♫ It’s a God-awful small affair To the girl with the mousy hair ♫
“Ma veramente ti sei innamorato di una tipa che hai visto una sola volta in vita tua?”
Ma certo che sì! Ovvio che sì! Stiamo parlando di me, hai presente?
Quel lattaio capace di innamorarsi anche cinque o sei volte al giorno. Quel lattaio capace di innamorarsi anche del nulla, anche solo di un’idea. Quel lattaio che, se sei riuscita ad attirare la sua attenzione mentre stava mettendo cose a caso su di uno scaffale, ti inseguirà con molta “discrezione” tra le varie corsie, fingendo magari di essere improvvisamente interessato ai valori nutrizionali o agli ingredienti del primo prodotto che gli capita a tiro…
Resta con me qualche minuto e ti racconterò tutto. Prometto che non dovrai pazientare molto, stavolta saranno solo pochi concetti e dritti al punto… Non ho nessuna intenzione di dilungarmi più di tanto.
Is There Life On Mars?
Ma che ne so! Sto facendo già abbastanza fatica a capire “questa vita qui” anche senza pensare a quella su Marte. Con tutto che per Marte sarei pronto a partire anche adesso, in questo momento… puoi dire lo giuro! Con tutto che su Marte qualche volta mi ci sono sentito per davvero, proprio come se quel pezzo lo avessi scritto io…
Sto rallentato un secondo. Sto cercando di fare ordine come posso.
L’ astinenza dalle Marlboro non è per niente simpatica, è molto ma molto peggiorata rispetto all’ultimo ricordo che avevo di lei. Ok, è solo una questione di qualche giorno, ma la situazione è comunque riassumibile con uno dei miei più sinceri e sentiti “Male Male Qui” tra tutti quelli masticati in tempi più o meno recenti.
Il punto è che con Mester abbiamo da poco finito di registrare tutte le parti strumentali dei pezzi che avevamo in ballo, e sono parecchio soddisfatto dei piatti che, con tanto amore, stiamo cucinando per voi.
Non abbiamo un cantante, e nonostante lui sia in grado di cantare decisamente molto meglio di me, ha comunque deciso che questo compito spetti esclusivamente al sottoscritto, chiamandosene completamente fuori. Che infame!
Voglio provare a registrare le migliori take di voce tra quelle che mi è possibile fare, ed è proprio per questo motivo che ho deciso di prendermi cura per qualche giorno di voce e respiro (nonostante sappia molto bene che la cosa non potrà spostare più di tanto gli equilibri, ma pace… Almeno potrò dire di averci provato).
So di essere di parte (ovvio, stiamo parlando di Mester), ma lavorare insieme e fianco a fianco ancora una volta è stato davvero incredibile. Ti giuro che rimanere ad osservarlo mentre se ne parte completamente a caso con il suo ♫ Do You Want To Build A Snowmaaan ♫ tra una prova e l’altra (e con la sua unica ed inimitabile faccia da schiaffi) è davvero impagabile!
M.: “Eh Brun, con due bimbe piccole è più che normale conoscere a memoria le canzoni di Frozen. Tu, piuttosto? E già che ci siamo… Ora che la figlia del fornaio è solo un lontano ricordo, ora che la tipa ti ha lasciato, ed ora che il boccia non lavora più da voi… Possiamo considerare finalmente chiuso il tuo periodo di musica di merda?? Con tutto il rispetto eh, sia chiaro!”
B.: “Disse quello che ascoltava Mattafix, giusto? Mi spiace deluderti, Mester! Comunque su Frozen mi avvalgo della facoltà di non rispondere! Sulla duemilatre posso solo ribadire che la sua unica colpa è stata quella di avermi fatto conoscere Shiva… Per tutto il resto (o quasi) ho fatto da solo. Con la mia ex poi, se così la si può chiamare, parlavamo poco o niente di musica (o forse sarebbe più giusto dire che parlavamo pochissimo in generale, ma fotte). E per quanto riguarda il boccia invece… Ti posso solo giurare su tutto quello che vuoi che gli voglio abbastanza bene da potermi presentare a suonare in calze e ciabatte da qui fino alla fine dei nostri giorni se tu dovessi chiamarlo così anche solo un’altra volta, io te lo dico…
M.: “Va bene… Brunello! Però, prossima volta che lo senti, digli solo che ho visto in giro una Colt cabriolet che faceva proprio al caso suo… Gasava Tantissimo!”
B.: “Eccolo! Ma quanto sei scemo?? 😂 Dai, suoniamo!”
Is There Life On Mars?
Non saprei. Di sicuro dovrei preoccuparmi molto di più della mia vita in Via Conciliazione angolo Via Calciati se solo non avessi Alice al mio fianco a proteggere il mio posto di lavoro di questi tempi.
La signorina è parecchio più nerd del solito ultimamente, tipo al punto da riguardarsi (e nella sua interezza) tutta la saga innominabile. Cinque film. Uno peggio dell’altro… Esatto: proprio quella saga di cui avevamo ri-fatto il casting qualche mese fa.
Un po’ deve averci preso gusto, o forse l’altra mattina si sentiva solo un po’ più Clary Fairchild del solito, fatto sta che a questo giro ha deciso di scrivere a Netflix chiedendo di potersi occupare in prima persona del reboot di Shadowhunters.
Ammetto le mie colpe:
B.: “Simo, ascoltami bene! Se mai io dovessi andare al Lucca Comics ’25 vedrai che farò di tutto per incontrare la mia bella Cassandrona! Ho intenzione di farmi fare un autografo sotto al capezzolo sinistro per poi farmelo tatuare…”
Mai avrei creduto di provocare in lei una simile reazione: Ha già completato il casting di tutti i personaggi principali della saga, ed è stata davvero fenomenale! Posso garantirti che se mai la Marina un giorno decidesse di abbassare definitivamente le serrande… beh, il mondo ci guadagnerebbe un direttore artistico di assoluto livello.
B.: “Comunque, senza offesa eh, ma non pensi che il tuo parabatai abbia più di qualche problema con le fasi lunari? I’m just saying…”
S.: “Senti Alec, ti devo ricordare chi è il tuo parabatai o facciamo come se fosse tutta una questione di circostanze come al solito?”
B:: “Eh, ma che caratteraccio però…”
Is There Life On Mars?
Forse. Nel dubbio posso solo dirti che ho cominciato già da un po’ a tracciare qualche linea appartenente al disegno della mia vita successiva.
Stavo facendo due passi con mio padre, ed il povero malcapitato si è trovato in mezzo ad una delle mie ultime litigate via telefono, una delle mie ultime situazioni in cui mi sono trovato a prendere dei nomi in maniera gratuita, completamente a caso.
Butto giu, poi restiamo qualche secondo ad osservarci in religioso silenzio, senza dirci nemmeno una parola. Fino a che…
B.: “Pa, posso dirti una cosa?”
C.: “Tutto quello che vuoi!”
B.: “Se nella prossima vita avrò ancora l’onore di averti come padre… sappi che avrai un figlio omosessuale!”
C.: “Mah… in quel caso penso che avresti altri tipi di c***i!
B.: “Afferrato il concetto.”
Come se pianificare il futuro possa avere anche solo il minimo senso. E come se certe scelte siano davvero solo mie da prendere.
Ho combinato un sacco di disastri ultimamente, forse anche troppi. Pensavo che per un po’ anche basta così, e pensavo che per un po’ me ne sarei stato nel mio. Pensavo che avrei passato un po’ di tempo a capire e sistemare due o tre cose prima di…
Poi ecco che Sir Giovanni (out of the blue, ed in un giorno completamente a caso) mi dice di essere in giro per Piacenza, e mi chiede se mi va di accompagnarlo alla ricerca di un nuovo smartphone per suo padre.
Cosa potrà mai andare storto, giusto?
Ci troviamo in un negozio non troppo lontano da casa mia. Lui sta dando un’occhiata al settore telefoni da due soldi che tanto mio padre lo distruggerà tempo zero, e mi sta parlando di quali caratteristiche minime dovrebbe avere per non portarsi a casa proprio una stronzata…
Sembra che mi stia parlando in un’altra lingua, e comunque non vedo nessun telefono davanti a me.
