episodio II: e se i presupposti sono questi…

Il cuore del potere.

E quindi uscimmo a riveder le stelle…
Sì, magari!
Il caldo impossibile che infuoca le strade di Welderos sembra dirmi che il clima di quel sotterraneo nascosto sotto alla Lanterna, tutto sommato, non era poi così male.
—Ok, magari fatta eccezione per quegli odori insopportabili… ma tant’è.—

Durias e Toradol sono rimasti a presidiare la locanda, con braccia incrociate e musi seri.
Se qualcuno dovesse provare a farci visita senza essere invitato, non troverà sorrisi o frasi gentili di benvenuto, ma due nani spessi e incazzatissimi pronti ad usare i loro crani come fossero incudini.

In compagnia di Violet, Joran e del mio inseparabile amico piumato, punto dritto verso il centro della città, dove dovrebbe trovarsi la sede del Consiglio.

Nemmeno il tempo di trovarsi al cospetto di quei cancelli dorati —quelli che separano la gente comune dal “cuore del potere della città” e che, per la cronaca, dorati non lo erano affatto, ma quanto ci sta bene scriverlo in questo racconto?— che due guardie in armatura lucida, come se l’avessero comprata stamattina, ci sbarrano la strada con l’espressione schifata di chi ha appena pestato una merda.
Uno di loro ci squadra dall’alto al basso, fermandosi con disgusto sulle macchie di sangue secco che decorano tutto il nostro equipaggiamento.

«Scusate, ma voi dove diavolo credete di andare? Il Consiglio non riceve mercenari senza appuntamento», ringhia il più alto, spostando la mano sull’elsa della spada con un’arroganza che mi fa quasi prudere le dita.

«Ryoga, guarda ‘sti due stronzi!»
La voce di Manigoldo mi risuona improvvisamente nella testa, pigra e tagliente come un rasoio.
Se ne sta appollaiato sulla mia spalla, immobile manco fosse impagliato, ma mentalmente sta già sputando fuoco.
«Va sempre così, ci trattano come dei poveri coglioni solamente perché siamo ancora ai primi livelli. Non sanno che un giorno, se decidessimo di passare al lato oscuro della Forza, questa sarebbe la prima città che ridurremmo in cenere.»

«Solo cenere?» gli rispondo mentalmente, mantenendo un’espressione neutra mentre Violet procede con le presentazioni.

«No, hai ragione. Prima infilzeremmo ‘ste due teste di cazzo su delle picche all’ingresso. Giusto per dare il buon esempio a chiunque pensi che trattare male degli avventurieri sia una mossa saggia per la propria salute a lungo termine.»

Riesco a non scoppiare a ridere solo perché la posta in gioco è davvero alta.
Dopo un breve scambio di parole —e qualche grugnito di disapprovazione— le guardie finalmente ci lasciano passare.

L’ufficio di Volmer è esattamente come me lo immaginavo.
Sembra la tana di un uomo che sta disperatamente affogando nelle scartoffie.
E “il nostro bro” se ne sta lì, con la solita aria sbattuta tipica di chi non dorme da quando hanno inventato le tasse, e con una macchia d’inchiostro sulla manica che, sicuramente, sarà stata preceduta da un bestemmione o forse due.

L’incontro dura meno del previsto.
Gli sbattiamo sul tavolo tutte le prove scoperte sotto la Lanterna e il povero diavolo sbianca.
Inizia a sudare freddo, lancia sguardi nervosi verso la porta e si muove con una fretta sospetta dietro la scrivania.
Per un attimo ho quasi il dubbio che abbia un’amante nascosta lì sotto, magari proprio la mamma del ranger tutta presa a fargliene uno dei suoi…

«Guarda che il ranger saresti tu…» mi fa notare Manigoldo.

«E tu un giorno o l’altro finisci molto male, te lo prometto», gli rispondo senza alcuna traccia di esitazione.

Poi Volmer si alza di scatto, mettendosi le mani nei pochi capelli rimasti.
«Un momento, un momento, frenate… questo… questo è troppo. È decisamente fuori dalla mia giurisdizione. Questa è roba da tribunale di Dio.»

Senza darci il tempo di fiatare, ci scorta d’urgenza fuori.
Ci stiamo dirigendo verso il Tempio di Tyr.
A quanto pare a Welderos, quando la situazione inizia a sfuggire di mano, la burocrazia passa la palla alla giustizia divina.
E se i presupposti sono questi… mo stamo mejo der cazzo! (cit.)

Il Tempio di Tyr.

Se cercate un posto che vi faccia sentire una chiavica per il solo fatto di esistere, il Tempio di Tyr è la vostra meta ideale.
Colonne di marmo bianco che svettano verso un soffitto talmente alto da farti venire il torcicollo e un silenzio così denso che ti sembra di essere diventato improvvisamente sordo.
Camminiamo sul pavimento lucido lasciando una scia di fango che, su quel candore, sembra quasi un insulto alla divinità.

Speriamo solo che Tyr non sia un tipo fissato con le pulizie, altrimenti siamo nei guai prima ancora di aprire bocca.

Mentre avanziamo, sento gli occhi delle guardie del tempio piantati addosso.
Non sono come i due stronzi arroganti del cancello; questi non hanno bisogno di ringhiare, gli basta guardarti per farti capire che conoscono ogni peccato che hai commesso da quando avevi tipo tre anni.

«Ryoga, questo posto mi mette ansia», sussurra Manigoldo nella mia testa, ma con un tono che tradisce più fastidio che paura. «C’è troppa luce, e quell’odore di incenso mi fa prudere il becco. Possiamo almeno cacare su una di quelle bilance dorate prima di andarcene?»

«Hahahahaha, penso di amarti, te lo giuro!», gli rispondo senza muovere un muscolo del viso.

Volmer ci guida quasi correndo verso il fondo della navata, dove l’atmosfera si fa ancora più solenne.
E lì lo vediamo.
Se pensavate che un nano fosse solo un tizio basso con la barba, allora non avete mai incontrato Theron, il Gran Giudice.

Immaginavo un tipo tosto, ma trovarselo davanti è tutta un’altra storia.
Sotto un bellissimo simbolo sacro raffigurante una bilancia in equilibrio che poggia su un martello da guerra, se ne sta questo nano… più metallo che carne.
Armatura di piastre completa, uno scudo che sembra una porta blindata, e un martello nanico alla cintura che vibra di un’aura bluastra, come se avesse un temporale intrappolato al suo interno.

Theron non ci degna nemmeno di un saluto formale.
Il suo sguardo passa da Volmer — che sembra voler sparire dentro il suo colletto — a noi, fermandosi per un istante di troppo su Manigoldo e sulle coloratissime calze spaiate che porto con orgoglio all’interno di un paio di comode ciabatte.

«Volmer, spero per te che questa interruzione sia giustificata da qualcosa di serio», dice il Gran Giudice.
La sua voce è profonda, sembra il rumore di due placche di roccia che sfregano tra di loro nelle viscere della terra.

Violet, che quando è il momento di essere pragmatici non ha paura manco degli dei, fa un passo avanti e piazza la pergamena recuperata sotto la Lanterna su un leggio di marmo.
Joran segue il suo esempio, poggiando con cautela sul pavimento la cassa contenente il ratto mutato dagli esperimenti; la bestia graffia ancora il legno, non ha nessuna intenzione di arrendersi alla prigionia.
Infine, Volmer gli passa tutti gli appunti recuperati nel laboratorio alchemico.

Il nostro racconto comincia, sintetico e dritto al punto.
Gli spieghiamo brevemente tutto ciò che abbiamo scoperto sotto le cantine della nostra locanda.
—Theron non pare proprio il tipo da chiacchiere inutili —

Non appena il nano posa il suo sguardo sul sigillo dell’Occhio e sente il nome di Xantros, succede qualcosa che non mi aspettavo.
Quel muro di metallo e fermezza ha finalmente un sussulto.
Il silenzio del tempio, se possibile, diventa ancora più pesante.

