabile che ai piani superiori, un mix nauseabondo di cui non riesco nemmeno a identificare l’origine.

Raggiungiamo la prima stanza, ovvero un ammasso di sacchi e casse marce che sembrano pronti a polverizzarsi da un momento all’altro. 
Durias si china, richiamando la nostra attenzione.
Il nostro bardo ha notato delle impronte di animali sulla terra battuta.
Le seguiamo in silenzio finché non arriviamo davanti a una porta accostata.
Dall’altra parte, sentiamo dei versi strani, un rosicchiare frenetico e umido.

La nostra Violet senza pensarci due volte spalanca quella porta.
Sette ratti giganti, dall’aspetto malato e con gli occhi che brillano di una fame pericolosa, scattano verso di noi.
È il momento che tutti stavamo aspettando.
—Tirate l’iniziativa!—

Incocco la prima freccia, poi la seconda.
Le scaglio con convinzione, ma finiscono chissà dove, come se venissero spazzate via come stronzi nel vento.
Non ne prendo uno, nemmeno per sbaglio.
Manigoldo, che nel frattempo si è rifugiato su una sporgenza del soffitto appena ha visto quelle bestie, scoppia a ridere.
È identico ad Anacleto de La spada nella roccia, con quel verso sguaiato e le ali che battono a casaccio per lo scherno.

«Ehilà, belle ciabattine! Guarda che il tuo bersaglio sono quei sette topoloni giganti, mica devi mirare alle farfalle! Hahahahahahaha, madre di tutti i gufi! Che bel cecchino che ci siamo portati dietro!»

«Piantala, coglione!» gli rispondo seccato, mentre estraggo un’altra freccia dalla faretra.

«Hahahahaha! Oddio, mi manca l’aria! Com’è che era? La prima impressione è tutto, e ti posso garantire che davvero non ci stai facendo una bella figura!» gracchia quel disgraziato, facendo il verso alla mia stessa voce.

Esito nel tiro, distratto, poi ringhio: «Finiscila, dico sul serio! Giuro che ti impaglio!»

«Vorrei vederti provare! La versione omosessuale di Link di Zelda che se la prende con il suo gufo perché non riesce a centrare un paio di zoccole troppo cresciute. Troppo swag queste calze! Hahahahahahaha! Ricchione!»

E niente. 
Mentre i miei compagni finiscono “il lavoretto” tra le fiammate di Joran, il suono del corno di Durias e le martellate assordanti di Toradol, io rimango lì, a litigare ferocemente con quel gufo infame.
Quando anche l’ultimo ratto smette di muoversi —il penultimo in realtà, visto che i miei soci hanno saggiamente deciso di catturarne uno— l’adrenalina scende… lasciando spazio alla sola frustrazione.
A testa bassa e con l’autostima sotto i piedi, ignoro tutto e tutti, come se la scena non fosse mai avvenuta, e mi dirigo da solo verso la porta che conduce alla stanza successiva. 

Se i dadi hanno deciso di umiliarmi così, spero almeno che la prossima stanza abbia qualcosa di meglio da offrire che roditori giganti e prese per il culo.

L’aria cambia di colpo.
Un curioso odore di incenso si prende il centro del palcoscenico, mescolandosi a un gelo che si fa ancora più intenso e sembra quasi prenderti a pugni.
Violet lancia subito la sua torcia verso il centro della stanza per illuminare l’oscurità, ma a prima vista sembra tutto deserto.

Poi, un dettaglio.
Noto un movimento appena percepibile lungo la parete in fondo a destra.
Una creatura forgiata dall’ombra.
È uno di quegli esseri che il manuale dei mostri definirebbe come un non morto fatto di oscurità senziente, nemico giurato della vita e della luce.

Deciso a rimediare alla figuraccia di prima, non lascio nemmeno il tempo ai miei soci di respirare.
Anche Manigoldo a questo giro capisce l’antifona, sfreccia verso il nemico e lo distrae quanto basta per aprirmi una breccia.
Scocco sicuro e la freccia vola dritta, colpendo quell’orrenda creatura ancora invisibile per tutti gli altri.
Joran, seguendo la scia del mio colpo, investe “quel quadretto di un metro e mezzo” con una fiammata rivelando la natura del nostro nemico.
E tutto il resto è puro lavoro di squadra.
Una manciata di colpi prima di rispedire quell’essere nel vuoto a cui appartiene.

