episodio VI: se viene a piovere… vienimi a prendere.

La mia testa esplode, come un’onda che si muove
E non ho più la ragione, cambierò navigazione
Alle volte penso che tu con me non hai niente a che fare
Forse solo perché siamo gente di mare
Denti d’oro da pirata, ma ho l’aria raffinata
È una caccia al tesoro se trovo chi mi ama
Io non vedo terra, so che arriverò
Ho il cuore nel forziere, ma c’è su una ragnatela
Il vento issa le vele sotto questa luna piena
Nel tuo portavalori c’è qualcosa che non c’era
Ti ho lasciato un regalo, sorpresa.


Il Ponte del Vecchio Corvo.

Il viaggio verso il nord procede molto lentamente, cullato dalla presenza invadente di questa pineta antica che sembra quasi volersi inghiottire tutto il sentiero un boccone alla volta.
L’aria è davvero molto diversa rispetto a quella che si respira all’interno delle mura di Welderos, profuma di resina bagnata, di terra fredda, e di quella sottile umidità montana che ti si infila sotto la guallera come fosse una Calvin Klein che doveva restare ancora un po’ ad asciugare prima di venire indossata.
Sul retro del carro, ammassati tra sacchi e casse in vario assortimento, Violet, Joran, e Toradol stanno ancora pagando il dazio delle troppe serate storte vissute recentemente, ridotti a tre corpi inerti che sussultano a ogni buca del selciato sconnesso —cresimando il giusto di tanto in tanto.—

Davanti, sulla cassetta di legno grezzo, io e Durias stiamo cercando di ammazzare un po’ il tempo. Stringiamo le spalle contro il vento freddo che scende dai picchi e canticchiamo sottovoce una nostra ballata scritta a quattro mani durante una delle nostre serate più moleste.
Il nano mantiene salda la sua presa sulle redini con le sue dita tozze e spesse, io mi appoggio allo schienale con la mia solita flemma estetica, lasciando che le note si disperdano tra le fronde.
C’è un attimo, giusto un istante, in cui i nostri sguardi si incrociano… un sorriso complice, un cenno silenzioso, una di quelle sfumature di pura bromance che non hanno bisogno di parole per esistere —e che nemmeno dovrebbero mai esistere, se dipendesse dal mio gufo… ma tant’è!—
Poi, le parole ci muoiono improvvisamente sulle labbra.
Smettiamo di cantare.
Ci siamo.

La terra battuta si interrompe bruscamente davanti a una spaccatura della montagna, un taglio netto nella pietra viva che scende a picco nel vuoto.
A unire le due estremità di roccia se ne sta un antico ponte, una struttura massiccia che trasuda un’aria che già becca molto, molto male… tipo malissimo.
È fatto di pietra scura e travi di legno annerite dal tempo e dalle intemperie, tormentate da un gelo ostile che sembra venire dritto dalle viscere della terra.
A guardia del passaggio, immobili come spettri, svettano due statue monumentali di corvi dalle ali ripiegate.
Il tempo e l’incuria hanno spezzato i loro becchi, disegnando profonde crepe lungo la pietra grigia, come fossero ferite aperte e pronte a sanguinare nuovamente da un momento all’altro.

«Questo posto mi sembra di conoscerlo…» sussurra Joran, sbadigliando come uno studente alla prima ora —dopo averne girata una— e sporgendo il naso dal retro del carro. «È il Ponte del Vecchio Corvo! Dicono che porti un’estrema sfortuna attraversarlo dopo il tramonto.»

Mancano ancora diverse ore al crepuscolo, quindi fotte!
E poi, in tutta sincerità, la sfiga mi sembra il problema minore qui.

Al centro esatto del ponte, inginocchiata sulla nuda roccia bagnata, se ne sta una figura.
Un vecchio avvolto in stracci grigi e logori, talmente immobile che per un attimo potresti scambiarlo per un terzo corvo di pietra.
Poi, con una monotonia ipnotica, quasi alienante, solleva un bastone di legno nodoso e inizia a batterlo sul selciato. 