Il mio sguardo si posa solo su di lei, sui suoi capelli corti e scuri, sui suoi gesti, sul modo in cui sta sorridendo mentre parla con il suo collega, sui suoi tatuaggi e su uno tra questi in particolare: Il volto di David Bowie, riconoscibile anche senza troppi dettagli, ed una scritta dal tratto sottile e semplice… Rebel Rebel.
Sono già innamorato.
Non so niente di lei, nemmeno il suo nome. E sono già tornato diverse volte in negozio senza essere mai più riuscito a beccarla. Come se non fosse mai esistita. Come se me la fossi solo immaginata. Frustrante.
B.: “Oh, ma dov’è la mia Rebel Rebel?? Dici che non riesco a beccarla per i turni? Sarà in malattia? Forse era in prestito da qualche altro punto vendita? Dai, è Agosto, forse è solo in ferie…”
G.: “Sì, ma stai calmo… secondo me ha dato le dimissioni!”
B.: “Vai in culo my dawg, davvero… detto con l’anima”
Fine della storia.
Morale? Diffida sempre da chi cerca compagnia per comprare un telefono a suo padre, specialmente se munito di uno spa-ven-to-so pannocchione di notevoli dimensioni, specialmente se poi è anche un po’ troppo… (no dai, stavolta no… poi Donna Giuliana si incazza).
‘Mocc Your Favorite Milk Delivery Boy.
Entreat me not to leave thee, Or return from following after thee— For whither thou goest, I will go, And where thou lodgest, I will lodge. Thy people shall be my people, and thy God my God. Where thou diest, will I die, and there will I be buried. The Angel do so to me, and more also, If aught but death part thee and me.
[…] A.:“Ma vengono considerati Punk-Rock?” B.:“Oddio… Sicuramente il Pop-Punk fa parte delle loro influenze principali, così come l’Alternative, l’Emo, e l’Hardcore. Soprattutto se consideriamo i loro primissimi lavori. Ma ti direi di no. Etichettare i The Story So Far semplicemente come Punk-Rock mi sembra un po’ troppo… troppo… riduttivo?” A.:“Comunque fanno pietà, dai…” B.:“Ma che cazzo dici? Devi iniziare proprio adesso che siamo quasi arrivati?” A.:“No no, per l’amor dei Santi!” B.:“Ok, dai… Siri, riproduci XXL.” Siri:“Ascoltiamo XXL di Nerissima Serpe, Papa Quinto & Fritu!” A.:“Hahahahahahaha!! Ma chi cazzo è Papa Quinto?” B.:“Dai, povera Siri, lasciala in pace! Perché la devi prendere per il culo?” A.:“Figa, Papa Quinto… che GOAT! Come è messo al Fanta-Conclave? C’è qualche possibilità di vederlo come successore di Francesco?“ B.:“Non ne ho idea. Tra qualche giorno se ne starà nel chill con tutti i suoi G tra le possenti mura della Cappella Sistina. Sai le fumate nere che partono?” A.:“Madonna Santa! E per non dire altro.” B.:“Ecco, ti stavo aspettando!” A.:“Servito!”
[…] A.:“Pensa se ti avessi influenzato io prima che ti innamorassi di quella sciacquetta. Adesso saresti un fan di Ed Sheeran, e non di Papa Quinto e Grandissima Serpe!” B.:“Ti prego! Papa V e Nerissima Serpe. Comunque sei in ritardo giusto di qualche anno. Sempre stato fan di Ed Sheeran.” A.:“Serio?” B.:“Puoi dire lo giuro! Sheerio convintissimo dai tempi di A Team, tipo dal 2011 se non sbaglio. E per la cronaca, la sciacquetta aveva otto anni, quindi direi che almeno per questo non si può davvero fargliene una colpa, giusto?” A.:“Ti giuro, non ti facevo uno sheerio. Quindi sai anche che oggi usciva una sua nuova canzone?” B.:“Yep. Old Phone. Per l’album invece tocca aspettare fino a Settembre.” A.:“Benissimo, allora togli il Papa e la Serpeverde che ci ascoltiamo la nuova di Ed!” B.:“Due cose. Primo, quando siamo sulla Maila sono io a decidere la playlist. Ed a seguire, non l’ho ancora mai ascoltata. Vorrei essere da solo la prima volta… metti che poi…” A.:“Metti che poi cosa?” B.:“Mmm… con Edoardo non si sa mai come va poi a finire. Ho sempre amato particolarmente sia il suo timbro che la sua penna. Al netto dei cliché da canzoncine per matrimoni, scrive cose che risuonano abbastanza con me.” A.:“Tipo che ti emozioni?” B.:“Eh. Ricordo benissimo la prima volta che avevo messo Multiply sul giradischi. 2014, abitavo ancora con i miei. Ero sul letto con le mie fedelissime cuffione da ascolto ed in più momenti stavo piangendo davvero tanto. Il mio primo pensiero era stato qualcosa del tipo: meno male che sono a casa da solo, altrimenti come lo spiego a mio padre?” A.:“No, vabbè, sto malissimo! A parte che non penso ti avrebbe detto chissà cosa, non mi sembra così grave, no?” B.:“Non lo conosci. Sono 36 anni che ci prendiamo per il culo a vicenda per qualsiasi ragione, che sia per cose gravi o non. Ma effettivamente mi ha perdonato cose ben peggiori. Tipo quando ha saputo della mia fede bianconera. Mi ha confessato che avrebbe preferito un figlio omosessuale piuttosto che Juventino.” A.:“Non riesco proprio ad immaginarti dell’altra sponda. B.:“Nemmeno io riesco ad immaginarmici se è per questo, ma se così fosse stato ci sarebbe stato solo un modo per fare il mio outing. Presentandomi al suo cospetto indossando una maglietta con su scritto #EscoPazzoPerIlCazzo!” A.:“Hahahahahahaha!! Dovresti farglielo comunque, almeno come scherzo.” B.:“Non ci crederebbe mai, è impossibile.” A.:“Ancora non ne vengo fuori, comunque. Brunino è uno sheerio. E si emoziona con le sue canzoni. Cucciolo lui!” B.:“Cosa? Chiamami ancora così e litighiamo.” A.:“Dai, è troppo una cosa da cuccioli, sei cucciolissimo, ti prego posso chiamarti cucciolo??” B.:“Scordatelo! Cucciolo proprio no, dai. Ti prego. Lo vedi come sei? Ti lamenti sempre che recito la parte del demone, poi per mezza volta che mi apro e ti condivido un lato sensibile mi devi stare addosso così. Boh, renditi conto!” A.:“E chi è che ti sta addosso? Ehi Siri, riproduci Old Phone di Ed Sheeran… Vediamo se e come piange questo demone. B.:“-.-“ A.: “Cucciolo!” B.:“Scendi!” A.:“Eh, ma che brutto carattere!” […]
Curriculum vitæ, The Beatles, bugie bianche, desideri da esprimere con l’ultima Marlboro capovolta nel pacchetto, e gli orsetti gommosi di Alice Cullen (con le prote?) C’è davvero un po’ di tutto, quindi meglio muoversi in maniera ordinata. In breve.
“Non ho mai pensato molto a come sarei morta, ma morire al posto di qualcuno che amo è un buon modo per andarmene.”
E già così potrebbe anche bastare, no? Dovrei chiudere tutto, spegnere il Mac, caricare l’asciugatrice, ed uscire da questo cesso di casa mai stata in condizioni peggiori di queste. Le alternative? Peggio che andar di notte. Fissavo il cursore pensando ad una frase che suonava parecchio tipo: “Quando si tratta di gelato, sceglierei sempre e comunque la stracciatella. Una delle cose che amo di più al mondo, quasi quanto il cioccolato fondente, il caffè amaro e le Marlboro, quasi quanto il tuo neo sul lato sinistro del viso.” A mio avviso anche Alfa in persona proverebbe solo vergogna se una cosa del genere l’avesse scritta di suo pugno, e a buon diritto direi, ma al netto di questo… Se davvero vuoi iniziare a scrivere qualcosa citando la prima frase del primo film di quella saga, allora devi proprio dare una giustificazione così forte da poter reggere l’impatto. Mi spiace deluderti, ma non ne ho una. È solo che, una volta scartata quella bellissima stronzata così mielosa da potertene tranquillamente vergognare per i prossimi quindici anni, dovevo pur trovare un modo per cominciare a scrivere.