Mentre il silenzio torna a regnare, sul pavimento notiamo un porta pergamena con un sigillo inquietante, un occhio stilizzato.
Violet lo raccoglie e, con estrema cautela, estrae il foglio contenuto al suo interno.
Appena fuori dal cilindro, la pergamena sembra quasi assorbire tutta la luce circostante.
Ci sono solo poche parole, firmate con nient’altro che una X.

“V. Avevi ragione. Le fondamenta della Lanterna vibrano ancora per i residui della Trama d’Ombra. Ho iniziato a nutrire i parassiti locali con energia necrotica; i ratti reagiscono con una ferocia magnifica, diventando perfetti conduttori. Tuttavia, l’energia sta diventando instabile e iniziano a crearsi manifestazioni spontanee. Se riusciremo a stabilizzarla, il potere che i Maghi d’Ombra cercavano di imbrigliare secoli fa sarà finalmente tuo. Attendo tue istruzioni sulla gestione del locandiere, potrebbe scoprire più di quanto possiamo permetterci. — X.”

Restiamo in silenzio.
Qualcuno stava usando la Lanterna per risvegliare un potere proibito e il vecchio locandiere era diventato un testimone scomodo.
Ecco spiegata la presenza dei ratti e il loro sangue così scuro, simile all’ichor dei demoni— un dettaglio che prima non avevo apprezzato granché, essendo impegnato a bisticciare con quel cretino di un gufo.—

La cantina sembra finire qui…
—Ok, master… Abbiamo capito, abbiamo capito! Facciamo tutti un tiro di percezione!—

Esplorando a fondo la stanza, in ogni suo angolo, Joran nota delle tracce di stivali e Toradol individua una botola nascosta.
Decidiamo di sollevarla, lasciando che il suo stridore metallico saturi tutto l’ambiente.

Rimaniamo lì, in cerchio, a guardare il vuoto che si spalanca sotto i nostri stivali.
Nessuno osa fiatare.
Poi, finalmente, ci decidiamo e muoviamo i nostri primi passi incerti nell’oscurità.

Il tunnel.

Scendiamo.

Ci ritroviamo all’interno di un cunicolo che sembra uscito dritto da un incubo, una galleria stretta e senza una fine, fatta di ossidiana e ossa nere intrecciate tra di loro, e che punta dritto verso il cuore pulsante di Welderos.

Camminiamo per diversi minuti nel silenzio più assoluto, interrotto solo dal rumore dei nostri respiri e dal battito d’ali nervoso di Manigoldo, finché non notiamo un passaggio laterale.
Questa apertura conduce in un laboratorio alchemico.
Uno dei posti più inquietanti che abbia mai visto in vita mia, un posto che trasuda morte.
I suoi scaffali sono pieni imballati di ampolle che ribollono di fumi nerastri e di contenitori pieni di organi conservati in una sostanza che brilla di una luce malata.
C’è un disordine metodico, tipico di chi lavora a qualcosa di grosso e di chi non ha tempo da perdere con le pulizie.

Do un’occhiata sui banconi.
Sono carichi di reagenti necrotici, appunti e formule varie, tutte firmate da un certo Xantros.
Tra i vari scarabocchi trovo una nota che cita un tale Halius Frost.
Per farla breve, dice chiaramente che mentivano spudoratamente sui “rumori di assestamento” della locanda, usandoli come scusa banale per coprire il frastuono dei loro esperimenti necrotici.
Hanno preso per il culo tutti quanti.

Dopo aver passato per bene ogni angolo del laboratorio —senza aver trovato traccia del povero locandiere— decidiamo di uscire da quella stanza maledetta e riprendiamo a scendere lungo il tunnel di ossidiana.
Ormai ci siamo resi conto che si tratta di una vera e propria rete sotterranea che corre per diversi chilometri sotto la città.
Troviamo un altro paio di uscite, una che conduce alla piazza del mercato e un’altra che sbuca nel seminterrato di un palazzo nobiliare.