«Xantros…» sussurra Theron.
Non ci guarda più.
I suoi occhi rimangono fissi sulla pergamena, come se stesse cercando di capire quanto a fondo sia marcito il cuore della città.

«Questo nome è come un veleno che circola nei corridoi del potere da troppo tempo», continua, sollevando finalmente lo sguardo su di noi. «Mi state parlando della Trama d’Ombra. Secoli fa, i maghi che la manipolavano furono una piaga che rischiò di polverizzare Welderos e buona parte del mondo circostante. Pensavamo che quel potere fosse stato sepolto insieme a loro, ma a quanto pare le ombre hanno memoria lunga… e non hanno nessuna intenzione di restare sottoterra.»

Il Gran Giudice fa una pausa, il suo volto sembra scolpito nel granito.
«Avete fatto bene a non forzare la mano entrando nella villa nobiliare. Ma non possiamo lasciare che quella malattia si diffonda ancora. Vi sto chiedendo di tornare laggiù, ma stavolta con l’autorità della Legge al vostro fianco.»

Con un cenno secco verso il buio dietro alle colonne, Theron richiama l’attenzione di due figure.
«Kallan, Orin! Venite avanti.»

Sento il rumore inconfondibile di metallo che sbatte su altro metallo. Due accoliti di Tyr, corazzati come di più davvero non si poteva, avanzano verso di noi.
Armatura completa e maglio imponente.

Fantastico. Altre due caffettiere formato gigante.

«Ryoga, ma stiamo scherzando?» la voce di Manigoldo è un misto di sdegno e rassegnazione. «Questi due fanno così tanto casino che tanto vale entrare nel tunnel urlando a squarciagola “Ragaaazziii!! Stiamo arrivaaandooo… perché non venite a spiumarci come fossimo delle paperelle??”. Giuro che se questi inciampano, svegliano pure i morti dei secoli scorsi.»

«Almeno avremo qualcuno su cui i nemici potranno buttare mazzate mentre noi cerchiamo di non farci ammazzare», gli rispondo mentalmente, cercando di darmi un tono professionale.

Accettiamo l’incarico con un cenno del capo.
Non è che avessimo molta scelta, d’altronde.
Salutiamo il Gran Giudice, regaliamo un ultimo sguardo a questo palazzo di marmo che puzza di antico e solennità, e ci avviamo verso l’uscita.

Torniamo alla Lanterna, stavolta con una scorta che annuncia il nostro arrivo a quasi tre isolati di distanza.

Com’è che si dice? Che la sorte ci sia amica!

Caffettiere o scaldabagni?

Durias e Toradol sono ancora lì, piantati davanti all’ingresso come fossero due pilastri.
Quando vedono spuntare noi, seguiti a breve distanza dal fragore metallico di Kallan e Orin, i loro musi, già seri di natura, diventano praticamente di pietra.

Durias sputa a terra, squadrando le armature lucide degli accoliti con un disprezzo che non ha bisogno di nessuna descrizione.

«E questi chi sono, Ryoga?» comincia Toradol, senza spostarsi di un millimetro. «Il Consiglio ci ha mandato i rimpiazzi o hanno aperto un’officina di stagnini qui vicino senza dircelo?»

Kallan, che probabilmente non è abituato ad essere accolto come un vecchio scaldabagno, raddrizza la schiena facendo sferragliare ogni singola piastra della sua armatura.
«Siamo qui per volere del Gran Giudice Theron. Siamo la spada e lo scudo di Tyr.»

Durias scoppia in una risata che sembra un crollo in una miniera.
«La spada e lo scudo? Allora siamo a posto. Se provate a scendere in quel tunnel con tutta quella ferraglia addosso, vi sentiranno arrivare prima ancora che abbiate finito di fare le scale. Ma come cazzo si fa?»

Inutile dire che l’integrazione tra le forze dell’ordine e la componente nanica della nostra compagnia sta andando a gonfie vele.

«Ryoga, ti prego, lascia che Durias continui», mi fa Manigoldo, visibilmente divertito dalla situazione. «Ha ragione, e tu lo sai benissimo.»

Decido che è il momento di intervenire prima che scoppi un incidente diplomatico.
«Basta così, Durias… ti prego. Loro vengono con noi. Servono per la ‘legalità’ della faccenda, o qualcosa del genere.»

Entriamo nella locanda sotto lo sguardo scettico dei nani e quello disperato di Manigoldo.
Kallan e Orin si fermano al centro della sala grande, le loro sagome imponenti oscurano la poca luce che filtra dalle finestre.
Si guardano intorno, e poi guardano noi.

È tempo di scendere.
Oh, mamma!

Scudetti di cartone.

Il passaggio segreto sotto la Lanterna ci riaccoglie con la solita freddezza.
Forse stavolta manca quella tipica tensione elettrica della prima volta a rendere il tragitto più interessante, ma l’aria immobile e pesante che si respira qui sotto sembra sia rimasta la stessa, intatta.
Avanziamo nel tunnel di ossidiana, fermandoci solo qualche istante per mostrare ai servi di Tyr il passaggio che conduce fino alla piazza del mercato, poi tiriamo dritto verso il laboratorio di Xantros senza indugiare oltre.

Nemmeno il tempo di rimetterci piede.

Assieme a tutti gli orrori presenti in quella stanza, in quel disordine immobile che abbiamo lasciato alle nostre spalle solo qualche ora fa, l’oscurità decide di vomitarci addosso quattro figure incappucciate.
Cultisti.
I loro volti sono maschere invisibili e le loro parole, cariche di fanatismo e disperazione, ci suonano totalmente incomprensibili.
Tempo zero e Kallan si lancia nella mischia con un coraggio di cui non lo credevo capace.

Il combattimento è rapido e brutale.
Orin incassa i primi colpi come se nulla fosse, per poi iniziare a menare come un fabbro parecchio esperto.
Se la cava benone.
Joran decide di mostrarci quanto possa essere letale un druido quando è il momento di usare la sua forma selvatica, trasformandosi in un immenso Lupo Crudele: un muro di pelo e zanne che travolge i cultisti come fossero fatti dello stesso materiale degli scudetti assegnati all’internazio(a)nale.
Sento il rumore secco delle loro costole mentre cedono sotto la pressione dei suoi morsi.
Magnifico!

È il mio turno.
Prendo la mira e scaglio una freccia che centra il loro leader dritto nel costato, rimanendo ad osservarlo mentre cade a terra senza nemmeno aver avuto la possibilità di emettere un grido.
Violet poi chiude la partita abbattendosi sui superstiti con la sua spada, mentre Kallan ne stordisce uno con un incantesimo deciso a lasciarlo in vita— facendogli volare la spada dalle mani.

Mentre spostiamo i corpi verso la nostra cantina —che ormai ha decisamente più l’aspetto di un obitorio che altro— mi fermo un secondo a controllare l’equipaggiamento dei caduti.
Inciso all’interno del cuoio delle loro armature trovo esattamente quello che mi aspettavo: lo stesso Occhio Stilizzato della pergamena.

Orin si pulisce il sangue dal viso con una smorfia.
Alcune tra le ferite che ha incassato non hanno per niente un aspetto rassicurante.
«Porterò io questo fanatico al Tempio», dice, stringendo la presa sul prigioniero. «C’è bisogno di qualcuno che lo faccia cantare come si deve, e io ne approfitterò per farmi rimettere in sesto dai guaritori.»

Salutiamo Orin con un breve cenno di intesa e rimaniamo noi tre, insieme a Kallan.
Joran, però, non si muove.
È ancora chino nel laboratorio, a studiare uno strato di polvere che non lo convince del tutto.

«Tracce fresche di stivali», sussurra, senza alzare lo sguardo. «Devono essere scesi a controllare mentre noi eravamo al Tempio a parlare con Theron. Probabilmente nel nostro primo sopralluogo abbiamo fatto scattare un allarme magico o qualcosa di simile.»

