La forgia.
Il sacco di tela grezza che Durias si trascina dietro fa davvero un ciocco allucinante, a metà strada tra un batterista ubriaco che mena bacchettate fuori tempo e un carretto di pentole con le ruote scassate che rotola giù per una scarpata.
Al suo interno ci sono tutte le armi e le armature che abbiamo sfilato ai cultisti la notte scorsa —nella speranza che possano fruttarci qualcosa, ma non ne sono tanto convinto…—
Ci serve un fabbro, e ci serve subito.
La Forgia del Cuore di Ferro ci accoglie con tutta la violenza del suo respiro fiammeggiante.
È un imponente edificio a due piani, un bastione di fuliggine e mattoni neri dal cui comignolo si alza una colonna di fumo denso che quasi oscura completamente il cielo sopra le nostre teste.
Varchiamo la soglia e veniamo subito investiti da un’ondata di calore soffocante con note persistenti di carbone vivo, olio bruciato, e metallo fuso.
Il battito ritmico e assordante dei martelli sulle incudini fa vibrare persino le assi del pavimento e, tutto intorno, sciacquini con spessi grembiuli di cuoio marchiati con una K e segnati dalle scintille si muovono come ombre nel riverbero delle fiamme.
Dietro il bancone massiccio, mastro Kormac ci osserva con l’aria di chi ha visto già passare fin troppi avventurieri disperati.
Ha la barba scura, il volto scavato dal tempo, e uno sguardo capace di pesarti a prima vista.
Mi avvicino e inizio la trattativa cercando di darmi un tono, spiegando che stiamo ripulendo i sotterranei della nostra nuova locanda e che quella ferraglia ci è solo di impiccio —cosa tecnicamente vera, se si esclude il dettaglio che i proprietari di tutto quel ciarpame respirassero fino a poche ore prima, ma fotte, giusto?—
Kormac esamina le lame, sputa a terra un pezzetto di tabacco, poi mi fa…
«Centocinquanta monete d’oro per tutto. Prendere o lasciare.»
La cifra è onesta, è molto meglio di quanto mi aspettassi, ma Violet fa comunque un passo avanti.
Sposta delicatamente la borsa dell’oro di lato, rifiutando lo scambio in denaro, poi rilancia con fermezza, decisa ad ottenere il massimo.
«Niente monete, mastro Kormac. Al posto dell’oro, le saremmo infinitamente grati se ci mettesse in sicurezza la Lanterna. Siamo stanchi di avere visite indesiderate, ci servirebbero delle nuove serrature sul portone principale e su tutti gli accessi. Qualcosa di robusto… se capisce cosa intendo.»
Il fabbro la studia per qualche istante, valuta la qualità delle cose che gli abbiamo portato, e alla fine fa un cenno d’assenso con la testa.
«Affare fatto. Vi darò il ferro migliore, temprato con cura. E visto che l’acciaio da solo non basta, vi integrerò una trappola meccanica a scatto sul portone principale… se ho capito cosa intendete. Appena possibile, manderò qualcuno alla Lanterna per sbrigare la questione.»
Spendo tutto in drip…
Usciamo dalla forgia, ed è bellissimo tornare a respirare all’aria aperta.
Ci rimettiamo subito in cammino, parecchio soddisfatti dell’esito del nostro shopping, puntando dritto verso il porto.
O forse no.
Pochi isolati più avanti, l’atmosfera grigia del quartiere commerciale si dissolve di colpo, lasciando spazio a un angolo di città che sembra non appartenere proprio del tutto all’ambiente circostante.
La bottega degli animali di Elara è davvero un posto incantato, un piccolo paradiso di legno che emana profumi romantici di fieno fresco e di camomilla selvatica.
Elara, una ragazza dai modi dolci e i lunghi capelli raccolti in una treccia morbidissima, si muove tra i recinti accudendo una nidiata di piccoli coniglietti bianchi.
Batuffoli di pelo soffice che si rincorrono tra di loro, trasmettendo un calore così intenso da far sembrare i pericoli di Welderos solo un brutto e lontano ricordo.
I miei compagni proseguono, ma io mi blocco.
Le mie ciabatte si fermano sul selciato, non rispondono più ai miei comandi, mentre le mie calze spaiate affondano leggermente nella paglia dispersa, del tutto incapaci di proseguire oltre.
In mezzo a quel recinto c’è lei.
Una capra.
Ma non una capra qualunque.
