WONDERWALL.

Ma fatemi capire, quante altre canzoni avete intenzione di portarvi via?
Così, per sapere…

La puta madre que los parió!


«no, dai…»

Non si può iniziare una storia così, e nemmeno posso tirare una cannonata del genere senza prima aver apparecchiato per benino.
Facciamo come se e arriviamoci con calma… ti va?


Hello there!
Parliamo un po’ di musica.
—You don’t say?—

C’è un momento preciso in cui ti guardi intorno e capisci che le cose sono cambiate.
Non è un momento triste, è solo… boh, lucido?

In questa stanza ci sono troppi strumenti musicali.
Troppi, dico sul serio.
Li guardo e vedo più di vent’anni di palchi, di viaggi, di corde spezzate, di macchine e furgoni caricati a bestemmie e risate, di cattivissime abitudini, di ricordi indelebili, e di emozioni incredibili.

Ho sempre detto che uno strumento che non viene suonato muore, e che le chitarre appese ai muri come fossero dei trofei di caccia sono uno dei peggiori insulti alla musica stessa.
Ciò non di meno, le mie sono lì, ferme da una vita.
Mute.

I miei giorni da musicista militante sono ormai alle spalle, e ti giuro che va bene così.
Non avrei più la voglia e la forza di imbastire nuovi progetti, di scarrozzare quintali di attrezzatura per suonare davanti a tre troie e due cavalli, o di incastrare i drammi di una band tra il lavoro e la vita di tutti i giorni.
La musica è stata, è, e sarà sempre tutto per me, sia chiaro…
ma ha semplicemente cambiato forma, mettendosi degli abiti diversi, più semplici.

Oggi per me la musica ha l’aspetto di ogni mio stato d’animo.
Come ascoltatore ha i colori e le sfumature della quasi totalità dello spettro visibile.
Come musicista ha il profumo della provincia di Piacenza, delle pareti imperfette di una sala prove decisamente DIY, e, soprattutto, ha il ritmo di Mester.
Suoniamo insieme da diciannove anni e la verità, nella sua forma più trasparente e un po’ romantica se vuoi, è che continuo a farlo perché sono profondamente innamorato dell’alchimia che ci unisce.
Ritrovarsi in quella stanza è una cosa che mi fa stare bene come poche altre al mondo.
Suoniamo per noi, per il gusto antico e nobile di farlo.

Per questo “microcosmo” così perfetto, non serve un arsenale.

Basta l’essenziale.

Quindi ho preso una decisione.
Faccio spazio.
Lascio andare il passato per godermi il presente.
Vendere un po’ di corde e tasti significa dare loro una seconda vita nelle mani di qualcun altro che, forse, ci scriverà nuove storie.
Un atto di rispetto verso gli strumenti stessi.

Ridisegno il mio parco intorno a tre soli punti fermi.

Il primo è la mia Fender Stratocaster American Standard del duemiladodici.
Ha visto troppe cose insieme a me per essere anche solo sfiorata dall’idea di una vendita.
È la mia casa, il luogo in cui le mie mani sanno esattamente dove andare senza aver bisogno di pensare.
Una rinfrescata di liuteria e un nuovo cuore pulsante —un loaded pickguard HSS di Radioshop— la renderanno de-fi-ni-ti-va!

Il secondo sarà un Precision Bass nato dal Fender Mod Shop.
Elegante, semplice, e cucito su misura.
«Perché in studio un Precision è tutto ciò che serve!»

E infine, la mia primissima chitarra elettrica, con me dal lontano duemilatrè.
Una —pessima— copia riuscita malissimo di una strat che non ha nessun valore per il mercato, ma che rappresenta e racchiude l’inizio di tutto.
Le regalerò una seconda giovinezza trasformandola in una tela d’arte.
Sto pensando tipo a scene aerografate e prese in prestito da Orange RoadRanma 1/2, One PieceFullmetal Alchemist e Attack on Titan.
Sarà il mio muletto, un backup serve sempre, ma soprattutto il manifesto visivo di quanto cazzo non ho nessuna intenzione di smettere di essere così tanto nerd.
Un ponte perfetto tra quello che ero e quello che sono oggi.

