episodio VI: se viene a piovere… vienimi a prendere.

La mia testa esplode, come un’onda che si muove
E non ho più la ragione, cambierò navigazione
Alle volte penso che tu con me non hai niente a che fare
Forse solo perché siamo gente di mare
Denti d’oro da pirata, ma ho l’aria raffinata
È una caccia al tesoro se trovo chi mi ama
Io non vedo terra, so che arriverò
Ho il cuore nel forziere, ma c’è su una ragnatela
Il vento issa le vele sotto questa luna piena
Nel tuo portavalori c’è qualcosa che non c’era
Ti ho lasciato un regalo, sorpresa.


Il Ponte del Vecchio Corvo.

Il viaggio verso il nord procede molto lentamente, cullato dalla presenza invadente di questa pineta antica che sembra quasi volersi inghiottire tutto il sentiero un boccone alla volta.
L’aria è davvero molto diversa rispetto a quella che si respira all’interno delle mura di Welderos, profuma di resina bagnata, di terra fredda, e di quella sottile umidità montana che ti si infila sotto la guallera come fosse una Calvin Klein che doveva restare ancora un po’ ad asciugare prima di venire indossata.
Sul retro del carro, ammassati tra sacchi e casse in vario assortimento, Violet, Joran, e Toradol stanno ancora pagando il dazio delle troppe serate storte vissute recentemente, ridotti a tre corpi inerti che sussultano a ogni buca del selciato sconnesso —cresimando il giusto di tanto in tanto.—

Davanti, sulla cassetta di legno grezzo, io e Durias stiamo cercando di ammazzare un po’ il tempo. Stringiamo le spalle contro il vento freddo che scende dai picchi e canticchiamo sottovoce una nostra ballata scritta a quattro mani durante una delle nostre serate più moleste.
Il nano mantiene salda la sua presa sulle redini con le sue dita tozze e spesse, io mi appoggio allo schienale con la mia solita flemma estetica, lasciando che le note si disperdano tra le fronde.
C’è un attimo, giusto un istante, in cui i nostri sguardi si incrociano… un sorriso complice, un cenno silenzioso, una di quelle sfumature di pura bromance che non hanno bisogno di parole per esistere —e che nemmeno dovrebbero mai esistere, se dipendesse dal mio gufo… ma tant’è!—
Poi, le parole ci muoiono improvvisamente sulle labbra.
Smettiamo di cantare.
Ci siamo.

La terra battuta si interrompe bruscamente davanti a una spaccatura della montagna, un taglio netto nella pietra viva che scende a picco nel vuoto.
A unire le due estremità di roccia se ne sta un antico ponte, una struttura massiccia che trasuda un’aria che già becca molto, molto male… tipo malissimo.
È fatto di pietra scura e travi di legno annerite dal tempo e dalle intemperie, tormentate da un gelo ostile che sembra venire dritto dalle viscere della terra.
A guardia del passaggio, immobili come spettri, svettano due statue monumentali di corvi dalle ali ripiegate.
Il tempo e l’incuria hanno spezzato i loro becchi, disegnando profonde crepe lungo la pietra grigia, come fossero ferite aperte e pronte a sanguinare nuovamente da un momento all’altro.

«Questo posto mi sembra di conoscerlo…» sussurra Joran, sbadigliando come uno studente alla prima ora —dopo averne girata una— e sporgendo il naso dal retro del carro. «È il Ponte del Vecchio Corvo! Dicono che porti un’estrema sfortuna attraversarlo dopo il tramonto.»

Mancano ancora diverse ore al crepuscolo, quindi fotte!
E poi, in tutta sincerità, la sfiga mi sembra il problema minore qui.

Al centro esatto del ponte, inginocchiata sulla nuda roccia bagnata, se ne sta una figura.
Un vecchio avvolto in stracci grigi e logori, talmente immobile che per un attimo potresti scambiarlo per un terzo corvo di pietra.
Poi, con una monotonia ipnotica, quasi alienante, solleva un bastone di legno nodoso e inizia a batterlo sul selciato. 

—Toc. Toc. Toc.—

Il suono si propaga nella gola rocciosa, regolare come il battito di un cuore malato.
Tutto intorno a lui, sulla pavimentazione scura, notiamo delle strane linee rossastre, tracciate intenzionalmente a formare una qualche geometria arcana.
Non promette bene.

Durias tira le redini, bloccando i cavalli con un «Whoa, ragazze, whoa!» poi stringe gli occhi per mettere bene a fuoco la scena.
Io rimango immobile sulla cassetta, cercando il pensiero di Manigoldo senza spostare il mio sguardo di un solo millimetro.

«Ma che cazzo sta facendo quel vecchio??» 

«Fanno così da queste parti!» mi risponde all’istante la voce del gufo all’interno della capoccia. «Saltuariamente… si mettono giù con i loro attrezzi per cacare e li sbattono ritmicamente per terra. Sono convinti che questa pratica favorisca una evacuazione molto più soddisfacente, tipo una vera experience. Dovresti provare.»

«Saltuariamente?» gli faccio eco quasi subito, trattenendo a fatica un sorriso.

«Io ti ho appena raccontato di una usanza peculiare dei paesanotti del posto e tu ti soffermi solo su saltuariamente. Sei una cosa brutta!» Manigoldo ruota la testa, fissandomi con un fare offeso.

«Eh, sai come sono fatto. Però ti giuro che è una cosa bella… ho un taccuino dove ci tengo annotati tutti i tuoi termini tecnici e tutte le tue frasi ad effetto.»

«Ti prego, dimmi che è vero!» dice Manigoldo, e stavolta la sua voce telepatica suona parecchio divertita, quasi lusingata dalla mia presunta ossessione per le sue parole.

«No dai, non ce ne è bisogno» lo liquido, tornando serio mentre il bastone del vecchio continua a picchiare sulla pietra. «Ad ogni modo, che si fa? Aspettiamo che abbia finito di cacare o interrompiamo questo rituale insolito?»

«Fischiamolo giù dal ponte e tanti cari saluti.»

«Hahahahaha, coglione!»

Durias non aspetta la fine dei miei deliri mentali.
Si sporge dalla cassetta, porta una mano alla bocca, poi urla con quanto fiato ha in gola: «Vecchio! Ci sono problemi? Dobbiamo passare!».

Nessuna risposta.
Il vecchio non si muove, è del tutto assorbito dal suo macabro rituale, mentre le geometrie rosse ai suoi piedi sembrano quasi cominciare a brillare.
Decido che può anche bastare.
Balzo giù dalla cassetta e inizio ad avanzare sul ponte, mantenendo il mio alto standard di eleganza senza fine —manco fossi Thranduil in sella al suo cervo gigante— e con l’arco lungo già bello caldo caldo.

Mi avvicino, passo dopo passo, finché non sono a un niente da lui.

Gli poso una mano sulla spalla.

Il vecchio interrompe il battito di colpo.

Il silenzio che segue è così assordante che puoi sentire il rumore delle gocce di nebbia che si infrangono sulla pietra.

Si alza di scatto, con una fluidità innaturale che non appartiene mai al corpo di un uomo della sua età, e si volta verso di me.
Il suo volto è una maschera vitrea, svuotata di ogni briciolo di umanità, dominata da due occhi completamente bianchi.
Niente iride, niente pupille.
Solo un vuoto lattiginoso che riflette il grigio del cielo.

«Gurrok ti ringrazia per il Sacrificio»

La voce non viene dalla sua gola.
Sembra un sussurro strisciante che scivola fuori direttamente dalle crepe del ponte.

Nello stesso istante, un terribile grido di battaglia squarcia il silenzio del bosco.
Gli alberi oltre il ponte sembrano muoversi, vomitandoci addosso una massa di pelleverde inferociti che scattano verso di noi con le armi spianate.

C’è da buttare mazzate!

Il massacro del ponte.

La nostra reazione è immediata, una frazione di secondo in cui il caos si trasforma in una macchina da guerra perfetta, coordinata e spietata.
Zero panico, zero esitazioni.
I dadi sul tavolo finalmente girano con la stessa grazia ritmica di un album dei Knuckle Puck sparato in cuffia a tutto volume.

Sollevo l’arco lungo, assecondando il respiro.
Incocco, prendo per bene la mira, e scaglio due frecce in rapida successione.
Il bersaglio è l’orco rimasto più indietro nelle retrovie.
Quel pelleverde non stringe armi in mano, un dettaglio decisamente sospetto che puzza di incantatore lontano mille miglia —e i caster, in qualsiasi scontro che si rispetti, devono sempre andare giù per primi.—
Le frecce solcano l’aria e si conficcano in pieno nel suo petto, facendolo barcollare con un grugnito strozzato.

«Blastalo, Ryoga! Blastalo male!» gracchia Manigoldo nella mia testa, visibilmente eccitato all’idea di una nuova carneficina.

Dalle retrovie del carro fa la sua comparsa Joran.
Attingendo direttamente al suo legame selvaggio con la natura incontaminata, casta una devastante Crescita di Spine.
L’incantesimo esplode sul terreno oltre il ponte, trasformando la pietra nuda in un groviglio infernale di rovi neri, fitti e taglienti come lame.
Un istante dopo, con un potente ruggito che fa tremare ogni cosa, il suo aspetto cambia.
La forma di un Lupo Crudele immenso balza in avanti, andando a occupare l’intera larghezza della carreggiata per sbarrare la strada.

Violet scatta sulla cassetta di legno proprio vicino a Durias.
Impugna il suo nuovo giavellotto e lo scaglia con tutta la forza che ha in corpo.
Sul tavolo rotola un colpo critico clamoroso.
L’arma centra in pieno il collo di uno degli orchi più vicini.
Il pelleverde incassa l’impatto con una resilienza assurda, restando incredibilmente in piedi, ma un secondo dopo commette l’errore fatale di fare dei passi in avanti tra i rovi magici di Joran.
Le spine lo agganciano, lo dilaniano a ogni minimo movimento, riducendolo a un ammasso di carne macellata che sanguina a morte sul selciato.

Arriva il momento di Durias.
Inizia a tempestare i nemici di insulti in nanico antico, mescolando alle sue colorite invettive alcune frequenze di pura magia arcana.
Due orchi vengono colti in pieno dalla Risata Incontenibile di Tasha.
Cadono a terra tra i rovi, incuranti delle spine, piegati in due da spasmi incontrollabili, mentre le loro risate rauche rimbombano nella gola della montagna

L’ultimo orco rimasto indenne, terrorizzato dalla fine del compagno sminuzzato dalle piante e dalla follia dei due che ridono istericamente nella lotamma, decide di piantare i piedi a terra.
Tenta un lancio velleitario, un po’ da maricone, con un giavellotto rugginoso che lo sa solo Sehanine da quale anfratto della sua armatura se l’è tirato fuori.
Il tiro è debole, privo di convinzione, e finisce dritto a fare compagnia ai due corvi di pietra.

Io continuo a frecciare come se non ci fosse un domani, bersagliando senza sosta il misterioso orco nelle retrovie con l’arco lungo, piantandogli un’altra freccia dritto nella spalla.
Violet segue il mio esempio.
Con un richiamo mentale e un gesto secco del polso, evoca il giavellotto che vola indietro direttamente nella sua mano.
Prende di nuovo la mira e lo scaglia.
La traiettoria è millimetrica, chirurgica.
L’arma si conficca dritta nella testa del boss dei pelleverde.
L’orco crolla a terra come un sacco di patate, morto prima ancora di toccare il suolo, e il giavellotto vola magicamente indietro per la seconda volta, pronto all’uso nel pugno della nostra guerriera —che ora ci sta prendendo gusto a fare anche un po’ la maga.—

Durias poi tira fuori il suo tamburo da guerra e casta Sussurri Dissennati.
Le vibrazioni mistiche colpiscono la mente dell’unico orco superstite ancora cosciente, costringendolo a voltarsi e a fuggire a gambe levate verso il fitto del bosco, mentre il sangue gli cola vistosamente dalle orecchie per via della pressione psichica intollerabile.

Lo scontro si conclude così, nel giro di pochissimi istanti.
Una vittoria schiacciante, pulita, quasi illegale.
—Dietro il suo imponente schermo, il Dungeon Master ha l’aria parecchio perplessa.—

Pìcula ad caval.

Terminato il massacro sul ponte, il vecchio straccione si accascia pesantemente al suolo.
Durias si precipita su di lui e tenta di stabilizzarlo al volo con una parola di cura, ma l’energia arcana scivola via sulla pelle fredda senza alcun effetto.
L’uomo è già morto, svuotato della sua stessa forza vitale come un guscio vuoto consumato dall’interno.
Non appena esala l’ultimo respiro, i misteriosi simboli rossi tracciati sulla pavimentazione svaniscono nel nulla, riassorbiti dalla pietra scura del ponte manco fossero evaporati.

Oltrepassiamo la struttura per ispezionare i corpi dei pelleverde rimasti a terra.
Arriviamo fino al caster nelle retrovie, che giace immobile sull’erba bagnata —trasformato in un portaspilli da una selva di frecce piantate un po’ ovunque.—
Sul suo petto spicca un pendaglio d’argento che cattura subito la mia attenzione.
Raffigura lo stesso identico Occhio Stilizzato che continuiamo ad incontrare dall’inizio della nostra avventura.

Dalle sue tasche lerce recuperiamo una borsa di cuoio contenente venticinque monete d’oro, due pugnali di scarsa fattura e, cosa ben più importante, una lettera sigillata con della ceralacca nera.
Lascio a Manigoldo il compito di rompere quel sigillo con una beccata delle sue, dopodiché leggo ad alta voce il contenuto del messaggio per tutta la crew.

“Gurrok riceverà il pagamento alla luna nuova. Continua a sacrificare i mercanti, l’ombra ha fame.”

Ci guardiamo negli occhi, rimontiamo sul carro in silenzio, e ripartiamo verso nord.

Dopo circa mezz’ora di viaggio, la foresta ci sbatte in faccia la cruda e sanguinosa realtà di quella lettera.
Sul ciglio della strada giace un carro completamente sventrato, circondato dai corpi esanimi dei cavalli da tiro e dai cadaveri straziati dei mercanti.
Joran esplora i dintorni con le antenne alzate.
Trova un rampino da abbordaggio tra i cespugli e diverse frecce orchesche piantate nei tronchi, segno evidente che i poveri cristi hanno provato a difendersi fino all’ultimo respiro.
Ispezionando i resti di una cassa di legno spaccata all’interno del carro scassato, individuo un simbolo familiare marchiato a fuoco sul legno.
Lo scudo blu su sfondo verde della Casata Hallowell.
Lo stacco e lo infilo nello zaino come prova.
Gli orchi di Gurrok stanno intercettando e depredando i carri dei loro stessi alleati.

A quel punto, decidiamo che il carro non può più proseguire sulla via principale.
Occultiamo il mezzo tra le fronde, per poi bloccarci nel classico loop decisionale da gioco di ruolo.

E i cavalli?

Toradol, ovviamente, propone di macellarli seduta stante per poterci gustare una bella pìcula ad caval selvaggia con tanto di peperonazzi.
Durias, in preda a un delirio tattico, suggerisce invece di usarli come esca kamikaze da lanciare al galoppo contro l’ingresso della grotta per stanare le sentinelle.
Alla fine, tra lo sfinimento generale e i mormorii del Master che picchietta le dita sul tavolo, provo a lanciare la soluzione definitiva.
«Ragazzi, prendiamo su i due equini e muoviamoli in modalità stealth insieme a noi all’interno della boscaglia.»

—Lo dico pur sapendo benissimo che, nella storia di Dungeons & Dragons, una stronzata del genere non ha mai funzionato e mai funzionerà. Immaginati la scena. Due mostri da tiro da sei quintali l’uno che provano a fare un tiro di furtività, camminando in punta di zoccoli tra i rami secchi e le foglie morte senza far rumore. No Fucking Way!—

Tocca a Joran risolvere la situa.
Sbuffando, il druido si avvicina ai due ronzini e spende un tiro di Addestrare Animali per sussurrare qualcosa nelle loro orecchie, convincendoli miracolosamente a restare immobili e muti come pesci dentro un fitto cespuglio di qualche pianta dimenticata dagli dei.

Possiamo finalmente muoverci a piedi verso il covo di Gurrok.

Match Point tra le fronde.

Riprendiamo la marcia all’interno della boscaglia tenendo gli occhi ben aperti.
Dopo qualche minuto di cammino, notiamo una sottile colonna di fumo grigio che si leva pigramente tra le fronde della foresta, sulla nostra sinistra.
Mando subito Manigoldo a fare un giro per una ricognizione aerea.
Il gufo torna dopo quaranta di minuti abbondanti e con un report perfetto dei paraggi.
Ci dice che poco più avanti c’è l’imboccatura principale di una grotta e che ci sono diversi orchi che pattugliano la zona con le armi in pugno.

Ci addentriamo ancora di più nel fitto della vegetazione per prenderli di sorpresa.
Ci sono tracce fresche di stivali praticamente ovunque, insieme alle impronte pesanti di un lupo di dimensioni decisamente insolite per posti come questi.

L’imboscata scatta all’improvviso, annunciata dal suono di una freccia che manca il naso di Violet per un soffio.

Dalla penombra dei rami balza fuori la belva enorme che avevamo tracciato.
È un lupo gigante che punta dritto al nostro fianco scoperto con le fauci spalancate.
Violet tenta un affondo fulmineo con la spada, ma il colpo rimbalza sulla pelliccia spessa e coriacea del cagnaccio.
Nello stesso momento, un orco berserker sbuca dal nulla urlando come un pazzo, fiondandosi dritto contro la nostra guerriera per caricarla a testa bassa con un’ascia bipenne.

Mentre i miei compagni danno il via alle danze, rimango un passo indietro a studiare il campo.
Sento il sibilo di un paio di frecce che tagliano l’aria, ma niente… proprio non riesco a capire la traiettoria precisa.
Esito un attimo di troppo, stringendo lo sguardo tra le fronde per capire da dove cazzo stiano sparando.

«Ryoghino testa che gira, tra un Don Papa ed una ciabattina…» fa in tempo a gracchiare quel coglione di Manigoldo, prendendomi palesemente per il culo per la mia scarsa reattività.

Un millesimo di secondo dopo, una freccia nemica lacera la penombra e gli passa a un niente dal becco, spettinandogli le piume prima di andarsi a piantare nel tronco proprio dietro di noi.

Seguo con gli occhi la linea d’aria della freccia e finalmente li vedo.
Due stronzi nascosti tra i rami più alti della pineta.
Due cecchini pronti a infilarci come spiedi se non faccio qualcosa —e anche alla svelta.—

«Ti sembra il caso??» gli ringhio mentalmente, sfruttando la scossa di adrenalina per incoccare di reazione.

«Che brutto carattere! Vediamo di incularci questi due arcieri, prima che si metta male!» risponde il piumato, recuperando all’istante la concentrazione dei giorni migliori.

