È la forza invisibile che permette alle cose di trovarsi.
È la legge silenziosa che unisce i corpi dotati di massa, stabilendo che nessuno è fatto per fluttuare da solo nel vuoto.
Tipo che più sei vicino a qualcuno, e più ne senti forte l’attrazione.
Più sei lontano, e più ne senti forte la mancanza.
Provi a convincerti che non abbia tutta questa importanza, e che le leggi vengano scritte solo per essere infrante.
Ma finisci solo per farti del male.
È la promessa invisibile che ci tiene legati a terra, impedendo al mondo di scivolarci via da sotto i piedi. —Almeno finché Xilara non decide di sfidarla, ma questa è tutta un’altra storia… arriviamoci con calma.—
Un millimetro sopra al cielo.
Ci troviamo di nuovo al cospetto di Theron.
Iniziamo a raccontargli per filo e per segno tutti gli avvenimenti recenti, partendo dal molo numero nove e arrivando fino al carico intercettato.
Il Gran Giudice non si scompone affatto davanti alle nostre parole, anzi.
A dirla tutta, oggi mi sembra ancora meno incline del solito a lasciarsi sommergere da chiacchiere inutili.
Sorvola senza troppi complimenti sui particolari a parer suo poco rilevanti, agita una mano per zittirci, poi si alza in piedi con tutta l’aria di chi non vede l’ora di liberarsi di un grosso peso.
Ci spiega che le sue conoscenze non bastano per decifrare la natura di quelle sostanze, ma sa esattamente chi può farlo.
Ha deciso di presentarci a Xilara, un altro membro del Consiglio che sta lavorando nell’ombra a questo mistero.
«Una volta che avrà avuto in mano quelle sostanze» ci dice Theron con tono fermo, facendoci cenno di seguirlo, «avrà sicuramente delle risposte per noi.»
Ci scorta così verso la dimora di Xilara, ci fa entrare in un cerchio magico tracciato a terra, e appena prima che la realtà stessa venga messa in dubbio dal brillare di quelle rune, sento solo una frase alla quale faccio fatica a dare un significato…
«Trattenete il fiato, aiuta a rendere il viaggio un pochino meno traumatico.»
Se vi dicessi di trovarmi all’interno di una torre, vi mentirei.
Questo posto è più un frammento di sogno strappato al terreno e lasciato lì, sospeso a galleggiare nel blu profondo, sopra i tetti di Welderos.
Non ci sono fondamenta, non ci sono pilastri a sorreggerla.
Solo pietra antica, levigata dal tempo, che sfida la realtà restando immobile come fosse una foglia sospesa a mezz’aria.
Ci ritroviamo all’interno dell’Antiquarium.
Qui dentro il tempo stesso sembra aver perso ogni significato.
L’aria è molto densa, profuma di pergamena antichissima, di resina di pino, e di quella sensazione alla quale non so dare un nome ma che anticipa quasi sempre i temporali.
Intorno a noi si staglia una sequenza infinita di scaffali che si perdono nell’oscurità del soffitto, pieni imballati di tomi rilegati in pelle che sussurrano parole incomprensibili al passaggio del vento.
Ampolle di vetro finissimo custodiscono vapori colorati che si muovono pigramente come piccole galassie in gabbia.
Strumenti d’ottone e oggetti arcani di cui non oso immaginare la funzione vibrano di un potere costante, che ti mette i brividi.
Xilara scende a piedi nudi dall’alto di una scala a chiocciola.
Indossa una tunica nei toni del rosso e del giallo acceso e ha dei piccoli satelliti di luce che girano con una regolarità ipnotica attorno alla sua testa, proiettando riflessi colorati sul diadema intrecciato che le cinge la fronte.
«Cosa ti porta qui con questa urgenza, Gran Giudice?» chiede con una voce che sembra sia fatta di seta, una melodia che ti riempie la testa cancellando di colpo ogni rumore del mondo esterno.
Mi volto verso Manigoldo, pronto a sentire la solita battuta cinica o qualche insulto gratuito sui maghi.
Invece, niente.
Il gufo è immobile sulla mia spalla, con il becco socchiuso, e i suoi occhi dorati completamente rapiti dal riflesso di quelle pietre orbitanti.