Decidiamo di dare una rapida occhiata a questa cantina, cercando di muoverci il più silenziosamente possibile —mica tanto facile quando tra di noi c’è chi sceglie armature così ingombranti e rumorose che sembra se ne vada in giro indossando una caffettiera, ma tant’è…—
È pieno di vini costosi e stoffe pregiate.
Chissà se si accorgeranno mai della bottiglia di rosso sottratta da Toradol.
Mentre ce ne stiamo lì a pianificare una bella messa celebrata dal nostro chierico come occasione per stappare quella delizia, all’improvviso sentiamo dei passi proprio sopra le nostre teste.

Decidiamo quindi di non proseguire oltre.
Entrare senza autorizzazione in casa di un nobile avrebbe conseguenze spiacevoli e non abbiamo nessuna intenzione di avere problemi con la legge. —Non oggi, almeno… Siamo ancora al primo livello, sarebbero solo e soltanto calci in culo.—

Ripercorriamo quindi la strada al contrario.
Usciamo dalla botola, la chiudiamo, e ci trasciniamo sopra un bel mobile pesante per sigillarla per benino.
Richiudiamo completamente la locanda e, con tutte le prove raccolte, zoccola mutante inclusa e rinchiusa in una cassa di legno, decidiamo di andare a raccontare tutto al nostro caro Volmer. —Dai su, sto parlando di quel funzionario dall’aspetto sbattuto che ho incontrato al mercato, non puoi essertene già dimenticato…—

Sarà lui poi a decidere come muoverci.

Chissà la faccia che farà quando scoprirà le cose che questa locanda sta nascondendo a tutta la città.

Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

episodio pilota.

Il mercato.

Detesto l’estate.
Con tutto me stesso.
Quella colla invisibile che ti si appiccica sulla pelle, i vestiti sigillati addosso, il sudore che ti scivola lungo la schiena come fosse un insetto fastidioso.
Difficile immaginare di peggio.
Il male assoluto.

«Troppa gente, vero?»
Manigoldo, appollaiato sulla mia spalla, emette un breve schiocco col suo becco.
L’odore di spezie e di ressa del mercato mi è quasi insopportabile, posso solo immaginare quanto possa sentirsi fuori posto il mio povero amico piumato.
Meglio fare presto, prima che gli partano i suoi famosissimi cinque minuti e che la situazione diventi completamente ingestibile.
Siamo qui solo per le provviste, un po’ di carne secca e magari qualche frutto, il necessario per una sessione di addestramento nel bosco.
Sento il mio arco premere contro la schiena, un peso familiare che oggi mi pare essere un tantino più pesante del solito.
Ho troppa voglia di farmi due tiri in tutti i sensi, ma lasciamo perdere… Dev’essere l’umidità!

Welderos è una città davvero molto particolare.
Cammino tra i suoi vicoli, facendomi strada come meglio posso in mezzo a tutto il suo frenetico via vai, ed ogni angolo pare regalarmi un brivido, quel brivido che solo un déjà-vu è capace di farti provare.
Non sono mai stato qui prima d’ora, lo giuro, eppure queste pietre sembrano sussurrarmi di ricordi lontani che non mi appartengono.
Sento l’eco di battaglie antiche tra questi palazzi, battaglie che non ho mai combattuto, insieme a storie di avventure dimenticate da tempo e che non sono mai state mie da raccontare.
Vedo ciò che rimane della torre centrale, un tempo baluardo del regno delle ombre, ora ridotta a poco più di un cumulo di macerie.
Pazzesco.

All’improvviso, tra la folla, noto un uomo.
Sembra muoversi nella mia direzione con passo deciso, il suo sguardo fisso su di me.
Provo a fare come se nulla fosse, magari è solo una mia impressione, e decido di scartare di lato, fingendomi interessato ad un banco di stoffe.
Niente, il tipo non molla.
Corregge la sua rotta e punta dritto verso di me.
Manigoldo gonfia le sue piume, giusto un istante prima di emettere un sibilo così minaccioso da sembrare quello di un serpente.
Mi fermo.
Una mano corre istintivamente alla corda del mio arco.

«Pace, arciere! Same side!» dice l’uomo fermandosi giusto ad un passo, e tenendo le mani alzate verso il cielo in un gesto distensivo. «Sei Ryoga, giusto? Ti stavo cercando.»