Non ho nessuna intenzione di fare il bersaglio mentre quelli hanno il vantaggio dell’altezza.
Recupero un po’ di magia e casto una fitta nube di nebbia.
Scompariamo all’istante all’interno di una bolla bianca e densa, azzerando completamente le loro linee di tiro e costringendoli a sprecare munizioni alla cieca.

Grazie alla mia nebbia, io ci vedo benissimo, mentre per loro là dentro è il buio totale.
—Sia messo agli atti che, da manuale di Quinta Edizione, l’incantesimo avrebbe dovuto accecare pure me, ma ringraziamo sentitamente il Master Dan che non se n’è accorto, regalandomi la giocata della vita.—
Inizio a tirare frecce direttamente dall’interno della mia protezione, sfruttando la visuale pulita per bersagliare i cecchini.
La prima vola dritta verso l’alto e centra in pieno l’arciere rimasto sul ramo, facendolo cadere rovinosamente al suolo.

Nel frattempo, fuori dal raggio della nuvola, Joran risponde alla ferocia della belva nemica prendendo le sue stesse sembianze.
Si lancia nella mischia in uno scontro fratricida, azzannando alla gola il lupo degli avversari e abbattendolo dopo un brutale corpo a corpo nel fango.

Il berserker tenta un ultimo e disperato assalto, scaricando una serie di fendenti rabbiosi contro Violet.
La nostra guerriera incassa un paio di colpi d’ascia sulla schiena senza subire un solo graffio, ringraziando mastro Kormac per l’efficienza della sua nuova corazza pesante.
Poi lo trafigge dritto al petto con la spada, ponendo fine alla sua furia.

L’ultimo arciere rimasto a terra, vistosi improvvisamente solo, getta l’arco e prova a scappare via verso il fitto della pineta.
Deve morire anche lui, non ci sono cazzi.
Una mia freccia lo rallenta colpendolo alla gamba, mentre il giavellotto magico di Violet lo trafigge dritto alla nuca con un rumore sordo.

—Ave atque vale, oppure ‘moccachitemmuort se preferite!—

Sui cadaveri lerci dei pelleverde, oltre al solito simbolo che ha già quasi rotto le palle, recuperiamo pure una preziosa ampolla di vetro contenente una pozione di cura.

Joran la afferra, la guarda con un filo di diffidenza, poi si gira verso di me.
«Ryoga, sei sicuro che sia roba buona? Non è che questi selvaggi ci hanno sputato dentro qualche veleno?»

Prendo l’ampolla tra le dita per esaminarla sotto la luce fioca che filtra tra i rami.
Pulisco il vetro dal fango e noto delle scritte minuscole, incise appena appena sotto l’imboccatura di questo succhino davvero speciale.
Un fottuto concorso a premi magico.
C’è scritto letteralmente: “Prova a incontrare Alcaraz”.

Sgancio il tappo di sughero per ispezionare il contenuto.
Un forte e dolcissimo profumo di fragola chimica mi investe all’istante le narici.
Protein Blast.
Sorrido, passo la bottiglia al druido, e gli faccio l’occhiolino.
«Vai tra, Joran… questa è buona in culo!»

Il druido la manda giù tutta d’un fiato, unendoci un paio di incantesimi divini per rimarginare le ferite profonde subite durante lo scontro.

Mi so difendere, non ho niente da perdere…

Riprendiamo la salita lungo il sentiero bagnato seguendo il pennacchio di fumo.
Man mano che saliamo di quota la vegetazione si fa sempre più rada e debole.
Lascia spazio a una pietraia desolata, grigia, dove l’aria diventa decisamente più pungente.
Mando Manigoldo a fare un’ultima perlustrazione ravvicinata sperando che non mi mandi in culo.
Il piumato scova un ingresso secondario della grotta, parzialmente occultato da massi franati, e sorvegliato da una singola sentinella orca che sonnecchia sul posto.

«Non se ne accorgerà neanche, promesso!»

Un passo avanti.
Arco teso.
Respiro trattenuto.

Come un lampo che scheggia il vento freddo, la mia freccia centra l’orco dritto alla gola, trapassandola da parte a parte.
Il pelleverde si accascia senza riuscire a emettere un solo gemito di allarme.

«Godo, godo tantissimo!» sghignazza Manigoldo, con gli occhi che brillano di una soddisfazione quasi feroce davanti a questa scena.

Ora siamo qui, fermi davanti a una spaccatura nella roccia che sprofonda nel buio.
L’oscurità là dentro è totale.
Violet sta già armeggiando con l’acciarino per accendere una torcia, conscia che i suoi limiti umani non le permettono di vedere al di là del suo naso.

Daje!

Prima di entrare, mi fermo un secondo e sollevo lo sguardo verso il cielo.
Le nuvole sopra i picchi rocciosi sono nere, enormi, cariche di un temporale imminente che minaccia di spazzare via l’intera foresta.
Sulla mia spalla, Manigoldo si stringe contro il mio collo per cercare riparo dalle raffiche gelide.
Rimane immobile, fissando lo stesso punto vuoto nel cielo grigio.

«Se viene a piovere?» mi sussurra il gufo nella mente.

«Vienimi a prendere» gli rispondo con un sorriso, sfiorandogli appena le piume della testa con la punta delle dita.

Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

episodio V: e solo a peso morto mi son reso conto della gravità.

È la forza invisibile che permette alle cose di trovarsi.

È la legge silenziosa che unisce i corpi dotati di massa, stabilendo che nessuno è fatto per fluttuare da solo nel vuoto.
Tipo che più sei vicino a qualcuno, e più ne senti forte l’attrazione.
Più sei lontano, e più ne senti forte la mancanza.
Provi a convincerti che non abbia tutta questa importanza, e che le leggi vengano scritte solo per essere infrante.
Ma finisci solo per farti del male.

È la promessa invisibile che ci tiene legati a terra, impedendo al mondo di scivolarci via da sotto i piedi. —Almeno finché Xilara non decide di sfidarla, ma questa è tutta un’altra storia… arriviamoci con calma.—

Un millimetro sopra al cielo.

Ci troviamo di nuovo al cospetto di Theron.
Iniziamo a raccontargli per filo e per segno tutti gli avvenimenti recenti, partendo dal molo numero nove e arrivando fino al carico intercettato.
Il Gran Giudice non si scompone affatto davanti alle nostre parole, anzi.
A dirla tutta, oggi mi sembra ancora meno incline del solito a lasciarsi sommergere da chiacchiere inutili.
Sorvola senza troppi complimenti sui particolari a parer suo poco rilevanti, agita una mano per zittirci, poi si alza in piedi con tutta l’aria di chi non vede l’ora di liberarsi di un grosso peso.

Ci spiega che le sue conoscenze non bastano per decifrare la natura di quelle sostanze, ma sa esattamente chi può farlo.
Ha deciso di presentarci a Xilara, un altro membro del Consiglio che sta lavorando nell’ombra a questo mistero.
«Una volta che avrà avuto in mano quelle sostanze» ci dice Theron con tono fermo, facendoci cenno di seguirlo, «avrà sicuramente delle risposte per noi.»

Ci scorta così verso la dimora di Xilara, ci fa entrare in un cerchio magico tracciato a terra, e appena prima che la realtà stessa venga messa in dubbio dal brillare di quelle rune, sento solo una frase alla quale faccio fatica a dare un significato…

«Trattenete il fiato, aiuta a rendere il viaggio un pochino meno traumatico.»

Se vi dicessi di trovarmi all’interno di una torre, vi mentirei.
Questo posto è più un frammento di sogno strappato al terreno e lasciato lì, sospeso a galleggiare nel blu profondo, sopra i tetti di Welderos.
Non ci sono fondamenta, non ci sono pilastri a sorreggerla.
Solo pietra antica, levigata dal tempo, che sfida la realtà restando immobile come fosse una foglia sospesa a mezz’aria.

Ci ritroviamo all’interno dell’Antiquarium.

Qui dentro il tempo stesso sembra aver perso ogni significato.
L’aria è molto densa, profuma di pergamena antichissima, di resina di pino, e di quella sensazione alla quale non so dare un nome ma che anticipa quasi sempre i temporali.
Intorno a noi si staglia una sequenza infinita di scaffali che si perdono nell’oscurità del soffitto, pieni imballati di tomi rilegati in pelle che sussurrano parole incomprensibili al passaggio del vento.
Ampolle di vetro finissimo custodiscono vapori colorati che si muovono pigramente come piccole galassie in gabbia.
Strumenti d’ottone e oggetti arcani di cui non oso immaginare la funzione vibrano di un potere costante, che ti mette i brividi.

Xilara scende a piedi nudi dall’alto di una scala a chiocciola.

Indossa una tunica nei toni del rosso e del giallo acceso e ha dei piccoli satelliti di luce che girano con una regolarità ipnotica attorno alla sua testa, proiettando riflessi colorati sul diadema intrecciato che le cinge la fronte.

«Cosa ti porta qui con questa urgenza, Gran Giudice?» chiede con una voce che sembra sia fatta di seta, una melodia che ti riempie la testa cancellando di colpo ogni rumore del mondo esterno.

Mi volto verso Manigoldo, pronto a sentire la solita battuta cinica o qualche insulto gratuito sui maghi.
Invece, niente.
Il gufo è immobile sulla mia spalla, con il becco socchiuso, e i suoi occhi dorati completamente rapiti dal riflesso di quelle pietre orbitanti.
Come se fosse totalmente ammaliato, come se avesse visto qualcosa di troppo grande anche per il suo ego smisurato —almeno per un attimo, mi pare addirittura un animale dignitoso.—

Mentre Theron aggiorna Xilara, io e Violet le consegniamo i reagenti necrotici di Xantros.
La maga ascolta ogni singola parola, memorizzandola, per poi dedicarsi a un’ispezione quasi maniacale delle casse.
Lì dentro il tempo si dilata, impossibile dire se passino minuti o ore.
L’incanto si rompe solo quando Xilara solleva lo sguardo, sfiorando il legno scuro con le dita affusolate. «Ci vorrà del tempo per decifrare i piani della Trama d’Ombra, ma ora questo materiale è al sicuro. Potete andare, ci sentiamo presto.»

Money for nothing…

Fuori dalla torre, la magia svanisce in fretta.
Il resto della compagnia decide che è ora di assecondare i desideri più dissoluti del nostro Durias e di andare a fare un po’ di sano casino per provare a dimenticare le fatiche più recenti.
Toradol, però, si stacca dal gruppo dicendo di voler andare al Tempio di Selune.
Un po’ di silenzio non mi dispiacerebbe affatto, anzi… penso davvero di sentirne il bisogno.
Quindi gli chiedo se posso accompagnarlo, e lui, forse un po’ stupito di questa cosa, mi risponde che gli farebbe molto piacere

Il tempio della Vergine Lunare si rivela un luogo di pura pace d’argento.
Grandi vetrate lasciano filtrare una luce pallida che va a infrangersi sul marmo bianco del pavimento, venato di blu notte, mentre file ordinate di ceri e candele profumate creano un’atmosfera soffusa, quasi liquida.
Toradol si avvicina all’altare per i suoi rituali, quindi mi siedo su una panca di legno scuro e lascio lo sguardo libero di vagare.

Non posso fare a meno di tracciare qualche parallelismo mentale tra Selune, la divinità degli umani, e la mia Sehanine Moonbow.
Entrambe sono signore della luna, entrambe sono custodi dei segreti della notte e dei sogni dei viandanti, ma dove la Selune di Toradol sembra una madre protettiva che veglia nell’oscurità, la nostra Sehanine ha quel velo di malinconia tipico degli elfi.
La sua è una bellezza più effimera, fatta di nebbia, di rugiada, e di stelle cadenti.
Due modi diversi di guardare lo stesso cielo.

Il mio breve momento di contemplazione e di altissimo misticismo viene brutalmente interrotto da un rumore metallico.
Clink.
Clink.
Il suono proviene dalla zona con le candele e i ceri votivi, proprio vicino alla cassetta delle offerte.

Mi alzo di scatto e mi avvicino senza fare il minimo rumore, con un brutto presentimento sotto la pelle.
Dietro il grande candelabro d’ottone becco Manigoldo mentre sta trafficando con il becco e con una zampa, infilandoli nella fessura per cercare di rubare le monete delle offerte lasciate dai fedeli.

«Cazzo stai facendo?» gli sibilo furioso nella mente, piombandogli addosso.

Il pennuto non si spaventa nemmeno, si gira di tre quarti e mi risponde con la sua solita, insopportabile aria di sufficienza.
«Depredo i facoltosi a beneficio dei bisognosi, ciabattaro di un elfo, ovvero noi. Perché a detta di chiunque ne capisca almeno un minimo di finanza, siamo poveri in culo! Guardati, non hai nemmeno un paio di stivali decenti, e te ne vai in giro che sembri proprio un coglione!»

Lo prendo direttamente per un’ala, bestemmiando sommessamente le prime tre o quattro divinità minori che mi vengono in mente.
Lui inizia a dare di matto e mi costringe a lottare lì in mezzo, beccandomi più volte sulle nocche con una cattiveria che non penso di meritarmi
«Non ho nessuna intenzione di passare dei guai per una stronzata del genere!» gli ringhio contro a denti stretti.

Tenendolo stretto manco fosse un pollo tra quelli del Cavaliere Nero, lo “accompagno” con decisione fuori dal tempio per evitare altri danni, dopodiché mi apposto sul sagrato di marmo e aspetto pochi minuti che anche Toradol saluti il clero e mi raggiunga.

Ci dirigiamo insieme verso il centro della città, ma veniamo subito attratti da un bordello indicibile che proviene da una locanda poco distante.
Urla sguaiate, cori, e boccali che sbattono sui tavoli.

«Ci scommetto le ciabatte che sono qui dentro…»

…and chicks for free!

Quando spingo la porta della locanda, lo spettacolo che ci si para davanti va ben oltre ogni mia peggiore aspettativa.
È uno scempio totale.

Al centro della sala, sopra uno dei tavoli principali tra boccali di birra e piatti di stufato ribaltati, c’è Violet.
La nostra guerriera, annaffiata come solo lo Zio Reginaldo, sta ballando insieme a Joran in una danza che definire disordinata è un complimento a tutta quella grazia.

Il bardo, che nel frattempo sta suonando una ballata intitolata “My liver is trying to survive” per spillare monete d’oro ai clienti entusiasti, interrompe un accordo appena mi vede varcare la soglia.
Mi guarda, mi tira una strizzatina d’occhio, e si mette a urlare sopra quel bordello con la grazia tipica di un orco innamorato.
«Mi sa che qualcuno stasera ha voglia di cazzo!!!»

Di tutta risposta Violet si casta l’incantesimo Luce direttamente addosso.
È una guerriera splendente, che illumina a giorno la locanda tra le risate della gente e i cori ignoranti guidati da Durias.

Toradol decide di tuffarsi immediatamente in quella bolgia, io invece mi limito a un mezzo sorriso divertito, scuotendo la testa davanti a quella gabbia di matti.
Sono i miei compagni dopotutto, ma questa sera non sono proprio in vena di salire sui tavoli a ballare illuminandomi l’uccello per fargli fare il faro nella notte. —Parlavo di Manigoldo, ovviamente.—
Cerco di muovermi come meglio posso per evitare la folla, prendo un tavolo isolato in un angolo un po’ in disparte, e ordino la cena da solo.

Manigoldo, esausto dopo il tentato furto e la rissa sul sagrato, si arrampica sul mio grembo.
Si accovaccia, nasconde il becco tra le piume e, nel giro di due minuti, si addormenta profondamente.
Senza pensarci, allungo una mano e inizio ad accarezzargli dolcemente le piume della schiena.
È bellissimo, sembra quasi indifeso mentre dorme.
So di tenere a lui più di quanto dovrei, più di quanto avrei il coraggio di raccontarlo a chiunque —escludendo Alice e Ginny con i loro tentativi di compromissione del mio algoritmo di Insta… Perdonate la rottura a caso della quarta parete, ma davvero sentivo il bisogno di fare un inchino a quelle due stronze…—

Così come sono con-sa-pe-vo-lis-si-mo che se si dovesse svegliare in questo momento e mi dovesse beccare a fargli le coccole, mi caverebbe gli occhi o mi insulterebbe fino alla quinta generazione per questo gesto così eccessivamente mieloso, poco ma sicuro.
Ma tant’è.

Dopo un po’ raccolgo tutte le mie cose per andare via.
Il movimento scuote Manigoldo, che si sveglia un po’ spaesato, sbattendo i suoi occhietti e guardandosi intorno come se non capisse davvero dove siamo.
Mi alzo, do uno sguardo ai miei compagni cercando di fargli capire —senza effettivamente parlare o urlare nel casino— che ci saremmo visti direttamente alla Lanterna.

Mi tiro su il cappuccio, apro il portone del locale, e mi immetto da solo tra le strade buie e umide di Welderos.

Free, free Palestine!

La mattina dopo porta con sé i postumi della sbornia per quattro quinti del gruppo e un sole che sembra picchiare direttamente sui miei nervi scoperti.

Decidiamo di dividerci i compiti per la giornata.
Violet e Durias partono da soli verso il Bastione di Ferro, intenzionati a battere cassa dal Capitano Kaelen e rimediare una qualche quest per rimpinguare le nostre finanze disastrate.
Io, Joran, e Toradol restiamo a presidiare la Lanterna.
Ci sono tre motivi che mi spingono a rimanere a casa, e nessuno di questi ha a che fare con la pigrizia.

Il primo è puramente logico.
Oggi arrivano gli sciacquini di Kormac per montare le serrature e le trappole, quindi è giusto che ci sia qualcuno ad accoglierli e prestare eventuale assistenza.
Il secondo è pratico.
C’è da iniziare a fare un po’ di sani lavori di manutenzione per sistemare meglio la dimora di Qui, Quo, Qua e, soprattutto, quella di Tony.
Il terzo motivo, beh, è una questione di pura sopravvivenza emotiva.
Non avrei mai e poi mai il cuore di lasciare Tony da solo con Toradol.
Non dopo la sua agghiacciante battuta sulla carne da barbecue.

La giornata alla Lanterna scorre via in maniera rapida e incredibilmente piacevole.
Gli sciacquini di Kormac lavorano sodo in sottofondo, riempiendo la locanda di rumori di martelli e sacramenti in bergamasco.
Io, tra un lavoretto di falegnameria e una sistemata alle gabbie, ho l’occasione di conoscere un po’ meglio i miei compagni di sventura.

Con Joran il feeling è immediato.
Ci lega molto lo stesso amore viscerale per la natura, per gli spazi aperti e per gli animali.
Anche se lui preferisce i grossi orsi bruni e io i gufi cleptomani, siamo sulla stessa lunghezza d’onda.

