[…] A.:“Ma vengono considerati Punk-Rock?” B.:“Oddio… Sicuramente il Pop-Punk fa parte delle loro influenze principali, così come l’Alternative, l’Emo, e l’Hardcore. Soprattutto se consideriamo i loro primissimi lavori. Ma ti direi di no. Etichettare i The Story So Far semplicemente come Punk-Rock mi sembra un po’ troppo… troppo… riduttivo?” A.:“Comunque fanno pietà, dai…” B.:“Ma che cazzo dici? Devi iniziare proprio adesso che siamo quasi arrivati?” A.:“No no, per l’amor dei Santi!” B.:“Ok, dai… Siri, riproduci XXL.” Siri:“Ascoltiamo XXL di Nerissima Serpe, Papa Quinto & Fritu!” A.:“Hahahahahahaha!! Ma chi cazzo è Papa Quinto?” B.:“Dai, povera Siri, lasciala in pace! Perché la devi prendere per il culo?” A.:“Figa, Papa Quinto… che GOAT! Come è messo al Fanta-Conclave? C’è qualche possibilità di vederlo come successore di Francesco?“ B.:“Non ne ho idea. Tra qualche giorno se ne starà nel chill con tutti i suoi G tra le possenti mura della Cappella Sistina. Sai le fumate nere che partono?” A.:“Madonna Santa! E per non dire altro.” B.:“Ecco, ti stavo aspettando!” A.:“Servito!”
[…] A.:“Pensa se ti avessi influenzato io prima che ti innamorassi di quella sciacquetta. Adesso saresti un fan di Ed Sheeran, e non di Papa Quinto e Grandissima Serpe!” B.:“Ti prego! Papa V e Nerissima Serpe. Comunque sei in ritardo giusto di qualche anno. Sempre stato fan di Ed Sheeran.” A.:“Serio?” B.:“Puoi dire lo giuro! Sheerio convintissimo dai tempi di A Team, tipo dal 2011 se non sbaglio. E per la cronaca, la sciacquetta aveva otto anni, quindi direi che almeno per questo non si può davvero fargliene una colpa, giusto?” A.:“Ti giuro, non ti facevo uno sheerio. Quindi sai anche che oggi usciva una sua nuova canzone?” B.:“Yep. Old Phone. Per l’album invece tocca aspettare fino a Settembre.” A.:“Benissimo, allora togli il Papa e la Serpeverde che ci ascoltiamo la nuova di Ed!” B.:“Due cose. Primo, quando siamo sulla Maila sono io a decidere la playlist. Ed a seguire, non l’ho ancora mai ascoltata. Vorrei essere da solo la prima volta… metti che poi…” A.:“Metti che poi cosa?” B.:“Mmm… con Edoardo non si sa mai come va poi a finire. Ho sempre amato particolarmente sia il suo timbro che la sua penna. Al netto dei cliché da canzoncine per matrimoni, scrive cose che risuonano abbastanza con me.” A.:“Tipo che ti emozioni?” B.:“Eh. Ricordo benissimo la prima volta che avevo messo Multiply sul giradischi. 2014, abitavo ancora con i miei. Ero sul letto con le mie fedelissime cuffione da ascolto ed in più momenti stavo piangendo davvero tanto. Il mio primo pensiero era stato qualcosa del tipo: meno male che sono a casa da solo, altrimenti come lo spiego a mio padre?” A.:“No, vabbè, sto malissimo! A parte che non penso ti avrebbe detto chissà cosa, non mi sembra così grave, no?” B.:“Non lo conosci. Sono 36 anni che ci prendiamo per il culo a vicenda per qualsiasi ragione, che sia per cose gravi o non. Ma effettivamente mi ha perdonato cose ben peggiori. Tipo quando ha saputo della mia fede bianconera. Mi ha confessato che avrebbe preferito un figlio omosessuale piuttosto che Juventino.” A.:“Non riesco proprio ad immaginarti dell’altra sponda. B.:“Nemmeno io riesco ad immaginarmici se è per questo, ma se così fosse stato ci sarebbe stato solo un modo per fare il mio outing. Presentandomi al suo cospetto indossando una maglietta con su scritto #EscoPazzoPerIlCazzo!” A.:“Hahahahahahaha!! Dovresti farglielo comunque, almeno come scherzo.” B.:“Non ci crederebbe mai, è impossibile.” A.:“Ancora non ne vengo fuori, comunque. Brunino è uno sheerio. E si emoziona con le sue canzoni. Cucciolo lui!” B.:“Cosa? Chiamami ancora così e litighiamo.” A.:“Dai, è troppo una cosa da cuccioli, sei cucciolissimo, ti prego posso chiamarti cucciolo??” B.:“Scordatelo! Cucciolo proprio no, dai. Ti prego. Lo vedi come sei? Ti lamenti sempre che recito la parte del demone, poi per mezza volta che mi apro e ti condivido un lato sensibile mi devi stare addosso così. Boh, renditi conto!” A.:“E chi è che ti sta addosso? Ehi Siri, riproduci Old Phone di Ed Sheeran… Vediamo se e come piange questo demone. B.:“-.-“ A.: “Cucciolo!” B.:“Scendi!” A.:“Eh, ma che brutto carattere!” […]
“Drizzle!” (Light rain falling in very fine drops.)