«Molto lieto di fare la sua conoscenza, signor…?»

«Diamoci del tu, ti prego. Devo già stare dietro a fin troppe formalità, poi finisce che mi viene il mal di testa. Comunque Volmer, il mio nome è Volmer, ed il piacere è tutto mio. Non volevo allarmarti, scusa se ti sono piombato addosso così.»

«Non preoccuparti, è solo che… dimmi, caro Volmer, a cosa devo l’onore di questa visita così inaspettata?»

«Sarò brevissimo, promesso. Sono un funzionario della città, ti porto un messaggio da parte del Consiglio.»

Questo tizio ha un aspetto davvero molto sbattuto.
Ha tutta l’aria solenne di chi passa mattino pomeriggio e sera a vivere sommerso da scartoffie ed incartamenti in vario assortimento.
Manigoldo però sembra essere di tutt’altro parere, e la sua voce nella mia testa per poco non mi piega in due.

«Guarda che begli occhietti che c’ha! Non è nemmeno mezzogiorno ed il bro sta già tutto bello messo. Perché non gli chiedi se vuole venire anche lui con noi a farsi “due tiri” nel boschetto?»

Condividere i miei pensieri con il mio famiglio.
Croce e delizia, per dirla a la Giuseppe Verdi.
Come se non ci fossero già abbastanza voci oltre la mia a tormentarmi di continuo la mente.

«Hahahahaha, ma sarai scemo? Magari si è solo fatto una bella e sana nuotata mattutina, no? Dai, piantala! Cerchiamo di non fare figure.»

Volmer poi mi porge una pergamena sigillata. «Ecco, questa è per te. Il consiglio spera vivamente che tu voglia accettare l’incarico. Leggila pure con calma. Se ti interessa, non devi fare altro che presentarti a mezzogiorno davanti ai cancelli del vecchio maniero nel quartiere dei rifugiati. Perdonami Ryoga, ma vado parecchio di fretta. A presto.»

Ricambio il saluto con solo un cenno del capo, d’altra parte “il bro” quasi non mi ha dato il tempo di aprire bocca.
Rimango ad osservarlo un po’ perplesso mentre rapidamente svanisce tra la calca del mercato.
Così com’era apparso, come se non fosse mai esistito davvero.

«Però, che tipo questo Volmer!» Sussurro con un accenno di sorriso, affidando la pergamena al mio gufo.

«Fulminato a dir poco!» risponde la palla di piume, mentre con una singola beccata disintegra senza pietà quell’elegante sigillo di cera.

In breve: esiste un vecchio maniero, un tempo locanda di prestigio, abbandonato da mesi e sospettato di essere infestato. La città necessita di chiarezza. In cambio del servizio, la proprietà dell’immobile verrà ceduta a chi risolverà il mistero. In calce spiccano le firme del consiglio: Valerius Malakor, Elara, Silas, Xilara, Lira e Theron Kealen.

Manigoldo ruota la testa di centottanta gradi, fissando il foglio. «Allora, Ryoga? Diventiamo locandieri?» sembra chiedermi con uno sguardo acuto ed un sottile filo di ironia.

Sbuffo, piegando la lettera. «Sinceramente, Manigoldo, fotte sega della locanda. Zero interesse a fare l’oste. E detto tra noi… questa storia ha tutta l’aria di essere la trovata di un Dungeon Master alle prime armi, buttata lì con il solo ed unico scopo di mettere insieme una compagnia di disgraziati per dare inizio ad una campagna.— Ad ogni modo… questa città ci sta dando tanto, inclusa la possibilità di continuare i nostri studi. Dar loro una mano potrebbe essere un bel modo di dire grazie. Che dici, si va?»

«Daje. Vediamo però di non prendere delle inculate, mi raccomando…»

L’incontro.

Sul rintocco del mezzodì ci dirigiamo verso la zona est.
Il quartiere dei rifugiati è un labirinto impossibile di baracche e di panni stesi…

«Abitato da tre troie dall’aspetto molto chiacchierato, due cavalli simili a ronzini scassati, ed una imponente fiumana di terroni ululanti e raccolti davanti ad un murales di Diego Armando Maradona neanche fossimo nei quartieri spagnoli!»