Toradol invece è tutta un’altra storia.
È un tipo di poche parole, estremamente schivo e decisamente atipico per essere un chierico devoto alla Vergine Lunare.
A guardarlo bene mentre armeggia con gli attrezzi, mi viene da fare una piccola riflessione staccando solo per un attimo gli occhi dalla pagina — ho come l’impressione che Angelo sia ancora troppo immerso nel suo precedente personaggio da ladro, ed ogni tanto si dimentichi che ormai indossa la tonaca ed è diventato un uomo di chiesa.—

Verso sera, la porta della Lanterna si spalanca.
Violet e Durias fanno il loro ingresso nell’atrio con l’aria di due che sono stati scamazzati da un gregge di manifestanti pro-pal.
Sono completamente a pezzi.
Li guardiamo quasi preoccupati, mentre l’odore della cena che ho preparato con le mie stesse manine da arciere inizia a riempire la sala principale.
Ci mettiamo a tavola, e tra un boccone e l’altro gli chiediamo di raccontarci com’è andata.

«Dove di bello?»

Ci buttiamo sulla cena manco fossimo digiuni da una settimana, ma la curiosità è troppa.
Durias manda giù un sorso di birra, si pulisce la schiuma dalla barba con una manata, e attacca a parlare per primo.
«Allora, andiamo dritti al Bastione convinti di svoltare la giornata, e invece Kaelen ci sbatte in faccia una pergamena spiegazzata trovata a Villa Hallowell» sputa il nano, agitando un pezzo di pane.
«È una lettera minatoria firmata da un certo Gurrok, un tipo che guida le bande di orchi sulle montagne a nord e che minaccia di mettere Welderos a ferro e fuoco perché i patti non sono stati rispettati. Kaelen dice che la guardia cittadina ha le mani legate per via della burocrazia, ma ci molla una lettera di presentazione per mandarci da Mastro Silas, il capo della Gilda dei Mercanti, che è fuori di sé dalla paura per le sue carovane.»

Violet mastica nervosamente e prende la parola, sgranando gli occhi.
«Ragazzi, il Palazzo della Gilda è una roba da fuori di testa, si sente l’odore dei soldi fin dal marciapiede» interviene la guerriera, posando il boccale.
«Ci scortano al piano superiore e, mentre aspettiamo nel corridoio, intravedo Silas dalla porta socchiusa che congeda in fretta un ospite misterioso.
Gesticolava in modo strano, come se volesse trasmettere un messaggio segreto che non poteva dire a voce. Non ho visto la faccia dell’altro tipo, ma Silas gli ha detto un secco “Ne riparleremo un’altra volta” prima di sbatterlo fuori.»

«Vabbè, ma arriviamo al sodo!» la interrompe Durias, battendo il pugno sul tavolo.
«Silas ci accoglie e ci spiega che gli attacchi degli orchi sono diventati sistematici da ormai due settimane. Dice che si muovono in piccoli gruppi organizzati di massimo dieci elementi. Se gli risolviamo il problema, ci finanzia i lavori per ristrutturare la Lanterna. Io ovviamente non mi faccio scappare l’occasione e gli chiedo subito pure un carro, una armatura per Violet, ed una anche per me con tanto di scudo. Ci firma una lettera di garanzia per Kaelen e ci rimanda al Bastione a ritirare la merce.»

Proprio in quel momento, sento un fruscio d’ali sopra la testa.
Vedo Manigoldo che si stacca dalla trave del soffitto e punta dritto verso la finestra aperta.

«Dove di bello?» gli chiedo subito nella mente.

Il gufo non si gira neanche, dandomi la risposta più naturale del mondo.

«Vai tra, devo solo cacare… mi sa che i Teneroni hanno un effetto discutibile sull’apparato digerente dei gufi!»

Violet si fa seria, riportandoci con i piedi per terra e abbassando la voce per dare enfasi al momento clou.
«È qui che le cose si fanno interessanti» continua lei, sporgendosi verso di noi.
«Stiamo tagliando per un vicolo stretto per tornare da Kaelen quando sento degli occhi addosso. Un secondo dopo, ci troviamo la strada sbarrata da una figura incappuccata con un cagnaccio enorme al fianco e una scimitarra in pugno. Durias lo fissa e gli fa: “Hai problemi?”. Il tizio ci guarda e risponde: “Ne avete creati fin troppi”.»

Durias scoppia a ridere, con la bocca ancora mezza piena.
«E lì non ci ho visto più, ragazzi! Ho puntato il maglio e ho castato Riscaldare Metallo dritto sulla sua arma. Mentre lo spadaro inizia a urlare perché la sua scimitarra diventa incandescente, saltano fuori altri due balestrieri alle nostre spalle. Un massacro rapido, giuro, è durato meno di trenta secondi. Violet era protetta dal suo scudo magico e tirava fendenti inarrestabili grazie alla mia ispirazione. A me è andata un po’ peggio, ho rimediato un paio di sberle che mi hanno fatto capire che l’upgrade dell’armatura mi serve eccome.»

«Comunque li abbiamo asfaltati» conclude Violet, fiera come non mai.
«Abbiamo stordito il capo, lo abbiamo infilato di peso in una cassa di legno trovata lì nel vicolo e lo abbiamo trascinato come un sacco di patate fino all’ufficio di Kaelen. Il Capitano ci ha guardati e ci ha detto che questo ennesimo attacco conferma che stiamo dando molto fastidio a qualcuno, e che abbiamo un gran bel bersaglio sulla schiena. Poi, visto che Silas garantiva per noi, ci ha dato tutto l’equipaggiamento che gli abbiamo chiesto. Domattina alle otto si parte sul carro verso nord per fare da esca agli orchi, quindi andate a dormire presto.»

A peso morto.

La notte vola via senza altre imboscate in pigiamino, e alle otto spaccate del mattino siamo già davanti a Silas per l’ultimo via libera.
Il piano per scovare gli orchi di Gurrok è un classico intramontabile da sessione di D&D, ovvero fare da esca.

Ci mettiamo in marcia verso le montagne del nord su un carro coperto che, non so perché, ma mi ricorda parecchio una vecchia Fiat Regata 70s.
Violet, Toradol e Joran sono nascosti nel retro, ammassati nel buio tra le casse e i sacchi di rifornimenti, mentre fuori ci siamo io e Durias.

Il nano stringe le redini con le sue dita tozze mentre io gli stringo il… —tranquilli, volevo solo assicurarmi che stesse effettivamente ancora leggendo. Dicevo…— e io siedo al suo fianco sulla cassetta di legno, cercando di assumere l’espressione più annoiata, innocua e distratta che un elfo nel chill più totale possa sfoggiare.
Dobbiamo sembrare due mercanti sprovveduti con un carico facile da rapinare.
Manigoldo è appollaiato sulla sponda del carro, con le piume leggermente sollevate dal vento freddo che scende dalle gole rocciose e lo sguardo fisso sulla strada, stranamente silenzioso.

La strada inizia a salire, Welderos si fa sempre più piccola alle nostre spalle e l’aria si riempie dell’odore selvatico della pineta e della roccia bagnata.
Le bande del nord penseranno sicuramente di aver trovato una preda facile, un carro isolato da assaltare senza troppi complimenti per portarsi a casa il bottino.
Quello che non sanno, e che scopriranno molto presto, è che dentro questo pezzo di legno traballante batte il cuore indomabile della Bisca.

Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

episodio IV: è ancora mio il tuo cuore o l’hai soltanto ipotecato?

La forgia.

Il sacco di tela grezza che Durias si trascina dietro fa davvero un ciocco allucinante, a metà strada tra un batterista ubriaco che mena bacchettate fuori tempo e un carretto di pentole con le ruote scassate che rotola giù per una scarpata.
Al suo interno ci sono tutte le armi e le armature che abbiamo sfilato ai cultisti la notte scorsa —nella speranza che possano fruttarci qualcosa, ma non ne sono tanto convinto…—
Ci serve un fabbro, e ci serve subito.

La Forgia del Cuore di Ferro ci accoglie con tutta la violenza del suo respiro fiammeggiante.
È un imponente edificio a due piani, un bastione di fuliggine e mattoni neri dal cui comignolo si alza una colonna di fumo denso che quasi oscura completamente il cielo sopra le nostre teste.
Varchiamo la soglia e veniamo subito investiti da un’ondata di calore soffocante con note persistenti di carbone vivo, olio bruciato, e metallo fuso.
Il battito ritmico e assordante dei martelli sulle incudini fa vibrare persino le assi del pavimento e, tutto intorno, sciacquini con spessi grembiuli di cuoio marchiati con una K e segnati dalle scintille si muovono come ombre nel riverbero delle fiamme.

Dietro il bancone massiccio, mastro Kormac ci osserva con l’aria di chi ha visto già passare fin troppi avventurieri disperati.
Ha la barba scura, il volto scavato dal tempo, e uno sguardo capace di pesarti a prima vista.

Mi avvicino e inizio la trattativa cercando di darmi un tono, spiegando che stiamo ripulendo i sotterranei della nostra nuova locanda e che quella ferraglia ci è solo di impiccio —cosa tecnicamente vera, se si esclude il dettaglio che i proprietari di tutto quel ciarpame respirassero fino a poche ore prima, ma fotte, giusto?—
Kormac esamina le lame, sputa a terra un pezzetto di tabacco, poi mi fa…

«Centocinquanta monete d’oro per tutto. Prendere o lasciare.»

La cifra è onesta, è molto meglio di quanto mi aspettassi, ma Violet fa comunque un passo avanti.
Sposta delicatamente la borsa dell’oro di lato, rifiutando lo scambio in denaro, poi rilancia con fermezza, decisa ad ottenere il massimo.

«Niente monete, mastro Kormac. Al posto dell’oro, le saremmo infinitamente grati se ci mettesse in sicurezza la Lanterna. Siamo stanchi di avere visite indesiderate, ci servirebbero delle nuove serrature sul portone principale e su tutti gli accessi. Qualcosa di robusto… se capisce cosa intendo.»

Il fabbro la studia per qualche istante, valuta la qualità delle cose che gli abbiamo portato, e alla fine fa un cenno d’assenso con la testa.

«Affare fatto. Vi darò il ferro migliore, temprato con cura. E visto che l’acciaio da solo non basta, vi integrerò una trappola meccanica a scatto sul portone principale… se ho capito cosa intendete. Appena possibile, manderò qualcuno alla Lanterna per sbrigare la questione.»

Spendo tutto in drip…

Usciamo dalla forgia, ed è bellissimo tornare a respirare all’aria aperta.
Ci rimettiamo subito in cammino, parecchio soddisfatti dell’esito del nostro shopping, puntando dritto verso il porto.
O forse no.

Pochi isolati più avanti, l’atmosfera grigia del quartiere commerciale si dissolve di colpo, lasciando spazio a un angolo di città che sembra non appartenere proprio del tutto all’ambiente circostante.
La bottega degli animali di Elara è davvero un posto incantato, un piccolo paradiso di legno che emana profumi romantici di fieno fresco e di camomilla selvatica.

Elara, una ragazza dai modi dolci e i lunghi capelli raccolti in una treccia morbidissima, si muove tra i recinti accudendo una nidiata di piccoli coniglietti bianchi.
Batuffoli di pelo soffice che si rincorrono tra di loro, trasmettendo un calore così intenso da far sembrare i pericoli di Welderos solo un brutto e lontano ricordo.

I miei compagni proseguono, ma io mi blocco.
Le mie ciabatte si fermano sul selciato, non rispondono più ai miei comandi, mentre le mie calze spaiate affondano leggermente nella paglia dispersa, del tutto incapaci di proseguire oltre.

In mezzo a quel recinto c’è lei.
Una capra.
Ma non una capra qualunque.
Lei ha uno sguardo profondo, fiero, e un modo di masticare quel ciuffo di fieno che trasuda una dignità regale.
È amore a prima vista.
Non mi sentivo così da quando ho ascoltato “Umile” per la prima volta, quella stessa sensazione di purezza grezza e di stile assoluto che ti colpisce dritto al petto.
Il perfetto sostituto biologico di un giardiniere per ripulire le erbacce chilometriche nel giardino della Lanterna.

«Tony…» sussurro, parlando più a me stesso che agli altri. «Tony sarebbe proprio un bel nome per una capra.»

La voce di Manigoldo mi esplode all’istante nella scatola cranica, improvvisa come il Colossale che abbatte le mura, e puntuale come Zoro a un appuntamento romantico.

«Dimmi che non l’hai chiamata così per il motivo che penso. Ti prego, dimmelo.»

«L’ho chiamata così e-sat-ta-men-te per il motivo che pensi», gli faccio con un sorriso, mentre inizio a ruotare il viso verso sinistra e a portare l’indice destro verso il confine della mia jawline, definendone il profilo con un gesto di pura arroganza estetica.

«Ti prego non farlo!!» Sospira, per quanto possa sospirare un gufo nella mente di un elfo. «Siamo passati quindi dal citare i classici della letteratura a fare tributi all’avanguardia musicale?»

«Dai Manigoldo, non fare così… è ancora mio il tuo cuore o l’hai soltanto ipotecato?» lo provoco, senza distogliere lo sguardo dal mio nuovo acquisto che drippa da ogni centimetro quadrato di pelo.

«Io non so più che cazzo ti dice la testa, però ti avviso… se quella bestiaccia prova soltanto ad avvicinarsi alle mie piume, si prende delle beccate, giuro su tua madre!»

«Ma smettila, non ferire i suoi sentimenti! E poi guarda quanto stile che ha… è troppo chill.»

Da dietro la mia schiena, Toradol si sporge, si sistema la barba con una mano e commenta in un sussurro…

«Sì, va bene il chill… ma per il barbecue come facciamo?»

«Ma che cazzo dici??!» urlo, girandomi di scatto con un’espressione disgustata, talmente furiosa che persino i coniglietti di Elara si bloccano terrorizzati nel loro recinto. «Tony non si tocca! Tony fa parte della compagnia adesso! Porta rispetto al goat, pazzo eretico!!»

Come se non bastasse, e convinti da Violet che la locanda abbia comunque bisogno di un sistema di allarme perimetrale, compriamo anche tre oche da guardia.
Qui, Quo e Qua.
Il loro prezzo è irrisorio —anche se il mangime per mantenerle in forze rischia di prosciugare tutti i nostri risparmi futuri— eppure, guardando quel trio di pennuti starnazzare istericamente dietro a ogni ombra che si muove, non posso fare a meno di sorridere.

Mentre ci incamminiamo portando Tony in trionfo, un pensiero di pura superiorità mi attraversa la mente.
Quando si tratta di battezzare compagni animali e di trovare loro un nome che trasudi carisma, sono decisamente tre spanne sopra a tutti gli altri membri del gruppo, non c’è storia.

Un passaggio veloce alla Lanterna, per sistemare la capra più swag del reame assieme a tutto il nostro nuovo zoo privato nel cortile, poi —finalmente— mettiamo un passo davanti all’altro in direzione del porto.

Il Timone Spezzato.

La puzza del porto di Welderos ti gratta in gola ancora prima che tu possa vederne i moli.
È una miscela densa di pesce marcio, saggina bagnata, fumo di tabacco scadente, e quel retrogusto dolciastro tipico dei canali artificiali stagnanti che tagliano in due i quartieri popolari.
La nebbia qui non si alza mai, resta incollata al pelo dell’acqua e avvolge le passerelle di legno massiccio, abbastanza larghe da permettere il passaggio simultaneo di due carri da trasporto.

Ci fermiamo a pochi metri dall’imbocco del molo numero nove, riparati dall’angolo di un magazzino fatiscente.
Come promesso da Kallan e Orin, la sagoma di una nave mercantile dalle linee slanciate si staglia contro l’acqua scura dei canali.
Sul suo pennone principale sventola, pesante e inconfondibile, una bandiera recante lo scudo blu su campo verde della Casata Hallowell.

«Ci penso io a dare un’occhiata ravvicinata a quella copia riuscita malissimo della Going Merry» inizia Durias. «Prendo una camera al Timone Spezzato, voglio camuffarmi da scaricatore portuale e vedere di farmi ingaggiare sulla banchina. Joran, vieni con me?»

«Oh sì!» interviene il druido con un lampo di malizia sulle labbra. «Pensavo di trasformarmi in qualcosa di molto piccolo per infilarmi dritto nella cabina del capitano, ma non voglio spoilerare nulla…»

Manigoldo lo fissa dall’alto del mio spallaccio, inclinando la testa e guardandolo con un fare di pura e aristocratica superiorità.
«Ricchione!»

«Se andate voi, io e Toradol ci piazziamo a un tavolo all’esterno di quel postaccio» dice Violet, facendo un check rapido al suo equipaggiamento. «Ordineremo qualcosa da bere e terremo occhi e orecchie sull’attenti.»

«Mi connetto con il piumato» concludo io, incrociando le braccia contro il petto. «Prendo in prestito i sensi di Manigoldo per mappare la zona dall’alto, così se la situazione si dovesse scaldare lo sapremmo all’istante.»

Proprio mentre stiamo per muoverci, sento gli artigli del gufo grattare sul cuoio della mia armatura, mentre le sue parole richiamano immediatamente la mia attenzione.

«Ryoga, guarda laggiù… Le due caffettiere stanno provando a muoversi “furtivamente” tra i barili!» mi comunica mentalmente, indicandomi con il becco la direzione opposta al molo.

Prima ancora che io possa tradurre l’informazione per tutto il gruppo, Durias ci pianta un bel bestemmione in nanico e lancia un’occhiataccia nella stessa e identica direzione, manco avesse intercettato la telepatia.

«Sempre che quei due scaldabagni ambulanti di Kallan e Orin non ci mandino all’aria i piani prima ancora di iniziare» ironizza il bardo, scuotendo la testa con un sorriso amaro.
«Hey ho, let’s go!»

Il Timone Spezzato è il classico buco di posto dove la gente di mare va a fare baldoria e la birra costa poco o niente, perfetto per confondersi tra la folla e non dare troppo nell’occhio —o almeno spero…—
Con Violet e Toradol ci sediamo intorno a un tavolo di legno unto all’esterno del locale, cercando di mimetizzarci con l’ambiente circostante.
Il nostro chierico nasconde con discrezione lo scudo col simbolo di Selune sotto la panca per evitare che qualche contrabbandiere decida di iniziare una mezza guerra santa.
Io invece mi appoggio allo schienale, socchiudo gli occhi, e mi connetto mentalmente con il mio gufo, osservando Durias che si avvia sulla banchina adottando un’andatura strascicata che nemmeno dopo un bolas scannato in personal.
Un raggiro spudorato, ma che in mezzo a quella marmaglia di disgraziati risulta incredibilmente efficace.

Il primo a fare ritorno al nostro tavolo, dopo una buona oretta di attesa snervante, è Joran.
Sbuca fuori dalla nebbia con l’aria decisamente sbattuta, si siede pesantemente sulla panca di legno, e si versa un goccio di birra con la mano che trema ancora leggermente per lo sforzo magico.

«Allora?» gli sussurra Violet, sporgendosi in avanti. «Novità dalla cabina?»