Come se fosse totalmente ammaliato, come se avesse visto qualcosa di troppo grande anche per il suo ego smisurato —almeno per un attimo, mi pare addirittura un animale dignitoso.—
Mentre Theron aggiorna Xilara, io e Violet le consegniamo i reagenti necrotici di Xantros.
La maga ascolta ogni singola parola, memorizzandola, per poi dedicarsi a un’ispezione quasi maniacale delle casse.
Lì dentro il tempo si dilata, impossibile dire se passino minuti o ore.
L’incanto si rompe solo quando Xilara solleva lo sguardo, sfiorando il legno scuro con le dita affusolate. «Ci vorrà del tempo per decifrare i piani della Trama d’Ombra, ma ora questo materiale è al sicuro. Potete andare, ci sentiamo presto.»
Money for nothing…
Fuori dalla torre, la magia svanisce in fretta.
Il resto della compagnia decide che è ora di assecondare i desideri più dissoluti del nostro Durias e di andare a fare un po’ di sano casino per provare a dimenticare le fatiche più recenti.
Toradol, però, si stacca dal gruppo dicendo di voler andare al Tempio di Selune.
Un po’ di silenzio non mi dispiacerebbe affatto, anzi… penso davvero di sentirne il bisogno.
Quindi gli chiedo se posso accompagnarlo, e lui, forse un po’ stupito di questa cosa, mi risponde che gli farebbe molto piacere
Il tempio della Vergine Lunare si rivela un luogo di pura pace d’argento.
Grandi vetrate lasciano filtrare una luce pallida che va a infrangersi sul marmo bianco del pavimento, venato di blu notte, mentre file ordinate di ceri e candele profumate creano un’atmosfera soffusa, quasi liquida.
Toradol si avvicina all’altare per i suoi rituali, quindi mi siedo su una panca di legno scuro e lascio lo sguardo libero di vagare.
Non posso fare a meno di tracciare qualche parallelismo mentale tra Selune, la divinità degli umani, e la mia Sehanine Moonbow.
Entrambe sono signore della luna, entrambe sono custodi dei segreti della notte e dei sogni dei viandanti, ma dove la Selune di Toradol sembra una madre protettiva che veglia nell’oscurità, la nostra Sehanine ha quel velo di malinconia tipico degli elfi.
La sua è una bellezza più effimera, fatta di nebbia, di rugiada, e di stelle cadenti.
Due modi diversi di guardare lo stesso cielo.
Il mio breve momento di contemplazione e di altissimo misticismo viene brutalmente interrotto da un rumore metallico.
Clink.
Clink.
Il suono proviene dalla zona con le candele e i ceri votivi, proprio vicino alla cassetta delle offerte.
Mi alzo di scatto e mi avvicino senza fare il minimo rumore, con un brutto presentimento sotto la pelle.
Dietro il grande candelabro d’ottone becco Manigoldo mentre sta trafficando con il becco e con una zampa, infilandoli nella fessura per cercare di rubare le monete delle offerte lasciate dai fedeli.
«Cazzo stai facendo?» gli sibilo furioso nella mente, piombandogli addosso.
Il pennuto non si spaventa nemmeno, si gira di tre quarti e mi risponde con la sua solita, insopportabile aria di sufficienza.
«Depredo i facoltosi a beneficio dei bisognosi, ciabattaro di un elfo, ovvero noi. Perché a detta di chiunque ne capisca almeno un minimo di finanza, siamo poveri in culo! Guardati, non hai nemmeno un paio di stivali decenti, e te ne vai in giro che sembri proprio un coglione!»
Lo prendo direttamente per un’ala, bestemmiando sommessamente le prime tre o quattro divinità minori che mi vengono in mente.
Lui inizia a dare di matto e mi costringe a lottare lì in mezzo, beccandomi più volte sulle nocche con una cattiveria che non penso di meritarmi
«Non ho nessuna intenzione di passare dei guai per una stronzata del genere!» gli ringhio contro a denti stretti.
Tenendolo stretto manco fosse un pollo tra quelli del Cavaliere Nero, lo “accompagno” con decisione fuori dal tempio per evitare altri danni, dopodiché mi apposto sul sagrato di marmo e aspetto pochi minuti che anche Toradol saluti il clero e mi raggiunga.
Ci dirigiamo insieme verso il centro della città, ma veniamo subito attratti da un bordello indicibile che proviene da una locanda poco distante.