«La ringrazio, Signor Manigoldo. Davvero non avrei saputo fare di meglio.»

«Servo vostro, Messer Ryoga! Ma la prego, continui pure… che questa storiella inizia a gasarmi!»

Dicevo…

Il quartiere dei rifugiati è un labirinto impossibile di baracche e di panni stesi, al cui centro svetta, cupo, il maniero.
Davanti al suo cancello (ci avrei scommesso) non sono solo.

Vuoi fare iniziare una campagna di Dungeons And Dragons?
Lascia che il Consiglio di Welderos metta insieme una squadraccia di disagiati affidando loro la prima folle quest che ti viene in mente.
Tutto il resto verrà da se.

E così, mentre il sole poco a poco si avvicina al suo zenit, è già tempo di presentazioni, di convenevoli, e di salamelecchi di ogni sorta.
Posso finalmente conoscere i miei nuovi alleati, i miei nuovi partner di sventura.

Violet Valerius, la nobile dama di questa giovane brigata.
Spada al fianco, scudo saldo, protetta “dal suo ferro” e dal suo cuore intrepido.
Diego Montanari

Joran Dax, un druido umano dall’anima selvaggia.
La sua armatura altro non è che un intreccio di foglie, ed il suo bastone sembra una solenne promessa di tante mazzate nel nome di Dio.
Mattia Bragoli

Sotto la luce di Selune cammina poi Toradol Silverstone.
Un nano delle colline dall’aspetto fiero, un chierico si spera, visto che sarà lui a doverci curare dalla spiccata bontà d’animo.
Angelo Calza

Un rullo di tamburi per Durias Martelfiato.
Un nano delle montagne con una cresta rosso fuoco degna di un punk rocker, un bardo dall’indole ribelle, dotato di una vasta ed impossibile collezione di strumenti musicali.
Simone Rossi, per forza! è sempre quel fucking communist a fare i personaggi più fighi, non c’è un cazzo da fare!

«Molto bene, molto bene! Il Consiglio sarà davvero lieto di sapere che tutti i membri della squadra selezionata abbiano deciso di accettare l’incarico. Sapete già tutto, non serve che io mi ripeta. Scoprite tutto ciò che potete. Al vostro ritorno mi troverete nel mio ufficio. Passate una buona giornata!»

Nemmeno il tempo di finire la frase, quel matto di Volmer si stava già allontanando mentre ancora masticava le ultime parole.
Chissà cosa cazzo c’avrà sempre da fare “il nostro bro” per essere perennemente così di fretta.

E niente, è proprio così che finisce questo episodio pilota.
Mi trovo con Violet, Joran, Toradol e Durias a fissare i sigilli del Consiglio posti su questa schifezza di cancello arrugginito.
Una scarpata delle sue e Durias demolisce quell’ammasso di ferraglia.
Il varco è aperto.
Siamo pronti a calpestare di tutto, dai ciottoli nascosti dall’erba cresciuta senza un controllo, alle infinite schiere di avversari che incontreremo nel nostro cammino.
Che la sorte ci sia amica!

Troppo chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

«è solo una partita di calcetto…»

L’aria è satura.

Come fumo negli occhi.
Chiacchiere e giri di parole ti riempiono la mente.
Gridano così forte, lottando per non farti vedere come stanno davvero le cose.
Spaccami la testa.
Ci troveresti dentro un flusso continuo, schematico (nel suo disordine) ed ossessivo di pensieri, errori del passato, dubbi sul presente, e preoccupazioni sul futuro.
Non stasera.
Stasera è come se mi fossi arreso, mi sento distaccato, e con “come fumo negli occhi” intendo proprio il suo significato più letterale.
Parlo solo di quella nuvola densa e grigia, quella che ti fa stropicciare gli occhi fino a farti lacrimare quando una tirata ti finisce accidentalmente dritto in faccia.

L’aria è satura.

Sono seduto sul pavimento con davanti a me solo un posacenere ed una porta finestra aperta solo quanto basta, i piedi nudi contro le mattonelle fredde, ad invidiare il tasto reset tipico di quelle vecchie console di gioco.