«Sono riuscito a intrufolarmi da un oblò trasformato in un ragnetto» racconta il druido, parlando a bassa voce. «Sulla scrivania del capitano, un tale Sottacqua, c’era un diario di bordo con annotazioni su rotte commerciali stabili verso Zalaris, una città del profondo sud. L’ultima riga parla esplicitamente di un “carico speciale” destinato al protettore di Welderos. Ho pure rischiato di essere calpestato malamente dal capitano mentre tornavo indietro, sono esausto!»

Pochi minuti dopo, un tizio basso con la faccia completamente sporca di carbone e i vestiti logori si avvicina ciondolando verso di noi.
Si ferma giusto davanti al nostro tavolo, dopodiché si mette a fissarci con un’aria spenta.

«Ehi, voi» ci dice con un filo di voce roca. «Avreste mica un po’ di tabacco per un povero scaricatore di porto a corto di fumo?»

Stiamo quasi per cacciarlo a calci in culo, quando noto la cresta rossa malamente nascosta sotto un berretto di lana bucato.
Solo in quel momento riconosciamo Durias, autore di un camuffamento da premio oscar.
Il bardo si siede di sbieco, abbandona la recita, e ci ragguaglia all’istante sulla situazione giù alla banchina.

«Ragazzi, le casse sono piene di quelle schifezze» sussurra, lo sguardo serio. «È lo stesso identico odore che infestava la nostra cantina. Stanno caricando tutto proprio adesso, il convoglio è quasi pronto a muoversi.»

Mentre i carrettieri stringono le redini dei cavalli e le ruote di legno iniziano a scricchiolare sul selciato bagnato, Toradol decide che è il suo momento.
Si alza dalla panca con l’idea di giocarsi la carta del fucking communist, convinto che la condivisione dei mezzi di trasporto sia un diritto divino universale.
Si avvicina al conducente del carro, assumendo un’espressione stanca e zoppicando vistosamente per impietosirlo.

«Ehi, compagno…» esordisce il chierico. «Non è che avresti un briciolo di solidarietà per un povero nano con le ginocchia a pezzi? Mi basterebbe un passaggio sul retro del carro fino al Tempio di Tyr.»

Il carrettiere lo squadra dall’alto della cassetta, sputa una scarrata impressionante a pochi centimetri dai suoi piedi, e lo rimbalza con una violenza verbale tale da spegnere all’istante ogni sua speranza socialista.

«Scordatelo, nanerottolo. La villa è decisamente lontana dal tempio e non abbiamo nessuna intenzione di fare deviazioni. Levati dai piedi prima che ti faccia cacare la barba dai miei cavalli.»

Il carro scatta in avanti, svoltando l’angolo e scomparendo rapidamente tra i vicoli avvolti dalla nebbia.
Prima che il convoglio si allontani troppo, lancio un’occhiata d’intesa verso il cielo grigio sopra i moli.

«Manigoldo, vai» gli ordino mentalmente. «Segui quel carro e non perderlo di vista.»

Il gufo si lancia dal cornicione di pietra, scomparendo nella coltre umida ed uscendo quasi subito dal raggio d’azione della nostra telepatia.
Passa un tempo infinito, un silenzio pesante interrotto solo dal rumore della risacca contro il legno dei moli.
Poi, all’improvviso, la connessione mentale si riaccende con una zaffata di sdegno e piume bagnate.

«Ryogaaaaa, sia maledetta quella cessa di tua madre assieme al momento esatto in cui le nostre anime si sono legate» mi gracchia la voce del gufo direttamente nei neuroni rimasti, mentre lo vedo tornare a rotta di collo sopra la nebbia. «Mi hai fatto fare una volata dietro a quei cavalli con tutta questa umidità di merda che per poco non mi tappa le ali. Mi sento letteralmente come se mi avessero messo la guallera in un frullatore… Mandaci Tony la prossima volta!»

«Smettila di piagnucolare e dimmi…» gli rispondo mentalmente, cercando di nascondergli come meglio posso quanto mi senta in pensiero ogni volta che si allontana da me. «Dove hanno scaricato?»

«A Villa Hallowell, il bro del carro ha mollato tutta la merce proprio nel loro cortile interno» conclude il piumato, planando pesante sul mio spallaccio e iniziando a sistemarsi le penne con il becco.

«È a Villa Hallowell» dico, fissando i miei alleati uno a uno. «Il carico è andato dritto lì.»

Durias batte un pugno sul legno, pulendosi la faccia dalla fuliggine.

«Ci siamo allora. Visto che Kallan e Orin si stavano aggirando da queste parti fino a poco fa, non dovrebbe essere così difficile trovarli se sono ancora nei paraggi. Possiamo attuare una manovra a tenaglia. Del tipo che mandiamo quei due scaldabagni a fare casino e attirare l’attenzione davanti all’ingresso principale della villa, e noi entriamo di nascosto da sotto, sfruttando il tunnel delle ossa che si collega direttamente alle cantine.»

Violet si lancia in piedi, visibilmente contenta di tornare finalmente in azione.

«Un piano così folle che potrebbe persino funzionare. Andiamo a cercare le caffettiere…. gli scaldabagni… sì, insomma… Kallan E Orin.»

Blitzkrieg Bop.

Trovare Kallan e Orin nei paraggi del porto non richiede alcuna prova di Investigazione basata sull’Intelligenza —e vorrei ben vedere…—
Violet riserva loro un saluto misurato e riassume rapidamente i fatti, senza perdersi in chiacchiere inutili.
Spiega della nave mercantile al molo nove, del diario di bordo con le rotte per Zalaris, e di quelle casse piene di sostanze proibite che sono state appena scaricate nel cortile interno della Villa.
Mentre lei parla, Durias se ne sta lì a braccia conserte, gongolando vistosamente e dandosi delle pacche sulle spalle da solo per aver partorito la manovra a tenaglia del secolo.

«Quindi la faccenda è questa» conclude la bocca del nostro gruppo, indicando la direzione dei quartieri alti con un cenno del mento. «Voi due andate a bussare al portone principale facendo più casino possibile, e noi entriamo da sotto sfruttando la botola sotterranea per ripulire la cantina prima che i Malakor possano disporre della merce.»

Kallan e Orin si guardano per qualche istante, metabolizzando l’informazione con i tempi di reazione tipici di chi indossa una quarantina di chili di acciaio temprato sulla testa.
Dopotutto Lord Barnabus è già sotto indagine, e la guardia cittadina ha il pieno diritto di effettuare una perquisizione se c’è il sospetto di contrabbando.

«Ci stiamo, la tattica gira» dice Orin, sistemandosi il maglio sulla spalla. «Ma non siamo così stupidi da andare a bussare alle porte degli Hallowell in due e senza le carte giuste. Passiamo un secondo dal Bastione di Ferro, facciamo rapporto al Capitano Kaelen, e ci facciamo firmare un mandato ufficiale. Con qualche uomo in più di rinforzo e con la legge dalla nostra, quelli dovranno aprirci per forza e restare impegnati ai piani superiori per tutto il tempo che vi serve.»

I due gruppi si dividono con un cenno d’intesa.
Le caffettiere corrono verso il comando a sbrigare la burocrazia, mentre noi cominciamo a muoverci a passo svelto verso il quartiere del mercato, diretti all’accesso segreto che porta dritti sotto la città.

Tornare in quel cunicolo di ossidiana e ossa intrecciate è un’esperienza che avrei evitato molto volentieri, specialmente con le ciabatte ancora umide di nebbia portuale.
Mentre solleviamo la botola nascosta nel vecchio magazzino del mercato, Manigoldo si mette a soffiare nei miei pensieri nemmeno fosse un gatto a cui hanno appena tirato la coda.

«Ancora qua sotto, Ryoga?»

«Ti prego, non iniziare» gli rispondo cercando di mantenere la mia solita flemma estetica mentre scendiamo sottoterra. «Il diversivo delle caffettiere funzionerà alla grande. In questo preciso momento Orin e Kallan staranno sventolando il mandato ufficiale in faccia a qualche maggiordomo chiattone degli Hallowell. Lassù saranno tutti troppo impegnati per pensare alla cantina, fidati di me.»

Dopo una gita turistica fatta decisamente già qualche volta di troppo, emergiamo nella cantina della Villa sollevando la botola di legno massiccio con una lentezza esasperante, pronti a tutto.
Nessun rumore, nessuno ad attenderci.
Sentiamo solo l’eco lontana e ovattata delle urla di Orin che, fedele al piano, sta demolendo verbalmente quel poco che resta dell’autorità di questa casata caduta in disgrazia.
Eccole, le individuiamo subito in un angolo buio.
Tre grosse casse di legno scuro, ancora umide di salsedine e contrassegnate con i simboli commerciali di Zalaris.

Avviciniamo i sacchi di tela e, con la rapidità e la coordinazione di una squadra di traslocatori est-europei, svuotiamo i contenitori portando via ogni singolo frammento di quel materiale alchemico proibito.

Un colpo da manuale, rapidissimo e pulito.
Nessun tiro di iniziativa andato male, nessuna imboscata dell’ultimo secondo, zero mazzate.

—È andata decisamente troppo liscia, quasi in modo sospetto.
Molto probabilmente il Dan era stanco morto, la sessione stava durando da troppe ore, e il nostro amato Master aveva semplicemente una voglia matta di andarsene a dormire senza dover gestire un combattimento contro una dozzina di terroni da guardia.
Ma ehi, questo è Dungeons & Dragons… e le occasioni per buttare mazzate ignoranti e rischiare la vita non mancheranno di certo nelle prossime sessioni, su questo ci si può scommettere.—

Torniamo al Tempio di Tyr.
Il Giudice Theron può davvero baciarsi i gomiti.

Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

episodio III: se sai gridare, so farlo più forte.

…And Justice For All.

«Non avevo scelta, lo giuro sulla luce di Tyr! I debiti della mia casata stavano diventando una voragine, i Malakor… loro mi hanno offerto una via d’uscita. Dovevo solo chiudere un occhio su Xantros e sulle sue piccole, insignificanti ricerche…»

Il silenzio inquisitorio del Tempio di Tyr accoglie tutto quell’ammasso di parole, così vuote e spezzate.
Lord Barnabus adesso trema al cospetto del Gran Giudice, la sua voce un debole sussurro, non molto diverso dal raschiare ritmico di un topolino spaesato in una vecchia soffitta.

Il respiro di Theron si fa pesante, la sua rabbia diventa quasi tangibile, un’energia statica sul punto di fulminare ogni cosa tra queste colonne di marmo, mentre Violet si scambia uno sguardo con Joran che dice chiaramente quanto le piacerebbe piantare la sua spada in mezzo a quel mucchio di stracci nobiliari.

Barnabus continua a balbettare, blatera di persone che venivano e andavano dalla sua cantina negli orari più strani, di rumori sospetti e di quegli odori pungenti che non lo facevano dormire.
Racconta di boati e scosse simili a terremoti che facevano tremare tutta la sua villa, e di come, ogni singola notte, giurasse a se stesso che avrebbe denunciato i Malakor per porre fine a ogni cosa.
Ma non ne aveva il coraggio.
Ormai quel potere oscuro era diventato il vero padrone in casa sua.

Sul morire delle sue ultime parole, un’ombra taglia improvvisamente la luce delle alte vetrate.
Un battito d’ali sicuro, familiare, una virata precisa che termina con un atterraggio perfetto sulla mia spalla.
Per un momento mi dimentico di poter parlare con lui nei nostri pensieri.

«Manigoldo! Iniziavo seriamente a preoccuparmi». Mi volto e gli strofino con affetto il naso contro la punta del becco, chiudendo gli occhi per un istante.

«Ryogaaaaaaa, ma che cazzo fai? Che sono ‘ste ricchionerie? Se ci riprovi lo giuro, ti becco una pupilla! Cose da pazzi!»

Rido tra me e me, sentendo quel calore acido che solo lui sa trasmettermi. «Ho capito, ho capito! Dai scusami… mi sono lasciato trasportare per un attimo, ero solo molto in pensiero per te, sudicio ammasso di piume.»

Theron dimonio con occhi di bragia, si scuote e ci richiama all’ordine, tornando a fissare il povero Barnabus.
—Povero un cazzo, guarda che casino ha combinato sto ciccione infame—
«Barnabus Hallowell, le tue parole sanno di tradimento verso questa città…»

Violet fa un passo avanti, la sua armatura risplende sotto le luci del tempio manco fosse l’Immacolata dell’otto dicembre, e con un gesto di rispetto sembra quasi volersi scusare per l’interruzione. «Vostro onore, se arrestiamo Barnabus per necromanzia o per tradimento, i Malakor capiranno immediatamente che…»

«Se dovessi accusare i Malakor ora, la città cadrebbe tra le fiamme ancora prima che il sole finisca di tramontare.» Theron non le fa nemmeno finire la frase. «Ovviamente non possiamo permetterci una guerra civile tra le mura di Welderos.»

Poi sospira, un rumore pesante che sembra venire direttamente dalle fondamenta del tempio, e si scambia uno sguardo d’intesa con Violet, uno di quelli che solo chi si nutre di pane e politica saprebbe decifrare.

«Il cultista che Orin ha trascinato qui poco fa ha iniziato a cantare. Non ha parlato subito di ombre o di antichi poteri, ma di carichi illegali. Sostanze proibite che entravano in città in mezzo a spezie e tessuti sfarzosi, reagenti necrotici che servono a Xantros per i suoi giochetti…»

Violet annuisce, e vedo un mezzo sorriso farsi strada sul suo volto, quell’espressione tipica di un cacciatore quando vede la sua preda cadere in una trappola perfetta.

«Esattamente quello che intendevo, Vostro Onore. Un mandato di indagine contro gli Hallowell per traffico internazionale di sostanze illecite è molto più digeribile per l’opinione pubblica. Ci permetterebbe di perquisire ogni angolo della villa e della Lanterna senza scatenare il panico. Ci lascerebbe il tempo di capirci qualcosa di più prima che i Malakor si accorgano che il loro castello di carte sta venendo giù.»

«E sia. Ma resta il problema della Lanterna. Quel posto è una ferita aperta nel cuore di Welderos.»

Il Gran Giudice sposta poi lo sguardo su di noi, indugiando —di nuovo— per un istante di troppo sulle mie ciabatte, prima di tornare serio.
«Molto bene allora. In segno di gratitudine per il vostro servizio, come pattuito, vi consegno ufficialmente la proprietà della Locanda La Lanterna. Siete i nuovi padroni dell’immobile. Gestitelo, ripulitelo, fateci quello che volete, ma soprattutto sorvegliate quel tunnel. Welderos, ora più che mai, ha bisogno di occhi nel buio, e voi siete i soli di cui posso fidarmi.»

Rimango per un attimo intontito.
Io, Ryoga, il tizio che fino a poco fa cercava solo di non farsi appiccicare addosso l’umidità del mercato prima di una sessione di allenamento, adesso uno dei proprietari de La Lanterna.
Un oste.
Un locandiere con la responsabilità di un cunicolo oscuro e pieno di schifezze di ogni genere.

«Ma che culo, Ryoga! Abbiamo vinto una casa infestata dai ratti e un debito eterno con un nano invasato con la giustizia. Perché non ti metti subito un bel grembiulino ricamato e inizi a lavare i bicchieri, da brava sguattera?»

«Ma certo che sì, amico mio! Devo solo decidere se poi usarti come mappina per lavare in terra, o come piumino per togliere quelle tonnellate di polvere!»

«Siete stati molto generosi, Giudice», risponde Violet, con quel tono diplomatico che io non riuscirei mai a tirare fuori, nemmeno se mi pagassero in monete di platino.

«Confido che i nostri segreti rimangano tra queste mura, non fate parola di tutto questo con nessuno. Vi chiederei inoltre di non prendere iniziative. Lasciatemi un po’ di tempo per decidere le nostre prossime mosse. A presto, avventurieri.»

La Gigiotta.

Usciamo dal tempio proprio mentre Welderos inizia ad indossare uno dei più eleganti tra tutti i suoi abiti da sera, con un soffio di fresco che —finalmente— mi accarezza il viso.

Camminiamo senza parlare per un po’, con i nostri stivali che si trascinano lentamente, finché Violet non si ferma di colpo in mezzo alla strada, ignorando i bestemmioni dei passanti che si trovano improvvisamente i piedi intralciati.

«Aspettate un attimo!» Esordisce con lo sguardo perso nel vuoto. «C’è qualcosa che non mi quadra. Perché Valerius Malakor ci ha mandati proprio lì? Se quel tunnel doveva restare segreto, perché mandare dei mercenari esterni, noi, a ficcarci il naso?»

Mi gratto il mento, cercando di rimettere in fila i pezzi.

«È un dubbio che è venuto anche a me, però pensaci un attimo… Magari la firma di Malakor è stata messa d’ufficio su quella pergamena, tipo per pura burocrazia, no? Forse non tutti i consiglieri sono informati proprio di ogni singola quisquilia che accade in città.»

«Sì, come no,» ribatte lei, scettica. «Sta a vedere che alla fine chi ti paga è proprio la stessa persona che spera tu non torni mai a riscuotere.»

Prima che Violet possa proseguire con le sue teorie degne di un terrapiattista, una manona le si posa con decisione sulla spalla.

«Basta con queste seghe mentali!» sbotta Durias, passandosi una mano sulla sua cresta rossa come se si stesse facendo bello, con tutta la grazia degna di un ballo delle debuttanti. «Ho fame, ho sete, e c’ho una voglia matta di fare un po’ di sano casino! I complotti, le ombre e i ciccioni che tremano davanti alla giustizia li gestiremo domattina. Adesso, si va dalla Gigiotta!»

Non aspetta nemmeno una risposta e inizia a marciare a testa bassa, attirando l’attenzione di chiunque incroci sul suo cammino.
Lo seguiamo di corsa, quasi trascinati dalla sua scia, finché non ci troviamo davanti a un portone di legno massiccio che sembra vibrare per il bordello che arriva dal suo interno.

Il bardo carica la porta con una potente spallata e la spalanca con un botto tale che per un istante la locanda sembra quasi spegnersi.
Sulla soglia torreggia un mezz’orco che scatta subito sull’attenti, muscoli imponenti sotto le sue cicatrici, il suo sguardo già piantato verso il possibile pericolo.

Appena i suoi occhi incontrano la sagoma del nostro nano un po’ su di giri, la tensione gli scivola via dai lineamenti.
Si rilassa con un grugnito profondo, quasi un cenno di scuse, e poi ci fa segno di entrare —con quella che dovrebbe essere la sua migliore interpretazione della parola sorriso.—

Durias però non ha nessuna intenzione di lasciar passare questa scena come se niente fosse.
Gli molla una pacca tonante sulla spalla e se ne esce con un: «Le scuse conservale per quando mi sarò sbattuto tua sorella, ahah!».