Quindi ho cambiato completamente rotta (♫ciurmaaa, questo silenzio cos’è??♫) ed ho deciso di dedicare invece la prima parte di questo post ad una mia affezionata lettrice. Male Male Qui, Brunino! Fai così solo quando ti senti in colpa per aver fatto qualcosa che non va. Non è del tutto vero. La ragazza sa benissimo come difendersi da sola (forse lo sa fin troppo bene: ho ancora i segni sulla schiena per aver preso una “portafogliata” a velocità folle, uno di quei tiri che forse anche Gianluigi avrebbe definito come “imparabile”, uno di quei tiri al volo che dopo puoi soltanto andare a bussare sulla telecamera per dire a Spallettone che ci sei anche tu… e tutto questo “solo” per aver detto una mezza frase fuori posto nonostante me ne abbia lasciate passare ben di peggiori), e sa anche com’è che si fa a rispondere “colpo su colpo”. (Tipo?) Ti rifai vivo dopo aver avuto qualche problema di salute e lei si presenta con un regalo che a definirlo come unico e davvero originale non gli renderei giustizia. Un sacchetto di orsetti gommosi. Aspetta, orsetti gommosi sì, ma non parliamo di orsetti gommosi come tutti gli altri… Questi hanno le prote! Esistono davvero, e non riesco a farmene una ragione. Spero con tutto me stesso di finire nello stesso girone dell’Inferno che pazientemente sta aspettando il loro creatore, e questo solo per potergli fare una domanda o forse due. “Quando li ho visti ti ho subito pensato, non potevo davvero lasciarli lì. Mangiali che secondo me ne hai bisogno, così diventi forte…” Per poi abbracciarmi, mentre in viso era già tutta rossa (Cit.), probabilmente per essersi accorta da subito di aver detto una stronzata di portata epica, di aver tirato fuori una di quelle cannonate da “colpito e affondato”. L’hai mandata a fare in culo? No, non ne ho avuto il coraggio: un po’ perché davvero non riuscivo a smettere di ridere, ed un po’ perché comunque sono ancora in stra-debito con lei. Non è da tutti offrirsi per accompagnarti sulla Parcellara (da lei ri-battezzata “La Parce” per l’occasione) per il fatidico addio con salto “giù dal dirupio”, e non è da tutti sistemare di conseguenza la propria agenda per poterci essere. E farlo in risposta al solo tuo chiedere qualche giorno in più per completare il tuo outfit? Notevole. In teoria si muore una volta sola, quindi mi sembrava appropriato immaginare un codice di abbigliamento adeguato al mio modo di essere (per poterlo poi rispettare meticolosamente): calze con i draghetti, CK underwear, le mie fedelissime AF1 alte e custom in omaggio agli 80s mai vissuti se non per un’anno e tipo quattro mesi e mezzo (♫in giro tutto meeessooo woo-oow!♫), jeans distressed Imperial in grigio (solo perché ci sto dentro una volta e mezzo e vorrei morire anche comodo), felpa di Attack On Titan (da definirsi se quella con il Colossale o se quella con Eren sulla schiena), cappello To The Stars Inc. ed una spruzzata generosa di Bleu De Chanel. Mancava la t-shirt, elemento fondamentale, e ne volevo una che mostrasse orgogliosamente la mia nuova frase preferita (non chiedere, se non sai quale sia allora ci sarà sicuramente almeno un buon motivo perché le cose vadano così). “Ok, dai. Fatti stampare sta cazzo di maglietta, poi quando sei pronto ti prometto che ti accompagno ad ammazzarti.”
Neanche sette mesi fa scrivevo che sarebbe stata l’ultima occasione in cui avrei nominato “la figlia del fornaio” da queste parti, e davvero credevo che avrei mantenuto la parola. Di solito non faccio così, non mento, non infrango promesse. Solo che con te è sempre stato tutto fuori da ogni schema, completamente fuori controllo. Quindi sto per chiamarti in causa. Di nuovo. E mettiti comoda: Ho ancora qualche bugia da raccontare. Ho ancora qualche bugia da raccontarti.
Non ho mai pensato molto a come sarei morto, ma sognare di morire mi è capitato almeno una volta o due in tempi recenti. Nulla di cui preoccuparsi, se solo non fosse che in una di quelle occasioni sia stata proprio tu ad affondare la lama dentro di me. Ricordo ancora il dolore, troppo vero per potermi svegliare, l’espressione sul tuo viso, ed il castano dei tuoi occhi vuoti e fissi dentro ai miei mentre tutto il resto lentamente scompariva. (Che Stronza!) Mai stato innamorato di te, comunque. È un termine che uso quasi mai, ed è un termine che uso per esprimere un concetto completamente diverso rispetto a quello che conosci tu. Sono innamorato anche in questo momento, anche adesso, e lo sono di una manciata di persone, per intenderci. Non di te. Di te ero completamente perso, ossessionato. Pensavo a te ogni cazzo di giorno, in ogni momento e con ogni respiro, da quando mi svegliavo fino a quando andavo a dormire (e se proprio non riuscivo a farlo, quando tornavo a casa così stra-fatto da dovermene vergognare, rimanevo a fissare il soffitto sussurrando nel buio e nel silenzio cose che invece avrei detto a te. Difficile capire se questo sia successo davvero o se me lo sia solo immaginato). Poi basta. Ho detto a chiunque sapeva di te che non abitavi più tra i miei pensieri, a fare la spesa in negozio ti si vede quasi mai (si vede più spesso il tuo moroso, per quanto, scherzando con il Conte, ho detto che si faccia molta fatica a distinguerlo dalla massa: appartiene alla categoria dei pischelletti con lo stesso taglio di capelli, lo stesso stile di abbigliamento con gli stessi pantaloni e dello stesso colore, stesse scarpe e stesse espressioni. Comunque molto più adatto di me per stare al tuo fianco, e non sono ironico), e so quali posti e quali strade sono da evitare se non mi va di vederti (nella stessa maniera in cui so che è meglio cercare di evitare di ascoltare la voce di Shiva se non mi va di pensarti, anche se questa cosa è vera solo in parte: sono entrato così tanto in quel mondo che un po’ ha iniziato a fare parte del mio mondo, e difficilmente ormai lo associo a te).
Non che stia frequentando chissà quanta gente o chissà quanti posti ultimamente. Al netto del mio cerchio più stretto, al netto di passare serate a fare musica con Mester (persona per me di vitale importanza, amicizia che da sola è già abbastanza per non volerci finire davvero in quel dirupio), ed al netto di passare serate a giocare a Dungeons And Dragons con La Bisca (posto che mi permette di mantenere viva la mia liaison con Diego, la mia vera metà della mela, di ampliare la mia cultura musicale grazie al palato raffinato del Rouge, di discutere sul romanticismo del wet-shaving con Angelo, o di quanto sia stata una pessima idea quella del Dan di voler giocare a tutti i costi un Warlock malvagio con me come Paladino in compagnia. In ultimo, mi permette di poter amare senza essere ricambiato il nostro Mattia, con quel look “a la Numero Quindici Andrea Barzagli” leggermente appesantito dal troppo smart working, ma sempre pronto a consigliarmi manga e anime che finiscono poi sempre per rapirmi completamente. Quindi tanta roba!) Al netto di tutto questo insomma (scusami, mi stavo perdendo via) c’è quel negozio dove ogni volta che tu entravi io non ci capivo più una Madonna di niente. Negozio fondamentalmente abitato da una persona che detesto con tutto me stesso, da qualcuno che mal-sopporto e a fatica, dalla stra-grande maggioranza di cui me ne frega meno di un cazzo, da un po’ di gente che mi piace, da una manciata tra questi che mi va anche particolarmente a genio, e dai miei Fab Four: George, John, Paul e Ringo (quattro stronzi, messi giù in ordine alfabetico prima che quel terrone inizi a farsi delle pare, e che donano a quel postaccio tutto un altro colore).