E niente, stasera sono rimasto qui a progettare mentalmente il tutto.
Hai già capito, non è vero?
L’ho fatto ascoltando una playlist degna del peggior brunello, facendomi un bel viaggio e seguendo un senso logico che non riuscirei a spiegarti nemmeno se volessi farlo davvero —e, per la cronaca, non voglio!—
Sono partito da Calvairate con Dasein Sollen, sono passato per Genova ed ho omaggiato quasi tutta la Wild Bandana con l’ascolto dei loro primi lavori, per poi volare fino a Montréal perché Harder Than It Looks può farti tornare tempo zero un po’ di frangia ed acne, ed infine atterrare a Manchester con (What’s the Story) Morning Glory?

«Gli Oasis? Fai sul serio?»
«Cazzo ne so, starò ancora respirando le vibes del campionato del mondo…»

Ma fatemi capire, quante altre canzoni avete intenzione di portarvi via?
Così, per sapere…

La puta madre que los parió!

Solo oggi ho dato un senso a una canzone consegnata all’umanità esattamente trent’anni, otto mesi e ventuno giorni fa.

È sempre stata lì.
Nemmeno ti saprei dire da quanto.
L’ho sempre cantata a squarciagola fin da quando ero bambino, ogni volta che ci inciampavo dentro.
Un inno generazionale, uno dei brani più conosciuti nella storia della musica, eppure solo oggi mi sembra di averla ascoltata davvero per la prima volta.

È una sensazione strana.
Un pezzo che credevi di conoscere a memoria, giusto?
Solo per poi accorgerti che stava aspettando il momento giusto della tua vita per rivelarti il suo vero significato.
Come se il testo avesse pazientemente atteso nell’ombra, facendoti dimenticare —per quanto si possano dimenticare— tutte le sue parole in un angolo della tua mente, mutando forma per adattarsi esattamente alla tua storia attuale.
Rob da màt!

Sto parlando di Wonderwall degli Oasis.
Il pezzo con il quale Noel ci aveva presi tutti quanti per il culo, raccontando alla stampa che il brano era stato scritto per la sua sciacquetta dell’epoca.
Solo dopo un divorzio si è finalmente aperto.
Guess what?
Il guaglione ci ha mentito solo perché non sapeva come giustificare una canzone così intima senza sembrare eccessivamente over-sensitive come la versione uno punto zero del proprietario di queste pagine.

Non è mai stata una canzone romantica, manco per il cazzo, era più un concetto universale.
Lui stesso l’ha definita come un pezzo dedicato a un amico immaginario.

Quella sensazione di vulnerabilità e isolamento che provi quando stai per crollare.

Quel desiderio profondo di essere salvati da qualcuno in grado di proteggerti dal mondo esterno.

I don’t believe that anybody feels the way I do about you now

And all the roads we have to walk are winding
And all the lights that lead us there are blinding
There are many things that I would like to say to you
But I don’t know how

Because maybe
You’re gonna be the one that saves me
And after all
You’re my wonderwall

Suona piuttosto familiare, vero?
Per me fin troppo…
Già la prima frase ha proprio lo stesso sapore del mio «nemmeno sua madre ne è così tanto innamorata!» e non sai quanto ci ho riso sopra quando durante un discorso mi è uscita questa frase senza che davvero la volessi dire ad alta voce.
Ma tant’è.

Non ho nessuna intenzione di commettere lo stesso errore —se così lo si può chiamare— di Noel.
Non sto pensando ad una ipotetica sciacquetta dalla quale dovrei poi divorziare dopo qualche anno passato insieme.
E tantomeno voglio dedicare queste parole ad un mio amico immaginario.
Di immaginario c’è molto poco, e poi non sono sicuro che userei il termine amico —proibito dall’Ottobre del 2019— per una situazione come questa, a prescindere da cosa ho oggi e da cosa ho chiesto a quella ultima Marlboro capovolta nel pacchetto un po’ di tempo fa.

Qui non c’è nessuna finzione romantica da proteggere.
Anzi.

C’è solo un sentimento, al quale non ho mai dato un nome, per due “coglioni di proporzioni cosmiche” (cit.)
Due persone completamente diverse —ma anche no—che sono riuscite a prendersi il cuore del tuo lattaio preferito senza dover fare il minimo sforzo.

È affetto puro, quasi devozionale, per l’anima di qualcuno.

Il mio wonderwall.

A prescindere dall’essere ricambiato.

La loro sola esistenza nel mondo è capace di salvarmi dai miei stessi pensieri almeno per un po’.
Mi tiene agganciato a ciò che resta della parte migliore di me, anche se non lo sanno, e va bene così.

Wonderwall degli Oasis.

Pure questa.

Che schifo.

‘mocc.

Your Favorite Milk Delivery Boy.