Il bestione resta immobile per un secondo, come se dovesse prendersi del tempo per interpretare la frase, poi scoppia in una risata così fragorosa da sovrastare anche la musica del locale, mentre noi ci facciamo strada tra i tavoli affollati.

La Gigiotta ci accoglie con il suo solito calore —e questa frase ve la lascio così, con l’unico e solo scopo di farvi andare un po’ dove vi pare con l’immaginazione…—

Passiamo la serata a ripulire vassoi carichi di cervo, pollo e verdure, lasciando che la trappista riserva annebbi per un po’ tutti i nostri ricordi.
Mi godo la serata e l’abbraccio di questo posto, scambiando uno sguardo divertito con Manigoldo mentre mi asciugo la schiuma della birra con il dorso della mano.

Il tempo scorre velocemente.

Dopo diverse ore la nostra Violet, con fare materno, ci ricorda che abbiamo il compito di tenere sotto controllo La Lanterna.
Prende su un barile di quella birra meravigliosa —nel caso stanotte ci fosse ancora un po’ di arsura— poi ci butta letteralmente in strada.
Usciamo che è ormai notte fonda.

Servizio in camera?

Welderos a quest’ora è una lunga distesa di ombre e di vicoli che —se il vecchio Bilbo non se la prende a male— se non dirigi bene i piedi non si sa dove puoi finire spazzato via.
La birra della Gigiotta picchia ancora un po’ in testa, ma man mano che ci avviciniamo al quartiere dei rifugiati, il fresco della notte inizia a ripulire i nostri pensieri.
In pochi minuti arriviamo davanti al maniero, ed entriamo portandoci sulle spalle tutta la stanchezza di una giornata che è durata decisamente troppo a lungo.

L’odore di polvere e di chiuso della locanda ci riaccoglie come un antico nemico.
Ci guardiamo in faccia, tutti con delle occhiaie che ci arrivano fin quasi alle ginocchia, e stabiliamo velocemente i turni di guardia.
Violet inizierà a vegliare su di noi, poi toccherà a Joran, seguito da Durias, e infine io chiuderò la notte.

Mi butto sul mio giaciglio in un angolo della sala grande, cercando di scivolare nella mia trance elfica il più in fretta possibile.
Sento il peso di Manigoldo che si sistema su di me e poi, nel giro di qualche istante, solo il buio che mi avvolge tra le sue forti braccia.

Il tempo per un elfo è una sostanza elastica, quattro ore di meditazione sono più che sufficienti per sentirmi perfettamente riposato.
Esco dalla trance che la locanda è ancora immersa nel silenzio più profondo.
Mi alzo sentendo le ossa che scricchiolano per l’umidità e mi avvicino a Durias per dargli il cambio; il bardo mi saluta con un rutto sommesso e melodico prima di accennare a un mezzo inchino e tornarsene a dormire.
Che spettacolo.

Mi siedo vicino alla finestra e comincio l’ultimo turno di guardia, il mio arco a portata di mano, cercando di isolarmi dal respiro pesante dei miei compagni che dormono poco distanti.
Poi, all’improvviso, sento Manigoldo irrigidirsi, le sue zampe stringono il cuoio del mio spallaccio con una forza che quasi mi fa male.

Non serve che parli, sento il suo cuore battere all’impazzata contro il mio viso.

«Ryoga. Fermo. Non muoverti!»

Trattengo il respiro.
All’inizio non sento nulla, poi, piano piano, arriva.
Un fruscio.
Passi.
Molti passi, proprio lì fuori, davanti al portone principale.

«Manigoldo, svegliali! Tutti!» ordino mentalmente mentre scatto in piedi, l’arco già teso tra le mani.
Il mio gufo decolla come un proiettile nel buio, piombando sui giacigli dei miei compagni addormentati tra battiti d’ali furiosi e beccate di avvertimento, proprio mentre io incocco la prima freccia.

La serratura principale viene meno con un rumore secco di metallo schiantato e il portone si spalanca.
Colpisco il primo intruso dritto nel petto prima ancora che riesca a mettere entrambi i piedi nella sala.
Nello stesso istante sentiamo il suono inequivocabile di un grimaldello che forza la porta sul retro.

«Siamo accerchiati!»

Violet scatta su, ancora annebbiata dal sonno e, cosa peggiore di tutte, senza la sua armatura.
Joran sente il pericolo e lancia un coltello di ghiaccio verso l’ombra che sta spuntando dalla cucina, cercando di guadagnare secondi preziosi.
Durias intanto pronuncia una serie di parole che non riesco nemmeno a distinguere nel caos.

«Sta lanciando risata incontenibile di Tasha… se entra, giuro che mi mangio le piume!»

Entra.
L’assassino si blocca, sbarrando gli occhi, dopodiché crolla a terra contorcendosi dai crampi per una risata convulsa e fuori luogo.

Due cultisti passano la difesa di Violet.
Senza le sue piastre è un bersaglio fin troppo facile.
Vedo le lame affondare, sento il suo gemito di dolore e la vedo crollare sul pavimento della locanda, immersa in una pozza di sangue che si allarga in fretta.

Sento qualcosa bruciarmi dentro.
«BASTARDI!» grido con quanto fiato ho in gola, con tutto l’odio che posso.

Manigoldo si lancia nel mucchio, artigliando il volto di un assalitore per distrarlo.
Ne approfitto e lancio una freccia, poi un’altra, sotto lo scricchiolio dell’arco, con una furia che non sentivo da tempo.

Joran emette un ringhio carico di rabbia e l’orsetto fa il suo ritorno.
Il suo corpo si espande in quella mole pelosa che ormai conosciamo fin troppo bene, caricando tra i tavoli e piazzandosi sopra Violet come un muro di muscoli invalicabile, mentre tutti gli altri nemici vengono abbattuti uno dopo l’altro.

L’ultimo rimasto è quello che si sta finalmente riprendendo dalla risata magica.
È a terra, disarmato, con Durias che gli sovrasta la testa impugnando il suo maglio.

«Arrenditi, verme. Finisce qui», gli intima il bardo con una freddezza che metterebbe i brividi a chiunque.

Il cultista sputa un fiotto di sangue proprio sugli stivali del nano.
Alza lo sguardo, un lampo di follia nei suoi occhi, poi con un soffio di voce: «Dovete crepare tutti, bastardi!».

Durias non si scompone, solleva il martello e spegne quel fanatico con un colpo secco.

L’adrenalina scivola via, lasciando spazio a un sottile tremore nelle mani.
Joran scioglie la sua forma selvatica, tornando a essere l’uomo che conosciamo, e si china immediatamente su Violet per fermare l’emorragia.
Mi avvicino a loro, rinfoderando l’arco con movimenti meccanici, mentre Manigoldo torna a posarsi sulla mia spalla.

Dopo aver visto Violet tornare finalmente tra di noi, mi chino su uno dei cadaveri scostando il cappuccio con la punta dello stivale.
In mezzo al sangue e al sudiciume, inciso sul cuoio dell’armatura, brilla lo stesso maledetto Occhio Stilizzato.

Ci guardiamo in faccia, sporchi e stanchi come mai prima d’ora.
«Li abbiamo proprio fatti incazzare», dice Durias, guardandosi attorno tra le macerie della sala.
«Portiamo i cadaveri giù in cantina e cerchiamo di finire di riposarci. Penseremo a tutto domattina…»

Violet cerca di sorridere, anche se con il volto pallido e parecchio sofferente.
«Prima cosa da fare domattina sarà procurarsi delle nuove serrature… magari di quelle che sputano fuoco o qualcosa del genere.»

Sento Manigoldo ridacchiare nella mia testa.
Mi volto verso di lui con un mezzo sorriso, ma non sono proprio sicuro di voler sapere a cosa stia pensando davvero.
«Dai, rimettetevi a dormire! Durias ha ragione, penseremo a tutto domattina.»

La ragazza con il codino.

Quando i primi raggi di sole riescono finalmente a sconfiggere i diversi strati di sporco dipinti sulle finestre della sala grande, sentiamo bussare al nostro vecchio portone scassinato.
Kallan e Orin fanno il loro ingresso in scena, immagino abbiano deciso di auto-invitarsi per colazione —o forse no, why so serious?—

Mi appoggio a quello che resta del bancone della locanda, incrocio le braccia, poi indosso i panni del padrone di casa per un momento.

«Buongiorno avventori, benvenuti alla Lanterna!» esordisco con un inchino volutamente troppo teatrale, mentre Manigoldo se la ride di gusto nella mia testa. «Sono Ryoga, il vostro oste di fiducia. Cosa posso fare per voi in questa splendida, radiosa e per nulla traumatica mattinata? Gradite un po’ di polvere del pavimento o preferite accomodarvi sui morti ammazzati male nelle nostre cantine?»

Kallan mi fissa immobile, con l’espressione di chi non ci sta capendo assolutamente nulla, i capelli raccolti e il suo codino che pende dritto dietro la nuca.
La guardo per un secondo di troppo e sento che c’è qualcosa che non mi torna.

«Manigoldo… ma Kallan non era un uomo nel secondo episodio della nostra storia?» chiedo mentalmente al mio gufo, resistendo alla tentazione di strofinarmi gli occhi.

«Ma che cazzo dici?» risponde il mio famiglio con la sua tipica e proverbiale delicatezza. «Sempre stata donna, anche proprio una bella ciaccarella, se non oso troppo nel dire… Vuoi vedere che qualcuno le ha tirato addosso una secchiata di acqua bollente e si è trasformata in una ragazza? Diventerai mica un maialino nero pure tu adesso, vero?»

—Va bene, fermiamoci un attimo e lasciatemi rompere la quarta parete per un secondo. Ragazzi, se state leggendo questa storia e vi state chiedendo come sia possibile che nell’episodio precedente Kallan avesse la barba e adesso sia una bella ciaccarella, ho una spiegazione per tutto questo: quando giochi a Dungeons & Dragons, specialmente se la sessione è accompagnata da diversi giri di un ottimo rum proveniente direttamente dalle Filippine, i dettagli tendono a diventare… fluidi? Nella tua testa un personaggio te lo immagini un po’ come ti pare al momento, finché la realtà, gli appunti di Violet o le correzioni del master non ti prendono a schiaffi. Quindi sì, Kallan è una donna, tanto vale farsene una ragione—

Orin interrompe i miei deliri mentali guardandosi intorno con gli occhi sbarrati, mentre Violet e gli altri iniziano a tirarsi su, ancora mezzi addormentati.

«Ma che diavolo è successo qui dentro?» domanda Orin, indicando il disastro tutto intorno a sé.

«Oh, niente di che. Solo una piccola festa di inaugurazione promossa dal culto locale dell’Occhio Stilizzato», suggerisce Manigoldo nei miei pensieri.

«Ci hanno fatto un’imboscata», rispondo usando parole più adeguate al contesto, «temo che i cultisti non abbiano preso tanto bene il nostro operato.» Poi mi volto verso Kallan, con uno sguardo carico di speranze «Senti, visto che siete qui, potreste farci un favore? Ci servirebbe un carro. Uno di quelli belli capienti. Abbiamo bisogno di svuotare la cantina da tutti i cadaveri di questi simpaticoni prima che inizino a puzzare, e già che ci siete, vi saremmo infinitamente grati se vi portaste via anche i quintali di cibo avariato che i vecchi proprietari hanno lasciato nelle dispense. Abbiamo un bel po’ di piani per oggi.»

Durias si unisce alla conversazione, massaggiandosi la spalla con una smorfia. «Sì, dobbiamo andare in centro dal fabbro. Vogliamo barattare l’equipaggiamento di quegli aggressori in cambio di serrature magiche decenti. E poi dobbiamo cercare un incarico che ci frutti un po’ di monete d’oro… i forzieri ricolmi da queste parti scarseggiano e noi siamo rimasti praticamente al verde.»

Kallan sospira, scambiandosi uno sguardo serio con Orin. «Non per aggiungere appuntamenti a un’agenda che mi sembra già parecchio serrata», dice con voce ferma, «ma siamo qui per una richiesta del Giudice Theron.»

Ci zittiamo tutti, persino Manigoldo smette di scherzare nella mia testa.

«Siamo venuti in possesso di un’informazione importantissima nelle ultime ore», continua Orin, abbassando il tono di voce. «Uno dei carichi illegali di cui parlava il cultista ieri al tempio… quelle sostanze proibite e i reagenti necrotici di Xantros. Beh, dovrebbero arrivare in città proprio oggi. Al porto, molo numero nove.»

Kallan ci fissa, uno per uno, fermando lo sguardo su Violet che annuisce debolmente nonostante le vistose fasciature. «Theron vuole che andiate lì a dare un’occhiata. Dobbiamo scoprire a tutti i costi cosa c’è dentro quel carico, la sua destinazione finale, e dobbiamo entrarne in possesso.»

Ci guardiamo in faccia.
Sappiamo tutti benissimo che non abbiamo nessuna scelta.
Dobbiamo assolutamente tagliare i rifornimenti al culto.

«E sia, partiremo subito. Sbrighiamo due cose “al fly” in città e saremo per tempo al molo numero nove per dare un’occhiata. Mi raccomando quel carro… questo posto va sistemato, non si può più rimandare.»

Ci prepariamo in fretta, mandiamo giù un boccone e ci mettiamo subito in marcia, lasciandoci alle spalle la Lanterna addormentata.
Ce ne è un bel po’ di carne sul fuoco oggi —detto da un vegetariano suona quasi come un insulto— e la giornata è appena iniziata.
Meglio darsi una mossa.

Troppo chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

episodio II: e se i presupposti sono questi…

Il cuore del potere.

E quindi uscimmo a riveder le stelle…
Sì, magari!
Il caldo impossibile che infuoca le strade di Welderos sembra dirmi che il clima di quel sotterraneo nascosto sotto alla Lanterna, tutto sommato, non era poi così male.
—Ok, magari fatta eccezione per quegli odori insopportabili… ma tant’è.—

Durias e Toradol sono rimasti a presidiare la locanda, con braccia incrociate e musi seri.
Se qualcuno dovesse provare a farci visita senza essere invitato, non troverà sorrisi o frasi gentili di benvenuto, ma due nani spessi e incazzatissimi pronti ad usare i loro crani come fossero incudini.

In compagnia di Violet, Joran e del mio inseparabile amico piumato, punto dritto verso il centro della città, dove dovrebbe trovarsi la sede del Consiglio.

Nemmeno il tempo di trovarsi al cospetto di quei cancelli dorati —quelli che separano la gente comune dal “cuore del potere della città” e che, per la cronaca, dorati non lo erano affatto, ma quanto ci sta bene scriverlo in questo racconto?— che due guardie in armatura lucida, come se l’avessero comprata stamattina, ci sbarrano la strada con l’espressione schifata di chi ha appena pestato una merda.
Uno di loro ci squadra dall’alto al basso, fermandosi con disgusto sulle macchie di sangue secco che decorano tutto il nostro equipaggiamento.

«Scusate, ma voi dove diavolo credete di andare? Il Consiglio non riceve mercenari senza appuntamento», ringhia il più alto, spostando la mano sull’elsa della spada con un’arroganza che mi fa quasi prudere le dita.

«Ryoga, guarda ‘sti due stronzi!»
La voce di Manigoldo mi risuona improvvisamente nella testa, pigra e tagliente come un rasoio.
Se ne sta appollaiato sulla mia spalla, immobile manco fosse impagliato, ma mentalmente sta già sputando fuoco.
«Va sempre così, ci trattano come dei poveri coglioni solamente perché siamo ancora ai primi livelli. Non sanno che un giorno, se decidessimo di passare al lato oscuro della Forza, questa sarebbe la prima città che ridurremmo in cenere.»

«Solo cenere?» gli rispondo mentalmente, mantenendo un’espressione neutra mentre Violet procede con le presentazioni.

«No, hai ragione. Prima infilzeremmo ‘ste due teste di cazzo su delle picche all’ingresso. Giusto per dare il buon esempio a chiunque pensi che trattare male degli avventurieri sia una mossa saggia per la propria salute a lungo termine.»

Riesco a non scoppiare a ridere solo perché la posta in gioco è davvero alta.
Dopo un breve scambio di parole —e qualche grugnito di disapprovazione— le guardie finalmente ci lasciano passare.

L’ufficio di Volmer è esattamente come me lo immaginavo.
Sembra la tana di un uomo che sta disperatamente affogando nelle scartoffie.
E “il nostro bro” se ne sta lì, con la solita aria sbattuta tipica di chi non dorme da quando hanno inventato le tasse, e con una macchia d’inchiostro sulla manica che, sicuramente, sarà stata preceduta da un bestemmione o forse due.

L’incontro dura meno del previsto.
Gli sbattiamo sul tavolo tutte le prove scoperte sotto la Lanterna e il povero diavolo sbianca.
Inizia a sudare freddo, lancia sguardi nervosi verso la porta e si muove con una fretta sospetta dietro la scrivania.
Per un attimo ho quasi il dubbio che abbia un’amante nascosta lì sotto, magari proprio la mamma del ranger tutta presa a fargliene uno dei suoi…

«Guarda che il ranger saresti tu…» mi fa notare Manigoldo.

«E tu un giorno o l’altro finisci molto male, te lo prometto», gli rispondo senza alcuna traccia di esitazione.

Poi Volmer si alza di scatto, mettendosi le mani nei pochi capelli rimasti.
«Un momento, un momento, frenate… questo… questo è troppo. È decisamente fuori dalla mia giurisdizione. Questa è roba da tribunale di Dio.»

Senza darci il tempo di fiatare, ci scorta d’urgenza fuori.
Ci stiamo dirigendo verso il Tempio di Tyr.
A quanto pare a Welderos, quando la situazione inizia a sfuggire di mano, la burocrazia passa la palla alla giustizia divina.
—E se i presupposti sono questi… mo stamo mejo der cazzo! (cit.)—

Il Tempio di Tyr.

Se cercate un posto che vi faccia sentire una chiavica per il solo fatto di esistere, il Tempio di Tyr è la vostra meta ideale.
Colonne di marmo bianco che svettano verso un soffitto talmente alto da farti venire il torcicollo e un silenzio così denso che ti sembra di essere diventato improvvisamente sordo.
Camminiamo sul pavimento lucido lasciando una scia di fango che, su quel candore, sembra quasi un insulto alla divinità.

—Speriamo solo che Tyr non sia un tipo fissato con le pulizie, altrimenti siamo nei guai prima ancora di aprire bocca.—

Mentre avanziamo, sento gli occhi delle guardie del tempio piantati addosso.
Non sono come i due stronzi arroganti del cancello; questi non hanno bisogno di ringhiare, gli basta guardarti per farti capire che conoscono ogni peccato che hai commesso da quando avevi tipo tre anni.

«Ryoga, questo posto mi mette ansia», sussurra Manigoldo nella mia testa, ma con un tono che tradisce più fastidio che paura. «C’è troppa luce, e quell’odore di incenso mi fa prudere il becco. Possiamo almeno cacare su una di quelle bilance dorate prima di andarcene?»

