È una vita che non prendo il treno.
Avevo quasi dimenticato il rumore ritmico dei binari, quel suono ottuso e costante che ti si infila in testa nemmeno fosse uno dei più ostinati tra tutti i pensieri che ci nuotano dentro.
Fuori dal finestrino c’è un caldo infernale, quello di un’estate feroce che non ha nessuna intenzione di uscire di scena.
Qui dentro, invece, fa quasi freddo —deve essersi piallata l’aria condizionata— con quel forte odore metallico che puoi sentire solo mentre sei su un vagone come questo, e che mai sono riuscito a identificare per davvero.
Siamo seduti vicini, a dividerci ci sono solo le linee strette del bracciolo e le tante —troppe— differenze che ci separano.
Eppure è qui.
Non mi ha lasciato indietro, nonostante avrebbe potuto e forse dovuto farlo in più occasioni.
Resta qui, nello stesso spazio, ad ascoltare i miei silenzi mentre le nostre spalle si sfiorano appena per via delle scosse di questo catorcio scassato male sulle rotaie.
Allungo la mano nello zaino e tiro fuori un vecchio Walkman di metallo, pesante, completamente graffiato dal tempo e dai ricordi.
Sento uno sguardo stupito su di me.
Faccio finta di niente e mi metto a sciogliere il filo delle cuffie bestemmiando solo lo stretto necessario, poi passo uno dei due auricolari —con questi improbabili cuscinetti arancioni— senza aggiungere una sola parola.
Lo indossa, accenna un sorriso, e si ferma un secondo a studiarmi.
«Certo che sei proprio un cazzo di hipster. Non bastavano le Air Force One alte e bianche con i dettagli rossi, abbinate alle calze di spugna colorate e volutamente spaiate, vero? Non era già abbastanza Ritorno al Futuro così… avevi bisogno anche delle cassette».
Incasso il colpo e me ne sto zitto, del tutto consapevole di non avere a disposizione una risposta all’altezza della situazione.
Glisso alla grande, abbasso gli occhi, accenno una risata, e premo Play.
Il tasto scatta con un colpo secco.
«Non eri più comodo con una playlist di Spotify?» mi chiede, con una voce che sa quasi di presa per il culo senza il quasi.
«Ovviamente sì…» rispondo, voltandomi appena. «Ma oggi non è questo il punto. Volevo qualcosa di diverso, qualcosa che mettesse davanti il rito piuttosto che la perfezione».
E poi ancora…
«Le cassette sono belle per sempre proprio perché nascono imperfette. Ti costringono ad aspettare, a dare il giusto tempo alle cose, mentre il loro fruscio di fondo ti avvolge come se volesse abbracciarti. Fare un mixtape poi… l’ho sempre visto tipo scrivere una lettera alla vecchia maniera, con carta e penna. Devi metterci impegno, devi scegliere ogni traccia pensando a chi la ascolterà, usandola per dire quelle parole che troppo spesso ti si bloccano in gola.
Mi accorgo subito che sto parlando con un fare troppo “Over-Sensitive Lollo ver. 1.0” e ho proprio voglia zero di essere ancora così… così.
Quindi cambio subito rotta, virando verso cose più fredde, quasi completamente a cazzo.
«C’è stato anche un tempo in cui hanno provato a farle diventare un vero supporto hi-fi, c’erano delle piastre incredibili, ma siamo comunque lontani anni luce da quello che la gente comune aveva effettivamente in casa. Lontanissimi dalla radio gialla dall’estetica presa in prestito a Bumblebee che donna Giuliana usava per tenermi buono da bambino. Comunque ti giuro, sono ancora troppo affascinato dal movimento del nastro e davvero non saprei dirti il perché».
Il Walkman è appoggiato lì in mezzo, sul bracciolo.
Con il dito seguo il giro ipnotico delle rotelle dietro la piccola finestra trasparente.
Senza accorgermene la punta del mio dito sfiora la mano che è appoggiata proprio lì, a un millimetro dalla mia.
Nelle orecchie il buon 22 ci sta dicendo che ♫ ho trovato un po’ più di me nel frattempo, non che il quadro adesso sia tutto al completo. È un po’ presto per tirare somme, almeno so che quadri appender, che tappeto ♫ e mi metto a seguirla a memoria con un lipsync perfetto e degno di una vecchia in prima fila al rosario delle diciotto, degno di chi si è completamente innamorato di una canzone che sembra essere stata scritta apposta per lui già dal primo ascolto.
Le note scorrono, noi restiamo in silenzio.
Cerco di coprire quel momento parlando ancora, anche se so che davvero non dovrei farlo, e me ne esco con una bella stronzata così tanto da nerd da meritare schiaffi.
«Bello come questo pezzo abbia quasi la stessa struttura armonica e le stesse vibrazioni di Tenerife Sea di Ed Sheeran, anche se alla fine è tutta un’altra cosa… Sì, sono un caso disperato, non te ne frega un cazzo, scusami! Fai finta di niente.»
Ma la mia mano non si è mossa.
Sento il calore della pelle sotto le mie dita.
Non so cosa sto facendo.
Comincio a tracciare delle lettere invisibili sul dorso di quella mano.
Scrivo delle parole, lentamente.
E se ne sta lì a fissare il vuoto, con la testa appoggiata al sedile, cercando di decifrare quel movimento.
Poi fa un’espressione bellissima.
Una delle cose più calde e luminose che abbia mai visto in vita mia.
Mi prende la mano.
La gira con delicatezza, lasciando il mio palmo scoperto verso l’alto.
E mi risponde nello stesso modo, scrivendo con il dito sulla mia pelle.
Chiudo gli occhi per non barare, per sentire solo il tratto.
Quando li riapro, i nostri sguardi si incrociano.
Rimaniamo così, non saprei dire per quanto tempo, a fissarci senza sapere bene cosa dire, come fossimo sospesi in aria.
CLACK.
Lo stop della cassetta scatta all’improvviso.
Torniamo sulla terra.
Usiamo entrambi quel rumore come scusa per staccare gli occhi e guardare in basso, verso il lettore che ha finito il nastro a sua disposizione.
Ci guardiamo di nuovo e scoppiamo a ridere, come se tutto fosse passato, come se la cosa ce la fossimo solo immaginata e non sia mai successa davvero.
«Troppo sbatti queste cassette, comunque» mi dice, scuotendo la testa con un sorriso leggero.
«Hai perfettamente ragione…» rispondo mentre cambio il lato. «Ma scordati di sentirmelo dire ad alta voce!»