Per oggi la prima parola, pronunciata con solo un filo di voce spezzata. Se stessi parlando con qualcuno dovrei fermarmi un secondo e schiarire la voce prima di dire qualcos’altro, ma l’ambientazione è completamente diversa. Non è ancora mattina (non del tutto almeno) e non ho ancora finito il mio Earl Grey scelto come abbinamento a tre o quattro Galletti della Mulino Bianco. Sono sul balcone con la tazza dell’Hellfire Club ancora fumante stretta nella mano destra, la bocca impastata, e con ancora indosso i vestiti della sera prima, in quanto fare le scale per raggiungere la zona notte ed andare a letto dopo una bella doccia erano tutti obiettivi difficilmente realizzabili qualche ora fa (e le tentazioni di quel divano nero così stiloso e di quella coperta, sottratta da casa dei miei una vita fa e lasciata nel contenitore della chaise longue proprio per occasioni come queste, mi sembravano una proposta troppo allettante per poter dire di no). Questi nuvoloni sembrano promettermi che terranno a bada la mia allergia ancora per un po’. Tiro su il cappuccio per proteggermi dal vento. Ringrazio Odino per avermi fatto dono di un altro giorno di freddo. La testa se ne va per i fatti suoi, la mia memoria sta cercando di riportare in superficie le esatte parole pronunciate da Samvise Gamgee giusto un attimo prima di lasciarsi la contea alle spalle. Il suono di un portone poi rompe per sempre il silenzio neanche fosse stato una bolla al naso da cartone animato, e forse solo per puro istinto mi volto appena in tempo per vedere questo tipo mentre sta lasciando casa sua: Scende un paio di gradini, si sistema lo zaino sulle spalle, dopodiché si fa il segno della croce (con tanto di bacetto sull’indice destro in chiusura). Mi trattengo a fatica dal ridere, riuscendoci solo in parte, e me ne esco con un… “Hai visto, Brunino? Evidentemente non sei la sola persona che sta per vivere una giornata particolare.” So bene che a questo punto da me ti aspetteresti qualche battuta un po’ blasfema infamante il creatore o chi per esso, è solo che ci ho dovuto dare un taglio con tutte queste cose per evitare di correre rischi inutili: Se continuo a tirare le bastie ad ogni occasione poi finisce che Tippe non mi fa più passare del tempo con Milena, e dall’esatto momento in cui la mia Potato ha messo i suoi occhietti blu dentro ai miei… Davvero non posso più nemmeno immaginare di vivere in un mondo dove lei non esiste. Senza contare poi che sto già trovando molti modi alternativi per mettere a dura prova la pazienza della mia povera neo-mamma preferita. Un esempio? Ero alla guida della carrozza (spingevo il passeggino) durante una delle visite di Her Royal Majesty presso le aree verdi del Suo regno (quartieri Farnesiana e Baia del Re) e, senza essere capace di spostare lo sguardo da quel musino neanche fosse magnetico, mi sono messo a canticchiare per lei nel modo più dolce che posso: “♫Da quando ero un kid kid al parchetto c’ho bevuto questo e ho fatto quello♫” con tutti i toni ed i crismi di una vera e propria ninna nanna. Immaginati la reazione di Tippe. Anzi no, non farlo.
Do un ultimo sorso, rientro in casa, accendo il Mac (abbandonando la tazza un po’ dove capita), e pochi istanti dopo le mie dita si stanno già muovendo ritmicamente sopra ai tasti…
“Ci siamo!” “Che vuoi dire?” “Se faccio ancora un passo non sarò mai stato così lontano da casa mia…” “Forza Sam!”
Avevo diciotto anni in quel diciassette aprile. Sono passati diciotto anni da quel diciassette aprile.
Ci sono storie facilissime da raccontare, parole e frasi che sembra si scrivano da sole in maniera del tutto spontanea, come se avessero una vita propria. Non parliamo di una di queste storie. Ho provato diverse volte a raccontarla, ma davvero non ne sono mai stato capace. Non lo farò nemmeno questa volta, non del tutto almeno. Parliamo del giorno più bello della mia vita (fino a questo momento), e probabilmente ne sono ancora così tanto “geloso” da aver inconsciamente deciso che non ne parlerei con chiunque, che non ne scriverei qui sopra… Che non ne parlerei proprio con nessuno.