John è stato chiaro, non vuole più sentirti nominare. Nemmeno per un minuto, nemmeno per scherzare. Nemmeno se gli dicessi che avrei scelto lui come padrino di Draco, il nostro primogenito. Nemmeno se gli dicessi che avrei scelto Paul come padrino di Arya, la nostra piccola baddie. Nemmeno se gli dicessi che George e Ringo sarebbero stati i testimoni dello sposo. Nemmeno se… (la devo smettere con ste cazzate: ci sto ridendo da dieci minuti da solo! 😂) Sembra mal sopportare qualsiasi cosa possa farmi male, e questo ai miei occhi lo rende davvero speciale. Molto probabilmente non vi sareste piaciuti per niente. Rapporto bellissimo anche se complesso. Nemmeno tanto per i rientri alle 5.50 del mattino in condizioni da dover leggere il tuo nome sulla patente di guida per potertelo ricordare, a quello sono abituato, ma rischiare delle denunce e anche gravi a causa del nostro sondaggio (Signorina, ma lei il pesce lo preferisce tutto intero oppure scapocchiato?) non è che sia proprio tutta questa grande idea. Tutto sembra molto più facile quando c’è lui, a patto di non mettere la gelosia di mezzo ovviamente. Nata come una cosa innocente, nata quando mi ero accorto della sua eccessiva simpatia verso un fruttivendolo pettinato come me, ma con un look decisamente più hipster con tanto di barba ed occhiali. “Bro, smettila di guardare in frutta e verdura! Potresti almeno non farlo quando ci sono io??” Immaginatelo però detto con un tono da fidanzata possessiva, ed immaginati quanto ci siamo spaccati dal ridere appena fuori dalla porta del magazzino mentre tutti ci guardavano malissimo. Grave errore: ha assegnato anche a me una “relazione extra-coniugale” ed ora sto subendo le peggio cose: “Tu dici tanto di me, ma non pensare che non me ne sia accorto.” “Di cosa?” “Ogni volta che entra in magazzino ti si illuminano gli occhi.” “Dai, ma che cazzo dici?” “Ti giuro fra, dovevate vedervi… sembravate due fratellini” o peggio… “Solo adesso sto capendo perché ti piace quella canzone… ma ti tocchi anche mentre la ascolti??” Cose di questo tipo insomma. Biagio e Diego, con fare protettivo, si sono permessi di metterci in guardia: “Ragazzi, occhio che dal fare così a picchiarselo nel culo ci passa veramente poco!” Noi ci abbiamo provato a rispondere dicendo loro che: “Tranquilli, il rischio non esiste, siamo così tanto etero da essere tranquillamente in grado di scherzare su qualsiasi cosa.” Non credo ne siano proprio convinti.
Esiste un mio progetto su Logic per il quale provo sentimenti contrastanti. (Brunino, cos’è Logic?) Logic è un software che viene utilizzato durante tutte le fasi della produzione musicale. Da un po’ di tempo a questa parte ho qualcosa che bolle in pentola, qualcosa che è finito (per citare una mia ex-relazione complicata) nella cartella “non sa/non risponde”, ed il suo working title (sempre trovato divertente assegnare titoli provvisori da sostituire poi a lavori ultimati) è “Curriculum Vitæ”. “Aspetta un momento, ma quindi non stai cercando un nuovo lavoro?” No, e poi dove potrei mai andare? Due cose a riguardo: Primo, il mondo ha ancora bisogno di me nelle vesti de “Your Favorite Milk Delivery Boy”. Secondo, non siamo ancora pronti per il grande salto. Mischierò le carte solamente quando Paul avrà ultimato gli studi, dopodiché avremo finalmente la nostra azienda (e che si fottano tutti gli altri e tutto il resto!) Curriculum Vitæ è la classica cosa che non avrei mai dovuto iniziare, la classica cosa di cui dovrei vergognarmi e nemmeno riesco a farlo, più che altro per come è nata. Semplice scherzare con qualcuno su un rapporto che non ha mai avuto nessun senso, parecchio più difficile pagarne le conseguenze quando la cosa inizia a diventare un problema, a divertirti sempre di meno, e a farti sempre più male. Ho sempre pensato che creare qualcosa, che sia scritto a parole o con musica, sia un ottimo metodo per lasciarti alle spalle cose scomode, e molto probabilmente l’idea è partita proprio da lì. Una cosa del tipo: “Ok faccio questo per te, la butto anche un po’ in caciara per fare come se non avesse tutta questa importanza per me, e poi non so come e non so se davvero posso farcela, ma troverò un modo per lasciarti indietro.”
Se John conoscesse tutta questa storia si incazzerebbe tantissimo con me. George, con il suo fare paterno, mi supporterebbe come ha sempre fatto (e magari mi offrirebbe anche un giro o due, così per gradire). Paul direbbe che “Gasa Tantissimo!”, segnandosi con le dita i confini della sua jawline (O così me la voglio immaginare). e Ringo?
Difficile a dirsi. I nostri trascorsi sull’argomento aprono sicuramente un dibattito. Lasciando da parte per un attimo la storia del Titanic (anche se mi faccio i complimenti da solo per la mia fervida immaginazione e per la mia creatività senza una fine) sono sempre stato abbastanza spietato con lui. Ai tempi della sua navigazione in acque lombarde/sarde gli stavo addosso ogni volta che ne avevo occasione: “Allora? Come se l’è cavata la sarda? Gliel’hai già fatta vedere la lancia? Ha preso paura?” O se ci si sentiva più internazionali… “Jesus Christ Almighty, it’s so black and so big!! Is it even gonna fit??” Cose di questo tipo, insomma. (Cosa ti aspetti?) Beh, parte di me che, se lui conoscesse tutta questa storia, se ne approfitterebbe per togliersi qualche sassolino e per gustarsi una (sacrosanta) vendetta, l’altra parte invece si immagina cose completamente diverse. Non ci siamo piaciuti da subito, inizialmente quasi non ci cagavamo di striscio, tutto il contrario di un colpo di fulmine. Ora mi viene davvero parecchio difficile immaginare l’inizio di un turno senza passare a salutarlo, fosse anche solo per abbracciarlo per poi sfotterlo sul suo Eau de Parfum con in cima alla piramide olfattiva quell’inconfondibile essenza di pollo ammazzato male. Il suo essere di buon umore è contagioso, il suo saper scherzare su ogni cosa ed il suo saper trovare un lato divertente anche nelle cose più difficili è davvero pazzesco: vibes positive da assorbire fino all’ultima goccia per poi poterle utilizzare al bisogno. Quindi sì, probabilmente mi prenderebbe per il culo, ma poi so che le cose che avrebbe da dirmi mi farebbero subito stare meglio.
“Ok, però te ne devo scroccare una, che io non ne ho più.” “E che problema c’è!” “Ma il pacchetto è nuovo.” “E quindi? hai paura di farti male le manine se lo apri tu, principessa? Dai, apri ste benedette Marlboro che c’ho ancora il sapore del caffè in bocca.” Ringo si rigira tra le mani il pacchetto, poi lo sbusta, prende una sigaretta e se la infila in bocca. Dopodiché ne tira fuori un’altra, la gira al contrario e la re-infila nel pacchetto. Poi me lo passa, mentre senza riuscirci io cerco di nascondere un sorriso. “A scuola facevamo sempre così, quando accendi l’ultima poi devi esprimere un desiderio.” “Lo so, lo so… facevamo così anche noi. Scusami, è che ho appena avuto un déjà-vu, ma non risale ai tempi della scuola.” “Ah ok. Vuoi parlarne?” “Magari un’altra volta, dai… Domenica ci sei?”