L’effetto sorpresa è ufficialmente morto e sepolto. Lassù sanno benissimo che il loro laboratorio è stato scoperto e avranno avuto tutto il tempo di prepararci un bel comitato di benvenuto.—

Manigoldo segue il discorso di Joran inclinando la testa, poi si gratta il becco contro la mia spalla.
«Ryoga, ascoltami… se dovessi trovarmi di nuovo in un combattimento assieme a quel cagnolone, ricordami di stargli alla larga», commenta acido. «Ha un fiato che uccide le mosche.»

«Se Joran ha ragione», gli rispondo mentalmente mentre controllo con un colpo secco la tensione della corda del mio arco, «tra poco l’odore del suo alito sarà l’ultimo dei nostri problemi.»

Ci lasciamo alle spalle il laboratorio e proseguiamo lungo il tunnel, fino alla botola che conduce nella cantina nobiliare.
Un passo alla volta, e del tutto all’oscuro del pericolo che ci sta attendendo dall’altra parte.

Uno scudo blu su un campo verde.

È Violet a sollevare la botola.
Sale per prima e io la seguo a ruota, ritrovandomi in quella stessa cantina dove eravamo passati poco prima.

Tutto sembra esattamente come lo avevamo lasciato, le stesse pile di stoffe pregiate, le stesse casse di spezie, gli stessi scaffali ricolmi di vini costosi che trasudano ricchezza con ogni loro goccia.
Tutto è al suo posto, in perfetto ordine, ma c’è qualcosa che non coincide con il ricordo del nostro primo passaggio.
È questo silenzio.
Innaturale, assordante, è come se anche l’aria stesse trattenendo il respiro.
C’è decisamente troppo silenzio.

Schiva, idiota!

Non è Manigoldo stavolta, è solo puro istinto di sopravvivenza.
Mi butto di lato proprio mentre un sibilo velenoso taglia l’oscurità.
Una freccia manca il volto di Violet per un soffio e va a piantarsi con un colpo secco nel legno della botola.

«Imboscata!» urla lei, cercando riparo dietro una grossa botte di rovere.

Kallan invoca immediatamente una benedizione di Tyr che illumina a giorno tutta la stanza, mostrandoci i nostri assalitori.
Sono in quattro, appostati tra le scaffalature.
Al centro del gruppo se ne sta un uomo massiccio fasciato in un’armatura di scaglie brunita, il suo sguardo fisso su Kallan, le sue parole una sentenza.

«Siete appena entrati nella vostra tomba, sporchi ficcanaso!»

Tiro la corda dell’arco fino a sentire dolore e scaglio una freccia che centra in pieno petto uno degli scagnozzi.
Cade a terra senza un gemito.
Il loro capo però è un osso duro e si avventa su Kallan con una ferocia senza pari.
La situazione sta per degenerare; le stiamo prendendo di santa ragione.

Poi, improvvisamente, sento un ruggito primordiale che mi fa gelare tutto il sangue, e un istante dopo Joran scompare sotto un’esplosione di muscoli e pelliccia scura.
Un immenso Orso Bruno riempie completamente la piccola cantina, ribaltando casse e botti come fossero fatti di nulla.
—E finalmente  i dadi iniziano a girare come si deve—
Lo scontro si chiude in pochi, convulsi istanti.
I nostri assalitori vengono ammazzati malissimo uno dopo l’altro; il loro capo viene travolto dalla mole della bestia e una zampata micidiale lo scaraventa contro una parete, spezzandogli l’osso del collo.

Kallan si china su quell’avversario sconfitto e gli strappa lo scudo dalle mani, fissando lo stemma inciso sul metallo: uno scudo blu su campo verde.

«La Casata Hallowell…» sussurra, poi solleva lo sguardo verso le scale.
Le porte in cima si spalancano proprio in quel momento, rivelando una folla di servitori e guardie terrorizzate.
Kallan li gela con un grido:

«Nel nome di Tyr, fermatevi! Ci dovete delle spiegazioni per l’orrore che nascondete sotto ai vostri piedi! Conduceteci immediatamente da Lord Barnabus!»

La Caduta di Lord Barnabus.

Veniamo scortati verso lo studio del Lord.
Tutto intorno a noi è pieno imballato dello sfarzo tipico di chi il titolo nobiliare se lo è comprato un sacco d’oro alla volta: arazzi troppo colorati, statue messe a caso, e un’ostentazione di lusso quasi imbarazzante…

«Guarda questi, Ryoga. Sono solo dei terroni arricchiti della peggior specie», gracchia Manigoldo dentro ai miei pensieri.
Sorrido tra me e me, notando che la sua fissazione verso i terroni non accenna a diminuire, nemmeno in un momento come questo.
Mentre camminiamo, gli lego rapidamente un biglietto alla zampa con poche parole: Siamo a Villa Hallowell.
«Vai dal Gran Giudice Theron. E cerca di non farti distrarre da qualche civetta in calore», gli ordino mentalmente.
Manigoldo non se lo fa ripetere due volte e scivola fuori da una finestra aperta, scomparendo nel cielo di Welderos.

Entriamo nello studio.
Dietro una scrivania siede Barnabus.
È un ometto grassoccio, infilato in un vestito così opulento da sembrare un tacchino ripieno pronto per il Thanksgiving.
Accanto a lui, il suo attendente Giulius osserva la scena con lo sguardo di un serpente.
È l’esatta immagine del viscido Bis, mentre distilla i suoi consigli velenosi all’orecchio di un compiaciuto Principe Giovanni.
—Se non hai capito questa frase… mi dispiace davvero tanto per te—

Barnabus trema visibilmente, tamponandosi la fronte con un fazzoletto profumato mentre i suoi occhi passano nervosi dall’armatura insanguinata di Kallan allo scudo con lo stemma della sua stessa casata.

L’interrogatorio inizia senza troppi giri di parole, e Kallan ci va giù bello diretto.
«Cosa ci fa un laboratorio alchemico sotto il vostro palazzo, Lord Barnabus? Come spiega l’orrore che abbiamo trovato nelle vostre cantine?»

Barnabus balbetta, la voce ridotta a un filo. «Io… io non ne sapevo nulla. Non c’entro niente con questa storia… ho solo eseguito gli ordini.»

A quel punto Violet perde la pazienza.
Fa un passo avanti e si pianta con le mani sui fianchi, sovrastando l’ometto con un’energia furiosa. «Non è forse lei il Lord di questa casata? Chi può dare degli ordini nel suo stesso palazzo se non lei?»

Vedo Barnabus esitare, scambiando uno sguardo rapido e sospetto con Giulius.
Sembrano sul punto di tentare qualche mossa disperata.
«Prima di fare delle stronzate», intervengo con tono deciso, facendo un passo avanti, «ci tenevo ad avvisarvi che il mio gufo in questo preciso istante sta informando Theron della nostra posizione. Fossi in voi verrei con noi al tempio senza fare troppe storie.»

Tranchant.
Barnabus crolla sulla sedia, il fazzoletto gli cade dalle mani.
«Non avevo scelta… i debiti… i Malakor ci avrebbero distrutti…» sussurra.

Il nome dei Malakor risuona nella stanza come un tuono, gelando l’aria.
Barnabus sospira, sembra essersi svuotato di ogni forza. «Ad ogni modo va bene, verrò con voi. Ma non aggiungerò una sola parola se non in presenza del giudice Theron.»

Accettiamo la resa.
Kallan prende ufficialmente in custodia Barnabus e Giulius, intimando loro di muoversi senza troppi complimenti.

Il tragitto verso il Tempio di Tyr è un triste spettacolo che non dimenticherò tanto facilmente.
Attraversiamo le strade di Welderos scortando un Lord caduto in disgrazia, che inciampa nei suoi stessi abiti preziosi, e un assistente che cerca disperatamente di nascondere il suo viso.
Le facce dei passanti sono un miscuglio di sguardi curiosi, sussurri e dita puntate.
La gente sente l’odore dello scandalo, anche se non può nemmeno immaginare quanto sia profonda la voragine che abbiamo appena scoperchiato.