Ad ogni modo conosciamo entrambi molto bene la prima parte di quella giornata, l’abbiamo vissuta insieme, e se oggi non prendessi qualche minuto per dedicarti un paio di righe me ne pentirei per il resto della vita. So che non saranno mai all’altezza, e so anche che comunque non saranno mai abbastanza per dirti grazie… ma da qualche parte devo pure cominciare, giusto?
Questo post è per te, Mester.
Quindi com’è che è cominciata quella giornata perfetta, Brunino? Scriverei che sembrava una mattina proprio come tutte le altre, ma lo farei solo per il cliché, perché stilisticamente molti racconti di questo genere iniziano proprio con queste parole. Mentirei sapendo di mentire, ed oggi proprio non mi va di farlo. Sapevo dal primo respiro (difficile a causa del polline, ma tant’è…) che “c’era qualcosa nell’aria”. Due parole veloci a Donna Giuliana per avvisarla che non sarei andato a scuola (metti che) e pochi minuti dopo stavo già lasciando Via Lusardi con una chitarra ed un paio di biglietti “area extra-urbana” al posto della solita tracolla ridotta quasi in brandelli. Destinazione Carpaneto City, ovviamente: Come fai a startene dietro ad un banco quando Mester ti chiede di passare la mattina insieme? Impossibile. C’era quel capannone del Borle, quel posto che iniziava a distruggerti i timpani solamente al pensiero di volerci fare un paio di note lì dentro, ma a noi ce ne sbatteva il cazzo. Scritte sui muri e condizioni “discutibili”, a noi piaceva così, e se ripenso a quanti ricordi ho costruito in quel posto quasi faccio fatica a crederci. Una mattina intera passata a suonare, a ridere, e a dire cazzate come se nient’altro fuori da quelle quattro mura avesse più un senso di esistere, uno di quei rari momenti in cui ti accorgi di essere esattamente dove vorresti essere e con chi vorresti essere. Punto. Probabilmente mi sarebbe anche bastato così, e non lo dico tanto per. Davvero non avevo la minima idea che quella mattinata sarebbe stata solo l’inizio di una giornata da “once in a lifetime”, da “allineamento dei pianeti”, da quel cazzo che ti pare. Tornavo a casa sentendomi in cima al mondo, e nulla sarebbe stato mai capace di uccidere quel mood.
Diciotto anni dopo. Per me vale ancora così.
Ogni momento che passiamo insieme è ancora uno di quei rari momenti in cui ti accorgi di essere esattamente dove vorresti essere e con chi vorresti essere. Ti giuro, sempre. Sei una di quelle poche persone al mondo che mi conosce per davvero, anche nei miei lati peggiori. Sei una di quelle poche persone al mondo tra quelle capaci di spazzare via ogni mio disastro semplicemente guardandomi in faccia.
Non hai idea dell’effetto che hai su di me.
Grazie per essere ancora al mio fianco, grazie per non esserti ancora rotto il cazzo di me e per non avermi lasciato indietro. Davvero non so come tu faccia a sopportarmi ancora dopo tutto questo tempo, ma sono troppo contento che tu ci riesca. So di renderti la vita difficile anche solo quando ti propongo di suonare “In fondo al mar” dalla Sirenetta, “Sesto Senso” del 🐐, pezzi di gruppi Metal dimenticati da Dio e così cattivi da mettere timore a Belial in persona, o quando con la voce eseguo la parte degli archi ogni volta che suoniamo “A Thousand Miles” (♫tututu-tututu-tuu… And I need youuu♫) 😂 Quindi grazie per l’infinita pazienza.
Non sono una persona da smancerie a caso, nemmeno riesco a scrivere messaggi a nessuno (a meno che proprio non stia morendo dalla voglia di farlo), e so che da molti anni ormai è diventato parecchio difficile tirarmi fuori un “ti voglio bene” anche usando la tortura. Ma per oggi fotte. Ti voglio un bene che nemmeno ha un senso dirtelo. Non so fin quanto durerà, ma ti prometto che da parte mia ce la metterò davvero tutta per fare in modo che sia un “per sempre”.