Diciassette sigarette dopo è rimasta soltanto lei nel pacchetto. Stasera ho bevuto forse un po’ troppo, e ti scriverei anche che quasi ci sto mettendo qualche secondo in più del dovuto per ricordarmi perché quella sigaretta sia capovolta… stilisticamente ci starebbe di brutto, nella storia anche, ma sono stanco di tutte queste bugie bianche. “Allora lo esprimi sto desiderio?” Beh, la situazione è completamente diversa. Tanto per cominciare non sono a tipo duecento e passa chilometri da casa mia, ma sul mio balcone. La giornata di oggi non è stata proprio tutta da buttare via, ma sicuramente non può competere con una delle giornate più belle che ho vissuto nell’ultimo periodo, nella sua semplicità. Loro due non ci sono, sono da solo, non ho nessun bisogno di dire stronzate come “vorrei fare sei al Superenalotto” solamente per buttarla in caciara. Non che a loro due ho mentito o mentirei mai, ma non mi andava di passare per “romantico” in quel momento. Non ti so tanto spiegare, è che sono sempre stato così tanto “over-sensitive” nella mia prima versione, che poi ho dovuto per forza distruggere quella parte di me e passare molti anni a combattere perché tutti vedessero finalmente quanto io sappia essere freddo. Vestiti decisamente più comodi. Già scritto così da queste parti. A quella Marlboro avrei potuto chiedere qualsiasi cosa, ed io ne ho scelta una davvero semplice, che qualcuno definirebbe quasi banale, ciò non di meno a quella Marlboro ho chiesto esattamente la cosa che avrei davvero voluto di più in quel preciso momento. E per me è stato davvero intenso.
“Ok, ma sei ancora seduto sul gradino del balcone, e stai tremando dal freddo. Lo vuoi esprimere sto cazzo di desiderio oppure no?” Certo che sì, perseverare è diabolico, come faccio a chiamarmene fuori proprio io? Sfilo la sigaretta girata da Ringo, me la appoggio sulle labbra, e mentre do un giro al clipper mi guardo intorno per vedere se c’è qualche stella stanotte… “Niente. Hai visto? Odino non vuole!” Rido da solo per qualche secondo, poi mi accorgo che, chiudendo per un attimo gli occhi, eccole lì. Le stelline bianche di quando ci sei e non ci sei, di quando tutto intorno sembra muoversi un po’ troppo ed un po’ troppo velocemente. “C’è da bere dell’acqua Brunino… il tuo stomaco!” Accendo, faccio un tiro, ed esprimo il mio desiderio affidandolo alle “mie” stelline, dopodiché mentre ancora il fumo non ha finito di lasciare le mia bocca me ne esco con un… “dai, facciamo come se”.
E la storia può considerarsi chiusa anche così, con un “facciamo come sé”, come già troppo spesso sto facendo ultimamente. In fin dei conti quando si tratta di gelato, sceglierei sempre e comunque la stracciatella. Una delle cose che amo di più al mondo, quasi quanto il cioccolato fondente, il caffè amaro e le Marlboro, quasi quanto… Quella vigliacca di tua madre!
“Giusto, Bruno. Giusto! Questi sono gli slang, questi sono gli slang del blocco, gli slang della strada! Giusto, orario chill? Alle sei, già finito! Troppo Chill!” [Paul McCartney]
‘mocc. Your Favorite Milk Delivery Boy.
I don’t care if Monday’s blue Tuesday’s gray and Wednesday too Thursday I don’t care about you It’s Friday, I’m in love…
“Basso profilo, quasi trasparente, e cerca di levarti dal cazzo questa giornata nella maniera più rapida ed indolore possibile”.
Erano questi i presupposti, i pochi e semplici consigli non richiesti da me e da dare a me stesso per affrontare una giornata che davvero non vorresti vivere. E non si parla di timidezza, o di scarsa (se non assente) autostima. Anche se capisco che iniziare un racconto con parole messe giù in questa maniera possa quasi sembrare un omaggio ad “occhi bassi quando cammini, dentro ai piedi che tesoro hai? Occhi bassi, dritto in faccia non mi guardi mai”, ma non è nemmeno questo il caso. Tutta quella romanticheria portuale, tutta quella roba così “over-sensitive” (ma lo sto scrivendo davvero??) te la sei lasciata alle spalle tempo fa. E fa niente se poi quando inciampi in “quando vorrai mi trovi sotto casa con le cuffiette incasinate in tasca” ti viene un mezzo infarto. Basta non dirlo a nessuno, basta non scriverlo da nessuna parte, e basta continuare a cercare di mantenere intatta la tua nuova reputazione, con questi tuoi nuovi vestiti “così freddi”, ma che trovi decisamente più confortevoli. Semplice. Poco coerente? “Ci sta, ma non di brutto?” (Cit.) E pace, quest’anno stiamo contemplando dei fenomeni del cazzo capaci di festeggiare la seconda stella con soli diciannove scudetti vinti sul campo. Li stai assecondando anche tu? Molto bene. Allora adesso mettiti comodo, e cerca di assecondare anche me, se ti riesce.
Il punto della questione è che davvero non avevo nessuna voglia di un corso di formazione, diciassette anni da sotto-sciacquino a mezzo servizio sono più che sufficienti per non avercene neanche per l’anticamera, e fotte se l’aggiornamento sull’ ottantuno è obbligatorio ogni cinque anni. Poi, dai… Mi hanno anche aperto la macchina, la mia povera Corsa del duemila e quattro mi sta dando non pochi pensieri, proprio come un paio di altre cose nate nei primi anni duemila, ma per stavolta “facciamo come se” e glissiamo sull’argomento, che ne dici? Mi toccano i mezzi pubblici. Dai proviamoci.
Inizia sempre (con un ehi come stai?) con una routine di bellezza da rispettare in ogni singolo passaggio: sveglia, funzione religiosa, acqua, cioccolato fondente, caffè amaro, OneFootball / stalking alle sciacquette, Marlboro “contemplativa”, tazza, mani/denti/viso, doccia, vestiti. Basso profilo avevamo detto. Quindi t-shirt nera Vans? Può andare. Quei knee-hole pants grigi sono proprio necessari? Assolutamente: con le Air Force 1 alte sono la fine del mondo. E poi quelle scarpe te le sei fatte fare custom proprio così, con quei colori messi giù quasi come a rendere omaggio ad una decade che di fatto non hai vissuto (sei un ’88), o per sentirti un figo a la Matthew Broderick in WarGames, ok, forse con meno di un quarto del suo fascino (e forse ancora meno) ma quella che conta è l’attitude, o così dicono (ripeto: ma lo sto scrivendo davvero??). Ci sarà freddo? Dai, prendi su la felpa di Star Wars e completa questo outfit al limite dell’imbarazzante. Basta che ti muovi. Il tuo socio, anche lui destinato ad una giornata milanese, è in anticipo, ed è già sotto casa che ti aspetta. Parecheggio, stazione, lui fa il biglietto, a me basta l’app. Secondo caffè per un pelo, in quanto lui decide di mettersi lo scontrino fatto due secondi prima probabilmente nel culo, e la barista, la stessa tipa che ci ha gentilmente scontrinati, a momenti non ci voleva servire. Aspettativa: “dai facci sti due caffè, stronza!” Realtà: “mi scusi, non so come, ma ho proprio perso lo scontrino che mi ha appena fatto. È un problema?” Saliamo sul treno e ci lasciamo Piacenza alle spalle. Discutiamo un po’ di quello che capita, del nostro essere nerd e senza vergogna, di quel cartone animato che probabilmente abbiamo visto solo io, lui, e Tippe, di come è facile comprarsi un posto in paradiso lavorando in una chiesa, di quanto gli skateboard possano essere pericolosi, delle nostre storie in generale. Poi Lambrate, e scendo a prendere la verde. Ma prima lo saluto e me lo abbraccio. So che, senza nessun dubbio, avrebbe preferito la compagnia del suo robot per la pulizia pavimenti, ma faccio finta che non sia così, ed in maniera del tutto egoista me ne vado con un sorriso. Almeno l’arrivare fin qui è stato decisamente piacevole, non potevo chiedere di meglio. So Far So Good. Arrivo a Cernusco, ridente paesaggio abitato da tre troie e due cavalli. Piove. Seconda funzione religiosa. Alzo il volume, chiedendomi se l’altissimo sia in grado di investirmi con un uno dei suoi fulmini attraverso le AirPods per non dover soffrire le sei ore di corso che ho davanti. Non mi accontenterà. Non lo fa mai. Non mi ha sistemato lo stomaco, la testa non ne parliamo, e nemmeno mi ha donato quei centimetri che tanto avrei desiderato 😅 Gli sto sulle palle. Vabbè, è reciproco. Tiro su il cappuccio e mi incammino. Una Marlboro fumata accanto al cartello di divieto messo proprio all’ingresso. Un po’ perché mi sono svegliato ancora più punk-rock del solito, ed un po’ perché, dal momento in cui siamo all’aperto, avrei un suggerimento su dove potete mettervi quel cartello. Poi entro, saluto il signor Brandolini, e cerco l’aula. Basso profilo. Fila in fondo a destra, tipo come al liceo, seduto fisso con quelli che “le uniche cose davvero importanti sono la patatina, il punk-rock, e la farmacia sempre aperta”. Questo tizio inizia a parlare, ed io ovviamente non lo sto ascoltando. Scrivo un messaggio, guardo un paio di storie, ho la testa nella musica e nel giuoco del pallone. Poi mi giro. Nella fila da parte a me si è seduta “una bella mammina” sui quaranta. Molto bene. Quasi per caso incrocio il suo sguardo. No. Devo distogliere immediatamente, ha gli occhi blu, quel blu, proprio quel blu che a prescindere da chi li porta (scrivevo tempo fa “Irrilevante l’età, il fisico, l’etnia ed il sesso di chi li porta”) mi paralizza e mi costringe a guardarmi le scarpe. Rassegnati, non avrai mai il coraggio di parlarle. Le ore passano lente. Vorrei morire. Poi si fa l’ora di mangiare un boccone. Sono all’ingresso, guardo il cielo: piove neanche fosse un pezzo degli Slayer. Dai pace, tiro su il cappuccio, faccio per fare i primi passi quando…
“Vuoi venire sotto? Di solito giro sempre senza ombrello anche io. Quando piove sembro sempre una barbona, ma sta volta l’ho preso su. È andata bene”.