Urla sguaiate, cori, e boccali che sbattono sui tavoli.
«Ci scommetto le ciabatte che sono qui dentro…»
…and chicks for free!
Quando spingo la porta della locanda, lo spettacolo che ci si para davanti va ben oltre ogni mia peggiore aspettativa.
È uno scempio totale.
Al centro della sala, sopra uno dei tavoli principali tra boccali di birra e piatti di stufato ribaltati, c’è Violet.
La nostra guerriera, annaffiata come solo lo Zio Reginaldo, sta ballando insieme a Joran in una danza che definire disordinata è un complimento a tutta quella grazia.
Il bardo, che nel frattempo sta suonando una ballata intitolata “My liver is trying to survive” per spillare monete d’oro ai clienti entusiasti, interrompe un accordo appena mi vede varcare la soglia.
Mi guarda, mi tira una strizzatina d’occhio, e si mette a urlare sopra quel bordello con la grazia tipica di un orco innamorato.
«Mi sa che qualcuno stasera ha voglia di cazzo!!!»
Di tutta risposta Violet si casta l’incantesimo Luce direttamente addosso.
È una guerriera splendente, che illumina a giorno la locanda tra le risate della gente e i cori ignoranti guidati da Durias.
Toradol decide di tuffarsi immediatamente in quella bolgia, io invece mi limito a un mezzo sorriso divertito, scuotendo la testa davanti a quella gabbia di matti.
Sono i miei compagni dopotutto, ma questa sera non sono proprio in vena di salire sui tavoli a ballare illuminandomi l’uccello per fargli fare il faro nella notte. —Parlavo di Manigoldo, ovviamente.—
Cerco di muovermi come meglio posso per evitare la folla, prendo un tavolo isolato in un angolo un po’ in disparte, e ordino la cena da solo.
Manigoldo, esausto dopo il tentato furto e la rissa sul sagrato, si arrampica sul mio grembo.
Si accovaccia, nasconde il becco tra le piume e, nel giro di due minuti, si addormenta profondamente.
Senza pensarci, allungo una mano e inizio ad accarezzargli dolcemente le piume della schiena.
È bellissimo, sembra quasi indifeso mentre dorme.
So di tenere a lui più di quanto dovrei, più di quanto avrei il coraggio di raccontarlo a chiunque —escludendo Alice e Ginny con i loro tentativi di compromissione del mio algoritmo di Insta… Perdonate la rottura a caso della quarta parete, ma davvero sentivo il bisogno di fare un inchino a quelle due stronze…—
Così come sono con-sa-pe-vo-lis-si-mo che se si dovesse svegliare in questo momento e mi dovesse beccare a fargli le coccole, mi caverebbe gli occhi o mi insulterebbe fino alla quinta generazione per questo gesto così eccessivamente mieloso, poco ma sicuro.
Ma tant’è.
Dopo un po’ raccolgo tutte le mie cose per andare via.
Il movimento scuote Manigoldo, che si sveglia un po’ spaesato, sbattendo i suoi occhietti e guardandosi intorno come se non capisse davvero dove siamo.
Mi alzo, do uno sguardo ai miei compagni cercando di fargli capire —senza effettivamente parlare o urlare nel casino— che ci saremmo visti direttamente alla Lanterna.
Mi tiro su il cappuccio, apro il portone del locale, e mi immetto da solo tra le strade buie e umide di Welderos.
Free, free Palestine!
La mattina dopo porta con sé i postumi della sbornia per quattro quinti del gruppo e un sole che sembra picchiare direttamente sui miei nervi scoperti.
Decidiamo di dividerci i compiti per la giornata.
Violet e Durias partono da soli verso il Bastione di Ferro, intenzionati a battere cassa dal Capitano Kaelen e rimediare una qualche quest per rimpinguare le nostre finanze disastrate.
Io, Joran, e Toradol restiamo a presidiare la Lanterna.
Ci sono tre motivi che mi spingono a rimanere a casa, e nessuno di questi ha a che fare con la pigrizia.
Il primo è puramente logico.
Oggi arrivano gli sciacquini di Kormac per montare le serrature e le trappole, quindi è giusto che ci sia qualcuno ad accoglierli e prestare eventuale assistenza.
Il secondo è pratico.