Lo so, stronzi, sono consapevole di non essere riuscito a distrarvi con questi racconti di una bromance. Se state ancora aspettando di leggere il seguito della storia di quella giornata così perfetta, sappiate che resterete delusi. Magari ci riproveremo tra altri diciotto anni, o forse chissà… Ho sempre specificato “il giorno più bello della mia vita fino a questo momento”, e sono sempre stato parte di quelle persone con una curiosità quasi morbosa su tutto ciò che riguarda “il domani”. Magari vivrò giorni anche migliori di questo, e quasi chiuderei questo racconto dicendovi che ci sono forse già andato vicino in qualche occasione ed in tempi recenti…
“Ora vorrei fare un esempio, ma se lo faccio viene giù tutto”. [Max Allegri] 😉
BACCHeTTe come se piovesse. Your Favorite Milk Delivery Boy.
I got wiring loose inside my head I got books that I never ever read I got secrets in my garden shed I got a scar where all my urges bled I got people underneath my bed I got a place where all my dreams are dead Swim with me into your blackest eyes.
Curriculum vitæ, The Beatles, bugie bianche, desideri da esprimere con l’ultima Marlboro capovolta nel pacchetto, e gli orsetti gommosi di Alice Cullen (con le prote?) C’è davvero un po’ di tutto, quindi meglio muoversi in maniera ordinata. In breve.
“Non ho mai pensato molto a come sarei morta, ma morire al posto di qualcuno che amo è un buon modo per andarmene.”
E già così potrebbe anche bastare, no? Dovrei chiudere tutto, spegnere il Mac, caricare l’asciugatrice, ed uscire da questo cesso di casa mai stata in condizioni peggiori di queste. Le alternative? Peggio che andar di notte. Fissavo il cursore pensando ad una frase che suonava parecchio tipo: “Quando si tratta di gelato, sceglierei sempre e comunque la stracciatella. Una delle cose che amo di più al mondo, quasi quanto il cioccolato fondente, il caffè amaro e le Marlboro, quasi quanto il tuo neo sul lato sinistro del viso.” A mio avviso anche Alfa in persona proverebbe solo vergogna se una cosa del genere l’avesse scritta di suo pugno, e a buon diritto direi, ma al netto di questo… Se davvero vuoi iniziare a scrivere qualcosa citando la prima frase del primo film di quella saga, allora devi proprio dare una giustificazione così forte da poter reggere l’impatto. Mi spiace deluderti, ma non ne ho una. È solo che, una volta scartata quella bellissima stronzata così mielosa da potertene tranquillamente vergognare per i prossimi quindici anni, dovevo pur trovare un modo per cominciare a scrivere.
Quindi ho cambiato completamente rotta (♫ciurmaaa, questo silenzio cos’è??♫) ed ho deciso di dedicare invece la prima parte di questo post ad una mia affezionata lettrice. Male Male Qui, Brunino! Fai così solo quando ti senti in colpa per aver fatto qualcosa che non va. Non è del tutto vero. La ragazza sa benissimo come difendersi da sola (forse lo sa fin troppo bene: ho ancora i segni sulla schiena per aver preso una “portafogliata” a velocità folle, uno di quei tiri che forse anche Gianluigi avrebbe definito come “imparabile”, uno di quei tiri al volo che dopo puoi soltanto andare a bussare sulla telecamera per dire a Spallettone che ci sei anche tu… e tutto questo “solo” per aver detto una mezza frase fuori posto nonostante me ne abbia lasciate passare ben di peggiori), e sa anche com’è che si fa a rispondere “colpo su colpo”. (Tipo?) Ti rifai vivo dopo aver avuto qualche problema di salute e lei si presenta con un regalo che a definirlo come unico e davvero originale non gli renderei giustizia. Un sacchetto di orsetti gommosi. Aspetta, orsetti gommosi sì, ma non parliamo di orsetti gommosi come tutti gli altri… Questi hanno le prote! Esistono davvero, e non riesco a farmene una ragione. Spero con tutto me stesso di finire nello stesso girone dell’Inferno che pazientemente sta aspettando il loro creatore, e questo solo per potergli fare una domanda o forse due. “Quando li ho visti ti ho subito pensato, non potevo davvero lasciarli lì. Mangiali che secondo me ne hai bisogno, così diventi forte…” Per poi abbracciarmi, mentre in viso era già tutta rossa (Cit.), probabilmente per essersi accorta da subito di aver detto una stronzata di portata epica, di aver tirato fuori una di quelle cannonate da “colpito e affondato”. L’hai mandata a fare in culo? No, non ne ho avuto il coraggio: un po’ perché davvero non riuscivo a smettere di ridere, ed un po’ perché comunque sono ancora in stra-debito con lei. Non è da tutti offrirsi per accompagnarti sulla Parcellara (da lei ri-battezzata “La Parce” per l’occasione) per il fatidico addio con salto “giù dal dirupio”, e non è da tutti sistemare di conseguenza la propria agenda per poterci essere. E farlo in risposta al solo tuo chiedere qualche giorno in più per completare il tuo outfit? Notevole. In teoria si muore una volta sola, quindi mi sembrava appropriato immaginare un codice di abbigliamento adeguato al mio modo di essere (per poterlo poi rispettare meticolosamente): calze con i draghetti, CK underwear, le mie fedelissime AF1 alte e custom in omaggio agli 80s mai vissuti se non per un’anno e tipo quattro mesi e mezzo (♫in giro tutto meeessooo woo-oow!♫), jeans distressed Imperial in grigio (solo perché ci sto dentro una volta e mezzo e vorrei morire anche comodo), felpa di Attack On Titan (da definirsi se quella con il Colossale o se quella con Eren sulla schiena), cappello To The Stars Inc. ed una spruzzata generosa di Bleu De Chanel. Mancava la t-shirt, elemento fondamentale, e ne volevo una che mostrasse orgogliosamente la mia nuova frase preferita (non chiedere, se non sai quale sia allora ci sarà sicuramente almeno un buon motivo perché le cose vadano così). “Ok, dai. Fatti stampare sta cazzo di maglietta, poi quando sei pronto ti prometto che ti accompagno ad ammazzarti.”