Lei ha uno sguardo profondo, fiero, e un modo di masticare quel ciuffo di fieno che trasuda una dignità regale.
È amore a prima vista.
Non mi sentivo così da quando ho ascoltato “Umile” per la prima volta, quella stessa sensazione di purezza grezza e di stile assoluto che ti colpisce dritto al petto.
Il perfetto sostituto biologico di un giardiniere per ripulire le erbacce chilometriche nel giardino della Lanterna.
«Tony…» sussurro, parlando più a me stesso che agli altri. «Tony sarebbe proprio un bel nome per una capra.»
La voce di Manigoldo mi esplode all’istante nella scatola cranica, improvvisa come il Colossale che abbatte le mura, e puntuale come Zoro a un appuntamento romantico.
«Dimmi che non l’hai chiamata così per il motivo che penso. Ti prego, dimmelo.»
«L’ho chiamata così e-sat-ta-men-te per il motivo che pensi», gli faccio con un sorriso, mentre inizio a ruotare il viso verso sinistra e a portare l’indice destro verso il confine della mia jawline, definendone il profilo con un gesto di pura arroganza estetica.
«Ti prego non farlo!!» Sospira, per quanto possa sospirare un gufo nella mente di un elfo. «Siamo passati quindi dal citare i classici della letteratura a fare tributi all’avanguardia musicale?»
«Dai Manigoldo, non fare così… è ancora mio il tuo cuore o l’hai soltanto ipotecato?» lo provoco, senza distogliere lo sguardo dal mio nuovo acquisto che drippa da ogni centimetro quadrato di pelo.
«Io non so più che cazzo ti dice la testa, però ti avviso… se quella bestiaccia prova soltanto ad avvicinarsi alle mie piume, si prende delle beccate, giuro su tua madre!»
«Ma smettila, non ferire i suoi sentimenti! E poi guarda quanto stile che ha… è troppo chill.»
Da dietro la mia schiena, Toradol si sporge, si sistema la barba con una mano e commenta in un sussurro…
«Sì, va bene il chill… ma per il barbecue come facciamo?»
«Ma che cazzo dici??!» urlo, girandomi di scatto con un’espressione disgustata, talmente furiosa che persino i coniglietti di Elara si bloccano terrorizzati nel loro recinto. «Tony non si tocca! Tony fa parte della compagnia adesso! Porta rispetto al goat, pazzo eretico!!»
Come se non bastasse, e convinti da Violet che la locanda abbia comunque bisogno di un sistema di allarme perimetrale, compriamo anche tre oche da guardia.
Qui, Quo e Qua.
Il loro prezzo è irrisorio —anche se il mangime per mantenerle in forze rischia di prosciugare tutti i nostri risparmi futuri— eppure, guardando quel trio di pennuti starnazzare istericamente dietro a ogni ombra che si muove, non posso fare a meno di sorridere.
Mentre ci incamminiamo portando Tony in trionfo, un pensiero di pura superiorità mi attraversa la mente.
Quando si tratta di battezzare compagni animali e di trovare loro un nome che trasudi carisma, sono decisamente tre spanne sopra a tutti gli altri membri del gruppo, non c’è storia.
Un passaggio veloce alla Lanterna, per sistemare la capra più swag del reame assieme a tutto il nostro nuovo zoo privato nel cortile, poi —finalmente— mettiamo un passo davanti all’altro in direzione del porto.
Il Timone Spezzato.
La puzza del porto di Welderos ti gratta in gola ancora prima che tu possa vederne i moli.
È una miscela densa di pesce marcio, saggina bagnata, fumo di tabacco scadente, e quel retrogusto dolciastro tipico dei canali artificiali stagnanti che tagliano in due i quartieri popolari.
La nebbia qui non si alza mai, resta incollata al pelo dell’acqua e avvolge le passerelle di legno massiccio, abbastanza larghe da permettere il passaggio simultaneo di due carri da trasporto.
Ci fermiamo a pochi metri dall’imbocco del molo numero nove, riparati dall’angolo di un magazzino fatiscente.
Come promesso da Kallan e Orin, la sagoma di una nave mercantile dalle linee slanciate si staglia contro l’acqua scura dei canali.
Sul suo pennone principale sventola, pesante e inconfondibile, una bandiera recante lo scudo blu su campo verde della Casata Hallowell.