Cammino un passo indietro rispetto agli altri, ignorando il brusio della folla.
Tengo lo sguardo fisso verso l’alto, scrutando i tetti e le guglie della città che iniziano a tingersi dei colori del tramonto.
Cerco una macchia scura nel cielo, un battito d’ali familiare che mi rassicuri.

Spero solo che il mio migliore amico sia sano e salvo.

Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

episodio I: la prima impressione è tutto.

Mi sento come se avessi una sola freccia nella mia faretra e un unico bersaglio da dover colpire all’istante, senza il lusso di poter riprovare.
Se sbagli, l’occasione sfuma per sempre.
Avrei potuto metterla giù a la Oscar Wilde, dicendo che non esiste una seconda occasione per fare una buona prima impressione.
Io però non sono né uno scrittore, né un drammaturgo e tantomeno un poeta.
Combatto i miei nemici con arco e frecce.
Vedi di accontentarti, se puoi.

La selva.

Il vecchio maniero non si presenta un granché bene.
Altro che locanda di prestigio, La Lanterna ha più l’aspetto di un gigante stanco e scassato che cade a pezzi nel silenzio e nell’indifferenza più totale.
Questo posto non accoglie più anima viva da mesi, sembra quasi che la natura lo stia lentamente richiamando a sé.
L’erba dei suoi giardini è diventata impossibilmente alta, poco alla volta ha divorato e nascosto completamente il sentiero che una volta portava dal cancello fino all’ingresso principale.
Male male qui.

Avanziamo con cautela, cercando di fare molta attenzione a dove mettiamo i piedi.
Invece di puntare subito al portone principale —ehi, giochiamo a D&D da più di vent’anni, cosa ti aspettavi?— decidiamo di iniziare dal perimetro.
Sotto la guida attenta di Manigoldo, ci facciamo prima un bel giretto attorno alla struttura: meglio evitare sorprese, meglio avere ben chiaro che cosa ci aspetta.

«Ehi Manigoldo, perché non ti fai una svolazzata qui intorno tanto da capire un po’ la situazione?»

«Ma nemmeno se mi soffi sulle piume! Non hai sentito le parole di Volmer? Questo maniero è infestato, non ci penso neanche!»

«Certo che il coraggio proprio non ti manca. La prima impressione è tutto, e ti posso garantire che davvero non ci stai facendo una bella figura.»

«Fotte? E detto da te poi…»

«E perché, se lo posso sapere?»

«Fai sul serio? Un elfo dei boschi che se ne va in giro in calze e ciabatte davvero non si può vedere!»

«Ma che cazzo dici? Troppo swag queste calze!»

«Sto per vomitare!»

«I gufi possono farlo?»

«Prova a chiederlo a tua madre…»

Ci facciamo strada per qualche minuto tra resti di vasi distrutti e detriti di ogni genere, finché finalmente scoviamo una porta sul retro sotto una vecchia tettoia traballante.
Incrocio lo sguardo di quel gufo insolente.
Nessuna traccia di rancore, solo un cenno d’intesa che non ha bisogno di mezza parola.
Il lavoro sporco sta per cominciare…

Siamo dentro.

La locanda.

Appena varchiamo la soglia, un odore allucinante ci investe in pieno.
È quel tipico “profumo” di un posto lasciato a morire per troppo tempo, un qualcosa che ti si infila dentro e ti lascia appena lo spazio per respirare.
Violet non aspetta nemmeno un secondo di più e inizia immediatamente a spalancare tutte le finestre; non so se lo faccia più per il bisogno di cacciare via quell’aria pesante o solo per far entrare un po’ di luce.
Ad ogni modo, grazie mille, Violet!

La luce del sole taglia finalmente tutto quel polverone immobile, illuminando l’ambiente quanto basta.

Attraversiamo la lavanderia e le cucine accompagnati solo dall’eco dei nostri stivali.
Non c’è assolutamente nulla qui, a parte ragnatele spesse come tende, pentole annerite, e un odore dolciastro di cibo avariato.
Pare che il tempo si sia addormentato all’improvviso, lasciando ogni cosa a marcire lentamente.

Quando arriviamo nella sala grande, la situazione è ancora più deprimente.
A cosa servono venti tavolacci di legno massiccio se non c’è nessuno a bere e scherzare?
Senza il calore di un fuoco acceso, l’odore del tabacco o il profumo di qualcosa di buono da mangiare, senza la musica, le risate e la vita, questo posto non ha alcun senso di esistere.

Mentre gli altri setacciano gli angoli bui in cerca di chissà che cosa, io mi fermo qualche secondo alla reception.
Sul bancone c’è un vecchio registro ricoperto da uno spesso strato di polvere.
Gli do una sfogliata veloce: nomi e firme, segni che un tempo la gente passava davvero di qui.
Unica traccia reale rimasta in questo silenzio assurdo.

Saliamo ai piani superiori e controlliamo tutto, dalle camere degli ospiti fino all’appartamento del proprietario al secondo piano.
Niente.
Tutto deserto.
La cosa strana è che non ci sono segni di lotta, tracce di sangue o mobili rovesciati.
Pare semplicemente che se ne siano andati tutti da un momento all’altro, lasciando ogni cosa al suo posto.

Torniamo giù al piano terra. Davanti a noi restano solo le scale che portano al seminterrato.

«Me lo sentivo», dico a bassa voce, fissando quel buio.
Se vogliamo trovare una risposta, dobbiamo per forza scendere là sotto.

«Attenti agli scarrafoni!»

Il seminterrato.

Già dai primi gradini, la faccenda si fa pesante.
Più scendiamo, più il freddo diventa innaturale.
Non è il classico fresco da cantina, è un gelo che ti morde le ossa e che nulla ha a che fare con i sotterranei di Welderos.
L’odore di chiuso qui sotto è ancora meno sopportabile che ai piani superiori, un mix nauseabondo di cui non riesco nemmeno a identificare l’origine.

Raggiungiamo la prima stanza, ovvero un ammasso di sacchi e casse marce che sembrano pronti a polverizzarsi da un momento all’altro. 
Durias si china, richiamando la nostra attenzione.
Il nostro bardo ha notato delle impronte di animali sulla terra battuta.
Le seguiamo in silenzio finché non arriviamo davanti a una porta accostata.
Dall’altra parte, sentiamo dei versi strani, un rosicchiare frenetico e umido.

La nostra Violet senza pensarci due volte spalanca quella porta.
Sette ratti giganti, dall’aspetto malato e con gli occhi che brillano di una fame pericolosa, scattano verso di noi.
È il momento che tutti stavamo aspettando.
—Tirate l’iniziativa!—

Incocco la prima freccia, poi la seconda.
Le scaglio con convinzione, ma finiscono chissà dove, come se venissero spazzate via come stronzi nel vento.
Non ne prendo uno, nemmeno per sbaglio.
Manigoldo, che nel frattempo si è rifugiato su una sporgenza del soffitto appena ha visto quelle bestie, scoppia a ridere.
È identico ad Anacleto de La spada nella roccia, con quel verso sguaiato e le ali che battono a casaccio per lo scherno.

«Ehilà, belle ciabattine! Guarda che il tuo bersaglio sono quei sette topoloni giganti, mica devi mirare alle farfalle! Hahahahahahaha, madre di tutti i gufi! Che bel cecchino che ci siamo portati dietro!»

«Piantala, coglione!» gli rispondo seccato, mentre estraggo un’altra freccia dalla faretra.

«Hahahahaha! Oddio, mi manca l’aria! Com’è che era? La prima impressione è tutto, e ti posso garantire che davvero non ci stai facendo una bella figura!» gracchia quel disgraziato, facendo il verso alla mia stessa voce.

