diari di un manigoldo. (prefazione)

Inizio del nuovo millennio, pettinatura decisamente da rivedere, primi segnali di una futura ed inevitabile deriva nerd.

Era scritto nelle stelle.

Un gioco che per me ancora non aveva un nome.
Manuali stampati di straforo in università dal fratello di un mio amico di infanzia, il mio primo master, rigorosamente in inglese e tenuti insieme da un vecchio raccoglitore dall’aspetto molto vissuto.
Parliamo di un ammasso di regole comprensibili solo fino ad un certo punto, e di una storia tra le cui parole avrei mosso i miei primi passi da gamer.
Nel giro di qualche minuto era diventata quella la mia realtà, ero completamente immerso in quei racconti che stavamo scrivendo insieme in quel pomeriggio ormai così lontano nei miei ricordi.

Poi il profumo di quella fumetteria.
Elettrizzante.
Un blend di carta stampata, di plastica di bustine protettive e di ogni altro ben di Odino.
Su quegli scaffali sembravano riposare indisturbati e disposti in maniera ordinata una marea senza fine di sogni ad occhi aperti.
Quel gioco aveva un nome, Dungeons And Dragons, esisteva dal 1974 e si era arrivati da poco alla sua terza edizione.
Sfogliavo le pagine di quei manuali con lo stesso rispetto che avrei riservato ad un tomo proibito e dimenticato da secoli.
Sfioravo con le dita ogni illustrazione, incubi, tesori, armi ed armature, incantesimi ed oggetti magici, e nella mia mente stavano già prendendo vita un sacco di incontri e sfide future.
Agosto se ne stava andando, ma ero contentissimo di aver preso su una felpa quella mattina.
Uscivo dal negozio con i tre manuali base ed un set di dadi nello zaino, mettevo su le cuffie, premevo play su di un lettore cd, e respiravo a pieni polmoni l’odore della pioggia che le strade bagnate di Piacenza mi stavano dolcemente donando.

«Tirate l’iniziativa!»

Cominciavano così le primissime campagne con il mio gruppo di amici.
Storie semplici, forse un po’ acerbe, ovviamente piene imballate dei caratteristici cliché.
Passaggio obbligato.
“All’interno della locanda si respira un’aria così densa di fumo di pipa e di profumo di stufato che la si può quasi tagliare”.
Suona familiare, vero?
C’è sempre quel ranger incappucciato e seduto in un tavolo un po’ in ombra, non può mancare.
Sta fissando il suo boccale così intensamente che sembra quasi parlarci, neanche gli avesse appena detto che sua madre fa tanti, belli, significativi ed affettuosi pompini proprio come se il mondo dovesse finire da un momento all’altro.
Il portone di quercia poi si spalanca ed il paladino fa il suo ingresso, sempre molto teatrale, con la sua armatura così scintillante da accecare la quasi totalità degli avventori.
Emana un senso di giustizia così radicale che, se si ascolta con attenzione, si può percepire il tremore delle ossa di tutti i terroni presenti nella sala grande.
Prima il nord.
Immancabile il bardo, tutto preso nell’accordare il suo liuto.
Conviene stare attenti, questo cantastorie da quattro soldi è sempre pronto a montarsi qualunque cosa sia dotata di un battito cardiaco.
Madre del ranger inclusa.
Il mago se ne sta in disparte, ha la puzza sotto il naso e lo sanno tutti, di certo non si abbassa a stare in mezzo a tutta quella marmaglia.
Tutto il contrario del chierico, personaggio di rara bontà d’animo.
Se ne sta vicino al camino alle prese con un ginocchio sbucciato di un povero pischelletto in lacrime.
«Siete qui per l’incarico?»
Tipica frase di un oste di solito pronunciata mentre si trova ad asciugare lo stesso boccale sporco da un tempo indefinito ed impossibilmente lungo.
Neanche il tempo di rispondere.
Alle loro spalle appare finalmente dal nulla il ladro, facendo saltare dalla sedia il povero ranger (costretto a fingere di averlo visto arrivare… passi la mamma un po’ puttana, ma un minimo di reputazione…)
La compagnia è così al completo, ed ecco messi insieme un manipolo di stronzi con passati tragici e storie commoventi che non si conoscevano fino ad un minuto prima.
C’è questo maniero infestato, questo tesoro che per chissà quale stra-cazzo di motivo nessuno si è mai portato a casa, e questo incarico accettato in una ventina di secondi senza che nessuno ponesse l’unica e la sola domanda che davvero avrebbe un senso in una situazione del genere…
«Perché non ci vai tu?»