«Ci penso io a dare un’occhiata ravvicinata a quella copia riuscita malissimo della Going Merry» inizia Durias. «Prendo una camera al Timone Spezzato, voglio camuffarmi da scaricatore portuale e vedere di farmi ingaggiare sulla banchina. Joran, vieni con me?»
«Oh sì!» interviene il druido con un lampo di malizia sulle labbra. «Pensavo di trasformarmi in qualcosa di molto piccolo per infilarmi dritto nella cabina del capitano, ma non voglio spoilerare nulla…»
Manigoldo lo fissa dall’alto del mio spallaccio, inclinando la testa e guardandolo con un fare di pura e aristocratica superiorità.
«Ricchione!»
«Se andate voi, io e Toradol ci piazziamo a un tavolo all’esterno di quel postaccio» dice Violet, facendo un check rapido al suo equipaggiamento. «Ordineremo qualcosa da bere e terremo occhi e orecchie sull’attenti.»
«Mi connetto con il piumato» concludo io, incrociando le braccia contro il petto. «Prendo in prestito i sensi di Manigoldo per mappare la zona dall’alto, così se la situazione si dovesse scaldare lo sapremmo all’istante.»
Proprio mentre stiamo per muoverci, sento gli artigli del gufo grattare sul cuoio della mia armatura, mentre le sue parole richiamano immediatamente la mia attenzione.
«Ryoga, guarda laggiù… Le due caffettiere stanno provando a muoversi “furtivamente” tra i barili!» mi comunica mentalmente, indicandomi con il becco la direzione opposta al molo.
Prima ancora che io possa tradurre l’informazione per tutto il gruppo, Durias ci pianta un bel bestemmione in nanico e lancia un’occhiataccia nella stessa e identica direzione, manco avesse intercettato la telepatia.
«Sempre che quei due scaldabagni ambulanti di Kallan e Orin non ci mandino all’aria i piani prima ancora di iniziare» ironizza il bardo, scuotendo la testa con un sorriso amaro.
«Hey ho, let’s go!»
Il Timone Spezzato è il classico buco di posto dove la gente di mare va a fare baldoria e la birra costa poco o niente, perfetto per confondersi tra la folla e non dare troppo nell’occhio —o almeno spero…—
Con Violet e Toradol ci sediamo intorno a un tavolo di legno unto all’esterno del locale, cercando di mimetizzarci con l’ambiente circostante.
Il nostro chierico nasconde con discrezione lo scudo col simbolo di Selune sotto la panca per evitare che qualche contrabbandiere decida di iniziare una mezza guerra santa.
Io invece mi appoggio allo schienale, socchiudo gli occhi, e mi connetto mentalmente con il mio gufo, osservando Durias che si avvia sulla banchina adottando un’andatura strascicata che nemmeno dopo un bolas scannato in personal.
Un raggiro spudorato, ma che in mezzo a quella marmaglia di disgraziati risulta incredibilmente efficace.
Il primo a fare ritorno al nostro tavolo, dopo una buona oretta di attesa snervante, è Joran.
Sbuca fuori dalla nebbia con l’aria decisamente sbattuta, si siede pesantemente sulla panca di legno, e si versa un goccio di birra con la mano che trema ancora leggermente per lo sforzo magico.
«Allora?» gli sussurra Violet, sporgendosi in avanti. «Novità dalla cabina?»
«Sono riuscito a intrufolarmi da un oblò trasformato in un ragnetto» racconta il druido, parlando a bassa voce. «Sulla scrivania del capitano, un tale Sottacqua, c’era un diario di bordo con annotazioni su rotte commerciali stabili verso Zalaris, una città del profondo sud. L’ultima riga parla esplicitamente di un “carico speciale” destinato al protettore di Welderos. Ho pure rischiato di essere calpestato malamente dal capitano mentre tornavo indietro, sono esausto!»
Pochi minuti dopo, un tizio basso con la faccia completamente sporca di carbone e i vestiti logori si avvicina ciondolando verso di noi.
Si ferma giusto davanti al nostro tavolo, dopodiché si mette a fissarci con un’aria spenta.
«Ehi, voi» ci dice con un filo di voce roca. «Avreste mica un po’ di tabacco per un povero scaricatore di porto a corto di fumo?»
Stiamo quasi per cacciarlo a calci in culo, quando noto la cresta rossa malamente nascosta sotto un berretto di lana bucato.
Solo in quel momento riconosciamo Durias, autore di un camuffamento da premio oscar.