Nemmeno te lo dico chi mi stava parlando, nemmeno te lo dico a cosa stavo pensando. Ovviamente accetto, probabilmente rosso in faccia ed imbarazzatissimo come al mio solito, ed iniziamo a chiacchierare sotto la pioggia. Utilissimo l’ombrello. Siamo entrambi annaffiati. Nessuno dei due sembra preoccuparsene. Prendiamo da mangiare e ci sediamo allo stesso tavolo con altra gente. (IO, ti rendi conto?) Un ora passata così vola, soprattutto in una giornata così lenta. Tempo di posare i vassoi, e di spegnere le sigarette che è già ora di tornare. “Dai, fammi fare il cavaliere. Tengo io l’ombrello”. Ok, sei molto imbranato. Ma cosa potrà mai capitare? Semplice. Fa per schivare una pozzanghera grande come il lago di Garda che, ovviamente, non avevo visto per tempo. Non voglio farla bagnare (forse? Davvero??) e cerco di ripararla spostandomi velocemente. Risultato? In pratica le ho dato un cartone sulla testa. Mi scuso, poi scoppiamo a ridere. “Bene, prima mi fai bagnare, e poi mi prendi anche a pugni. La prossima volta giuro che dovessi conoscere qualcuno di Piacenza, scappo a gambe levate. Altra dose di imbarazzo, ma ormai praticamente siamo in aula, e questa, assieme ad ogni altra piccola dose di hype presente ancora nelle vene, svanisce nell’esatto istante in cui ricomincia il corso. Ma ehi! Non prima di aver esplorato il piano meno uno. Mi serviva un bagno, e quindi mi trovo davanti al secondo cartello senza senso della giornata, in cui praticamente si invitavano i dipendenti dell’azienda in cui lavoro a non usarlo, in quanto l’accesso era riservato ai dipendenti dell’atra azienda presente nell’edificio. E Fotte? Ovviamente entro lo stesso, pensando “che cosa c’avrà mai di speciale sto cesso?? É forse in stile Disney primi anni novanta?” Grave errore. La mia testa malata mi ha subito fatto immaginare di venire accolto da Lumière e Tockins da Beauty And The Beast. Del tipo: “Cosa succede, cherie. Devi forse cacare? Be our guest! Be our guest! Put our service to the test”. Rido come uno stronzo da solo, e torno di sopra. Non sai come, ma sei arrivato alla fine. Scrivo al mio socio, dovremmo arrivare a Lambrate a distanza di pochi minuti uno dall’altro. Ma Ti fermi per salutarla? Che senso avrebbe? Dai, lasciala in pace. Tiro su il cappuccio e me ne vado verso la metro. Sono quasi arrivato, quando…
“Ehi, Piacenza! Ma a te piace proprio così tanto bagnarti?”
Me la rido, non avrei mai potuto risponderle come avrei voluto, ma me ne esco con un decisamente più pettinato “Non è che proprio mi dispiace, ma più che altro credevo che per oggi ne avessi avuto anche abbastanza di me”.
Finiamo il nostro incontro con un lungo viaggio insieme sulla metro, ed inspiegabilmente nessun imbarazzo, le parole mi vengono facili. Inizialmente sfottendoci per il profumo di cane bagnato che avevano le nostre felpe inzuppate, per poi passare a prendere per il culo gli altri poveri malcapitati che hanno fatto il corso con noi. “Ma l’hai notata la tipa tutta apparecchiata con quel vestitino color pesca? Sembrava una confettina”. Confettina! Nemmeno mia madre aveva saputo fare di meglio quando, da cliente particolarmente esigente, si era trovata l’organico del reparto gastronomia completamente rivoluzionato. Ad ognuno di loro un soprannome, ed io, per qualche tempo, ogni volta che andavo a trovarla dovevo collegare quei nomignoli affettuosi ai rispettivi proprietari. Uno spasso, giuro.
Parliamo a lungo delle nostre vite, passioni, storie passate, tanta musica, il suo figlio di quattordici anni, ed il suo Beagle di venticinque chili. Poi sono a Lambrate, la sensazione è un po’ strana. La saluto e la ringrazio per la giornata passata insieme. E poco dopo raggiungo il mio socio in stazione mentre chissà quale espressione devo avere ancora addosso.
Ma forse anche no. Anzi, direi un “male male qui”. Ad ogni modo immaginavo che prima o poi avrei voluto usare questa espressione come titolo “per qualcosa da scrivere qua”. Se non ricordo male basta tornare indietro di qualche mese. Me ne stavo sul balcone di casa mia, seduto a gambe incrociate sul pavimento ad assaporarmi una Marlboro post cenetta handmade. Un calice di Schiava, un filo d’aria fresca in quella che è stata una estate quasi impossibile, e con uno dei miei pezzi preferiti dei Chainsmokers sullo sfondo, all’orizzonte dei miei pensieri. Ridevo da solo, perché mi dicevo “dai, fin qui tutto bene”, ma in realtà già sapevo che stavi diventando decisamente un problema per me. Cominciavo già a parlare troppo spesso di te, ad usare la nostra differenza d’età come scusa e, ovviamente, a scherzarci su con le persone attorno a me, dicendo cose del tipo “è nata nello stesso anno in cui i Brand New facevano uscire il disco che ho tatuato sul braccio” oppure cose del tipo “è nata nello stesso anno in cui Juventus e Milan erano sul tetto del mondo, inarrivabili” a seconda del mio voler utilizzare l’argomento musica o l’argomento giuoco del pallone. È passato qualche mese e, come da me previsto, la situazione non è cambiata poi così tanto.
Non è vero. La situazione è decisamente peggiorata.
E adesso sto per raccontarti una bella stronzata così da farti capire quanto.