Esito nel tiro, distratto, poi ringhio: «Finiscila, dico sul serio! Giuro che ti impaglio!»

«Vorrei vederti provare! La versione omosessuale di Link di Zelda che se la prende con il suo gufo perché non riesce a centrare un paio di zoccole troppo cresciute. Troppo swag queste calze! Hahahahahahaha! Ricchione!»

E niente. 
Mentre i miei compagni finiscono “il lavoretto” tra le fiammate di Joran, il suono del corno di Durias e le martellate assordanti di Toradol, io rimango lì, a litigare ferocemente con quel gufo infame.
Quando anche l’ultimo ratto smette di muoversi —il penultimo in realtà, visto che i miei soci hanno saggiamente deciso di catturarne uno— l’adrenalina scende… lasciando spazio alla sola frustrazione.
A testa bassa e con l’autostima sotto i piedi, ignoro tutto e tutti, come se la scena non fosse mai avvenuta, e mi dirigo da solo verso la porta che conduce alla stanza successiva. 

Se i dadi hanno deciso di umiliarmi così, spero almeno che la prossima stanza abbia qualcosa di meglio da offrire che roditori giganti e prese per il culo.

L’aria cambia di colpo.
Un curioso odore di incenso si prende il centro del palcoscenico, mescolandosi a un gelo che si fa ancora più intenso e sembra quasi prenderti a pugni.
Violet lancia subito la sua torcia verso il centro della stanza per illuminare l’oscurità, ma a prima vista sembra tutto deserto.

Poi, un dettaglio.
Noto un movimento appena percepibile lungo la parete in fondo a destra.
Una creatura forgiata dall’ombra.
È uno di quegli esseri che il manuale dei mostri definirebbe come un non morto fatto di oscurità senziente, nemico giurato della vita e della luce.

Deciso a rimediare alla figuraccia di prima, non lascio nemmeno il tempo ai miei soci di respirare.
Anche Manigoldo a questo giro capisce l’antifona, sfreccia verso il nemico e lo distrae quanto basta per aprirmi una breccia.
Scocco sicuro e la freccia vola dritta, colpendo quell’orrenda creatura ancora invisibile per tutti gli altri.
Joran, seguendo la scia del mio colpo, investe “quel quadretto di un metro e mezzo” con una fiammata rivelando la natura del nostro nemico.
E tutto il resto è puro lavoro di squadra.
Una manciata di colpi prima di rispedire quell’essere nel vuoto a cui appartiene.

Mentre il silenzio torna a regnare, sul pavimento notiamo un porta pergamena con un sigillo inquietante, un occhio stilizzato.
Violet lo raccoglie e, con estrema cautela, estrae il foglio contenuto al suo interno.
Appena fuori dal cilindro, la pergamena sembra quasi assorbire tutta la luce circostante.
Ci sono solo poche parole, firmate con nient’altro che una X.

“V. Avevi ragione. Le fondamenta della Lanterna vibrano ancora per i residui della Trama d’Ombra. Ho iniziato a nutrire i parassiti locali con energia necrotica; i ratti reagiscono con una ferocia magnifica, diventando perfetti conduttori. Tuttavia, l’energia sta diventando instabile e iniziano a crearsi manifestazioni spontanee. Se riusciremo a stabilizzarla, il potere che i Maghi d’Ombra cercavano di imbrigliare secoli fa sarà finalmente tuo. Attendo tue istruzioni sulla gestione del locandiere, potrebbe scoprire più di quanto possiamo permetterci. — X.”

Restiamo in silenzio.
Qualcuno stava usando la Lanterna per risvegliare un potere proibito e il vecchio locandiere era diventato un testimone scomodo.
Ecco spiegata la presenza dei ratti e il loro sangue così scuro, simile all’ichor dei demoni— un dettaglio che prima non avevo apprezzato granché, essendo impegnato a bisticciare con quel cretino di un gufo.—

La cantina sembra finire qui…
—Ok, master… Abbiamo capito, abbiamo capito! Facciamo tutti un tiro di percezione!—

Esplorando a fondo la stanza, in ogni suo angolo, Joran nota delle tracce di stivali e Toradol individua una botola nascosta.
Decidiamo di sollevarla, lasciando che il suo stridore metallico saturi tutto l’ambiente.

Rimaniamo lì, in cerchio, a guardare il vuoto che si spalanca sotto i nostri stivali.
Nessuno osa fiatare.
Poi, finalmente, ci decidiamo e muoviamo i nostri primi passi incerti nell’oscurità.

Il tunnel.

Scendiamo.

Ci ritroviamo all’interno di un cunicolo che sembra uscito dritto da un incubo, una galleria stretta e senza una fine, fatta di ossidiana e ossa nere intrecciate tra di loro, e che punta dritto verso il cuore pulsante di Welderos.

Camminiamo per diversi minuti nel silenzio più assoluto, interrotto solo dal rumore dei nostri respiri e dal battito d’ali nervoso di Manigoldo, finché non notiamo un passaggio laterale.
Questa apertura conduce in un laboratorio alchemico.
Uno dei posti più inquietanti che abbia mai visto in vita mia, un posto che trasuda morte.
I suoi scaffali sono pieni imballati di ampolle che ribollono di fumi nerastri e di contenitori pieni di organi conservati in una sostanza che brilla di una luce malata.
C’è un disordine metodico, tipico di chi lavora a qualcosa di grosso e di chi non ha tempo da perdere con le pulizie.

Do un’occhiata sui banconi.
Sono carichi di reagenti necrotici, appunti e formule varie, tutte firmate da un certo Xantros.
Tra i vari scarabocchi trovo una nota che cita un tale Halius Frost.
Per farla breve, dice chiaramente che mentivano spudoratamente sui “rumori di assestamento” della locanda, usandoli come scusa banale per coprire il frastuono dei loro esperimenti necrotici.
Hanno preso per il culo tutti quanti.

Dopo aver passato per bene ogni angolo del laboratorio —senza aver trovato traccia del povero locandiere— decidiamo di uscire da quella stanza maledetta e riprendiamo a scendere lungo il tunnel di ossidiana.
Ormai ci siamo resi conto che si tratta di una vera e propria rete sotterranea che corre per diversi chilometri sotto la città.
Troviamo un altro paio di uscite, una che conduce alla piazza del mercato e un’altra che sbuca nel seminterrato di un palazzo nobiliare.

Decidiamo di dare una rapida occhiata a questa cantina, cercando di muoverci il più silenziosamente possibile —mica tanto facile quando tra di noi c’è chi sceglie armature così ingombranti e rumorose che sembra se ne vada in giro indossando una caffettiera, ma tant’è…—
È pieno di vini costosi e stoffe pregiate.
Chissà se si accorgeranno mai della bottiglia di rosso sottratta da Toradol.
Mentre ce ne stiamo lì a pianificare una bella messa celebrata dal nostro chierico come occasione per stappare quella delizia, all’improvviso sentiamo dei passi proprio sopra le nostre teste.

Decidiamo quindi di non proseguire oltre.
Entrare senza autorizzazione in casa di un nobile avrebbe conseguenze spiacevoli e non abbiamo nessuna intenzione di avere problemi con la legge. —Non oggi, almeno… Siamo ancora al primo livello, sarebbero solo e soltanto calci in culo.—

Ripercorriamo quindi la strada al contrario.
Usciamo dalla botola, la chiudiamo, e ci trasciniamo sopra un bel mobile pesante per sigillarla per benino.
Richiudiamo completamente la locanda e, con tutte le prove raccolte, zoccola mutante inclusa e rinchiusa in una cassa di legno, decidiamo di andare a raccontare tutto al nostro caro Volmer. —Dai su, sto parlando di quel funzionario dall’aspetto sbattuto che ho incontrato al mercato, non puoi essertene già dimenticato…—

Sarà lui poi a decidere come muoverci.