Il bardo si siede di sbieco, abbandona la recita, e ci ragguaglia all’istante sulla situazione giù alla banchina.
«Ragazzi, le casse sono piene di quelle schifezze» sussurra, lo sguardo serio. «È lo stesso identico odore che infestava la nostra cantina. Stanno caricando tutto proprio adesso, il convoglio è quasi pronto a muoversi.»
Mentre i carrettieri stringono le redini dei cavalli e le ruote di legno iniziano a scricchiolare sul selciato bagnato, Toradol decide che è il suo momento.
Si alza dalla panca con l’idea di giocarsi la carta del fucking communist, convinto che la condivisione dei mezzi di trasporto sia un diritto divino universale.
Si avvicina al conducente del carro, assumendo un’espressione stanca e zoppicando vistosamente per impietosirlo.
«Ehi, compagno…» esordisce il chierico. «Non è che avresti un briciolo di solidarietà per un povero nano con le ginocchia a pezzi? Mi basterebbe un passaggio sul retro del carro fino al Tempio di Tyr.»
Il carrettiere lo squadra dall’alto della cassetta, sputa una scarrata impressionante a pochi centimetri dai suoi piedi, e lo rimbalza con una violenza verbale tale da spegnere all’istante ogni sua speranza socialista.
«Scordatelo, nanerottolo. La villa è decisamente lontana dal tempio e non abbiamo nessuna intenzione di fare deviazioni. Levati dai piedi prima che ti faccia cacare la barba dai miei cavalli.»
Il carro scatta in avanti, svoltando l’angolo e scomparendo rapidamente tra i vicoli avvolti dalla nebbia.
Prima che il convoglio si allontani troppo, lancio un’occhiata d’intesa verso il cielo grigio sopra i moli.
«Manigoldo, vai» gli ordino mentalmente. «Segui quel carro e non perderlo di vista.»
Il gufo si lancia dal cornicione di pietra, scomparendo nella coltre umida ed uscendo quasi subito dal raggio d’azione della nostra telepatia.
Passa un tempo infinito, un silenzio pesante interrotto solo dal rumore della risacca contro il legno dei moli.
Poi, all’improvviso, la connessione mentale si riaccende con una zaffata di sdegno e piume bagnate.
«Ryogaaaaa, sia maledetta quella cessa di tua madre assieme al momento esatto in cui le nostre anime si sono legate» mi gracchia la voce del gufo direttamente nei neuroni rimasti, mentre lo vedo tornare a rotta di collo sopra la nebbia. «Mi hai fatto fare una volata dietro a quei cavalli con tutta questa umidità di merda che per poco non mi tappa le ali. Mi sento letteralmente come se mi avessero messo la guallera in un frullatore… Mandaci Tony la prossima volta!»
«Smettila di piagnucolare e dimmi…» gli rispondo mentalmente, cercando di nascondergli come meglio posso quanto mi senta in pensiero ogni volta che si allontana da me. «Dove hanno scaricato?»
«A Villa Hallowell, il bro del carro ha mollato tutta la merce proprio nel loro cortile interno» conclude il piumato, planando pesante sul mio spallaccio e iniziando a sistemarsi le penne con il becco.
«È a Villa Hallowell» dico, fissando i miei alleati uno a uno. «Il carico è andato dritto lì.»
Durias batte un pugno sul legno, pulendosi la faccia dalla fuliggine.
«Ci siamo allora. Visto che Kallan e Orin si stavano aggirando da queste parti fino a poco fa, non dovrebbe essere così difficile trovarli se sono ancora nei paraggi. Possiamo attuare una manovra a tenaglia. Del tipo che mandiamo quei due scaldabagni a fare casino e attirare l’attenzione davanti all’ingresso principale della villa, e noi entriamo di nascosto da sotto, sfruttando il tunnel delle ossa che si collega direttamente alle cantine.»
Violet si lancia in piedi, visibilmente contenta di tornare finalmente in azione.
«Un piano così folle che potrebbe persino funzionare. Andiamo a cercare le caffettiere…. gli scaldabagni… sì, insomma… Kallan E Orin.»
Blitzkrieg Bop.
Trovare Kallan e Orin nei paraggi del porto non richiede alcuna prova di Investigazione basata sull’Intelligenza —e vorrei ben vedere…—
Violet riserva loro un saluto misurato e riassume rapidamente i fatti, senza perdersi in chiacchiere inutili.