Perché non inguaiarsi l’agenda, già complicata di per se, cedendo alla richiesta di indossare nuovamente le vesti del Dungeon Master? Ero davvero titubante, e con tantissime e valide motivazioni per lasciar perdere, tipo l’essere decisamente fuori allenamento (la mia ultima sessione da DM risaliva alla fine degli anni duemila), tipo la mia dislessia non diagnosticata (molto meglio scrivere: non mi incarto e non sono costretto ad ascoltare la mia voce che per la cronaca ho sempre detestato. Bruno AUTOSTIMA De Micco), e tipo il non poter reggere il confronto con il signor Montanari (DM di noi poveri nerd e uccisori di mostri della domenica sera, dall’esperienza e dalla competenza per me irraggiungibili, oltre che una delle persone più belle di tutto il creato). Poi mi sono detto “dai, ma perché no?”. È una cosa che ho sempre trovato divertente, di creatività ne ho sempre avuta da vendere, e poi un po’ mi stuzzicava l’idea di avere tre giocatori completamente nuovi a quel mondo, due amici e mio fratello. Sta andando alla grande, Sam in particolare ci è finito sotto di brutto, e già dopo solo una manciata di sessioni avrei abbastanza cose da raccontare da riempire tutto il blog. Stasera però voglio solo condividere questa istantanea presa dalla nostra chat dove, per iniziare un veloce recap della sessione precedente, prima ho tirato in ballo il papà della lingua italiana in persona, e poi ho avuto il coraggio di fare questo:
Quindi, cara la mia bella e giovane figlia del fornaio, adesso ascoltami bene. Quando anche solo un “Ciao Bruno” e pochissime altre parole diventano un problema così grande da condizionarmi così tanto, penso sia arrivato anche il momento in cui te ne devi andare anche un po’ a fare in culo. Stronza.
Con affetto, si intende.
È pur sempre il mio blog. Non va preso troppo seriamente. Ho ancora voglia di divertirmi.
Ad essere sincero i segni che questa giornata non avesse nessuna possibilità di cominciare come tutte le altre erano ovunque, ed in grande assortimento. Pensare di stipendiare gli astrologi per sentirti dire quello che vuoi potrebbe anche suonarti come una buona idea, se solo tu credessi a queste cose e soprattutto se solo tu non avessi finito le sigarette e la base della sopravvivenza nella tua dispensa. Quindi meglio riformulare:
Ad essere sincero i segni che questa giornata non avesse nessuna possibilità di cominciare senza andare a fare la spesa erano ovunque, ed in grande assortimento. Inutile combattere il volere delle stelle, della madonna o di chi per lei.
Sono nel mio “sottocasa” di riferimento…
“Ti prego, dimmi che hai usato volutamente il termine “sottocasa” per indicare il Conad di Via Modenesi con il solo scopo di proteggerti dal conflitto di interessi che verrebbe generato dal tuo ammettere di fare la spesa alla concorrenza. E poi dimmi che stai lasciando volutamente anche l’indirizzo del punto vendita per potertela ridere quando rileggerai tutto questo in futuro”. “Certo che sì”.
Pochi minuti, passaggi rapidi tra le corsie, tanto sai benissimo che dimenticherai più della metà delle cose di cui avevi davvero bisogno, e prima ancora di potertene accorgere ti trovi in cassa assorbito nei tuoi pensieri nell’attesa.
Arriva lei, look decisamente alternativo ed interessante, inizia ad appoggiare le sue cose finché non finisce il nastro a disposizione e rimane con un po’ di spesa tra le braccia. La osservi per un attimo, valuti se compiere il famoso “gesto dell’imbarazzo” di mettere il divisorio tra la tua spesa e la sua, poi decidi di non farlo e aspetti che a farlo sia lei, tiri fuori il telefono e rileggi una conversazione di poco tempo prima. Lei finisce di sistemare la spesa (ma il divisorio poi ce l’ha messo?? Sì, sì… tranquilli) e quasi di riflesso si mette ad usare il telefono.
“I gelati che hai preso sono stra-buoni. A me piacciono tantissimo quelli al caramello salato, non so se li hai mai provati”
CI SIAMO.
Ora il racconto potrebbe prendere tante direzioni diverse, e farò del mio meglio per mostrartele tutte.
La via più razionale, quella che ti farebbe rispondere “e grazie al cazzo, vita mia… ci sono poche cose al mondo che danno lo stesso livello di assuefazione del caramello salato, del caffè e delle Marlboro”.
La via più “over-sensitive”, quella che ti lascia un po’ senza parole. Non è un segreto, l’autostima non è mai stata una delle mie caratteristiche principali ed ho più di qualche problema con gli specchi, quindi un approccio che arriva direttamente dal nulla, che io non mi sia andato a cercare con una delle mie bellissime figure imbarazzanti, mi disorienta a dire poco.
Ma questo è il mio blog, quindi il racconto non può che proseguire con la teoria delle tre categorie scritta a quattro mani con un amico che classifica il comportamento di noi “good old-fashoned lover boys” in reazione ad una situazione simile.
Categoria uno: tutti quelli che già dalle sue prime parole stanno pensando “ma con questa ci usciresti o no?” (e vi garantisco che vi sto dando una versione decisamente più edulcorata).
Categoria due: tutti quelli che pensano esattamente le stesse cose di quelli della categoria uno, ma decidono di mentire sapendo di mentire affermando che non è così.
Categoria tre: gli omosessuali.
Appartengo orgogliosamente, ed in maniera anche pessima e/o imbarazzante, alla categoria numero uno, e quindi ecco che…
“Sì li ho provati. Vero, sono buoni da Dio. Però dai alla fine tutti i gusti che fanno sono spettacolari, io ci sono sotto di brutto”.
“Ma quelli al caramello salato di più. Punto. Mi sono anche incazzata un sacco perché avevo fatto scorta per poi venire a sapere che al Gigante dove vado di solito erano in offerta”
[…]
La cassiera mi guarda, era come se avesse scritto in faccia “ma da bon?”, quindi mi scuso ed un po’ imbarazzato dico di voler pagare con la carta ed inizio frettolosamente ad imbustare. Ringrazio la cassiera, saluto la ragazza che mi risponde con un sorriso ed esco dal negozio.
Ora so benissimo che vorreste che il mio racconto proseguisse, che vi raccontassi di come abbia presto tutto il tempo necessario per allacciarmi bene la cintura, per aver cercato con calma la temperatura confortevole, e che la sintonizzazione con RTL 102.5 fosse perfetta con il solo scopo di aspettare che lei uscisse dal supermercato, che mettesse la sua spesa nel cestello della bicicletta e tutto quello che sarebbe potuto succedere / è successo dopo. Ma questa è a tutti gli effetti una puntata de “le disavventure del lattaio con l’innamoramento facile” quindi già lo sapete: non verrete accontentati.
Prometto che non tradirò mai il format di questa rubrica. 😂
E quanto a te, ti prometto che ogni volta che starò assaggiando qualcosa al caramello salato un po’ ti starò pensando, ripenserò a questo incontro e soprattutto ripenserò alle calze allucinanti ed improbabili che indossavi stamattina. Ti giuro, ora la mia collezione ha assunto tutto un nuovo significato.
‘Mocc.
Yours.
Brun-eee-no
(Yes, it’s the Milk Boy, a questo giro con il gettone trasferta).
Perla tra le perle di infinita saggezza, estratta a freddo e non filtrata direttamente dal retaggio culturale della mia famiglia. Famiglia di poeti e famiglia di linguisti, cinque vite intere dedicate allo studio della comunicazione e della sua esplorazione fino alle zone più oscure, sperimentazione, neologismi da far girare la testa.
Che poi scrivere tutto questo “fa molto più figo” rispetto al raccontarvi della nostra dislessia ancora non diagnosticata, e che poi tutto questo fa parte di un articolo del mio blog.
Davvero pensavi che avrei perso l’occasione di cominciare proprio così?
Mettiti comodo.
In breve.