Neanche sette mesi fa scrivevo che sarebbe stata l’ultima occasione in cui avrei nominato “la figlia del fornaio” da queste parti, e davvero credevo che avrei mantenuto la parola. Di solito non faccio così, non mento, non infrango promesse. Solo che con te è sempre stato tutto fuori da ogni schema, completamente fuori controllo. Quindi sto per chiamarti in causa. Di nuovo. E mettiti comoda: Ho ancora qualche bugia da raccontare. Ho ancora qualche bugia da raccontarti.
Non ho mai pensato molto a come sarei morto, ma sognare di morire mi è capitato almeno una volta o due in tempi recenti. Nulla di cui preoccuparsi, se solo non fosse che in una di quelle occasioni sia stata proprio tu ad affondare la lama dentro di me. Ricordo ancora il dolore, troppo vero per potermi svegliare, l’espressione sul tuo viso, ed il castano dei tuoi occhi vuoti e fissi dentro ai miei mentre tutto il resto lentamente scompariva. (Che Stronza!) Mai stato innamorato di te, comunque. È un termine che uso quasi mai, ed è un termine che uso per esprimere un concetto completamente diverso rispetto a quello che conosci tu. Sono innamorato anche in questo momento, anche adesso, e lo sono di una manciata di persone, per intenderci. Non di te. Di te ero completamente perso, ossessionato. Pensavo a te ogni cazzo di giorno, in ogni momento e con ogni respiro, da quando mi svegliavo fino a quando andavo a dormire (e se proprio non riuscivo a farlo, quando tornavo a casa così stra-fatto da dovermene vergognare, rimanevo a fissare il soffitto sussurrando nel buio e nel silenzio cose che invece avrei detto a te. Difficile capire se questo sia successo davvero o se me lo sia solo immaginato). Poi basta. Ho detto a chiunque sapeva di te che non abitavi più tra i miei pensieri, a fare la spesa in negozio ti si vede quasi mai (si vede più spesso il tuo moroso, per quanto, scherzando con il Conte, ho detto che si faccia molta fatica a distinguerlo dalla massa: appartiene alla categoria dei pischelletti con lo stesso taglio di capelli, lo stesso stile di abbigliamento con gli stessi pantaloni e dello stesso colore, stesse scarpe e stesse espressioni. Comunque molto più adatto di me per stare al tuo fianco, e non sono ironico), e so quali posti e quali strade sono da evitare se non mi va di vederti (nella stessa maniera in cui so che è meglio cercare di evitare di ascoltare la voce di Shiva se non mi va di pensarti, anche se questa cosa è vera solo in parte: sono entrato così tanto in quel mondo che un po’ ha iniziato a fare parte del mio mondo, e difficilmente ormai lo associo a te).