Chissà la faccia che farà quando scoprirà le cose che questa locanda sta nascondendo a tutta la città.

Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

episodio pilota.

Il mercato.

Detesto l’estate.
Con tutto me stesso.
Quella colla invisibile che ti si appiccica sulla pelle, i vestiti sigillati addosso, il sudore che ti scivola lungo la schiena come fosse un insetto fastidioso.
Difficile immaginare di peggio.
Il male assoluto.

«Troppa gente, vero?»
Manigoldo, appollaiato sulla mia spalla, emette un breve schiocco col suo becco.
L’odore di spezie e di ressa del mercato mi è quasi insopportabile, posso solo immaginare quanto possa sentirsi fuori posto il mio povero amico piumato.
Meglio fare presto, prima che gli partano i suoi famosissimi cinque minuti e che la situazione diventi completamente ingestibile.
Siamo qui solo per le provviste, un po’ di carne secca e magari qualche frutto, il necessario per una sessione di addestramento nel bosco.
Sento il mio arco premere contro la schiena, un peso familiare che oggi mi pare essere un tantino più pesante del solito.
Ho troppa voglia di farmi due tiri in tutti i sensi, ma lasciamo perdere… Dev’essere l’umidità!

Welderos è una città davvero molto particolare.
Cammino tra i suoi vicoli, facendomi strada come meglio posso in mezzo a tutto il suo frenetico via vai, ed ogni angolo pare regalarmi un brivido, quel brivido che solo un déjà-vu è capace di farti provare.
Non sono mai stato qui prima d’ora, lo giuro, eppure queste pietre sembrano sussurrarmi di ricordi lontani che non mi appartengono.
Sento l’eco di battaglie antiche tra questi palazzi, battaglie che non ho mai combattuto, insieme a storie di avventure dimenticate da tempo e che non sono mai state mie da raccontare.
Vedo ciò che rimane della torre centrale, un tempo baluardo del regno delle ombre, ora ridotta a poco più di un cumulo di macerie.
Pazzesco.

All’improvviso, tra la folla, noto un uomo.
Sembra muoversi nella mia direzione con passo deciso, il suo sguardo fisso su di me.
Provo a fare come se nulla fosse, magari è solo una mia impressione, e decido di scartare di lato, fingendomi interessato ad un banco di stoffe.
Niente, il tipo non molla.
Corregge la sua rotta e punta dritto verso di me.
Manigoldo gonfia le sue piume, giusto un istante prima di emettere un sibilo così minaccioso da sembrare quello di un serpente.
Mi fermo.
Una mano corre istintivamente alla corda del mio arco.

«Pace, arciere! Same side!» dice l’uomo fermandosi giusto ad un passo, e tenendo le mani alzate verso il cielo in un gesto distensivo. «Sei Ryoga, giusto? Ti stavo cercando.»

«Molto lieto di fare la sua conoscenza, signor…?»

«Diamoci del tu, ti prego. Devo già stare dietro a fin troppe formalità, poi finisce che mi viene il mal di testa. Comunque Volmer, il mio nome è Volmer, ed il piacere è tutto mio. Non volevo allarmarti, scusa se ti sono piombato addosso così.»

«Non preoccuparti, è solo che… dimmi, caro Volmer, a cosa devo l’onore di questa visita così inaspettata?»

«Sarò brevissimo, promesso. Sono un funzionario della città, ti porto un messaggio da parte del Consiglio.»

Questo tizio ha un aspetto davvero molto sbattuto.
Ha tutta l’aria solenne di chi passa mattino pomeriggio e sera a vivere sommerso da scartoffie ed incartamenti in vario assortimento.
Manigoldo però sembra essere di tutt’altro parere, e la sua voce nella mia testa per poco non mi piega in due.

«Guarda che begli occhietti che c’ha! Non è nemmeno mezzogiorno ed il bro sta già tutto bello messo. Perché non gli chiedi se vuole venire anche lui con noi a farsi “due tiri” nel boschetto?»

Condividere i miei pensieri con il mio famiglio.
Croce e delizia, per dirla a la Giuseppe Verdi.
Come se non ci fossero già abbastanza voci oltre la mia a tormentarmi di continuo la mente.

«Hahahahaha, ma sarai scemo? Magari si è solo fatto una bella e sana nuotata mattutina, no? Dai, piantala! Cerchiamo di non fare figure.»

Volmer poi mi porge una pergamena sigillata. «Ecco, questa è per te. Il consiglio spera vivamente che tu voglia accettare l’incarico. Leggila pure con calma. Se ti interessa, non devi fare altro che presentarti a mezzogiorno davanti ai cancelli del vecchio maniero nel quartiere dei rifugiati. Perdonami Ryoga, ma vado parecchio di fretta. A presto.»

Ricambio il saluto con solo un cenno del capo, d’altra parte “il bro” quasi non mi ha dato il tempo di aprire bocca.
Rimango ad osservarlo un po’ perplesso mentre rapidamente svanisce tra la calca del mercato.
Così com’era apparso, come se non fosse mai esistito davvero.

«Però, che tipo questo Volmer!» Sussurro con un accenno di sorriso, affidando la pergamena al mio gufo.

«Fulminato a dir poco!» risponde la palla di piume, mentre con una singola beccata disintegra senza pietà quell’elegante sigillo di cera.

In breve: esiste un vecchio maniero, un tempo locanda di prestigio, abbandonato da mesi e sospettato di essere infestato. La città necessita di chiarezza. In cambio del servizio, la proprietà dell’immobile verrà ceduta a chi risolverà il mistero. In calce spiccano le firme del consiglio: Valerius Malakor, Elara, Silas, Xilara, Lira e Theron Kealen.

Manigoldo ruota la testa di centottanta gradi, fissando il foglio. «Allora, Ryoga? Diventiamo locandieri?» sembra chiedermi con uno sguardo acuto ed un sottile filo di ironia.

Sbuffo, piegando la lettera. «Sinceramente, Manigoldo, fotte sega della locanda. Zero interesse a fare l’oste. E detto tra noi… questa storia ha tutta l’aria di essere la trovata di un Dungeon Master alle prime armi, buttata lì con il solo ed unico scopo di mettere insieme una compagnia di disgraziati per dare inizio ad una campagna.— Ad ogni modo… questa città ci sta dando tanto, inclusa la possibilità di continuare i nostri studi. Dar loro una mano potrebbe essere un bel modo di dire grazie. Che dici, si va?»

«Daje. Vediamo però di non prendere delle inculate, mi raccomando…»

L’incontro.

Sul rintocco del mezzodì ci dirigiamo verso la zona est.
Il quartiere dei rifugiati è un labirinto impossibile di baracche e di panni stesi…

«Abitato da tre troie dall’aspetto molto chiacchierato, due cavalli simili a ronzini scassati, ed una imponente fiumana di terroni ululanti e raccolti davanti ad un murales di Diego Armando Maradona neanche fossimo nei quartieri spagnoli!»

«La ringrazio, Signor Manigoldo. Davvero non avrei saputo fare di meglio.»

«Servo vostro, Messer Ryoga! Ma la prego, continui pure… che questa storiella inizia a gasarmi!»

Dicevo…

Il quartiere dei rifugiati è un labirinto impossibile di baracche e di panni stesi, al cui centro svetta, cupo, il maniero.
Davanti al suo cancello (ci avrei scommesso) non sono solo.

Vuoi fare iniziare una campagna di Dungeons And Dragons?
Lascia che il Consiglio di Welderos metta insieme una squadraccia di disagiati affidando loro la prima folle quest che ti viene in mente.
Tutto il resto verrà da se.

E così, mentre il sole poco a poco si avvicina al suo zenit, è già tempo di presentazioni, di convenevoli, e di salamelecchi di ogni sorta.
Posso finalmente conoscere i miei nuovi alleati, i miei nuovi partner di sventura.

