una sola parola, quattro lettere.

Una carriera infinita e costellata di successi, una vita intera passata a consumare fogli di carta ruvida tra il profumo del caffè e quello dell’inchiostro… eppure, eccomi qui.

Senza parole.

Provo a sceglierne una o due, ma tutte mi sembrano così dannatamente banali, poco adatte a descrivere lo spettacolo allucinante che ho davanti ai miei occhi.

Il cielo sopra le colline toscane non è mai stato così sfacciato; questi colori così caldi e densi stasera sembrano donargli una luce completamente diversa.
Una coperta infuocata che avvolge ogni cosa in un silenzio che sa proprio di casa.

C’è chi vede nel tramonto la promessa di una nuova alba; io no.
Credo solo in questo istante che sfuma, lento, in quello successivo.
Una linea tracciata che non torna indietro mai.

Non desidero ricominciare, e non lo farei nemmeno se potessi.
Non chiederei mai al cielo un’altra alba che abbia il sapore di passi già fatti e di strade già percorse.
Nemmeno adesso, col volto e le mani così segnati dal tempo.

Non provo paura, nonostante sia consapevole che questa potrebbe essere l’ultima tavola che sto disegnando.
Sono solo curiosa di vedere quale tonalità prenderà l’ombra quando la matita smetterà di grattare sulla carta.
Quando spegnerò la lampada per l’ultima volta.

Non parlo quasi mai di me.
Ho sempre preferito affidare i miei ricordi e le mie emozioni ai personaggi che disegnavo.
Ho nascosto la mia vita tra le pieghe delle loro avventure, protetta dal mondo dei manga; un mondo che mi ha permesso di vivere mille altre vite oltre la mia.

Ogni loro cicatrice è stata una mia caduta.
Ogni loro vittoria, un momento in cui ho trovato la forza di rialzarmi.

Quando mio marito mi ha lasciata indietro, il mio mondo è diventato un foglio bianco e gelido.
Per mesi ho fissato il vuoto, convinta che il mio talento se ne fosse andato con lui.
Pensavo che, senza la sua mano nella mia, avrei prodotto solo brutte copie di me stessa: riflessi sbiaditi di una donna che non esisteva più e di personaggi con storie ormai concluse.

Invece, proprio come il mio cuore ha continuato a battere senza chiedere il permesso, la mia mano ha ripreso a correre, più ispirata di prima.
La mia carriera ha raggiunto vette che non avrei mai osato immaginare.

Non mi sono mai risposata.
Non è stata una questione di fede – sono sempre stata troppo agnostica per affidare il mio dolore a un dio – e nemmeno un voto di fedeltà eterna alla memoria.
È stata, piuttosto, una consapevolezza.

Sapevo che quel livello di intimità, quella fusione totale di silenzi e respiri, non l’avrei vissuta mai più.
Era una prima edizione rara, impossibile da ritrovare.
Ma questo non mi ha impedito di continuare ad amare, ogni singolo giorno.

Ho sempre guardato con divertimento chi confondeva il sentimento con gli impulsi.
Per me, amore e sessualità sono come il bianco e il nero di una tavola: necessari entrambi per dare profondità, ma realtà distinte e separate.
È quello che, scherzando con i miei assistenti, definivo il mio concetto di amore “all’inglese”.

In italiano ci si perde in mille distinzioni: bene, affetto, passione, tenerezza.
Gli inglesi, invece, sono stati più essenziali, o forse solo più pigri.
Hanno un’unica parola di quattro lettere che contiene proprio tutto.

È la luce che disegno negli occhi dei miei personaggi quando incontrano un amico fidato.
È il dono ricevuto da queste terre, che mi hanno accolta come una madre fin da quando ho percorso il Ponte del Diavolo per la prima volta, nonostante i miei tratti dicano che vengo da lontano.
È il modo in cui mi prendo cura del mio casale.
È la soddisfazione che provo davanti ai successi dei miei allievi, la gioia di collaborare con loro e di condividere la stessa passione che brucia nelle nostre vene come una fiamma senza fine.
È la sensazione di quando mia nipote mi ha abbracciata, dandomi il suo primo bacino sulla guancia, mentre lottavo con tutta me stessa per non scoppiare a piangere.

È la consapevolezza che, se ti arrivasse una notifica ogni volta che ti penso, il tuo telefono suonerebbe in continuazione.
È la speranza che, almeno ogni tanto, io ti passi per la testa, per sentirmi meno stupida nel pensarti sempre.
È il dolore che provo quando, finalmente, realizzo che per te non sono mai esistita.

Lo studio è immerso nel silenzio più totale.
Mi avvicino alla scrivania e, con un gesto lento, ripongo i miei strumenti nell’astuccio di velluto.
Spengo la lampada, la cui luce calda è stata il mio unico faro in tante, troppe notti insonni.

Cammino verso la porta, ma mi fermo un istante a guardare l’originale della prima copertina, appeso alla parete.
Sfioro i loro volti con la punta delle dita.
«Abbiamo fatto proprio un bel viaggio», sussurro.

Chiudo la porta dello studio e lascio che il vento di collina mi spettini i capelli bianchi.
Cosa ci sarà dopo? Non lo so.
Ma sono certa che, qualunque cosa sia, saprò come chiamarla.

È una parola breve, semplice, che non ha bisogno di traduzioni.

Una sola parola, quattro lettere.
Mai nominata in questo racconto.
Nonostante gli anni, il mio stile è rimasto intatto.

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