Non che stia frequentando chissà quanta gente o chissà quanti posti ultimamente. Al netto del mio cerchio più stretto, al netto di passare serate a fare musica con Mester (persona per me di vitale importanza, amicizia che da sola è già abbastanza per non volerci finire davvero in quel dirupio), ed al netto di passare serate a giocare a Dungeons And Dragons con La Bisca (posto che mi permette di mantenere viva la mia liaison con Diego, la mia vera metà della mela, di ampliare la mia cultura musicale grazie al palato raffinato del Rouge, di discutere sul romanticismo del wet-shaving con Angelo, o di quanto sia stata una pessima idea quella del Dan di voler giocare a tutti i costi un Warlock malvagio con me come Paladino in compagnia. In ultimo, mi permette di poter amare senza essere ricambiato il nostro Mattia, con quel look “a la Numero Quindici Andrea Barzagli” leggermente appesantito dal troppo smart working, ma sempre pronto a consigliarmi manga e anime che finiscono poi sempre per rapirmi completamente. Quindi tanta roba!) Al netto di tutto questo insomma (scusami, mi stavo perdendo via) c’è quel negozio dove ogni volta che tu entravi io non ci capivo più una Madonna di niente. Negozio fondamentalmente abitato da una persona che detesto con tutto me stesso, da qualcuno che mal-sopporto e a fatica, dalla stra-grande maggioranza di cui me ne frega meno di un cazzo, da un po’ di gente che mi piace, da una manciata tra questi che mi va anche particolarmente a genio, e dai miei Fab Four: George, John, Paul e Ringo (quattro stronzi, messi giù in ordine alfabetico prima che quel terrone inizi a farsi delle pare, e che donano a quel postaccio tutto un altro colore).
John è stato chiaro, non vuole più sentirti nominare. Nemmeno per un minuto, nemmeno per scherzare. Nemmeno se gli dicessi che avrei scelto lui come padrino di Draco, il nostro primogenito. Nemmeno se gli dicessi che avrei scelto Paul come padrino di Arya, la nostra piccola baddie. Nemmeno se gli dicessi che George e Ringo sarebbero stati i testimoni dello sposo. Nemmeno se… (la devo smettere con ste cazzate: ci sto ridendo da dieci minuti da solo! 😂) Sembra mal sopportare qualsiasi cosa possa farmi male, e questo ai miei occhi lo rende davvero speciale. Molto probabilmente non vi sareste piaciuti per niente. Rapporto bellissimo anche se complesso. Nemmeno tanto per i rientri alle 5.50 del mattino in condizioni da dover leggere il tuo nome sulla patente di guida per potertelo ricordare, a quello sono abituato, ma rischiare delle denunce e anche gravi a causa del nostro sondaggio (Signorina, ma lei il pesce lo preferisce tutto intero oppure scapocchiato?) non è che sia proprio tutta questa grande idea. Tutto sembra molto più facile quando c’è lui, a patto di non mettere la gelosia di mezzo ovviamente. Nata come una cosa innocente, nata quando mi ero accorto della sua eccessiva simpatia verso un fruttivendolo pettinato come me, ma con un look decisamente più hipster con tanto di barba ed occhiali. “Bro, smettila di guardare in frutta e verdura! Potresti almeno non farlo quando ci sono io??” Immaginatelo però detto con un tono da fidanzata possessiva, ed immaginati quanto ci siamo spaccati dal ridere appena fuori dalla porta del magazzino mentre tutti ci guardavano malissimo. Grave errore: ha assegnato anche a me una “relazione extra-coniugale” ed ora sto subendo le peggio cose: “Tu dici tanto di me, ma non pensare che non me ne sia accorto.” “Di cosa?” “Ogni volta che entra in magazzino ti si illuminano gli occhi.” “Dai, ma che cazzo dici?” “Ti giuro fra, dovevate vedervi… sembravate due fratellini” o peggio… “Solo adesso sto capendo perché ti piace quella canzone… ma ti tocchi anche mentre la ascolti??” Cose di questo tipo insomma. Biagio e Diego, con fare protettivo, si sono permessi di metterci in guardia: “Ragazzi, occhio che dal fare così a picchiarselo nel culo ci passa veramente poco!” Noi ci abbiamo provato a rispondere dicendo loro che: “Tranquilli, il rischio non esiste, siamo così tanto etero da essere tranquillamente in grado di scherzare su qualsiasi cosa.” Non credo ne siano proprio convinti.
Esiste un mio progetto su Logic per il quale provo sentimenti contrastanti. (Brunino, cos’è Logic?) Logic è un software che viene utilizzato durante tutte le fasi della produzione musicale. Da un po’ di tempo a questa parte ho qualcosa che bolle in pentola, qualcosa che è finito (per citare una mia ex-relazione complicata) nella cartella “non sa/non risponde”, ed il suo working title (sempre trovato divertente assegnare titoli provvisori da sostituire poi a lavori ultimati) è “Curriculum Vitæ”. “Aspetta un momento, ma quindi non stai cercando un nuovo lavoro?” No, e poi dove potrei mai andare? Due cose a riguardo: Primo, il mondo ha ancora bisogno di me nelle vesti de “Your Favorite Milk Delivery Boy”. Secondo, non siamo ancora pronti per il grande salto. Mischierò le carte solamente quando Paul avrà ultimato gli studi, dopodiché avremo finalmente la nostra azienda (e che si fottano tutti gli altri e tutto il resto!) Curriculum Vitæ è la classica cosa che non avrei mai dovuto iniziare, la classica cosa di cui dovrei vergognarmi e nemmeno riesco a farlo, più che altro per come è nata. Semplice scherzare con qualcuno su un rapporto che non ha mai avuto nessun senso, parecchio più difficile pagarne le conseguenze quando la cosa inizia a diventare un problema, a divertirti sempre di meno, e a farti sempre più male. Ho sempre pensato che creare qualcosa, che sia scritto a parole o con musica, sia un ottimo metodo per lasciarti alle spalle cose scomode, e molto probabilmente l’idea è partita proprio da lì. Una cosa del tipo: “Ok faccio questo per te, la butto anche un po’ in caciara per fare come se non avesse tutta questa importanza per me, e poi non so come e non so se davvero posso farcela, ma troverò un modo per lasciarti indietro.”