—Toc. Toc. Toc.—

Il suono si propaga nella gola rocciosa, regolare come il battito di un cuore malato.
Tutto intorno a lui, sulla pavimentazione scura, notiamo delle strane linee rossastre, tracciate intenzionalmente a formare una qualche geometria arcana.
Non promette bene.

Durias tira le redini, bloccando i cavalli con un «Whoa, ragazze, whoa!» poi stringe gli occhi per mettere bene a fuoco la scena.
Io rimango immobile sulla cassetta, cercando il pensiero di Manigoldo senza spostare il mio sguardo di un solo millimetro.

«Ma che cazzo sta facendo quel vecchio??» 

«Fanno così da queste parti!» mi risponde all’istante la voce del gufo all’interno della capoccia. «Saltuariamente… si mettono giù con i loro attrezzi per cacare e li sbattono ritmicamente per terra. Sono convinti che questa pratica favorisca una evacuazione molto più soddisfacente, tipo una vera experience. Dovresti provare.»

«Saltuariamente?» gli faccio eco quasi subito, trattenendo a fatica un sorriso.

«Io ti ho appena raccontato di una usanza peculiare dei paesanotti del posto e tu ti soffermi solo su saltuariamente. Sei una cosa brutta!» Manigoldo ruota la testa, fissandomi con un fare offeso.

«Eh, sai come sono fatto. Però ti giuro che è una cosa bella… ho un taccuino dove ci tengo annotati tutti i tuoi termini tecnici e tutte le tue frasi ad effetto.»

«Ti prego, dimmi che è vero!» dice Manigoldo, e stavolta la sua voce telepatica suona parecchio divertita, quasi lusingata dalla mia presunta ossessione per le sue parole.

«No dai, non ce ne è bisogno» lo liquido, tornando serio mentre il bastone del vecchio continua a picchiare sulla pietra. «Ad ogni modo, che si fa? Aspettiamo che abbia finito di cacare o interrompiamo questo rituale insolito?»

«Fischiamolo giù dal ponte e tanti cari saluti.»

«Hahahahaha, coglione!»

Durias non aspetta la fine dei miei deliri mentali.
Si sporge dalla cassetta, porta una mano alla bocca, poi urla con quanto fiato ha in gola: «Vecchio! Ci sono problemi? Dobbiamo passare!».

Nessuna risposta.
Il vecchio non si muove, è del tutto assorbito dal suo macabro rituale, mentre le geometrie rosse ai suoi piedi sembrano quasi cominciare a brillare.
Decido che può anche bastare.
Balzo giù dalla cassetta e inizio ad avanzare sul ponte, mantenendo il mio alto standard di eleganza senza fine —manco fossi Thranduil in sella al suo cervo gigante— e con l’arco lungo già bello caldo caldo.

Mi avvicino, passo dopo passo, finché non sono a un niente da lui.

Gli poso una mano sulla spalla.

Il vecchio interrompe il battito di colpo.

Il silenzio che segue è così assordante che puoi sentire il rumore delle gocce di nebbia che si infrangono sulla pietra.

Si alza di scatto, con una fluidità innaturale che non appartiene mai al corpo di un uomo della sua età, e si volta verso di me.
Il suo volto è una maschera vitrea, svuotata di ogni briciolo di umanità, dominata da due occhi completamente bianchi.
Niente iride, niente pupille.
Solo un vuoto lattiginoso che riflette il grigio del cielo.

«Gurrok ti ringrazia per il Sacrificio»

La voce non viene dalla sua gola.
Sembra un sussurro strisciante che scivola fuori direttamente dalle crepe del ponte.

Nello stesso istante, un terribile grido di battaglia squarcia il silenzio del bosco.
Gli alberi oltre il ponte sembrano muoversi, vomitandoci addosso una massa di pelleverde inferociti che scattano verso di noi con le armi spianate.

C’è da buttare mazzate!

Il massacro del ponte.

La nostra reazione è immediata, una frazione di secondo in cui il caos si trasforma in una macchina da guerra perfetta, coordinata e spietata.
Zero panico, zero esitazioni.
I dadi sul tavolo finalmente girano con la stessa grazia ritmica di un album dei Knuckle Puck sparato in cuffia a tutto volume.