«Hahahahaha, penso di amarti, te lo giuro!», gli rispondo senza muovere un muscolo del viso.

Volmer ci guida quasi correndo verso il fondo della navata, dove l’atmosfera si fa ancora più solenne.
E lì lo vediamo.
Se pensavate che un nano fosse solo un tizio basso con la barba, allora non avete mai incontrato Theron, il Gran Giudice.

Immaginavo un tipo tosto, ma trovarselo davanti è tutta un’altra storia.
Sotto un bellissimo simbolo sacro raffigurante una bilancia in equilibrio che poggia su un martello da guerra, se ne sta questo nano… più metallo che carne.
Armatura di piastre completa, uno scudo che sembra una porta blindata, e un martello nanico alla cintura che vibra di un’aura bluastra, come se avesse un temporale intrappolato al suo interno.

Theron non ci degna nemmeno di un saluto formale.
Il suo sguardo passa da Volmer — che sembra voler sparire dentro il suo colletto — a noi, fermandosi per un istante di troppo su Manigoldo e sulle coloratissime calze spaiate che porto con orgoglio all’interno di un paio di comode ciabatte.

«Volmer, spero per te che questa interruzione sia giustificata da qualcosa di serio», dice il Gran Giudice.
La sua voce è profonda, sembra il rumore di due placche di roccia che sfregano tra di loro nelle viscere della terra.

Violet, che quando è il momento di essere pragmatici non ha paura manco degli dei, fa un passo avanti e piazza la pergamena recuperata sotto la Lanterna su un leggio di marmo.
Joran segue il suo esempio, poggiando con cautela sul pavimento la cassa contenente il ratto mutato dagli esperimenti; la bestia graffia ancora il legno, non ha nessuna intenzione di arrendersi alla prigionia.
Infine, Volmer gli passa tutti gli appunti recuperati nel laboratorio alchemico.

Il nostro racconto comincia, sintetico e dritto al punto.
Gli spieghiamo brevemente tutto ciò che abbiamo scoperto sotto le cantine della nostra locanda.
—Theron non pare proprio il tipo da chiacchiere inutili —

Non appena il nano posa il suo sguardo sul sigillo dell’Occhio e sente il nome di Xantros, succede qualcosa che non mi aspettavo.
Quel muro di metallo e fermezza ha finalmente un sussulto.
Il silenzio del tempio, se possibile, diventa ancora più pesante.

«Xantros…» sussurra Theron.
Non ci guarda più.
I suoi occhi rimangono fissi sulla pergamena, come se stesse cercando di capire quanto a fondo sia marcito il cuore della città.

«Questo nome è come un veleno che circola nei corridoi del potere da troppo tempo», continua, sollevando finalmente lo sguardo su di noi. «Mi state parlando della Trama d’Ombra. Secoli fa, i maghi che la manipolavano furono una piaga che rischiò di polverizzare Welderos e buona parte del mondo circostante. Pensavamo che quel potere fosse stato sepolto insieme a loro, ma a quanto pare le ombre hanno memoria lunga… e non hanno nessuna intenzione di restare sottoterra.»

Il Gran Giudice fa una pausa, il suo volto sembra scolpito nel granito.
«Avete fatto bene a non forzare la mano entrando nella villa nobiliare. Ma non possiamo lasciare che quella malattia si diffonda ancora. Vi sto chiedendo di tornare laggiù, ma stavolta con l’autorità della Legge al vostro fianco.»

Con un cenno secco verso il buio dietro alle colonne, Theron richiama l’attenzione di due figure.
«Kallan, Orin! Venite avanti.»

Sento il rumore inconfondibile di metallo che sbatte su altro metallo. Due accoliti di Tyr, corazzati come di più davvero non si poteva, avanzano verso di noi.
Armatura completa e maglio imponente.

—Fantastico. Altre due caffettiere formato gigante.—

«Ryoga, ma stiamo scherzando?» la voce di Manigoldo è un misto di sdegno e rassegnazione. «Questi due fanno così tanto casino che tanto vale entrare nel tunnel urlando a squarciagola “Ragaaazziii!! Stiamo arrivaaandooo… perché non venite a spiumarci come fossimo delle paperelle??”. Giuro che se questi inciampano, svegliano pure i morti dei secoli scorsi.»

«Almeno avremo qualcuno su cui i nemici potranno buttare mazzate mentre noi cerchiamo di non farci ammazzare», gli rispondo mentalmente, cercando di darmi un tono professionale.

Accettiamo l’incarico con un cenno del capo.
Non è che avessimo molta scelta, d’altronde.
Salutiamo il Gran Giudice, regaliamo un ultimo sguardo a questo palazzo di marmo che puzza di antico e solennità, e ci avviamo verso l’uscita.

Torniamo alla Lanterna, stavolta con una scorta che annuncia il nostro arrivo a quasi tre isolati di distanza.

—Com’è che si dice? Che la sorte ci sia amica!—

Caffettiere o scaldabagni?

Durias e Toradol sono ancora lì, piantati davanti all’ingresso come fossero due pilastri.
Quando vedono spuntare noi, seguiti a breve distanza dal fragore metallico di Kallan e Orin, i loro musi, già seri di natura, diventano praticamente di pietra.

Durias sputa a terra, squadrando le armature lucide degli accoliti con un disprezzo che non ha bisogno di nessuna descrizione.

«E questi chi sono, Ryoga?» comincia Toradol, senza spostarsi di un millimetro. «Il Consiglio ci ha mandato i rimpiazzi o hanno aperto un’officina di stagnini qui vicino senza dircelo?»

Kallan, che probabilmente non è abituato ad essere accolto come un vecchio scaldabagno, raddrizza la schiena facendo sferragliare ogni singola piastra della sua armatura.
«Siamo qui per volere del Gran Giudice Theron. Siamo la spada e lo scudo di Tyr.»

Durias scoppia in una risata che sembra un crollo in una miniera.
«La spada e lo scudo? Allora siamo a posto. Se provate a scendere in quel tunnel con tutta quella ferraglia addosso, vi sentiranno arrivare prima ancora che abbiate finito di fare le scale. Ma come cazzo si fa?»

—Inutile dire che l’integrazione tra le forze dell’ordine e la componente nanica della nostra compagnia sta andando a gonfie vele.—

«Ryoga, ti prego, lascia che Durias continui», mi fa Manigoldo, visibilmente divertito dalla situazione. «Ha ragione, e tu lo sai benissimo.»

Decido che è il momento di intervenire prima che scoppi un incidente diplomatico.
«Basta così, Durias… ti prego. Loro vengono con noi. Servono per la ‘legalità’ della faccenda, o qualcosa del genere.»

Entriamo nella locanda sotto lo sguardo scettico dei nani e quello disperato di Manigoldo.
Kallan e Orin si fermano al centro della sala grande, le loro sagome imponenti oscurano la poca luce che filtra dalle finestre.
Si guardano intorno, e poi guardano noi.

È tempo di scendere.
Oh, mamma!

Scudetti di cartone.

Il passaggio segreto sotto la Lanterna ci riaccoglie con la solita freddezza.
Forse stavolta manca quella tipica tensione elettrica della prima volta a rendere il tragitto più interessante, ma l’aria immobile e pesante che si respira qui sotto sembra sia rimasta la stessa, intatta.
Avanziamo nel tunnel di ossidiana, fermandoci solo qualche istante per mostrare ai servi di Tyr il passaggio che conduce fino alla piazza del mercato, poi tiriamo dritto verso il laboratorio di Xantros senza indugiare oltre.

Nemmeno il tempo di rimetterci piede.

Assieme a tutti gli orrori presenti in quella stanza, in quel disordine immobile che abbiamo lasciato alle nostre spalle solo qualche ora fa, l’oscurità decide di vomitarci addosso quattro figure incappucciate.
Cultisti.
I loro volti sono maschere invisibili e le loro parole, cariche di fanatismo e disperazione, ci suonano totalmente incomprensibili.
Tempo zero e Kallan si lancia nella mischia con un coraggio di cui non lo credevo capace.

Il combattimento è rapido e brutale.
Orin incassa i primi colpi come se nulla fosse, per poi iniziare a menare come un fabbro parecchio esperto.
Se la cava benone.
Joran decide di mostrarci quanto possa essere letale un druido quando è il momento di usare la sua forma selvatica, trasformandosi in un immenso Lupo Crudele: un muro di pelo e zanne che travolge i cultisti come fossero fatti dello stesso materiale degli scudetti assegnati all’internazio(a)nale.
Sento il rumore secco delle loro costole mentre cedono sotto la pressione dei suoi morsi.
Magnifico!

È il mio turno.
Prendo la mira e scaglio una freccia che centra il loro leader dritto nel costato, rimanendo ad osservarlo mentre cade a terra senza nemmeno aver avuto la possibilità di emettere un grido.
Violet poi chiude la partita abbattendosi sui superstiti con la sua spada, mentre Kallan ne stordisce uno con un incantesimo —deciso a lasciarlo in vita— facendogli volare la spada dalle mani.

Mentre spostiamo i corpi verso la nostra cantina —che ormai ha decisamente più l’aspetto di un obitorio che altro— mi fermo un secondo a controllare l’equipaggiamento dei caduti.
Inciso all’interno del cuoio delle loro armature trovo esattamente quello che mi aspettavo: lo stesso Occhio Stilizzato della pergamena.

Orin si pulisce il sangue dal viso con una smorfia.
Alcune tra le ferite che ha incassato non hanno per niente un aspetto rassicurante.
«Porterò io questo fanatico al Tempio», dice, stringendo la presa sul prigioniero. «C’è bisogno di qualcuno che lo faccia cantare come si deve, e io ne approfitterò per farmi rimettere in sesto dai guaritori.»

Salutiamo Orin con un breve cenno di intesa e rimaniamo noi tre, insieme a Kallan.
Joran, però, non si muove.
È ancora chino nel laboratorio, a studiare uno strato di polvere che non lo convince del tutto.

«Tracce fresche di stivali», sussurra, senza alzare lo sguardo. «Devono essere scesi a controllare mentre noi eravamo al Tempio a parlare con Theron. Probabilmente nel nostro primo sopralluogo abbiamo fatto scattare un allarme magico o qualcosa di simile.»

—L’effetto sorpresa è ufficialmente morto e sepolto. Lassù sanno benissimo che il loro laboratorio è stato scoperto e avranno avuto tutto il tempo di prepararci un bel comitato di benvenuto.—

Manigoldo segue il discorso di Joran inclinando la testa, poi si gratta il becco contro la mia spalla.
«Ryoga, ascoltami… se dovessi trovarmi di nuovo in un combattimento assieme a quel cagnolone, ricordami di stargli alla larga», commenta acido. «Ha un fiato che uccide le mosche.»

«Se Joran ha ragione», gli rispondo mentalmente mentre controllo con un colpo secco la tensione della corda del mio arco, «tra poco l’odore del suo alito sarà l’ultimo dei nostri problemi.»

Ci lasciamo alle spalle il laboratorio e proseguiamo lungo il tunnel, fino alla botola che conduce nella cantina nobiliare.
Un passo alla volta, e del tutto all’oscuro del pericolo che ci sta attendendo dall’altra parte.

Uno scudo blu su un campo verde.

È Violet a sollevare la botola.
Sale per prima e io la seguo a ruota, ritrovandomi in quella stessa cantina dove eravamo passati poco prima.

Tutto sembra esattamente come lo avevamo lasciato, le stesse pile di stoffe pregiate, le stesse casse di spezie, gli stessi scaffali ricolmi di vini costosi che trasudano ricchezza con ogni loro goccia.
Tutto è al suo posto, in perfetto ordine, ma c’è qualcosa che non coincide con il ricordo del nostro primo passaggio.
È questo silenzio.
Innaturale, assordante, è come se anche l’aria stesse trattenendo il respiro.
C’è decisamente troppo silenzio.

—Schiva, idiota!—

Non è Manigoldo stavolta, è solo puro istinto di sopravvivenza.
Mi butto di lato proprio mentre un sibilo velenoso taglia l’oscurità.
Una freccia manca il volto di Violet per un soffio e va a piantarsi con un colpo secco nel legno della botola.

«Imboscata!» urla lei, cercando riparo dietro una grossa botte di rovere.

Kallan invoca immediatamente una benedizione di Tyr che illumina a giorno tutta la stanza, mostrandoci i nostri assalitori.
Sono in quattro, appostati tra le scaffalature.
Al centro del gruppo se ne sta un uomo massiccio fasciato in un’armatura di scaglie brunita, il suo sguardo fisso su Kallan, le sue parole una sentenza.

«Siete appena entrati nella vostra tomba, sporchi ficcanaso!»

Tiro la corda dell’arco fino a sentire dolore e scaglio una freccia che centra in pieno petto uno degli scagnozzi.
Cade a terra senza un gemito.
Il loro capo però è un osso duro e si avventa su Kallan con una ferocia senza pari.
La situazione sta per degenerare; le stiamo prendendo di santa ragione.

Poi, improvvisamente, sento un ruggito primordiale che mi fa gelare tutto il sangue, e un istante dopo Joran scompare sotto un’esplosione di muscoli e pelliccia scura.
Un immenso Orso Bruno riempie completamente la piccola cantina, ribaltando casse e botti come fossero fatti di nulla.
—E finalmente  i dadi iniziano a girare come si deve—
Lo scontro si chiude in pochi, convulsi istanti.
I nostri assalitori vengono ammazzati malissimo uno dopo l’altro; il loro capo viene travolto dalla mole della bestia e una zampata micidiale lo scaraventa contro una parete, spezzandogli l’osso del collo.

Kallan si china su quell’avversario sconfitto e gli strappa lo scudo dalle mani, fissando lo stemma inciso sul metallo: uno scudo blu su campo verde.

«La Casata Hallowell…» sussurra, poi solleva lo sguardo verso le scale.
Le porte in cima si spalancano proprio in quel momento, rivelando una folla di servitori e guardie terrorizzate.
Kallan li gela con un grido:

«Nel nome di Tyr, fermatevi! Ci dovete delle spiegazioni per l’orrore che nascondete sotto ai vostri piedi! Conduceteci immediatamente da Lord Barnabus!»

La Caduta di Lord Barnabus.

Veniamo scortati verso lo studio del Lord.
Tutto intorno a noi è pieno imballato dello sfarzo tipico di chi il titolo nobiliare se lo è comprato un sacco d’oro alla volta: arazzi troppo colorati, statue messe a caso, e un’ostentazione di lusso quasi imbarazzante…

«Guarda questi, Ryoga. Sono solo dei terroni arricchiti della peggior specie», gracchia Manigoldo dentro ai miei pensieri.
Sorrido tra me e me, notando che la sua fissazione verso i terroni non accenna a diminuire, nemmeno in un momento come questo.
Mentre camminiamo, gli lego rapidamente un biglietto alla zampa con poche parole: Siamo a Villa Hallowell.
«Vai dal Gran Giudice Theron. E cerca di non farti distrarre da qualche civetta in calore», gli ordino mentalmente.
Manigoldo non se lo fa ripetere due volte e scivola fuori da una finestra aperta, scomparendo nel cielo di Welderos.

Entriamo nello studio.
Dietro una scrivania siede Barnabus.
È un ometto grassoccio, infilato in un vestito così opulento da sembrare un tacchino ripieno pronto per il Thanksgiving.
Accanto a lui, il suo attendente Giulius osserva la scena con lo sguardo di un serpente.
È l’esatta immagine del viscido Bis, mentre distilla i suoi consigli velenosi all’orecchio di un compiaciuto Principe Giovanni.
—Se non hai capito questa frase… mi dispiace davvero tanto per te—

Barnabus trema visibilmente, tamponandosi la fronte con un fazzoletto profumato mentre i suoi occhi passano nervosi dall’armatura insanguinata di Kallan allo scudo con lo stemma della sua stessa casata.

L’interrogatorio inizia senza troppi giri di parole, e Kallan ci va giù bello diretto.
«Cosa ci fa un laboratorio alchemico sotto il vostro palazzo, Lord Barnabus? Come spiega l’orrore che abbiamo trovato nelle vostre cantine?»

Barnabus balbetta, la voce ridotta a un filo. «Io… io non ne sapevo nulla. Non c’entro niente con questa storia… ho solo eseguito gli ordini.»

A quel punto Violet perde la pazienza.
Fa un passo avanti e si pianta con le mani sui fianchi, sovrastando l’ometto con un’energia furiosa. «Non è forse lei il Lord di questa casata? Chi può dare degli ordini nel suo stesso palazzo se non lei?»

Vedo Barnabus esitare, scambiando uno sguardo rapido e sospetto con Giulius.
Sembrano sul punto di tentare qualche mossa disperata.
«Prima di fare delle stronzate», intervengo con tono deciso, facendo un passo avanti, «ci tenevo ad avvisarvi che il mio gufo in questo preciso istante sta informando Theron della nostra posizione. Fossi in voi verrei con noi al tempio senza fare troppe storie.»

Tranchant.
Barnabus crolla sulla sedia, il fazzoletto gli cade dalle mani.
«Non avevo scelta… i debiti… i Malakor ci avrebbero distrutti…» sussurra.

Il nome dei Malakor risuona nella stanza come un tuono, gelando l’aria.
Barnabus sospira, sembra essersi svuotato di ogni forza. «Ad ogni modo va bene, verrò con voi. Ma non aggiungerò una sola parola se non in presenza del giudice Theron.»

Accettiamo la resa.
Kallan prende ufficialmente in custodia Barnabus e Giulius, intimando loro di muoversi senza troppi complimenti.

Il tragitto verso il Tempio di Tyr è un triste spettacolo che non dimenticherò tanto facilmente.
Attraversiamo le strade di Welderos scortando un Lord caduto in disgrazia, che inciampa nei suoi stessi abiti preziosi, e un assistente che cerca disperatamente di nascondere il suo viso.
Le facce dei passanti sono un miscuglio di sguardi curiosi, sussurri e dita puntate.
La gente sente l’odore dello scandalo, anche se non può nemmeno immaginare quanto sia profonda la voragine che abbiamo appena scoperchiato.

Cammino un passo indietro rispetto agli altri, ignorando il brusio della folla.
Tengo lo sguardo fisso verso l’alto, scrutando i tetti e le guglie della città che iniziano a tingersi dei colori del tramonto.
Cerco una macchia scura nel cielo, un battito d’ali familiare che mi rassicuri.

Spero solo che il mio migliore amico sia sano e salvo.

Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

episodio I: la prima impressione è tutto.

Mi sento come se avessi una sola freccia nella mia faretra e un unico bersaglio da dover colpire all’istante, senza il lusso di poter riprovare.
Se sbagli, l’occasione sfuma per sempre.
Avrei potuto metterla giù a la Oscar Wilde, dicendo che non esiste una seconda occasione per fare una buona prima impressione.
Io però non sono né uno scrittore, né un drammaturgo e tantomeno un poeta.
Combatto i miei nemici con arco e frecce.
Vedi di accontentarti, se puoi.