Predico malissimo e razzolo ancora peggio. Punto. Nonostante tutto questo, è il quesito che mi faccio quasi quotidianamente ad ogni litigata con me stesso. Forse il principale tra i dilemmi esistenziali, forse la domanda più pertinente che ogni terapista dovrebbe farti all’inizio di ogni seduta, o comunque sicuramente la domanda che ti farei io all’inizio di ogni seduta se vestissi i panni del tuo terapista. Copi, se mi stai leggendo prendi nota.
Perché “alla fine de la fava” il nocciolo di molte questioni lo si può davvero trovare tra i caratteri di queste cinque parole con un punto interrogativo in chiusura.
Ma perché ti devi soffrire?
Qual’è il punto di rispondere “non so di cosa stai parlando” quando guardando un film ti chiedono se il co-protagonista “è lo stesso tipo che ha fatto R in Warm Bodies” e quando sai benissimo di essere sul divano di casa tua e quindi a rischio? E non puoi reagire male se lei poi ti dice “ma che cazzo dici, ho visto che hai il libro nella sezione imbarazzo”. Non cercare di fare il figo a caso, non ne sei capace, e poi che senso ha provare a nascondere le parti più imbarazzanti di te quando per molti anni hai fatto del comportamento opposto il tuo trademark? Molto meglio restare orgogliosamente un nerd, anche a costo di correre il rischio che l’intimità di quella conversazione diventi l’unica cosa di intimo che vedrai durante tutta la serata.
Qual’è il punto di “andare a guardare le stelle a Carpaneto perché si vedono meglio”, o anche “a raccogliere le margherite nei campi” (per citare in maniera anonima come da tradizione una persona per me molto importante) se sai benissimo che si tratta solamente di un’altra di quelle situazioni dalle quali ormai avresti dovuto imparare da molto tempo di stare alla larga, di smetterla e di crescere?
Qual’è il punto di stare male, male per davvero, al punto di non riuscire quasi a formulare frasi se costretto a parlare, di rischiare anche di ammazzarti al volante perché non riesci a concentrarti se sai che comunque questa serata che passerai sotto ad un gazebo, mangiando luganiga e patate homemade, chiedendosi se sia più corretto passare prima al gelato oppure al gin tonic, parlando di cose per le quali è previsto l’arresto in quanto l’ammenda non te la puoi permettere che sei povero da dovertene vergognare, riuscirà comunque a raddrizzare questa giornata storta e a rendere questo periodo sicuramente più sopportabile? Sei già stato in posti pericolosi con la testa e ci sei già stato nemmeno troppi anni fa. Davvero hai voglia di tornare lì?
Qual’è il punto di riuscire sempre a distruggere le cose a cui tieni, di non aver ancora imparato che spesso provare a parlare prima che esplodano le bombe potrebbe risolvere le cose e far sopravvivere progetti per te importanti? Perché ti giustifichi dicendo che non ne sei capace?
Qual’è il punto di non capirci più niente per quel sorriso, quando è nata nello stesso anno in cui i Brand New facevano nascere il disco che hai tatuato sul braccio, quando per te la differenza d’età è abbastanza da farti dire “non pensarci nemmeno per un secondo, lasciala stare”. 😂
Non ho buoni propositi, I solemnly swear that I am up to no good, e sono consapevolissimo di non funzionare e di non poter essere riparato. Volevo solo fare alcuni esempi tratti da avvenimenti recenti che potrebbero servirti per fare esattamente l’opposto e comportarti come si conviene, o come sempre anche solo per riuscire a strapparti un sorriso con le mie disavventure.
In ultimo, volevo chiudere con un sentitissimo grazie a Donna Giuliana per essere stata la madre di questa magnifica espressione. La tua saggezza è lì, ai livelli degli assist di Kevin De Bruyne e dei riff di chitarra di James Hetfield.
Lei passa ogni mattina con puntualità Ed io corro come un matto per essere là Succede il finimondo in mezzo a quell’incrocio Ogni volta che passa lei, lei.
Mi hanno già tamponato, la macchina sfasciato Ma devo esser sempre là Due costole incrinato e un braccio fratturato Ma voglio esser sempre là.
Nel mio mondo ideale Sebastiano dei Derozer dovrebbe essere riconosciuto come uno dei migliori tra i poeti mai esistiti. Poi se un po’ sto scherzando, e se un po’ mi dispiace per te, nel caso tu non sappia di cosa sto parlando, poco importa.
Ma voglio esser sempre la.
Grazie a Dio non dovevo guidare per andare all’asilo. Sì, all’asilo, hai capito bene. Non è un mio ricordo, ma di una fonte attendibilissima. Parlo di un piccolo Brunino di quasi trent’anni fa, una pettinatura di quelle che quando ti riguardi in foto stramaledici i tuoi genitori che ti facevano andare in giro conciato così, la sua caratteristica fossetta sulla guancia sinistra, il suo walkman sempre con se.
Impossibile andare all’asilo se prima non si passa dalla “fiorellaia” di Via Colombo.
E così quella santa donna di mia madre mi permetteva di incontrare il mio primo amore, ed il mio primo tra gli amori impossibili. Chi ben comincia… E se non esiste nessun amore che possa definirsi tale se non ti lascia un segno, guarda cosa cazzo doveva capitare a me.
Onestamente non so se esiste un nome per questa “patologia”, per il mio sentirmi costretto a guardarmi le scarpe pur di non incontrare il tuo sguardo anche solo per un attimo, per il mio rischiare di arrossire apparentemente senza un motivo, per la mia difficoltà a pronunciare anche solo le parole con le sillabe più semplici.
O forse è solo tutta colpa tua, per quale motivo devi avere gli occhi blu?
E non parlo di attrazione fisica, tutti abbiamo le nostre preferenze, ed il mio debole per le donne un po’ curvy non mi ha mai creato problemi di nessun tipo, al limite lo ha creato ai loro morosi, mariti e/o compagni. Ma questa è tutta un’altra storia. Irrilevante l’età, il fisico, l’etnia ed il sesso di chi li porta, qui sto parlando di qualcosa che un po’ mi uccide tutte le volte, di una delle cose che più amo e detesto allo stesso modo di tutto il creato, bella come camminare sotto la pioggia, come il profumo del caffè, come fare musica… qualcosa di così bello che mi fa letteralmente andare giù di testa.
La più bella tra le opere d’arte. Il mio tallone d’Achille. E sembra che davvero non riesca a guarire.
Quindi adesso ascoltami, se fai parte di quella piccola percentuale di persone al mondo dotata di occhi blu allora scusami se mi fisso le scarpe, scusami se parlo poco e se cerco di evitarti, è solo che mi sento a disagio. E se invece abbiamo (o abbiamo avuto) un rapporto di qualsiasi tipo, sappi che avrò sicuramente cercato in ogni modo e con ogni mezzo di tenerti a debita distanza. Se poi mi sono arreso, devo per forza di cose avere visto qualcos’altro di speciale in te per la quale valga la pena di sentirsi così. Sicuro.
E niente, grazie tante cara la mia fiorellaia. ‘Mocc a mammeta? Sì, sempre.
“/shkù·ṣa/(forma regionale di “scusa”, espressione usata per attirare l’attenzione), dove sta il lievito?” “Il lievito sta nel settore delle spremute ad altezza occhi”. Prende su e va verso la macelleria, non caga minimamente le spremute, si ferma, agita le mani con fare teatrale, seccato, poi torna verso il malcapitato lattaio. “Senti ma io non le ho viste ste shpremute, fammi vedere, ja” “Jamm ‘a vrè(sospirato, non audibile) guardi, qua stanno le premute e ad altezza occhi, come dicevo, troviamo il lievito” “Eh, ma così mica lo vedevo, io mi aspettavo gli scatoli, non vedevo gli scatoli” “Anche perché gli scatoli non esistono” “Cosa?” “Niente… forza napoli!!” “SEMPRE!! Arrivederci e grazie, cià cià.”
Ciao, scusa il disturbo, sei davvero molto carina, ma se mettessi giù quel cazzo di telefono mentre provi a svoltare a sinistra sarebbe tutto molto più semplice…