Sollevo l’arco lungo, assecondando il respiro.
Incocco, prendo per bene la mira, e scaglio due frecce in rapida successione.
Il bersaglio è l’orco rimasto più indietro nelle retrovie.
Quel pelleverde non stringe armi in mano, un dettaglio decisamente sospetto che puzza di incantatore lontano mille miglia —e i caster, in qualsiasi scontro che si rispetti, devono sempre andare giù per primi.—
Le frecce solcano l’aria e si conficcano in pieno nel suo petto, facendolo barcollare con un grugnito strozzato.

«Blastalo, Ryoga! Blastalo male!» gracchia Manigoldo nella mia testa, visibilmente eccitato all’idea di una nuova carneficina.

Dalle retrovie del carro fa la sua comparsa Joran.
Attingendo direttamente al suo legame selvaggio con la natura incontaminata, casta una devastante Crescita di Spine.
L’incantesimo esplode sul terreno oltre il ponte, trasformando la pietra nuda in un groviglio infernale di rovi neri, fitti e taglienti come lame.
Un istante dopo, con un potente ruggito che fa tremare ogni cosa, il suo aspetto cambia.
La forma di un Lupo Crudele immenso balza in avanti, andando a occupare l’intera larghezza della carreggiata per sbarrare la strada.

Violet scatta sulla cassetta di legno proprio vicino a Durias.
Impugna il suo nuovo giavellotto e lo scaglia con tutta la forza che ha in corpo.
Sul tavolo rotola un colpo critico clamoroso.
L’arma centra in pieno il collo di uno degli orchi più vicini.
Il pelleverde incassa l’impatto con una resilienza assurda, restando incredibilmente in piedi, ma un secondo dopo commette l’errore fatale di fare dei passi in avanti tra i rovi magici di Joran.
Le spine lo agganciano, lo dilaniano a ogni minimo movimento, riducendolo a un ammasso di carne macellata che sanguina a morte sul selciato.

Arriva il momento di Durias.
Inizia a tempestare i nemici di insulti in nanico antico, mescolando alle sue colorite invettive alcune frequenze di pura magia arcana.
Due orchi vengono colti in pieno dalla Risata Incontenibile di Tasha.
Cadono a terra tra i rovi, incuranti delle spine, piegati in due da spasmi incontrollabili, mentre le loro risate rauche rimbombano nella gola della montagna

L’ultimo orco rimasto indenne, terrorizzato dalla fine del compagno sminuzzato dalle piante e dalla follia dei due che ridono istericamente nella lotamma, decide di piantare i piedi a terra.
Tenta un lancio velleitario, un po’ da maricone, con un giavellotto rugginoso che lo sa solo Sehanine da quale anfratto della sua armatura se l’è tirato fuori.
Il tiro è debole, privo di convinzione, e finisce dritto a fare compagnia ai due corvi di pietra.

Io continuo a frecciare come se non ci fosse un domani, bersagliando senza sosta il misterioso orco nelle retrovie con l’arco lungo, piantandogli un’altra freccia dritto nella spalla.
Violet segue il mio esempio.
Con un richiamo mentale e un gesto secco del polso, evoca il giavellotto che vola indietro direttamente nella sua mano.
Prende di nuovo la mira e lo scaglia.
La traiettoria è millimetrica, chirurgica.
L’arma si conficca dritta nella testa del boss dei pelleverde.
L’orco crolla a terra come un sacco di patate, morto prima ancora di toccare il suolo, e il giavellotto vola magicamente indietro per la seconda volta, pronto all’uso nel pugno della nostra guerriera —che ora ci sta prendendo gusto a fare anche un po’ la maga.—

Durias poi tira fuori il suo tamburo da guerra e casta Sussurri Dissennati.
Le vibrazioni mistiche colpiscono la mente dell’unico orco superstite ancora cosciente, costringendolo a voltarsi e a fuggire a gambe levate verso il fitto del bosco, mentre il sangue gli cola vistosamente dalle orecchie per via della pressione psichica intollerabile.