La selva.

Il vecchio maniero non si presenta un granché bene.
Altro che locanda di prestigio, La Lanterna ha più l’aspetto di un gigante stanco e scassato che cade a pezzi nel silenzio e nell’indifferenza più totale.
Questo posto non accoglie più anima viva da mesi, sembra quasi che la natura lo stia lentamente richiamando a sé.
L’erba dei suoi giardini è diventata impossibilmente alta, poco alla volta ha divorato e nascosto completamente il sentiero che una volta portava dal cancello fino all’ingresso principale.
Male male qui.

Avanziamo con cautela, cercando di fare molta attenzione a dove mettiamo i piedi.
Invece di puntare subito al portone principale —ehi, giochiamo a D&D da più di vent’anni, cosa ti aspettavi?— decidiamo di iniziare dal perimetro.
Sotto la guida attenta di Manigoldo, ci facciamo prima un bel giretto attorno alla struttura: meglio evitare sorprese, meglio avere ben chiaro che cosa ci aspetta.

«Ehi Manigoldo, perché non ti fai una svolazzata qui intorno tanto da capire un po’ la situazione?»

«Ma nemmeno se mi soffi sulle piume! Non hai sentito le parole di Volmer? Questo maniero è infestato, non ci penso neanche!»

«Certo che il coraggio proprio non ti manca. La prima impressione è tutto, e ti posso garantire che davvero non ci stai facendo una bella figura.»

«Fotte? E detto da te poi…»

«E perché, se lo posso sapere?»

«Fai sul serio? Un elfo dei boschi che se ne va in giro in calze e ciabatte davvero non si può vedere!»

«Ma che cazzo dici? Troppo swag queste calze!»

«Sto per vomitare!»

«I gufi possono farlo?»

«Prova a chiederlo a tua madre…»

Ci facciamo strada per qualche minuto tra resti di vasi distrutti e detriti di ogni genere, finché finalmente scoviamo una porta sul retro sotto una vecchia tettoia traballante.
Incrocio lo sguardo di quel gufo insolente.
Nessuna traccia di rancore, solo un cenno d’intesa che non ha bisogno di mezza parola.
Il lavoro sporco sta per cominciare…

Siamo dentro.

La locanda.

Appena varchiamo la soglia, un odore allucinante ci investe in pieno.
È quel tipico “profumo” di un posto lasciato a morire per troppo tempo, un qualcosa che ti si infila dentro e ti lascia appena lo spazio per respirare.
Violet non aspetta nemmeno un secondo di più e inizia immediatamente a spalancare tutte le finestre; non so se lo faccia più per il bisogno di cacciare via quell’aria pesante o solo per far entrare un po’ di luce.
Ad ogni modo, grazie mille, Violet!

La luce del sole taglia finalmente tutto quel polverone immobile, illuminando l’ambiente quanto basta.

Attraversiamo la lavanderia e le cucine accompagnati solo dall’eco dei nostri stivali.
Non c’è assolutamente nulla qui, a parte ragnatele spesse come tende, pentole annerite, e un odore dolciastro di cibo avariato.
Pare che il tempo si sia addormentato all’improvviso, lasciando ogni cosa a marcire lentamente.

Quando arriviamo nella sala grande, la situazione è ancora più deprimente.
A cosa servono venti tavolacci di legno massiccio se non c’è nessuno a bere e scherzare?
Senza il calore di un fuoco acceso, l’odore del tabacco o il profumo di qualcosa di buono da mangiare, senza la musica, le risate e la vita, questo posto non ha alcun senso di esistere.

Mentre gli altri setacciano gli angoli bui in cerca di chissà che cosa, io mi fermo qualche secondo alla reception.
Sul bancone c’è un vecchio registro ricoperto da uno spesso strato di polvere.
Gli do una sfogliata veloce: nomi e firme, segni che un tempo la gente passava davvero di qui.
Unica traccia reale rimasta in questo silenzio assurdo.

Saliamo ai piani superiori e controlliamo tutto, dalle camere degli ospiti fino all’appartamento del proprietario al secondo piano.
Niente.
Tutto deserto.
La cosa strana è che non ci sono segni di lotta, tracce di sangue o mobili rovesciati.
Pare semplicemente che se ne siano andati tutti da un momento all’altro, lasciando ogni cosa al suo posto.

Torniamo giù al piano terra. Davanti a noi restano solo le scale che portano al seminterrato.

«Me lo sentivo», dico a bassa voce, fissando quel buio.
Se vogliamo trovare una risposta, dobbiamo per forza scendere là sotto.

«Attenti agli scarrafoni!»

Il seminterrato.

Già dai primi gradini, la faccenda si fa pesante.
Più scendiamo, più il freddo diventa innaturale.
Non è il classico fresco da cantina, è un gelo che ti morde le ossa e che nulla ha a che fare con i sotterranei di Welderos.
L’odore di chiuso qui sotto è ancora meno sopportabile che ai piani superiori, un mix nauseabondo di cui non riesco nemmeno a identificare l’origine.

Raggiungiamo la prima stanza, ovvero un ammasso di sacchi e casse marce che sembrano pronti a polverizzarsi da un momento all’altro. 
Durias si china, richiamando la nostra attenzione.
Il nostro bardo ha notato delle impronte di animali sulla terra battuta.
Le seguiamo in silenzio finché non arriviamo davanti a una porta accostata.
Dall’altra parte, sentiamo dei versi strani, un rosicchiare frenetico e umido.

La nostra Violet senza pensarci due volte spalanca quella porta.
Sette ratti giganti, dall’aspetto malato e con gli occhi che brillano di una fame pericolosa, scattano verso di noi.
È il momento che tutti stavamo aspettando.
—Tirate l’iniziativa!—

Incocco la prima freccia, poi la seconda.
Le scaglio con convinzione, ma finiscono chissà dove, come se venissero spazzate via come stronzi nel vento.
Non ne prendo uno, nemmeno per sbaglio.
Manigoldo, che nel frattempo si è rifugiato su una sporgenza del soffitto appena ha visto quelle bestie, scoppia a ridere.
È identico ad Anacleto de La spada nella roccia, con quel verso sguaiato e le ali che battono a casaccio per lo scherno.

«Ehilà, belle ciabattine! Guarda che il tuo bersaglio sono quei sette topoloni giganti, mica devi mirare alle farfalle! Hahahahahahaha, madre di tutti i gufi! Che bel cecchino che ci siamo portati dietro!»

«Piantala, coglione!» gli rispondo seccato, mentre estraggo un’altra freccia dalla faretra.

«Hahahahaha! Oddio, mi manca l’aria! Com’è che era? La prima impressione è tutto, e ti posso garantire che davvero non ci stai facendo una bella figura!» gracchia quel disgraziato, facendo il verso alla mia stessa voce.

Esito nel tiro, distratto, poi ringhio: «Finiscila, dico sul serio! Giuro che ti impaglio!»

«Vorrei vederti provare! La versione omosessuale di Link di Zelda che se la prende con il suo gufo perché non riesce a centrare un paio di zoccole troppo cresciute. Troppo swag queste calze! Hahahahahahaha! Ricchione!»

E niente. 
Mentre i miei compagni finiscono “il lavoretto” tra le fiammate di Joran, il suono del corno di Durias e le martellate assordanti di Toradol, io rimango lì, a litigare ferocemente con quel gufo infame.
Quando anche l’ultimo ratto smette di muoversi —il penultimo in realtà, visto che i miei soci hanno saggiamente deciso di catturarne uno— l’adrenalina scende… lasciando spazio alla sola frustrazione.
A testa bassa e con l’autostima sotto i piedi, ignoro tutto e tutti, come se la scena non fosse mai avvenuta, e mi dirigo da solo verso la porta che conduce alla stanza successiva. 

Se i dadi hanno deciso di umiliarmi così, spero almeno che la prossima stanza abbia qualcosa di meglio da offrire che roditori giganti e prese per il culo.

L’aria cambia di colpo.
Un curioso odore di incenso si prende il centro del palcoscenico, mescolandosi a un gelo che si fa ancora più intenso e sembra quasi prenderti a pugni.
Violet lancia subito la sua torcia verso il centro della stanza per illuminare l’oscurità, ma a prima vista sembra tutto deserto.

Poi, un dettaglio.
Noto un movimento appena percepibile lungo la parete in fondo a destra.
Una creatura forgiata dall’ombra.
È uno di quegli esseri che il manuale dei mostri definirebbe come un non morto fatto di oscurità senziente, nemico giurato della vita e della luce.

Deciso a rimediare alla figuraccia di prima, non lascio nemmeno il tempo ai miei soci di respirare.
Anche Manigoldo a questo giro capisce l’antifona, sfreccia verso il nemico e lo distrae quanto basta per aprirmi una breccia.
Scocco sicuro e la freccia vola dritta, colpendo quell’orrenda creatura ancora invisibile per tutti gli altri.
Joran, seguendo la scia del mio colpo, investe “quel quadretto di un metro e mezzo” con una fiammata rivelando la natura del nostro nemico.
E tutto il resto è puro lavoro di squadra.
Una manciata di colpi prima di rispedire quell’essere nel vuoto a cui appartiene.

Mentre il silenzio torna a regnare, sul pavimento notiamo un porta pergamena con un sigillo inquietante, un occhio stilizzato.
Violet lo raccoglie e, con estrema cautela, estrae il foglio contenuto al suo interno.
Appena fuori dal cilindro, la pergamena sembra quasi assorbire tutta la luce circostante.
Ci sono solo poche parole, firmate con nient’altro che una X.

“V. Avevi ragione. Le fondamenta della Lanterna vibrano ancora per i residui della Trama d’Ombra. Ho iniziato a nutrire i parassiti locali con energia necrotica; i ratti reagiscono con una ferocia magnifica, diventando perfetti conduttori. Tuttavia, l’energia sta diventando instabile e iniziano a crearsi manifestazioni spontanee. Se riusciremo a stabilizzarla, il potere che i Maghi d’Ombra cercavano di imbrigliare secoli fa sarà finalmente tuo. Attendo tue istruzioni sulla gestione del locandiere, potrebbe scoprire più di quanto possiamo permetterci. — X.”

Restiamo in silenzio.
Qualcuno stava usando la Lanterna per risvegliare un potere proibito e il vecchio locandiere era diventato un testimone scomodo.
Ecco spiegata la presenza dei ratti e il loro sangue così scuro, simile all’ichor dei demoni— un dettaglio che prima non avevo apprezzato granché, essendo impegnato a bisticciare con quel cretino di un gufo.—

La cantina sembra finire qui…
—Ok, master… Abbiamo capito, abbiamo capito! Facciamo tutti un tiro di percezione!—

Esplorando a fondo la stanza, in ogni suo angolo, Joran nota delle tracce di stivali e Toradol individua una botola nascosta.
Decidiamo di sollevarla, lasciando che il suo stridore metallico saturi tutto l’ambiente.

Rimaniamo lì, in cerchio, a guardare il vuoto che si spalanca sotto i nostri stivali.
Nessuno osa fiatare.
Poi, finalmente, ci decidiamo e muoviamo i nostri primi passi incerti nell’oscurità.

Il tunnel.

Scendiamo.

Ci ritroviamo all’interno di un cunicolo che sembra uscito dritto da un incubo, una galleria stretta e senza una fine, fatta di ossidiana e ossa nere intrecciate tra di loro, e che punta dritto verso il cuore pulsante di Welderos.

Camminiamo per diversi minuti nel silenzio più assoluto, interrotto solo dal rumore dei nostri respiri e dal battito d’ali nervoso di Manigoldo, finché non notiamo un passaggio laterale.
Questa apertura conduce in un laboratorio alchemico.
Uno dei posti più inquietanti che abbia mai visto in vita mia, un posto che trasuda morte.
I suoi scaffali sono pieni imballati di ampolle che ribollono di fumi nerastri e di contenitori pieni di organi conservati in una sostanza che brilla di una luce malata.
C’è un disordine metodico, tipico di chi lavora a qualcosa di grosso e di chi non ha tempo da perdere con le pulizie.

Do un’occhiata sui banconi.
Sono carichi di reagenti necrotici, appunti e formule varie, tutte firmate da un certo Xantros.
Tra i vari scarabocchi trovo una nota che cita un tale Halius Frost.
Per farla breve, dice chiaramente che mentivano spudoratamente sui “rumori di assestamento” della locanda, usandoli come scusa banale per coprire il frastuono dei loro esperimenti necrotici.
Hanno preso per il culo tutti quanti.

Dopo aver passato per bene ogni angolo del laboratorio —senza aver trovato traccia del povero locandiere— decidiamo di uscire da quella stanza maledetta e riprendiamo a scendere lungo il tunnel di ossidiana.
Ormai ci siamo resi conto che si tratta di una vera e propria rete sotterranea che corre per diversi chilometri sotto la città.
Troviamo un altro paio di uscite, una che conduce alla piazza del mercato e un’altra che sbuca nel seminterrato di un palazzo nobiliare.

Decidiamo di dare una rapida occhiata a questa cantina, cercando di muoverci il più silenziosamente possibile —mica tanto facile quando tra di noi c’è chi sceglie armature così ingombranti e rumorose che sembra se ne vada in giro indossando una caffettiera, ma tant’è…—
È pieno di vini costosi e stoffe pregiate.
Chissà se si accorgeranno mai della bottiglia di rosso sottratta da Toradol.
Mentre ce ne stiamo lì a pianificare una bella messa celebrata dal nostro chierico come occasione per stappare quella delizia, all’improvviso sentiamo dei passi proprio sopra le nostre teste.

Decidiamo quindi di non proseguire oltre.
Entrare senza autorizzazione in casa di un nobile avrebbe conseguenze spiacevoli e non abbiamo nessuna intenzione di avere problemi con la legge. —Non oggi, almeno… Siamo ancora al primo livello, sarebbero solo e soltanto calci in culo.—

Ripercorriamo quindi la strada al contrario.
Usciamo dalla botola, la chiudiamo, e ci trasciniamo sopra un bel mobile pesante per sigillarla per benino.
Richiudiamo completamente la locanda e, con tutte le prove raccolte, zoccola mutante inclusa e rinchiusa in una cassa di legno, decidiamo di andare a raccontare tutto al nostro caro Volmer. —Dai su, sto parlando di quel funzionario dall’aspetto sbattuto che ho incontrato al mercato, non puoi essertene già dimenticato…—

Sarà lui poi a decidere come muoverci.

Chissà la faccia che farà quando scoprirà le cose che questa locanda sta nascondendo a tutta la città.

Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

episodio pilota.

Il mercato.

Detesto l’estate.
Con tutto me stesso.
Quella colla invisibile che ti si appiccica sulla pelle, i vestiti sigillati addosso, il sudore che ti scivola lungo la schiena come fosse un insetto fastidioso.
Difficile immaginare di peggio.
Il male assoluto.

«Troppa gente, vero?»
Manigoldo, appollaiato sulla mia spalla, emette un breve schiocco col suo becco.
L’odore di spezie e di ressa del mercato mi è quasi insopportabile, posso solo immaginare quanto possa sentirsi fuori posto il mio povero amico piumato.
Meglio fare presto, prima che gli partano i suoi famosissimi cinque minuti e che la situazione diventi completamente ingestibile.
Siamo qui solo per le provviste, un po’ di carne secca e magari qualche frutto, il necessario per una sessione di addestramento nel bosco.
Sento il mio arco premere contro la schiena, un peso familiare che oggi mi pare essere un tantino più pesante del solito.
Ho troppa voglia di farmi due tiri —in tutti i sensi, ma lasciamo perdere… Dev’essere l’umidità!—

Welderos è una città davvero molto particolare.
Cammino tra i suoi vicoli, facendomi strada come meglio posso in mezzo a tutto il suo frenetico via vai, ed ogni angolo pare regalarmi un brivido, quel brivido che solo un déjà-vu è capace di farti provare.
Non sono mai stato qui prima d’ora, lo giuro, eppure queste pietre sembrano sussurrarmi di ricordi lontani che non mi appartengono.
Sento l’eco di battaglie antiche tra questi palazzi, battaglie che non ho mai combattuto, insieme a storie di avventure dimenticate da tempo e che non sono mai state mie da raccontare.
Vedo ciò che rimane della torre centrale, un tempo baluardo del regno delle ombre, ora ridotta a poco più di un cumulo di macerie.
Pazzesco.

All’improvviso, tra la folla, noto un uomo.
Sembra muoversi nella mia direzione con passo deciso, il suo sguardo fisso su di me.
Provo a fare come se nulla fosse, magari è solo una mia impressione, e decido di scartare di lato, fingendomi interessato ad un banco di stoffe.
Niente, il tipo non molla.
Corregge la sua rotta e punta dritto verso di me.
Manigoldo gonfia le sue piume, giusto un istante prima di emettere un sibilo così minaccioso da sembrare quello di un serpente.
Mi fermo.
Una mano corre istintivamente alla corda del mio arco.

«Pace, arciere! Same side!» dice l’uomo fermandosi giusto ad un passo, e tenendo le mani alzate verso il cielo in un gesto distensivo. «Sei Ryoga, giusto? Ti stavo cercando.»

«Molto lieto di fare la sua conoscenza, signor…?»

«Diamoci del tu, ti prego. Devo già stare dietro a fin troppe formalità, poi finisce che mi viene il mal di testa. Comunque Volmer, il mio nome è Volmer, ed il piacere è tutto mio. Non volevo allarmarti, scusa se ti sono piombato addosso così.»

«Non preoccuparti, è solo che… dimmi, caro Volmer, a cosa devo l’onore di questa visita così inaspettata?»

«Sarò brevissimo, promesso. Sono un funzionario della città, ti porto un messaggio da parte del Consiglio.»

Questo tizio ha un aspetto davvero molto sbattuto.
Ha tutta l’aria solenne di chi passa mattino pomeriggio e sera a vivere sommerso da scartoffie ed incartamenti in vario assortimento.
Manigoldo però sembra essere di tutt’altro parere, e la sua voce nella mia testa per poco non mi piega in due.

«Guarda che begli occhietti che c’ha! Non è nemmeno mezzogiorno ed il bro sta già tutto bello messo. Perché non gli chiedi se vuole venire anche lui con noi a farsi “due tiri” nel boschetto?»

Condividere i miei pensieri con il mio famiglio.
Croce e delizia, per dirla a la Giuseppe Verdi.
Come se non ci fossero già abbastanza voci oltre la mia a tormentarmi di continuo la mente.

«Hahahahaha, ma sarai scemo? Magari si è solo fatto una bella e sana nuotata mattutina, no? Dai, piantala! Cerchiamo di non fare figure.»

Volmer poi mi porge una pergamena sigillata. «Ecco, questa è per te. Il consiglio spera vivamente che tu voglia accettare l’incarico. Leggila pure con calma. Se ti interessa, non devi fare altro che presentarti a mezzogiorno davanti ai cancelli del vecchio maniero nel quartiere dei rifugiati. Perdonami Ryoga, ma vado parecchio di fretta. A presto.»