Violet Valerius, la nobile dama di questa giovane brigata.
Spada al fianco, scudo saldo, protetta “dal suo ferro” e dal suo cuore intrepido.
Diego Montanari

Joran Dax, un druido umano dall’anima selvaggia.
La sua armatura altro non è che un intreccio di foglie, ed il suo bastone sembra una solenne promessa di tante mazzate nel nome di Dio.
Mattia Bragoli

Sotto la luce di Selune cammina poi Toradol Silverstone.
Un nano delle colline dall’aspetto fiero, un chierico si spera, visto che sarà lui a doverci curare dalla spiccata bontà d’animo.
Angelo Calza

Un rullo di tamburi per Durias Martelfiato.
Un nano delle montagne con una cresta rosso fuoco degna di un punk rocker, un bardo dall’indole ribelle, dotato di una vasta ed impossibile collezione di strumenti musicali.
Simone Rossi, per forza! è sempre quel fucking communist a fare i personaggi più fighi, non c’è un cazzo da fare!

«Molto bene, molto bene! Il Consiglio sarà davvero lieto di sapere che tutti i membri della squadra selezionata abbiano deciso di accettare l’incarico. Sapete già tutto, non serve che io mi ripeta. Scoprite tutto ciò che potete. Al vostro ritorno mi troverete nel mio ufficio. Passate una buona giornata!»

Nemmeno il tempo di finire la frase, quel matto di Volmer si stava già allontanando mentre ancora masticava le ultime parole.
Chissà cosa cazzo c’avrà sempre da fare “il nostro bro” per essere perennemente così di fretta.

E niente, è proprio così che finisce questo episodio pilota.
Mi trovo con Violet, Joran, Toradol e Durias a fissare i sigilli del Consiglio posti su questa schifezza di cancello arrugginito.
Una scarpata delle sue e Durias demolisce quell’ammasso di ferraglia.
Il varco è aperto.
Siamo pronti a calpestare di tutto, dai ciottoli nascosti dall’erba cresciuta senza un controllo, alle infinite schiere di avversari che incontreremo nel nostro cammino.
Che la sorte ci sia amica!

Troppo chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

prefazione.

Inizio del nuovo millennio, pettinatura decisamente da rivedere, primi segnali di una futura ed inevitabile deriva nerd.

Era scritto nelle stelle.

Un gioco che per me ancora non aveva un nome.
Manuali stampati di straforo in università dal fratello di un mio amico di infanzia, il mio primo master, rigorosamente in inglese e tenuti insieme da un vecchio raccoglitore dall’aspetto molto vissuto.
Parliamo di un ammasso di regole comprensibili solo fino ad un certo punto, e di una storia tra le cui parole avrei mosso i miei primi passi da gamer.
Nel giro di qualche minuto era diventata quella la mia realtà, ero completamente immerso in quei racconti che stavamo scrivendo insieme in quel pomeriggio ormai così lontano nei miei ricordi.

Poi il profumo di quella fumetteria.
Elettrizzante.
Un blend di carta stampata, di plastica di bustine protettive e di ogni altro ben di Odino.
Su quegli scaffali sembravano riposare indisturbati e disposti in maniera ordinata una marea senza fine di sogni ad occhi aperti.
Quel gioco aveva un nome, Dungeons And Dragons, esisteva dal 1974 e si era arrivati da poco alla sua terza edizione.
Sfogliavo le pagine di quei manuali con lo stesso rispetto che avrei riservato ad un tomo proibito e dimenticato da secoli.
Sfioravo con le dita ogni illustrazione, incubi, tesori, armi ed armature, incantesimi ed oggetti magici, e nella mia mente stavano già prendendo vita un sacco di incontri e sfide future.
Agosto se ne stava andando, ma ero contentissimo di aver preso su una felpa quella mattina.
Uscivo dal negozio con i tre manuali base ed un set di dadi nello zaino, mettevo su le cuffie, premevo play su di un lettore cd, e respiravo a pieni polmoni l’odore della pioggia che le strade bagnate di Piacenza mi stavano dolcemente donando.

«Tirate l’iniziativa!»

Cominciavano così le primissime campagne con il mio gruppo di amici.
Storie semplici, forse un po’ acerbe, ovviamente piene imballate dei caratteristici cliché.
Passaggio obbligato.
—All’interno della locanda si respira un’aria così densa di fumo di pipa e di profumo di stufato che la si può quasi tagliare.—
Suona familiare, vero?
C’è sempre quel ranger incappucciato e seduto in un tavolo un po’ in ombra, non può mancare.
Sta fissando il suo boccale così intensamente che sembra quasi parlarci, neanche gli avesse appena detto che sua madre fa tanti, belli, significativi ed affettuosi pompini proprio come se il mondo dovesse finire da un momento all’altro.
Il portone di quercia poi si spalanca ed il paladino fa il suo ingresso, sempre molto teatrale, con la sua armatura così scintillante da accecare la quasi totalità degli avventori.
Emana un senso di giustizia così radicale che, se si ascolta con attenzione, si può percepire il tremore delle ossa di tutti i terroni presenti nella sala grande.
Prima il nord.
Immancabile il bardo, tutto preso nell’accordare il suo liuto.
Conviene stare attenti, questo cantastorie da quattro soldi è sempre pronto a montarsi qualunque cosa sia dotata di un battito cardiaco.
Madre del ranger inclusa.
Il mago se ne sta in disparte, ha la puzza sotto il naso e lo sanno tutti, di certo non si abbassa a stare in mezzo a tutta quella marmaglia.
Tutto il contrario del chierico, personaggio di rara bontà d’animo.
Se ne sta vicino al camino alle prese con un ginocchio sbucciato di un povero pischelletto in lacrime.
«Siete qui per l’incarico?»
Tipica frase di un oste di solito pronunciata mentre si trova ad asciugare lo stesso boccale sporco da un tempo indefinito ed impossibilmente lungo.
Neanche il tempo di rispondere.
Alle loro spalle appare finalmente dal nulla il ladro, facendo saltare dalla sedia il povero ranger —costretto a fingere di averlo visto arrivare… passi la mamma un po’ puttana, ma un minimo di reputazione…—
La compagnia è così al completo, ed ecco messi insieme un manipolo di stronzi con passati tragici e storie commoventi che non si conoscevano fino ad un minuto prima.
C’è questo maniero infestato, questo tesoro che per chissà quale stra-cazzo di motivo nessuno si è mai portato a casa, e questo incarico accettato in una ventina di secondi senza che nessuno ponesse l’unica e la sola domanda che davvero avrebbe un senso in una situazione del genere…
«Perché non ci vai tu?»

Fast-Forward fino alla fine degli anni duemila.
La svolta.
Mi sono unito alla Bisca, e tutto il resto è storia.
Perché di storie su di noi ne avrei così tante da raccontare che probabilmente WordPress mi aumenterebbe i costi di gestione di aprilseventeen.com in maniera esponenziale —e davvero non me lo potrei permettere.—
Ho trovato persone splendide e soprattutto invasate almeno quanto me, ho giocato le mie campagne più belle, ed ho costruito ricordi indelebili che mi porterò sotto la pelle per sempre.

Dopo la chiusura di una lunghissima campagna abbiamo deciso di voltare pagina.
Diego ha chiesto un po’ di meritate ferie dal suo ruolo di Master, e la patata bollente è passata al Dan.
Novità assoluta, non ha mai scritto una campagna in tutta la sua vita.
L’ispirazione parte proprio da questo.
Ho deciso che avrei provato a scrivere dei racconti basandomi sulle avventure disegnate da un Dungeon Master alle primissime armi, arricchendole magari con aneddoti divertenti, cazzate, e con tutto ciò che potrebbe capitare in una sessione giocata da quegli scappati di casa della Bisca.
Vorrei provare a portarvi da un’altra parte, a farvi dare un’occhiata al nostro mondo di uccisori di mostri della domenica sera, cercando di rendere questi racconti accessibili anche “ai non addetti ai lavori”.