Se John conoscesse tutta questa storia si incazzerebbe tantissimo con me. George, con il suo fare paterno, mi supporterebbe come ha sempre fatto (e magari mi offrirebbe anche un giro o due, così per gradire). Paul direbbe che “Gasa Tantissimo!”, segnandosi con le dita i confini della sua jawline (O così me la voglio immaginare). e Ringo?
Difficile a dirsi. I nostri trascorsi sull’argomento aprono sicuramente un dibattito. Lasciando da parte per un attimo la storia del Titanic (anche se mi faccio i complimenti da solo per la mia fervida immaginazione e per la mia creatività senza una fine) sono sempre stato abbastanza spietato con lui. Ai tempi della sua navigazione in acque lombarde/sarde gli stavo addosso ogni volta che ne avevo occasione: “Allora? Come se l’è cavata la sarda? Gliel’hai già fatta vedere la lancia? Ha preso paura?” O se ci si sentiva più internazionali… “Jesus Christ Almighty, it’s so black and so big!! Is it even gonna fit??” Cose di questo tipo, insomma. (Cosa ti aspetti?) Beh, parte di me che, se lui conoscesse tutta questa storia, se ne approfitterebbe per togliersi qualche sassolino e per gustarsi una (sacrosanta) vendetta, l’altra parte invece si immagina cose completamente diverse. Non ci siamo piaciuti da subito, inizialmente quasi non ci cagavamo di striscio, tutto il contrario di un colpo di fulmine. Ora mi viene davvero parecchio difficile immaginare l’inizio di un turno senza passare a salutarlo, fosse anche solo per abbracciarlo per poi sfotterlo sul suo Eau de Parfum con in cima alla piramide olfattiva quell’inconfondibile essenza di pollo ammazzato male. Il suo essere di buon umore è contagioso, il suo saper scherzare su ogni cosa ed il suo saper trovare un lato divertente anche nelle cose più difficili è davvero pazzesco: vibes positive da assorbire fino all’ultima goccia per poi poterle utilizzare al bisogno. Quindi sì, probabilmente mi prenderebbe per il culo, ma poi so che le cose che avrebbe da dirmi mi farebbero subito stare meglio.
“Ok, però te ne devo scroccare una, che io non ne ho più.” “E che problema c’è!” “Ma il pacchetto è nuovo.” “E quindi? hai paura di farti male le manine se lo apri tu, principessa? Dai, apri ste benedette Marlboro che c’ho ancora il sapore del caffè in bocca.” Ringo si rigira tra le mani il pacchetto, poi lo sbusta, prende una sigaretta e se la infila in bocca. Dopodiché ne tira fuori un’altra, la gira al contrario e la re-infila nel pacchetto. Poi me lo passa, mentre senza riuscirci io cerco di nascondere un sorriso. “A scuola facevamo sempre così, quando accendi l’ultima poi devi esprimere un desiderio.” “Lo so, lo so… facevamo così anche noi. Scusami, è che ho appena avuto un déjà-vu, ma non risale ai tempi della scuola.” “Ah ok. Vuoi parlarne?” “Magari un’altra volta, dai… Domenica ci sei?”