Lo scontro si conclude così, nel giro di pochissimi istanti.
Una vittoria schiacciante, pulita, quasi illegale.
—Dietro il suo imponente schermo, il Dungeon Master ha l’aria parecchio perplessa.—

Pìcula ad caval.

Terminato il massacro sul ponte, il vecchio straccione si accascia pesantemente al suolo.
Durias si precipita su di lui e tenta di stabilizzarlo al volo con una parola di cura, ma l’energia arcana scivola via sulla pelle fredda senza alcun effetto.
L’uomo è già morto, svuotato della sua stessa forza vitale come un guscio vuoto consumato dall’interno.
Non appena esala l’ultimo respiro, i misteriosi simboli rossi tracciati sulla pavimentazione svaniscono nel nulla, riassorbiti dalla pietra scura del ponte manco fossero evaporati.

Oltrepassiamo la struttura per ispezionare i corpi dei pelleverde rimasti a terra.
Arriviamo fino al caster nelle retrovie, che giace immobile sull’erba bagnata —trasformato in un portaspilli da una selva di frecce piantate un po’ ovunque.—
Sul suo petto spicca un pendaglio d’argento che cattura subito la mia attenzione.
Raffigura lo stesso identico Occhio Stilizzato che continuiamo ad incontrare dall’inizio della nostra avventura.

Dalle sue tasche lerce recuperiamo una borsa di cuoio contenente venticinque monete d’oro, due pugnali di scarsa fattura e, cosa ben più importante, una lettera sigillata con della ceralacca nera.
Lascio a Manigoldo il compito di rompere quel sigillo con una beccata delle sue, dopodiché leggo ad alta voce il contenuto del messaggio per tutta la crew.

“Gurrok riceverà il pagamento alla luna nuova. Continua a sacrificare i mercanti, l’ombra ha fame.”

Ci guardiamo negli occhi, rimontiamo sul carro in silenzio, e ripartiamo verso nord.

Dopo circa mezz’ora di viaggio, la foresta ci sbatte in faccia la cruda e sanguinosa realtà di quella lettera.
Sul ciglio della strada giace un carro completamente sventrato, circondato dai corpi esanimi dei cavalli da tiro e dai cadaveri straziati dei mercanti.
Joran esplora i dintorni con le antenne alzate.
Trova un rampino da abbordaggio tra i cespugli e diverse frecce orchesche piantate nei tronchi, segno evidente che i poveri cristi hanno provato a difendersi fino all’ultimo respiro.
Ispezionando i resti di una cassa di legno spaccata all’interno del carro scassato, individuo un simbolo familiare marchiato a fuoco sul legno.
Lo scudo blu su sfondo verde della Casata Hallowell.
Lo stacco e lo infilo nello zaino come prova.
Gli orchi di Gurrok stanno intercettando e depredando i carri dei loro stessi alleati.

A quel punto, decidiamo che il carro non può più proseguire sulla via principale.
Occultiamo il mezzo tra le fronde, per poi bloccarci nel classico loop decisionale da gioco di ruolo.

E i cavalli?

Toradol, ovviamente, propone di macellarli seduta stante per poterci gustare una bella pìcula ad caval selvaggia con tanto di peperonazzi.
Durias, in preda a un delirio tattico, suggerisce invece di usarli come esca kamikaze da lanciare al galoppo contro l’ingresso della grotta per stanare le sentinelle.
Alla fine, tra lo sfinimento generale e i mormorii del Master che picchietta le dita sul tavolo, provo a lanciare la soluzione definitiva.
«Ragazzi, prendiamo su i due equini e muoviamoli in modalità stealth insieme a noi all’interno della boscaglia.»

—Lo dico pur sapendo benissimo che, nella storia di Dungeons & Dragons, una stronzata del genere non ha mai funzionato e mai funzionerà. Immaginati la scena. Due mostri da tiro da sei quintali l’uno che provano a fare un tiro di furtività, camminando in punta di zoccoli tra i rami secchi e le foglie morte senza far rumore. No Fucking Way!—

Tocca a Joran risolvere la situa.
Sbuffando, il druido si avvicina ai due ronzini e spende un tiro di Addestrare Animali per sussurrare qualcosa nelle loro orecchie, convincendoli miracolosamente a restare immobili e muti come pesci dentro un fitto cespuglio di qualche pianta dimenticata dagli dei.