Fast-Forward fino alla fine degli anni duemila.
La svolta.
Mi sono unito alla Bisca, e tutto il resto è storia.
Perché di storie su di noi ne avrei così tante da raccontare che probabilmente WordPress mi aumenterebbe i costi di gestione di aprilseventeen.com in maniera esponenziale (e davvero non me lo potrei permettere).
Ho trovato persone splendide e soprattutto invasate almeno quanto me, ho giocato le mie campagne più belle, ed ho costruito ricordi indelebili che mi porterò sotto la pelle per sempre.

Dopo la chiusura di una lunghissima campagna abbiamo deciso di voltare pagina.
Diego ha chiesto un po’ di meritate ferie dal suo ruolo di Master, e la patata bollente è passata al Dan.
Novità assoluta, non ha mai scritto una campagna in tutta la sua vita.
L’ispirazione parte proprio da questo.
Ho deciso che avrei provato a scrivere dei racconti basandomi sulle avventure disegnate da un Dungeon Master alle primissime armi, arricchendole magari con aneddoti divertenti, cazzate, e con tutto ciò che potrebbe capitare in una sessione giocata da quegli scappati di casa della Bisca.
Vorrei provare a portarvi da un’altra parte, a farvi dare un’occhiata al nostro mondo di uccisori di mostri della domenica sera, cercando di rendere questi racconti accessibili anche “ai non addetti ai lavori”.

Seguiranno le disavventure di Ryoga, un elfo dei boschi (con un outfit discutibile) che maneggia il suo arco lungo come fosse un’estensione del suo corpo e frecce appuntite come fossero l’espressione della sua volontà, e di Manigoldo, il suo inseparabile Gufo dal carattere fumantino e modi spesso poco carini.

Sì riparte da Welderos, città disegnata da Diego nella precedente campagna, diversi anni dopo gli eventi vissuti dai nostri vecchi personaggi.

Il primo episodio si trova giusto al di là di questa pagina.


«Ehi Manigoldo, perché non ti fai una svolazzata qui intorno tanto da capire un po’ la situazione?»

«Ma nemmeno se mi soffi sulle piume!
Non hai sentito le parole di Volmer?
Questo maniero è infestato, non ci penso neanche!»

«Certo che il coraggio proprio non ti manca.
La prima impressione è tutto, e ti posso garantire che davvero non ci stai facendo una bella figura.»

«Fotte?
E detto da te poi…»

«E perché, se lo posso sapere?»

«Fai sul serio?
Un elfo dei boschi che se ne va in giro in calze e ciabatte davvero non si può vedere!»

«Ma che cazzo dici?
Troppo swag queste calze!»

«Sto per vomitare!»

«I gufi possono farlo?»

«Prova a chiederlo a tua madre…»

D’altronde si sa:
La mamma del ranger…

A Presto.

diari di un manigoldo. (prologo)

Carbone, incenso, ed erbe dal valore di circa una decina di monete d’oro e mezzo (in giro tutto meeessooo wooo-oooah!) da bruciare in un braciere (I saw a kitten eating chicken in the kitchen / Wa-Wa-Wa-Waffle??) fatto ri-go-ro-sa-men-te d’ottone (e non chiedermi il perché… non ne ho la minima idea!)
Una volta terminato questo breve rituale, l’incantatore ottiene così il servizio di un famiglio, uno spirito che assume una forma animale a suo piacimento.
(E per suo… intendo dell’incantatore, ovvio!)

Tra tutte le bestie che trovarono rifugio nell’Arca in quei giorni piovosi dove l’onnipotente decise di donare ad ogni cosa una bella sciacquata, la mia metà dalle orecchie a punta ha scelto proprio un gufo, il suo gufo.

Per carità, possedere i tratti del migliore tra tutti i predatori notturni ha sicuramente i suoi vantaggi, non lo nego.
Le mie piume sono state disegnate dal silenzio assoluto in persona, con quei bordi sfrangiati che sembrano accarezzare l’aria prevenendo ogni minimo fruscio.
Not Bad.
Comodo non essere percepiti quando la situazione lo richiede.
Peccato solo che questa situazione sia giusto un po’ diversa, e che questo mio dono stasera mi stia mostrando il suo lato peggiore.
Hai già capito, non è vero?
Le mie piume non respingono l’acqua, nemmeno un pochino, e tendono a inzupparsi molto facilmente.

Hai mai visto un gufo volare sotto la pioggia?

Ogni colpo d’ala mi sta richiedendo più del doppio delle solite energie necessarie.
Sto lottando e perdendo la mia battaglia contro la forza di gravità.
Il freddo e l’umidità stanno provando a prendersi anche il mio cuore.
Sperare di trovare un cavo di un tronco dove poter rifiatare anche solo per un attimo sembra quasi come sperare nell’uscita di un nuovo disco di Izi.
(Anche se devo ammetterlo… la mia bussola al momento punta dritto verso VT3SOR in uscita il 13! SCUSA MESTER 😅❤️)

E poi c’è questa cosa.