Seguiranno le disavventure di Ryoga, un elfo dei boschi —con un outfit discutibile— che maneggia il suo arco lungo come fosse un’estensione del suo corpo e frecce appuntite come fossero l’espressione della sua volontà, e di Manigoldo, il suo inseparabile Gufo dal carattere fumantino e modi spesso poco carini.

Sì riparte da Welderos, città disegnata da Diego nella precedente campagna, diversi anni dopo gli eventi vissuti dai nostri vecchi personaggi.

Il primo episodio si trova giusto al di là di questa pagina.


«Ehi Manigoldo, perché non ti fai una svolazzata qui intorno tanto da capire un po’ la situazione?»

«Ma nemmeno se mi soffi sulle piume! Non hai sentito le parole di Volmer? Questo maniero è infestato, non ci penso neanche!»

«Certo che il coraggio proprio non ti manca. La prima impressione è tutto, e ti posso garantire che davvero non ci stai facendo una bella figura.»

«Fotte? E detto da te poi…»

«E perché, se lo posso sapere?»

«Fai sul serio? Un elfo dei boschi che se ne va in giro in calze e ciabatte davvero non si può vedere!»

«Ma che cazzo dici? Troppo swag queste calze!»

«Sto per vomitare!»

«I gufi possono farlo?»

«Prova a chiederlo a tua madre…»

D’altronde si sa:
La mamma del ranger…

A Presto.

prologo.

Carbone, incenso, ed erbe dal valore di circa una decina di monete d’oro e mezzo —in giro tutto meeessooo wooo-oooah!— da bruciare in un braciere I saw a kitten eating chicken in the kitchen / Wa-Wa-Wa-Waffle?? fatto ri-go-ro-sa-men-te d’ottone e non chiedermi il perché… non ne ho la minima idea!
Una volta terminato questo breve rituale, l’incantatore ottiene così il servizio di un famiglio, uno spirito che assume una forma animale a suo piacimento.
E per suo… intendo dell’incantatore, ovvio!

Tra tutte le bestie che trovarono rifugio nell’Arca in quei giorni piovosi dove l’onnipotente decise di donare ad ogni cosa una bella sciacquata, la mia metà dalle orecchie a punta ha scelto proprio un gufo, il suo gufo.

Per carità, possedere i tratti del migliore tra tutti i predatori notturni ha sicuramente i suoi vantaggi, non lo nego.
Le mie piume sono state disegnate dal silenzio assoluto in persona, con quei bordi sfrangiati che sembrano accarezzare l’aria prevenendo ogni minimo fruscio.
Not Bad.
Comodo non essere percepiti quando la situazione lo richiede.
Peccato solo che questa situazione sia giusto un po’ diversa, e che questo mio dono stasera mi stia mostrando il suo lato peggiore.
Hai già capito, non è vero?
Le mie piume non respingono l’acqua, nemmeno un pochino, e tendono a inzupparsi molto facilmente.

Hai mai visto un gufo volare sotto la pioggia?

Ogni colpo d’ala mi sta richiedendo più del doppio delle solite energie necessarie.
Sto lottando e perdendo la mia battaglia contro la forza di gravità.
Il freddo e l’umidità stanno provando a prendersi anche il mio cuore.
Sperare di trovare un cavo di un tronco dove poter rifiatare anche solo per un attimo sembra quasi come sperare nell’uscita di un nuovo disco di Izi.
Anche se devo ammetterlo… la mia bussola al momento punta dritto verso VT3SOR in uscita il 13! SCUSA MESTER 😅❤️

E poi c’è questa cosa.

Più una suggestione che una certezza.
Non riesco ad esserne sicuro, ma mi sento addosso quella odiosa sensazione che si prova solo quando si viene seguiti da qualcuno.
Eseguo numerosi e rapidi cambi di direzione, mi volto e cerco di catturare ogni minimo dettaglio delle immagini davanti ai miei occhi, ma niente.
I miei sensi sono particolarmente sviluppati, sono in grado di disegnare velocemente e facilmente sentieri e rotte invisibili tra queste gocce che cadono senza una sosta, ma niente, e ancora niente.
Se c’è qualcosa, si sta muovendo esattamente al limitare della mia capacità di percezione, sul confine dei miei sensi, fuori dalla portata dei miei artigli.

Davvero frustrante.

Poi decido che può anche bastare così, e chiudo questa mia esplorazione con un ultimo sguardo rassegnato verso le ombre bagnate di queste antiche rovine.
Vorrei tornare da orecchie a punta, e vorrei farlo prima che possa cacciarsi nei guai.
Solitamente siamo in grado di comunicare con il pensiero, il nostro legame è così forte da poterci trasmettere ogni tipo di emozione, di utilizzare l’uno i sensi dell’altro, ma non stasera.
Qualcosa si sta muovendo nella trama magica, lo puoi sentire mentre lentamente scivola come fosse un serpente, ed ogni incantesimo, anche il più semplice e banale, sembra piegarsi e distorcersi seguendo la sinuosità di quei movimenti…

«Manigoldo, sei tu??»

«Cazzo ti gridi??

Tra tutte le bestie che trovarono rifugio nell’Arca in quei giorni piovosi dove l’onnipotente decise di donare ad ogni cosa una bella sciacquata, ho scelto proprio un gufo, il mio gufo, Manigoldo.
Ho capito, ho capito, visto in queste condizioni non gli daresti due monete d’oro.
Sotto la pioggia battente tutta la sua maestosità va a farsi benedire, tutta la sua regale palla di piume svanisce come per magia.
Guardalo.
Il temibile fantasma dei boschi, ora solo una figura così fragile, così sottile.
Mi fa morire.
E senti come è incazzato…

«Eh, ma che brutto carattere!»

«Tua madre? Che lavoro fa tua madre oltre ad essere la mia donna di servizio? E menomale che hai preso stealth come abilità al primo livello. Vuoi anche assoldare un araldo che ci annunci a soffi di trombe o facciamo come se?»

«Dai vieni qui, patatone, così ti asciughi e ti dai una sistemata…»

«Pa-ta-to-neeeeeee?? Pa-ta-to-neeeeeee?? Patatone ci chiami Mester, ammesso che ti conceda questo privilegio, e conoscendolo ho parecchi dubbi a riguardo!»

«…»

«Pa-ta-to-ne… neanche fossi il tuo cane! Già Manigoldo è parecchio imbarazzante, fanculo a te e a quell’altro ciabattaro che ti ha dato questa bella idea!»

«Dai basta, ho capito. Niente più giri di ricognizione mentre piove, promesso! Contento?»

«Ammazzati!»

Inizialmente solo un puntino.
Poi un’ombra, appoggiata come se fosse dipinta su quel poco che resta di un edificio crollato.
Sembra aspettare perfettamente immobile l’arrivo di qualcosa o di qualcuno, e sembra che la pioggia non gli dia nessun fastidio.

«Ha deciso di palesarsi alla fine! La nostra caccia è finita, amico mio. Tieniti pronto!»

Succede tutto nel giro di qualche istante.
Prima lo scricchiolio del legno.
Sembra quasi che il mio arco abbia appena cantato un lamento soffocato sotto la tensione, appena prima del silenzio del mio respiro trattenuto.
Poi i suoi primi passi, lenti e strascicati verso di me.
Il suono delle sue ossa e delle sue carni marce in movimento è rivoltante, ti giuro che posso sentire l’odore di morte anche a questa distanza.
Vedo tutto il resto del mondo sbiadire lentamente in una danza di ombre, mentre il mio nemico è l’unica cosa che rimane a fuoco.
Dritto davanti a me, al centro della scena.

«Andiamo, blastalo! Cosa stai aspettando?»

«Che cazzo hai detto?»

Un ultimo sguardo al mio bersaglio, giusto un istante prima di lasciare che le dita mi scivolino dalla corda.
Un sibilo, quel suono che ho imparato a conoscere molto bene.
Poi l’impatto.