Possiamo finalmente muoverci a piedi verso il covo di Gurrok.

Match Point tra le fronde.

Riprendiamo la marcia all’interno della boscaglia tenendo gli occhi ben aperti.
Dopo qualche minuto di cammino, notiamo una sottile colonna di fumo grigio che si leva pigramente tra le fronde della foresta, sulla nostra sinistra.
Mando subito Manigoldo a fare un giro per una ricognizione aerea.
Il gufo torna dopo quaranta di minuti abbondanti e con un report perfetto dei paraggi.
Ci dice che poco più avanti c’è l’imboccatura principale di una grotta e che ci sono diversi orchi che pattugliano la zona con le armi in pugno.

Ci addentriamo ancora di più nel fitto della vegetazione per prenderli di sorpresa.
Ci sono tracce fresche di stivali praticamente ovunque, insieme alle impronte pesanti di un lupo di dimensioni decisamente insolite per posti come questi.

L’imboscata scatta all’improvviso, annunciata dal suono di una freccia che manca il naso di Violet per un soffio.

Dalla penombra dei rami balza fuori la belva enorme che avevamo tracciato.
È un lupo gigante che punta dritto al nostro fianco scoperto con le fauci spalancate.
Violet tenta un affondo fulmineo con la spada, ma il colpo rimbalza sulla pelliccia spessa e coriacea del cagnaccio.
Nello stesso momento, un orco berserker sbuca dal nulla urlando come un pazzo, fiondandosi dritto contro la nostra guerriera per caricarla a testa bassa con un’ascia bipenne.

Mentre i miei compagni danno il via alle danze, rimango un passo indietro a studiare il campo.
Sento il sibilo di un paio di frecce che tagliano l’aria, ma niente… proprio non riesco a capire la traiettoria precisa.
Esito un attimo di troppo, stringendo lo sguardo tra le fronde per capire da dove cazzo stiano sparando.

«Ryoghino testa che gira, tra un Don Papa ed una ciabattina…» fa in tempo a gracchiare quel coglione di Manigoldo, prendendomi palesemente per il culo per la mia scarsa reattività.

Un millesimo di secondo dopo, una freccia nemica lacera la penombra e gli passa a un niente dal becco, spettinandogli le piume prima di andarsi a piantare nel tronco proprio dietro di noi.

Seguo con gli occhi la linea d’aria della freccia e finalmente li vedo.
Due stronzi nascosti tra i rami più alti della pineta.
Due cecchini pronti a infilarci come spiedi se non faccio qualcosa —e anche alla svelta.—

«Ti sembra il caso??» gli ringhio mentalmente, sfruttando la scossa di adrenalina per incoccare di reazione.

«Che brutto carattere! Vediamo di incularci questi due arcieri, prima che si metta male!» risponde il piumato, recuperando all’istante la concentrazione dei giorni migliori.

Non ho nessuna intenzione di fare il bersaglio mentre quelli hanno il vantaggio dell’altezza.
Recupero un po’ di magia e casto una fitta nube di nebbia.
Scompariamo all’istante all’interno di una bolla bianca e densa, azzerando completamente le loro linee di tiro e costringendoli a sprecare munizioni alla cieca.

Grazie alla mia nebbia, io ci vedo benissimo, mentre per loro là dentro è il buio totale.
—Sia messo agli atti che, da manuale di Quinta Edizione, l’incantesimo avrebbe dovuto accecare pure me, ma ringraziamo sentitamente il Master Dan che non se n’è accorto, regalandomi la giocata della vita.—
Inizio a tirare frecce direttamente dall’interno della mia protezione, sfruttando la visuale pulita per bersagliare i cecchini.
La prima vola dritta verso l’alto e centra in pieno l’arciere rimasto sul ramo, facendolo cadere rovinosamente al suolo.

Nel frattempo, fuori dal raggio della nuvola, Joran risponde alla ferocia della belva nemica prendendo le sue stesse sembianze.
Si lancia nella mischia in uno scontro fratricida, azzannando alla gola il lupo degli avversari e abbattendolo dopo un brutale corpo a corpo nel fango.