Spiega della nave mercantile al molo nove, del diario di bordo con le rotte per Zalaris, e di quelle casse piene di sostanze proibite che sono state appena scaricate nel cortile interno della Villa.
Mentre lei parla, Durias se ne sta lì a braccia conserte, gongolando vistosamente e dandosi delle pacche sulle spalle da solo per aver partorito la manovra a tenaglia del secolo.
«Quindi la faccenda è questa» conclude la bocca del nostro gruppo, indicando la direzione dei quartieri alti con un cenno del mento. «Voi due andate a bussare al portone principale facendo più casino possibile, e noi entriamo da sotto sfruttando la botola sotterranea per ripulire la cantina prima che i Malakor possano disporre della merce.»
Kallan e Orin si guardano per qualche istante, metabolizzando l’informazione con i tempi di reazione tipici di chi indossa una quarantina di chili di acciaio temprato sulla testa.
Dopotutto Lord Barnabus è già sotto indagine, e la guardia cittadina ha il pieno diritto di effettuare una perquisizione se c’è il sospetto di contrabbando.
«Ci stiamo, la tattica gira» dice Orin, sistemandosi il maglio sulla spalla. «Ma non siamo così stupidi da andare a bussare alle porte degli Hallowell in due e senza le carte giuste. Passiamo un secondo dal Bastione di Ferro, facciamo rapporto al Capitano Kaelen, e ci facciamo firmare un mandato ufficiale. Con qualche uomo in più di rinforzo e con la legge dalla nostra, quelli dovranno aprirci per forza e restare impegnati ai piani superiori per tutto il tempo che vi serve.»
I due gruppi si dividono con un cenno d’intesa.
Le caffettiere corrono verso il comando a sbrigare la burocrazia, mentre noi cominciamo a muoverci a passo svelto verso il quartiere del mercato, diretti all’accesso segreto che porta dritti sotto la città.
Tornare in quel cunicolo di ossidiana e ossa intrecciate è un’esperienza che avrei evitato molto volentieri, specialmente con le ciabatte ancora umide di nebbia portuale.
Mentre solleviamo la botola nascosta nel vecchio magazzino del mercato, Manigoldo si mette a soffiare nei miei pensieri nemmeno fosse un gatto a cui hanno appena tirato la coda.
«Ancora qua sotto, Ryoga?»
«Ti prego, non iniziare» gli rispondo cercando di mantenere la mia solita flemma estetica mentre scendiamo sottoterra. «Il diversivo delle caffettiere funzionerà alla grande. In questo preciso momento Orin e Kallan staranno sventolando il mandato ufficiale in faccia a qualche maggiordomo chiattone degli Hallowell. Lassù saranno tutti troppo impegnati per pensare alla cantina, fidati di me.»
Dopo una gita turistica fatta decisamente già qualche volta di troppo, emergiamo nella cantina della Villa sollevando la botola di legno massiccio con una lentezza esasperante, pronti a tutto.
Nessun rumore, nessuno ad attenderci.
Sentiamo solo l’eco lontana e ovattata delle urla di Orin che, fedele al piano, sta demolendo verbalmente quel poco che resta dell’autorità di questa casata caduta in disgrazia.
Eccole, le individuiamo subito in un angolo buio.
Tre grosse casse di legno scuro, ancora umide di salsedine e contrassegnate con i simboli commerciali di Zalaris.
Avviciniamo i sacchi di tela e, con la rapidità e la coordinazione di una squadra di traslocatori est-europei, svuotiamo i contenitori portando via ogni singolo frammento di quel materiale alchemico proibito.
Un colpo da manuale, rapidissimo e pulito.
Nessun tiro di iniziativa andato male, nessuna imboscata dell’ultimo secondo, zero mazzate.
—È andata decisamente troppo liscia, quasi in modo sospetto.
Molto probabilmente il Dan era stanco morto, la sessione stava durando da troppe ore, e il nostro amato Master aveva semplicemente una voglia matta di andarsene a dormire senza dover gestire un combattimento contro una dozzina di terroni da guardia.
Ma ehi, questo è Dungeons & Dragons… e le occasioni per buttare mazzate ignoranti e rischiare la vita non mancheranno di certo nelle prossime sessioni, su questo ci si può scommettere.—
Torniamo al Tempio di Tyr.
Il Giudice Theron può davvero baciarsi i gomiti.
Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.