Più una suggestione che una certezza.
Non riesco ad esserne sicuro, ma mi sento addosso quella odiosa sensazione che si prova solo quando si viene seguiti da qualcuno.
Eseguo numerosi e rapidi cambi di direzione, mi volto e cerco di catturare ogni minimo dettaglio delle immagini davanti ai miei occhi, ma niente.
I miei sensi sono particolarmente sviluppati, sono in grado di disegnare velocemente e facilmente sentieri e rotte invisibili tra queste gocce che cadono senza una sosta, ma niente, e ancora niente.
Se c’è qualcosa, si sta muovendo esattamente al limitare della mia capacità di percezione, sul confine dei miei sensi, fuori dalla portata dei miei artigli.

Davvero frustrante.

Poi decido che può anche bastare così, e chiudo questa mia esplorazione con un ultimo sguardo rassegnato verso le ombre bagnate di queste antiche rovine.
Vorrei tornare da orecchie a punta, e vorrei farlo prima che possa cacciarsi nei guai.
Solitamente siamo in grado di comunicare con il pensiero, il nostro legame è così forte da poterci trasmettere ogni tipo di emozione, di utilizzare l’uno i sensi dell’altro, ma non stasera.
Qualcosa si sta muovendo nella trama magica, lo puoi sentire mentre lentamente scivola come fosse un serpente, ed ogni incantesimo, anche il più semplice e banale, sembra piegarsi e distorcersi seguendo la sinuosità di quei movimenti…

«Manigoldo, sei tu??»

«Cazzo ti gridi??

Tra tutte le bestie che trovarono rifugio nell’Arca in quei giorni piovosi dove l’onnipotente decise di donare ad ogni cosa una bella sciacquata, ho scelto proprio un gufo, il mio gufo, Manigoldo.
Ho capito, ho capito, visto in queste condizioni non gli daresti due monete d’oro.
Sotto la pioggia battente tutta la sua maestosità va a farsi benedire, tutta la sua regale palla di piume svanisce come per magia.
Guardalo.
Il temibile fantasma dei boschi, ora solo una figura così fragile, così sottile.
Mi fa morire.
E senti come è incazzato…

«Eh, ma che brutto carattere!»

«Tua madre? Che lavoro fa tua madre oltre ad essere la mia donna di servizio?
E menomale che hai preso stealth come abilità al primo livello.
Vuoi anche assoldare un araldo che ci annunci a soffi di trombe o facciamo come se?»


«Dai vieni qui, patatone, così ti asciughi e ti dai una sistemata…»

«Pa-ta-to-neeeeeee?? Pa-ta-to-neeeeeee??
Patatone ci chiami Mester, ammesso che ti conceda questo privilegio, e conoscendolo ho parecchi dubbi a riguardo!»


«…»

«Pa-ta-to-ne… neanche fossi il tuo cane!
Già Manigoldo è parecchio imbarazzante, fanculo a te e a quell’altro ciabattaro che ti ha dato questa bella idea!»


«Dai basta, ho capito. Niente più giri di ricognizione mentre piove, promesso! Contento?»


«Ammazzati!»

Inizialmente solo un puntino.
Poi un’ombra, appoggiata come se fosse dipinta su quel poco che resta di un edificio crollato.
Sembra aspettare perfettamente immobile l’arrivo di qualcosa o di qualcuno, e sembra che la pioggia non gli dia nessun fastidio.

«Ha deciso di palesarsi alla fine!
La nostra caccia è finita, amico mio.
Tieniti pronto!»

Succede tutto nel giro di qualche istante.
Prima lo scricchiolio del legno.
Sembra quasi che il mio arco abbia appena cantato un lamento soffocato sotto la tensione, appena prima del silenzio del mio respiro trattenuto.
Poi i suoi primi passi, lenti e strascicati verso di me.
Il suono delle sue ossa e delle sue carni marce in movimento è rivoltante, ti giuro che posso sentire l’odore di morte anche a questa distanza.
Vedo tutto il resto del mondo sbiadire lentamente in una danza di ombre, mentre il mio nemico è l’unica cosa che rimane a fuoco.
Dritto davanti a me, al centro della scena.

«Andiamo, blastalo!
Cosa stai aspettando?»


«Che cazzo hai detto?»

Un ultimo sguardo al mio bersaglio, giusto un istante prima di lasciare che le dita mi scivolino dalla corda.
Un sibilo, quel suono che ho imparato a conoscere molto bene.
Poi l’impatto.