Ricambio il saluto con solo un cenno del capo, d’altra parte “il bro” quasi non mi ha dato il tempo di aprire bocca.
Rimango ad osservarlo un po’ perplesso mentre rapidamente svanisce tra la calca del mercato.
Così com’era apparso, come se non fosse mai esistito davvero.

«Però, che tipo questo Volmer!» Sussurro con un accenno di sorriso, affidando la pergamena al mio gufo.

«Fulminato a dir poco!» risponde la palla di piume, mentre con una singola beccata disintegra senza pietà quell’elegante sigillo di cera.

—In breve: esiste un vecchio maniero, un tempo locanda di prestigio, abbandonato da mesi e sospettato di essere infestato. La città necessita di chiarezza. In cambio del servizio, la proprietà dell’immobile verrà ceduta a chi risolverà il mistero. In calce spiccano le firme del consiglio: Valerius Malakor, Elara, Silas, Xilara, Lira e Theron Kealen.—

Manigoldo ruota la testa di centottanta gradi, fissando il foglio. «Allora, Ryoga? Diventiamo locandieri?» sembra chiedermi con uno sguardo acuto ed un sottile filo di ironia.

Sbuffo, piegando la lettera. «Sinceramente, Manigoldo, fotte sega della locanda. Zero interesse a fare l’oste. —E detto tra noi… questa storia ha tutta l’aria di essere la trovata di un Dungeon Master alle prime armi, buttata lì con il solo ed unico scopo di mettere insieme una compagnia di disgraziati per dare inizio ad una campagna.— Ad ogni modo… questa città ci sta dando tanto, inclusa la possibilità di continuare i nostri studi. Dar loro una mano potrebbe essere un bel modo di dire grazie. Che dici, si va?»

«Daje. Vediamo però di non prendere delle inculate, mi raccomando…»

L’incontro.

Sul rintocco del mezzodì ci dirigiamo verso la zona est.
Il quartiere dei rifugiati è un labirinto impossibile di baracche e di panni stesi…

«Abitato da tre troie dall’aspetto molto chiacchierato, due cavalli simili a ronzini scassati, ed una imponente fiumana di terroni ululanti e raccolti davanti ad un murales di Diego Armando Maradona neanche fossimo nei quartieri spagnoli!»

«La ringrazio, Signor Manigoldo. Davvero non avrei saputo fare di meglio.»

«Servo vostro, Messer Ryoga! Ma la prego, continui pure… che questa storiella inizia a gasarmi!»

Dicevo…

Il quartiere dei rifugiati è un labirinto impossibile di baracche e di panni stesi, al cui centro svetta, cupo, il maniero.
Davanti al suo cancello (ci avrei scommesso) non sono solo.

Vuoi fare iniziare una campagna di Dungeons And Dragons?
Lascia che il Consiglio di Welderos metta insieme una squadraccia di disagiati affidando loro la prima folle quest che ti viene in mente.
Tutto il resto verrà da se.

E così, mentre il sole poco a poco si avvicina al suo zenit, è già tempo di presentazioni, di convenevoli, e di salamelecchi di ogni sorta.
Posso finalmente conoscere i miei nuovi alleati, i miei nuovi partner di sventura.

Violet Valerius, la nobile dama di questa giovane brigata.
Spada al fianco, scudo saldo, protetta “dal suo ferro” e dal suo cuore intrepido.
—Diego Montanari—

Joran Dax, un druido umano dall’anima selvaggia.
La sua armatura altro non è che un intreccio di foglie, ed il suo bastone sembra una solenne promessa di tante mazzate nel nome di Dio.
—Mattia Bragoli—

Sotto la luce di Selune cammina poi Toradol Silverstone.
Un nano delle colline dall’aspetto fiero, un chierico —si spera, visto che sarà lui a doverci curare— dalla spiccata bontà d’animo.
—Angelo Calza—

Un rullo di tamburi per Durias Martelfiato.
Un nano delle montagne con una cresta rosso fuoco degna di un punk rocker, un bardo dall’indole ribelle, dotato di una vasta ed impossibile collezione di strumenti musicali.
—Simone Rossi, per forza! è sempre quel fucking communist a fare i personaggi più fighi, non c’è un cazzo da fare!—

«Molto bene, molto bene! Il Consiglio sarà davvero lieto di sapere che tutti i membri della squadra selezionata abbiano deciso di accettare l’incarico. Sapete già tutto, non serve che io mi ripeta. Scoprite tutto ciò che potete. Al vostro ritorno mi troverete nel mio ufficio. Passate una buona giornata!»

Nemmeno il tempo di finire la frase, quel matto di Volmer si stava già allontanando mentre ancora masticava le ultime parole.
Chissà cosa cazzo c’avrà sempre da fare “il nostro bro” per essere perennemente così di fretta.

E niente, è proprio così che finisce questo episodio pilota.
Mi trovo con Violet, Joran, Toradol e Durias a fissare i sigilli del Consiglio posti su questa schifezza di cancello arrugginito.
Una scarpata delle sue e Durias demolisce quell’ammasso di ferraglia.
Il varco è aperto.
Siamo pronti a calpestare di tutto, dai ciottoli nascosti dall’erba cresciuta senza un controllo, alle infinite schiere di avversari che incontreremo nel nostro cammino.
Che la sorte ci sia amica!

Troppo chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

prefazione.

Inizio del nuovo millennio, pettinatura decisamente da rivedere, primi segnali di una futura ed inevitabile deriva nerd.

Era scritto nelle stelle.

Un gioco che per me ancora non aveva un nome.
Manuali stampati di straforo in università dal fratello di un mio amico di infanzia, il mio primo master, rigorosamente in inglese e tenuti insieme da un vecchio raccoglitore dall’aspetto molto vissuto.
Parliamo di un ammasso di regole comprensibili solo fino ad un certo punto, e di una storia tra le cui parole avrei mosso i miei primi passi da gamer.
Nel giro di qualche minuto era diventata quella la mia realtà, ero completamente immerso in quei racconti che stavamo scrivendo insieme in quel pomeriggio ormai così lontano nei miei ricordi.

Poi il profumo di quella fumetteria.
Elettrizzante.
Un blend di carta stampata, di plastica di bustine protettive e di ogni altro ben di Odino.
Su quegli scaffali sembravano riposare indisturbati e disposti in maniera ordinata una marea senza fine di sogni ad occhi aperti.
Quel gioco aveva un nome, Dungeons And Dragons, esisteva dal 1974 e si era arrivati da poco alla sua terza edizione.
Sfogliavo le pagine di quei manuali con lo stesso rispetto che avrei riservato ad un tomo proibito e dimenticato da secoli.
Sfioravo con le dita ogni illustrazione, incubi, tesori, armi ed armature, incantesimi ed oggetti magici, e nella mia mente stavano già prendendo vita un sacco di incontri e sfide future.
Agosto se ne stava andando, ma ero contentissimo di aver preso su una felpa quella mattina.
Uscivo dal negozio con i tre manuali base ed un set di dadi nello zaino, mettevo su le cuffie, premevo play su di un lettore cd, e respiravo a pieni polmoni l’odore della pioggia che le strade bagnate di Piacenza mi stavano dolcemente donando.

«Tirate l’iniziativa!»

Cominciavano così le primissime campagne con il mio gruppo di amici.
Storie semplici, forse un po’ acerbe, ovviamente piene imballate dei caratteristici cliché.
Passaggio obbligato.
—All’interno della locanda si respira un’aria così densa di fumo di pipa e di profumo di stufato che la si può quasi tagliare.—
Suona familiare, vero?
C’è sempre quel ranger incappucciato e seduto in un tavolo un po’ in ombra, non può mancare.
Sta fissando il suo boccale così intensamente che sembra quasi parlarci, neanche gli avesse appena detto che sua madre fa tanti, belli, significativi ed affettuosi pompini proprio come se il mondo dovesse finire da un momento all’altro.
Il portone di quercia poi si spalanca ed il paladino fa il suo ingresso, sempre molto teatrale, con la sua armatura così scintillante da accecare la quasi totalità degli avventori.
Emana un senso di giustizia così radicale che, se si ascolta con attenzione, si può percepire il tremore delle ossa di tutti i terroni presenti nella sala grande.
Prima il nord.
Immancabile il bardo, tutto preso nell’accordare il suo liuto.
Conviene stare attenti, questo cantastorie da quattro soldi è sempre pronto a montarsi qualunque cosa sia dotata di un battito cardiaco.
Madre del ranger inclusa.
Il mago se ne sta in disparte, ha la puzza sotto il naso e lo sanno tutti, di certo non si abbassa a stare in mezzo a tutta quella marmaglia.
Tutto il contrario del chierico, personaggio di rara bontà d’animo.
Se ne sta vicino al camino alle prese con un ginocchio sbucciato di un povero pischelletto in lacrime.
«Siete qui per l’incarico?»
Tipica frase di un oste di solito pronunciata mentre si trova ad asciugare lo stesso boccale sporco da un tempo indefinito ed impossibilmente lungo.
Neanche il tempo di rispondere.
Alle loro spalle appare finalmente dal nulla il ladro, facendo saltare dalla sedia il povero ranger —costretto a fingere di averlo visto arrivare… passi la mamma un po’ puttana, ma un minimo di reputazione…—
La compagnia è così al completo, ed ecco messi insieme un manipolo di stronzi con passati tragici e storie commoventi che non si conoscevano fino ad un minuto prima.
C’è questo maniero infestato, questo tesoro che per chissà quale stra-cazzo di motivo nessuno si è mai portato a casa, e questo incarico accettato in una ventina di secondi senza che nessuno ponesse l’unica e la sola domanda che davvero avrebbe un senso in una situazione del genere…
«Perché non ci vai tu?»

Fast-Forward fino alla fine degli anni duemila.
La svolta.
Mi sono unito alla Bisca, e tutto il resto è storia.
Perché di storie su di noi ne avrei così tante da raccontare che probabilmente WordPress mi aumenterebbe i costi di gestione di aprilseventeen.com in maniera esponenziale —e davvero non me lo potrei permettere.—
Ho trovato persone splendide e soprattutto invasate almeno quanto me, ho giocato le mie campagne più belle, ed ho costruito ricordi indelebili che mi porterò sotto la pelle per sempre.

Dopo la chiusura di una lunghissima campagna abbiamo deciso di voltare pagina.
Diego ha chiesto un po’ di meritate ferie dal suo ruolo di Master, e la patata bollente è passata al Dan.
Novità assoluta, non ha mai scritto una campagna in tutta la sua vita.
L’ispirazione parte proprio da questo.
Ho deciso che avrei provato a scrivere dei racconti basandomi sulle avventure disegnate da un Dungeon Master alle primissime armi, arricchendole magari con aneddoti divertenti, cazzate, e con tutto ciò che potrebbe capitare in una sessione giocata da quegli scappati di casa della Bisca.
Vorrei provare a portarvi da un’altra parte, a farvi dare un’occhiata al nostro mondo di uccisori di mostri della domenica sera, cercando di rendere questi racconti accessibili anche “ai non addetti ai lavori”.

Seguiranno le disavventure di Ryoga, un elfo dei boschi —con un outfit discutibile— che maneggia il suo arco lungo come fosse un’estensione del suo corpo e frecce appuntite come fossero l’espressione della sua volontà, e di Manigoldo, il suo inseparabile Gufo dal carattere fumantino e modi spesso poco carini.

Sì riparte da Welderos, città disegnata da Diego nella precedente campagna, diversi anni dopo gli eventi vissuti dai nostri vecchi personaggi.

Il primo episodio si trova giusto al di là di questa pagina.


«Ehi Manigoldo, perché non ti fai una svolazzata qui intorno tanto da capire un po’ la situazione?»

«Ma nemmeno se mi soffi sulle piume! Non hai sentito le parole di Volmer? Questo maniero è infestato, non ci penso neanche!»

«Certo che il coraggio proprio non ti manca. La prima impressione è tutto, e ti posso garantire che davvero non ci stai facendo una bella figura.»

«Fotte? E detto da te poi…»

«E perché, se lo posso sapere?»

«Fai sul serio? Un elfo dei boschi che se ne va in giro in calze e ciabatte davvero non si può vedere!»

«Ma che cazzo dici? Troppo swag queste calze!»

«Sto per vomitare!»

«I gufi possono farlo?»

«Prova a chiederlo a tua madre…»

D’altronde si sa:
La mamma del ranger…

A Presto.

prologo.

Carbone, incenso, ed erbe dal valore di circa una decina di monete d’oro e mezzo —in giro tutto meeessooo wooo-oooah!— da bruciare in un braciere —I saw a kitten eating chicken in the kitchen / Wa-Wa-Wa-Waffle??— fatto ri-go-ro-sa-men-te d’ottone —e non chiedermi il perché… non ne ho la minima idea!—
Una volta terminato questo breve rituale, l’incantatore ottiene così il servizio di un famiglio, uno spirito che assume una forma animale a suo piacimento.
—E per suo… intendo dell’incantatore, ovvio!—

Tra tutte le bestie che trovarono rifugio nell’Arca in quei giorni piovosi dove l’onnipotente decise di donare ad ogni cosa una bella sciacquata, la mia metà dalle orecchie a punta ha scelto proprio un gufo, il suo gufo.

Per carità, possedere i tratti del migliore tra tutti i predatori notturni ha sicuramente i suoi vantaggi, non lo nego.
Le mie piume sono state disegnate dal silenzio assoluto in persona, con quei bordi sfrangiati che sembrano accarezzare l’aria prevenendo ogni minimo fruscio.
Not Bad.
Comodo non essere percepiti quando la situazione lo richiede.
Peccato solo che questa situazione sia giusto un po’ diversa, e che questo mio dono stasera mi stia mostrando il suo lato peggiore.
Hai già capito, non è vero?
Le mie piume non respingono l’acqua, nemmeno un pochino, e tendono a inzupparsi molto facilmente.

Hai mai visto un gufo volare sotto la pioggia?

Ogni colpo d’ala mi sta richiedendo più del doppio delle solite energie necessarie.
Sto lottando e perdendo la mia battaglia contro la forza di gravità.
Il freddo e l’umidità stanno provando a prendersi anche il mio cuore.
Sperare di trovare un cavo di un tronco dove poter rifiatare anche solo per un attimo sembra quasi come sperare nell’uscita di un nuovo disco di Izi.
—Anche se devo ammetterlo… la mia bussola al momento punta dritto verso VT3SOR in uscita il 13! SCUSA MESTER 😅❤️—

E poi c’è questa cosa.

Più una suggestione che una certezza.
Non riesco ad esserne sicuro, ma mi sento addosso quella odiosa sensazione che si prova solo quando si viene seguiti da qualcuno.
Eseguo numerosi e rapidi cambi di direzione, mi volto e cerco di catturare ogni minimo dettaglio delle immagini davanti ai miei occhi, ma niente.
I miei sensi sono particolarmente sviluppati, sono in grado di disegnare velocemente e facilmente sentieri e rotte invisibili tra queste gocce che cadono senza una sosta, ma niente, e ancora niente.
Se c’è qualcosa, si sta muovendo esattamente al limitare della mia capacità di percezione, sul confine dei miei sensi, fuori dalla portata dei miei artigli.

Davvero frustrante.

Poi decido che può anche bastare così, e chiudo questa mia esplorazione con un ultimo sguardo rassegnato verso le ombre bagnate di queste antiche rovine.
Vorrei tornare da orecchie a punta, e vorrei farlo prima che possa cacciarsi nei guai.
Solitamente siamo in grado di comunicare con il pensiero, il nostro legame è così forte da poterci trasmettere ogni tipo di emozione, di utilizzare l’uno i sensi dell’altro, ma non stasera.
Qualcosa si sta muovendo nella trama magica, lo puoi sentire mentre lentamente scivola come fosse un serpente, ed ogni incantesimo, anche il più semplice e banale, sembra piegarsi e distorcersi seguendo la sinuosità di quei movimenti…

«Manigoldo, sei tu??»

«Cazzo ti gridi??

Tra tutte le bestie che trovarono rifugio nell’Arca in quei giorni piovosi dove l’onnipotente decise di donare ad ogni cosa una bella sciacquata, ho scelto proprio un gufo, il mio gufo, Manigoldo.
Ho capito, ho capito, visto in queste condizioni non gli daresti due monete d’oro.
Sotto la pioggia battente tutta la sua maestosità va a farsi benedire, tutta la sua regale palla di piume svanisce come per magia.
Guardalo.
Il temibile fantasma dei boschi, ora solo una figura così fragile, così sottile.
Mi fa morire.
E senti come è incazzato…

«Eh, ma che brutto carattere!»

«Tua madre? Che lavoro fa tua madre oltre ad essere la mia donna di servizio? E menomale che hai preso stealth come abilità al primo livello. Vuoi anche assoldare un araldo che ci annunci a soffi di trombe o facciamo come se?»

«Dai vieni qui, patatone, così ti asciughi e ti dai una sistemata…»

«Pa-ta-to-neeeeeee?? Pa-ta-to-neeeeeee?? Patatone ci chiami Mester, ammesso che ti conceda questo privilegio, e conoscendolo ho parecchi dubbi a riguardo!»

«…»

«Pa-ta-to-ne… neanche fossi il tuo cane! Già Manigoldo è parecchio imbarazzante, fanculo a te e a quell’altro ciabattaro che ti ha dato questa bella idea!»

«Dai basta, ho capito. Niente più giri di ricognizione mentre piove, promesso! Contento?»

«Ammazzati!»

Inizialmente solo un puntino.
Poi un’ombra, appoggiata come se fosse dipinta su quel poco che resta di un edificio crollato.
Sembra aspettare perfettamente immobile l’arrivo di qualcosa o di qualcuno, e sembra che la pioggia non gli dia nessun fastidio.

«Ha deciso di palesarsi alla fine! La nostra caccia è finita, amico mio. Tieniti pronto!»

Succede tutto nel giro di qualche istante.
Prima lo scricchiolio del legno.
Sembra quasi che il mio arco abbia appena cantato un lamento soffocato sotto la tensione, appena prima del silenzio del mio respiro trattenuto.
Poi i suoi primi passi, lenti e strascicati verso di me.
Il suono delle sue ossa e delle sue carni marce in movimento è rivoltante, ti giuro che posso sentire l’odore di morte anche a questa distanza.
Vedo tutto il resto del mondo sbiadire lentamente in una danza di ombre, mentre il mio nemico è l’unica cosa che rimane a fuoco.
Dritto davanti a me, al centro della scena.

«Andiamo, blastalo! Cosa stai aspettando?»

«Che cazzo hai detto?»

Un ultimo sguardo al mio bersaglio, giusto un istante prima di lasciare che le dita mi scivolino dalla corda.
Un sibilo, quel suono che ho imparato a conoscere molto bene.
Poi l’impatto.