C’è da iniziare a fare un po’ di sani lavori di manutenzione per sistemare meglio la dimora di Qui, Quo, Qua e, soprattutto, quella di Tony.
Il terzo motivo, beh, è una questione di pura sopravvivenza emotiva.
Non avrei mai e poi mai il cuore di lasciare Tony da solo con Toradol.
Non dopo la sua agghiacciante battuta sulla carne da barbecue.
La giornata alla Lanterna scorre via in maniera rapida e incredibilmente piacevole.
Gli sciacquini di Kormac lavorano sodo in sottofondo, riempiendo la locanda di rumori di martelli e sacramenti in bergamasco.
Io, tra un lavoretto di falegnameria e una sistemata alle gabbie, ho l’occasione di conoscere un po’ meglio i miei compagni di sventura.
Con Joran il feeling è immediato.
Ci lega molto lo stesso amore viscerale per la natura, per gli spazi aperti e per gli animali.
Anche se lui preferisce i grossi orsi bruni e io i gufi cleptomani, siamo sulla stessa lunghezza d’onda.
Toradol invece è tutta un’altra storia.
È un tipo di poche parole, estremamente schivo e decisamente atipico per essere un chierico devoto alla Vergine Lunare.
A guardarlo bene mentre armeggia con gli attrezzi, mi viene da fare una piccola riflessione staccando solo per un attimo gli occhi dalla pagina — ho come l’impressione che Angelo sia ancora troppo immerso nel suo precedente personaggio da ladro, ed ogni tanto si dimentichi che ormai indossa la tonaca ed è diventato un uomo di chiesa.—
Verso sera, la porta della Lanterna si spalanca.
Violet e Durias fanno il loro ingresso nell’atrio con l’aria di due che sono stati scamazzati da un gregge di manifestanti pro-pal.
Sono completamente a pezzi.
Li guardiamo quasi preoccupati, mentre l’odore della cena che ho preparato con le mie stesse manine da arciere inizia a riempire la sala principale.
Ci mettiamo a tavola, e tra un boccone e l’altro gli chiediamo di raccontarci com’è andata.
«Dove di bello?»
Ci buttiamo sulla cena manco fossimo digiuni da una settimana, ma la curiosità è troppa.
Durias manda giù un sorso di birra, si pulisce la schiuma dalla barba con una manata, e attacca a parlare per primo.
«Allora, andiamo dritti al Bastione convinti di svoltare la giornata, e invece Kaelen ci sbatte in faccia una pergamena spiegazzata trovata a Villa Hallowell» sputa il nano, agitando un pezzo di pane.
«È una lettera minatoria firmata da un certo Gurrok, un tipo che guida le bande di orchi sulle montagne a nord e che minaccia di mettere Welderos a ferro e fuoco perché i patti non sono stati rispettati. Kaelen dice che la guardia cittadina ha le mani legate per via della burocrazia, ma ci molla una lettera di presentazione per mandarci da Mastro Silas, il capo della Gilda dei Mercanti, che è fuori di sé dalla paura per le sue carovane.»
Violet mastica nervosamente e prende la parola, sgranando gli occhi.
«Ragazzi, il Palazzo della Gilda è una roba da fuori di testa, si sente l’odore dei soldi fin dal marciapiede» interviene la guerriera, posando il boccale.
«Ci scortano al piano superiore e, mentre aspettiamo nel corridoio, intravedo Silas dalla porta socchiusa che congeda in fretta un ospite misterioso.
Gesticolava in modo strano, come se volesse trasmettere un messaggio segreto che non poteva dire a voce. Non ho visto la faccia dell’altro tipo, ma Silas gli ha detto un secco “Ne riparleremo un’altra volta” prima di sbatterlo fuori.»
«Vabbè, ma arriviamo al sodo!» la interrompe Durias, battendo il pugno sul tavolo.
«Silas ci accoglie e ci spiega che gli attacchi degli orchi sono diventati sistematici da ormai due settimane. Dice che si muovono in piccoli gruppi organizzati di massimo dieci elementi. Se gli risolviamo il problema, ci finanzia i lavori per ristrutturare la Lanterna. Io ovviamente non mi faccio scappare l’occasione e gli chiedo subito pure un carro, una armatura per Violet, ed una anche per me con tanto di scudo. Ci firma una lettera di garanzia per Kaelen e ci rimanda al Bastione a ritirare la merce.»