Puoi cambiare idea, e puoi farlo più volte, puoi cambiare lavoro, città, interessi, qualsiasi cosa, ma non puoi cancellare tutto e ricominciare dall’inizio.

Dall’inizio.
Mi sto proprio immaginando il primo giorno della mia vita, in terza persona, come fossi uno spettatore.
Mi hanno appena appoggiato sul petto di mia madre.
Riesco quasi a sentire il suo profumo, mentre si mischia con quell’odore forte di disinfettante della stanza d’ospedale.
Riesco quasi a vedere la luce del sole entrare dalla finestra, per poi accarezzare quel vaso appoggiato sul comodino.
Due fiori talmente finti, di plastica rigida, che ti giuro sembra siano fatti di Lego.

«Dai Lollo, prepara sta cazzo di borsa che andiamo!»

La voce di Gabriele all’improvviso mi riporta violentemente a terra.
Questa stanza ha tutto l’aspetto di un campo di battaglia: vinili sparpagliati sul letto da rifare, una montagna di vestiti sporchi e dimenticati in un angolo del pavimento, troppo affollamento su quella scrivania.
Musica, calcio, e cultura nerd-pop sembrano fissarmi da ogni centimetro quadro racchiuso in queste quattro mura, facendo finta di trovarci un senso filosofico in tutto questo disastro.

Gabriele poi si affaccia sulla soglia, guardandomi come se fossi un alieno appena sceso da un incrociatore stellare.

«Oh, te lo giuro! Non ho mai conosciuto nessuno che si mette a fumare prima di una partita. Sei un caso clinico.»

Lollo.
Dio, quanto odio quel nomignolo.
Per me sceglierei sempre “Lore”, ma a lui non l’ho mai detto.
Una di quelle piccole battaglie che ho rinunciato a combattere da un po’ di tempo.
Potrei quasi dire che ormai inizia a suonarmi, e che spesso mi capita di sorridere quando è qualcun altro a chiamarmi così.

«Almeno se stasera prendo a calci qualcuno per sbaglio posso dire di essere stra-fatto, anziché ammettere di essere così disperatamente scoordinato.»

«Madonna quanto sei teatrale… è solo una partita di calcetto, non dobbiamo giocare la finale di Champions.»

Do un’ultima e profonda tirata appena prima di litigare con il posacenere, per poi alzarmi molto lentamente ed aprire un cassetto con un gesto deciso.
Inizio a buttare roba in borsa un po’ alla rinfusa: pantaloncini, calzettoni, parastinchi; mentre Gabriele è ancora lì che mi osserva, appoggiato allo stipite della porta.

«Perché proprio la maglia numero tre?»

Mi fermo un secondo con la maglietta ancora tra le mani.

«Paolo Maldini?»

«Ma Vaffanculo. Dai, su! Perché proprio la tre?»

«Il tre mi perseguita, Gabri. Mi hanno presentato all’esame con il tre in matematica. Ho preso tre alla seconda prova. Tre volte sono stato innamorato per davvero, e ho avuto tre migliori amici in tutta la mia vita. Può bastare? Posso continuare se vuoi…»

Silenzio.

Poi mi giro e trovo Gabriele ancora piantato sulla porta, con quel sopracciglio alzato a mezz’asta e quella sua tipica espressione che pare un invito a prenderlo a schiaffi.

«E io sarei tra questi?»

«Cosa, migliori amici?? Ma nemmeno in un’altra vita! Per te ci sono solo le tre volte in cui mi sono detto che avrei provato a lasciarti indietro, infame!»

Gabriele scoppia a ridere, poi mi fa: «Senza contare le altre trecentocinquanta, giusto?»

«Eh. In nessuna di quelle ci ho creduto davvero, pensa a come sei proprio un fortunello!»

«Dai, Maldini… Datti una mossa! Vado un secondo in bagno e quando torno mi aspetto che tu abbia finito con la borsa.»

Metto dentro la borsa le mie fedelissime Adidas e finalmente chiudo la cerniera.
Mi sono dimenticato qualcosa, sono più che sicuro.
Provo a fare mente locale, quando all’improvviso sento una canzoncina storpiata da quel deficiente provenire giusto dalla stanza di fianco: «Ma come terzinooo, voglio Lorenzinoooo che gioca a memoria come se fosse mio amicooo…»

Trattengo a stento una risata.
Musicisti.
Siamo proprio di un altro pianeta, noi.

