Quel cortocircuito emotivo che non riesci a spiegare, che ti ribalta completamente il sistema nervoso nel giro di un attimo.
“Colto alla sprovvista” come in una sessione di Dungeons And Dragons, stai ascoltando un pezzo, ti senti al sicuro, poi all’improvviso questo decide di piantarti un coltello appena affilato dritto nell’anima.
Rilascio istantaneo di dopamina, voli… letteralmente, e quelle parole e quelle note vengono tradotte in una scarica elettrica che ti corre lungo tutta la schiena attraverso ogni singola vertebra, che ti cambia la pelle.
Hai presente?
Un concetto così assurdo e poetico dovrebbe avere una parola all’altezza della sua definizione, francesi bastardi!
Invece no, vafammocc a chi t’è muort, e in ambito letterario così come in ambito scientifico tutti sembrano usare la parola frisson.
Frisson… dai ma che cazzo è?
Addirittura la metà della mela che ho perso tempo fa aveva un termine migliore.
Lei lo chiamava “infartino”.
Cultura musicale infinita, tecniche espressive decisamente molto meno, ma se non altro le era stato fatto il dono della sintesi… ed era riuscita a raccogliere una sensazione così complessa e profonda con una sola e singola parola, dal suono sicuramente più romantico ed efficace di questo “frisson”.
So che ti ho rotto le palle con il mio continuare a parlare di queste cose, ma è un concetto davvero troppo bello per poterlo lasciare andare, una di quelle poche cose per la quale ancora ne vale la pena.
è tipo un pugno sulla spalla, un gesto complice, quando qualcosa ti fa stare particolarmente bene.
è tipo un abbraccio, di quelli veri, quando fa buio e non riesci più a trovare la strada di casa.
Come quando sei a fare colazione con tuo padre e con una signorina di un anno e tre quarti che ha deciso di bigiare il nido.
E dopo esserti innamorato di nuovo del suo modo unico di pronunciare la parola “brioche”, la prendi in braccio e le dici qualcosa tipo «salta su, potato… il nonno deve pagare, che lo zio a sto giro non arriva alla fine del mese.»
Non la metti più giù, te la porti addosso fino al parcheggio, fermandoti solo un secondo quando senti i suoi giggles.
«Cos’è che ti fa ridere così tanto?»
e lei ti fissa come se ti stesse osservando per la prima volta, mette su una espressione quasi diabolica e inizia a muovere il suo piccolo indice lungo il mio viso… nemmeno volesse dirmi «lo so, lo so… testa di cazzo, lo so che ogni volta che faccio così quasi ti uccido.»
Per poi incrociare i suoi occhietti con i miei, e stringermi forte proprio come se mi amasse davvero.
O come quando sei conciato così, dopo una notte come questa, e te ne torni a casa in condizioni degne di fare schifo a chiunque, incluso te stesso, e non hai nessuna forza di fare le scale, di spogliarti, docciarti, e di metterti sotto le lenzuola.
Te ne stai sul divano, cappuccio tirato su, con delle calze improponibili, e ti affidi all’abbraccio di quella santa coperta che hai lasciato nella chaise longue proprio per situazioni come queste, respirando l’ammorbidente per calmarti, chiedendole se può fare anche qualcosa per far smettere alla stanza di muoversi così violentemente.
Prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.
Sto parlando con un bravo guaglione che fa musica.
È un artista di cui ho sempre amato follemente il timbro della voce —non sempre le sue canzoni, ma ehi, you know what I mean—
È bello discutere di musica con lui, mi piace la sua fiamma, la fame, la voglia viscerale di spaccare tutto che si porta dentro.
Stiamo qua a raccontarcela un po’ su, muovendoci tra i suoi progetti futuri e gli ascolti di questi giorni.
Gli racconto che ultimamente sul mio giradischi ci sono finiti un paio di vecchi dischi di quando i miei genitori erano ragazzini, ri-masterizzati e sistemati per benino di recente.
Gli spiego che il nuovo dei Basement ho fatto una fatica tremenda a tirarlo giù, che la Wild Bandana al completo si è presa un botto di riproduzioni, che “Dal Golfo Degli Angeli” è una fissa che continua a tormentarmi e che, vincitore assoluto, 22Simba è stato il protagonista incontrastato.
A quel nome mi fa una faccia strana, una smorfia che sa tanto di «vedo che sei ancora piallato sulla via disegnata da quella sciacquetta qualche anno fa.»
Glisso e incasso il colpo con un sorriso, nascondendo qualche parola non detta, e mi limito a raccontargli com’è che è andata in realtà.
Lui mi ascolta, ammette che 22Simba lo incuriosisce parecchio, e mi chiede di girargli i miei tre pezzi preferiti.
Torno a casa e, ovviamente, me ne dimentico, lasciando quelle parole a galleggiare nel disordine tipico di questi giorni.
Più tardi riapro la chat per dargli i compiti a casa.
Alla fine gliene mando quattro e non tre, perché scegliere era quasi impossibile.
Due tracce arrivano dritte dritte da “La Cura”, un disco che ho letteralmente consumato since ottobre di un anno fa.
Poi ci metto una perla allucinante tratta da “Miria”, che quasi mi ha portato alle lacrime la notte stessa della sua uscita come singolo.
L’ultimo è un vecchio pezzo di quando il buon Ventidue passava ancora le serate nei bar a bere del rosso con gli amici, o magari del Disaronno e succo d’arancia —se preferite qualcosa di più territoriale o più dolce e facile da bere… dio da quanto non ne bevo uno… vabbè—
Il giorno dopo mi ritrovo davanti allo scaffale degli yogurt, distratto dal mio solito innamorarmi delle più sbarazzine tra le clienti che mi passano davanti.
All’improvviso, proprio out of the blue, sento una voce familiare.
«Tutto agosto su una panca, fammi un sorriiisooo».
Ha quel tono graffiante, sporco, che riconoscerei anche in mezzo a una folla.
Mi giro di scatto, gli sorrido e gli do del coglione, prima di un veloce «ci vediamo dopo».
Sarà stata la cosa inaspettata, o forse quel timbro per il quale ci sono finito sotto male dal giorno zero.
Sarà per quello che significa 22Simba per me, o semplicemente perché so benissimo di essere fottutamente di parte come sempre in tutta questa storia, ma sta di fatto che l’infartino è arrivato.
Eccola lì, puntuale.
Quella scarica elettrica che ti corre lungo tutta la schiena attraverso ogni singola vertebra, che ti cambia la pelle.
Hai presente?
Ci ho pensato davvero un sacco se dirglielo o meno, prendendomi diversi giorni di silenzio prima di farlo sul serio.
Non volevo che suonasse come una sviolinata gratuita e soprattutto non mi andava di mostrare questo lato —lo sapete che mi state sempre e tutti quanti profondamente sul cazzo, non dimenticatelo mai—
Ma vista la sua reazione, e giuro che dovevi essere lì per vederla, alla fine penso sia stato giusto così.
Non cambio se mi impunto, miglioro se m’impegno, m’illumino di immenso.
—pensa che credevo di non avere nessuna voglia di scrivere… molto bene!—
Your Favorite Milk Delivery Boy.