Proprio in quel momento, sento un fruscio d’ali sopra la testa.
Vedo Manigoldo che si stacca dalla trave del soffitto e punta dritto verso la finestra aperta.
«Dove di bello?» gli chiedo subito nella mente.
Il gufo non si gira neanche, dandomi la risposta più naturale del mondo.
«Vai tra, devo solo cacare… mi sa che i Teneroni hanno un effetto discutibile sull’apparato digerente dei gufi!»
Violet si fa seria, riportandoci con i piedi per terra e abbassando la voce per dare enfasi al momento clou.
«È qui che le cose si fanno interessanti» continua lei, sporgendosi verso di noi.
«Stiamo tagliando per un vicolo stretto per tornare da Kaelen quando sento degli occhi addosso. Un secondo dopo, ci troviamo la strada sbarrata da una figura incappuccata con un cagnaccio enorme al fianco e una scimitarra in pugno. Durias lo fissa e gli fa: “Hai problemi?”. Il tizio ci guarda e risponde: “Ne avete creati fin troppi”.»
Durias scoppia a ridere, con la bocca ancora mezza piena.
«E lì non ci ho visto più, ragazzi! Ho puntato il maglio e ho castato Riscaldare Metallo dritto sulla sua arma. Mentre lo spadaro inizia a urlare perché la sua scimitarra diventa incandescente, saltano fuori altri due balestrieri alle nostre spalle. Un massacro rapido, giuro, è durato meno di trenta secondi. Violet era protetta dal suo scudo magico e tirava fendenti inarrestabili grazie alla mia ispirazione. A me è andata un po’ peggio, ho rimediato un paio di sberle che mi hanno fatto capire che l’upgrade dell’armatura mi serve eccome.»
«Comunque li abbiamo asfaltati» conclude Violet, fiera come non mai.
«Abbiamo stordito il capo, lo abbiamo infilato di peso in una cassa di legno trovata lì nel vicolo e lo abbiamo trascinato come un sacco di patate fino all’ufficio di Kaelen. Il Capitano ci ha guardati e ci ha detto che questo ennesimo attacco conferma che stiamo dando molto fastidio a qualcuno, e che abbiamo un gran bel bersaglio sulla schiena. Poi, visto che Silas garantiva per noi, ci ha dato tutto l’equipaggiamento che gli abbiamo chiesto. Domattina alle otto si parte sul carro verso nord per fare da esca agli orchi, quindi andate a dormire presto.»
A peso morto.
La notte vola via senza altre imboscate in pigiamino, e alle otto spaccate del mattino siamo già davanti a Silas per l’ultimo via libera.
Il piano per scovare gli orchi di Gurrok è un classico intramontabile da sessione di D&D, ovvero fare da esca.
Ci mettiamo in marcia verso le montagne del nord su un carro coperto che, non so perché, ma mi ricorda parecchio una vecchia Fiat Regata 70s.
Violet, Toradol e Joran sono nascosti nel retro, ammassati nel buio tra le casse e i sacchi di rifornimenti, mentre fuori ci siamo io e Durias.
Il nano stringe le redini con le sue dita tozze mentre io gli stringo il… —tranquilli, volevo solo assicurarmi che stesse effettivamente ancora leggendo. Dicevo…— e io siedo al suo fianco sulla cassetta di legno, cercando di assumere l’espressione più annoiata, innocua e distratta che un elfo nel chill più totale possa sfoggiare.
Dobbiamo sembrare due mercanti sprovveduti con un carico facile da rapinare.
Manigoldo è appollaiato sulla sponda del carro, con le piume leggermente sollevate dal vento freddo che scende dalle gole rocciose e lo sguardo fisso sulla strada, stranamente silenzioso.
La strada inizia a salire, Welderos si fa sempre più piccola alle nostre spalle e l’aria si riempie dell’odore selvatico della pineta e della roccia bagnata.
Le bande del nord penseranno sicuramente di aver trovato una preda facile, un carro isolato da assaltare senza troppi complimenti per portarsi a casa il bottino.
Quello che non sanno, e che scopriranno molto presto, è che dentro questo pezzo di legno traballante batte il cuore indomabile della Bisca.
Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.