«Gabri! Prenderesti su un bagnoschiuma quando esci?»

Te l’ho detto che mi stavo dimenticando qualcosa.

Pochi secondi dopo, Gabriele rientra in camera con un flacone viola in mano, guardandolo con estremo sospetto.

«Hai solo questa bella stronzata alla lavanda?»

«Dovresti provarlo anche tu ogni tanto, sai?» Gli faccio passandogli davanti, senza neanche guardarlo.

«Che vuoi dire?»

«Niente, ci mancherebbe! Voglio solo dire che o stai vivendo una seconda pubertà un po’ tardiva, o dovresti davvero provare anche tu ogni tanto questo fantastico bagnoschiuma alla lavanda. Molto rilassante.»

«Dai muoviti, coglione! Siamo già quasi in ritardo.»

Un ultimo sguardo allo specchio dell’ingresso.
Due occhiaie così profonde che sembra siano state scavate col piccone ed una massa informe di ricci scuri completamente fuori controllo.

«Guarda che faccia. Faccio schifo.»

«Secondo me hai solo l’aspetto di chi ha davvero bisogno di passare un’oretta con un calcetto tra amici» taglia corto lui, lanciandomi addosso le chiavi della macchina con molta più forza di quella necessaria.

«Posso rollarne una “per il viaggio”?» gli butto lì con un sorriso dopo essermi accorto del mio tono così sfacciatamente speranzoso.

Gabriele alza gli occhi al cielo, sospira pesantemente, e mi spinge fuori verso le scale. Poi se ne esce con un «Fai davvero schifo, lo sai? Ha fatto bene l’Eli a lasciarti.»

Colpo basso.

«Allora, primo: non stavamo insieme, ci siamo solo frequentati per tipo cinque mesi. Secondo: quella che intendi tu era soltanto una delle tante cause dei nostri troppi litigi. E terzo…

«Facciamo così: se vinciamo, ti prometto che stasera ci scassiamo insieme. Va bene così?»

«E se perdiamo?»

Gabriele scende i primi gradini due a due. «Non essere sempre così negativo.»

«E se perdiamo?» Ripeto con lo stesso tono, deciso a non mollare.

Si ferma, si volta, e poi mi guarda per un istante appena prima di sorridere.

«Waffle?»

«Wa-wa-waffle!» quasi a fargli eco, mentre lo raggiungo sullo stesso gradino.

Gli mollo un cartone affettuoso sul braccio, di quelli che dicono tutto senza bisogno di altre parole, giusto per chiudere la questione.

«Tu lo sai, Vero? Che se Ginny dovesse scoprire che abbiamo abusato di una sua frase… prima ammazza me e poi ti viene a cercare!»

«E tu non dirglielo. E soprattutto non fare lo stronzo come al tuo solito e non andare a scriverlo su Lollo Oversensitive dot com» riproponendomi lo stesso sopracciglio alzato a mezz’asta di prima e la stessa sua tipica espressione che pare un invito a prenderlo a schiaffi.

«Fanculo, Gabri! Detto proprio con l’anima.»

Salgo in macchina, mi allaccio la cintura, e prendo forse troppo tempo per scegliere qualcosa di bello da ascoltare.
I pensieri mi scivolano via, la mia testa si perde improvvisamente all’interno di un vecchio ricordo.
C’era quell’ultima Marlboro capovolta all’interno del pacchetto, e quel desiderio espresso come se fosse l’unica cosa al mondo che contasse davvero.

Potrei cambiare lavoro, città, interessi, qualsiasi cosa, ma quel desiderio resterebbe comunque lì, immutabile.

Per cose di questo tipo, così forti, così intense, il per sempre è l’unica misura del tempo possibile.
Alla fine ci sono arrivato.

«Lollo, ci siamo?»

«Sì, scusami… Sono andato un secondo da un’altra parte.»

«Metto su io la musica, tu pensa solo a guidare!»

«Daje! Niente lagne però, che non sono in vena.»

«Nemmeno una, te lo giuro. Dai, andiamo!»