Il berserker tenta un ultimo e disperato assalto, scaricando una serie di fendenti rabbiosi contro Violet.
La nostra guerriera incassa un paio di colpi d’ascia sulla schiena senza subire un solo graffio, ringraziando mastro Kormac per l’efficienza della sua nuova corazza pesante.
Poi lo trafigge dritto al petto con la spada, ponendo fine alla sua furia.

L’ultimo arciere rimasto a terra, vistosi improvvisamente solo, getta l’arco e prova a scappare via verso il fitto della pineta.
Deve morire anche lui, non ci sono cazzi.
Una mia freccia lo rallenta colpendolo alla gamba, mentre il giavellotto magico di Violet lo trafigge dritto alla nuca con un rumore sordo.

—Ave atque vale, oppure ‘moccachitemmuort se preferite!—

Sui cadaveri lerci dei pelleverde, oltre al solito simbolo che ha già quasi rotto le palle, recuperiamo pure una preziosa ampolla di vetro contenente una pozione di cura.

Joran la afferra, la guarda con un filo di diffidenza, poi si gira verso di me.
«Ryoga, sei sicuro che sia roba buona? Non è che questi selvaggi ci hanno sputato dentro qualche veleno?»

Prendo l’ampolla tra le dita per esaminarla sotto la luce fioca che filtra tra i rami.
Pulisco il vetro dal fango e noto delle scritte minuscole, incise appena appena sotto l’imboccatura di questo succhino davvero speciale.
Un fottuto concorso a premi magico.
C’è scritto letteralmente: “Prova a incontrare Alcaraz”.

Sgancio il tappo di sughero per ispezionare il contenuto.
Un forte e dolcissimo profumo di fragola chimica mi investe all’istante le narici.
Protein Blast.
Sorrido, passo la bottiglia al druido, e gli faccio l’occhiolino.
«Vai tra, Joran… questa è buona in culo!»

Il druido la manda giù tutta d’un fiato, unendoci un paio di incantesimi divini per rimarginare le ferite profonde subite durante lo scontro.

Mi so difendere, non ho niente da perdere…

Riprendiamo la salita lungo il sentiero bagnato seguendo il pennacchio di fumo.
Man mano che saliamo di quota la vegetazione si fa sempre più rada e debole.
Lascia spazio a una pietraia desolata, grigia, dove l’aria diventa decisamente più pungente.
Mando Manigoldo a fare un’ultima perlustrazione ravvicinata sperando che non mi mandi in culo.
Il piumato scova un ingresso secondario della grotta, parzialmente occultato da massi franati, e sorvegliato da una singola sentinella orca che sonnecchia sul posto.

«Non se ne accorgerà neanche, promesso!»

Un passo avanti.
Arco teso.
Respiro trattenuto.

Come un lampo che scheggia il vento freddo, la mia freccia centra l’orco dritto alla gola, trapassandola da parte a parte.
Il pelleverde si accascia senza riuscire a emettere un solo gemito di allarme.

«Godo, godo tantissimo!» sghignazza Manigoldo, con gli occhi che brillano di una soddisfazione quasi feroce davanti a questa scena.

Ora siamo qui, fermi davanti a una spaccatura nella roccia che sprofonda nel buio.
L’oscurità là dentro è totale.
Violet sta già armeggiando con l’acciarino per accendere una torcia, conscia che i suoi limiti umani non le permettono di vedere al di là del suo naso.

Daje!

Prima di entrare, mi fermo un secondo e sollevo lo sguardo verso il cielo.
Le nuvole sopra i picchi rocciosi sono nere, enormi, cariche di un temporale imminente che minaccia di spazzare via l’intera foresta.
Sulla mia spalla, Manigoldo si stringe contro il mio collo per cercare riparo dalle raffiche gelide.
Rimane immobile, fissando lo stesso punto vuoto nel cielo grigio.

«Se viene a piovere?» mi sussurra il gufo nella mente.

«Vienimi a prendere» gli rispondo con un sorriso, sfiorandogli appena le piume della testa con la punta delle dita.

Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.