Diciassette sigarette dopo è rimasta soltanto lei nel pacchetto. Stasera ho bevuto forse un po’ troppo, e ti scriverei anche che quasi ci sto mettendo qualche secondo in più del dovuto per ricordarmi perché quella sigaretta sia capovolta… stilisticamente ci starebbe di brutto, nella storia anche, ma sono stanco di tutte queste bugie bianche. “Allora lo esprimi sto desiderio?” Beh, la situazione è completamente diversa. Tanto per cominciare non sono a tipo duecento e passa chilometri da casa mia, ma sul mio balcone. La giornata di oggi non è stata proprio tutta da buttare via, ma sicuramente non può competere con una delle giornate più belle che ho vissuto nell’ultimo periodo, nella sua semplicità. Loro due non ci sono, sono da solo, non ho nessun bisogno di dire stronzate come “vorrei fare sei al Superenalotto” solamente per buttarla in caciara. Non che a loro due ho mentito o mentirei mai, ma non mi andava di passare per “romantico” in quel momento. Non ti so tanto spiegare, è che sono sempre stato così tanto “over-sensitive” nella mia prima versione, che poi ho dovuto per forza distruggere quella parte di me e passare molti anni a combattere perché tutti vedessero finalmente quanto io sappia essere freddo. Vestiti decisamente più comodi. Già scritto così da queste parti. A quella Marlboro avrei potuto chiedere qualsiasi cosa, ed io ne ho scelta una davvero semplice, che qualcuno definirebbe quasi banale, ciò non di meno a quella Marlboro ho chiesto esattamente la cosa che avrei davvero voluto di più in quel preciso momento. E per me è stato davvero intenso.
“Ok, ma sei ancora seduto sul gradino del balcone, e stai tremando dal freddo. Lo vuoi esprimere sto cazzo di desiderio oppure no?” Certo che sì, perseverare è diabolico, come faccio a chiamarmene fuori proprio io? Sfilo la sigaretta girata da Ringo, me la appoggio sulle labbra, e mentre do un giro al clipper mi guardo intorno per vedere se c’è qualche stella stanotte… “Niente. Hai visto? Odino non vuole!” Rido da solo per qualche secondo, poi mi accorgo che, chiudendo per un attimo gli occhi, eccole lì. Le stelline bianche di quando ci sei e non ci sei, di quando tutto intorno sembra muoversi un po’ troppo ed un po’ troppo velocemente. “C’è da bere dell’acqua Brunino… il tuo stomaco!” Accendo, faccio un tiro, ed esprimo il mio desiderio affidandolo alle “mie” stelline, dopodiché mentre ancora il fumo non ha finito di lasciare le mia bocca me ne esco con un… “dai, facciamo come se”.
E la storia può considerarsi chiusa anche così, con un “facciamo come sé”, come già troppo spesso sto facendo ultimamente. In fin dei conti quando si tratta di gelato, sceglierei sempre e comunque la stracciatella. Una delle cose che amo di più al mondo, quasi quanto il cioccolato fondente, il caffè amaro e le Marlboro, quasi quanto… Quella vigliacca di tua madre!
“Giusto, Bruno. Giusto! Questi sono gli slang, questi sono gli slang del blocco, gli slang della strada! Giusto, orario chill? Alle sei, già finito! Troppo Chill!” [Paul McCartney]
‘mocc. Your Favorite Milk Delivery Boy.
I don’t care if Monday’s blue Tuesday’s gray and Wednesday too Thursday I don’t care about you It’s Friday, I’m in love…
Lo so, volendo mettere i puntini sulle i, sarebbe stato più corretto utilizzare il termine introduzione. Vero che se tu potessi entrare nella mia testa ci sentiresti molte più voci oltre alla mia, come se più persone indossassero contemporaneamente i miei vestiti prendendosi il centro della scena a seconda di come cambia il vento, ma se non ricordo male non è mai l’autore di un testo a scrivere una prefazione. Queste prime parole poi dovrebbero solo servire a spiegarti cosa troverai tra le righe che seguono, anche perché capisco che il mio iniziare a scrivere qualcosa con un titolo di questo tipo possa lasciarti perplesso. No, non parlerò di mio fratello, nonostante la sua somiglianza con Cattelan sia (per me) innegabile ed ingrediente principale per preparare la ricetta del suo aspetto fisico (accompagnato da una generosa porzione di Scott Clifton, e da un pizzico di Lorenzo Fragola q.b.). Parlerò di musica, come già faccio troppo spesso quando ci incontriamo fuori da queste pagine, e ti chiedo scusa se la cosa un po’ ti da noia. Parlerò di musica, e lo farò un po’ perché trovo sia giusto farlo in questo periodo dell’anno, post Festival Della Canzone Italiana, ed un po’ perché avevo davvero tanta voglia di condividere con te un mio pensiero nato dopo essere inciampato in una frase pronunciata dalle labbra di quel gran figo di Alessandro Cattelan. Ma arriviamoci con calma. Ti prometto che, se avrai la voglia di passare qualche minuto qui con me, ti sarà tutto molto più chiaro.
In cauda venenum. (Tua madre è quello che è)
Ok, questa è a tutti gli effetti sempre una introduzione e mai una prefazione(che te devo di?). È solo che tra i due termini preferisco di gran lunga il secondo, e poi non sono sicuro che avrei usato proprio queste parole se avessi deciso di tornare indietro a correggere. Quindi bene così, dai. (Forse.) (Fotte.)
Prologo
Quindi ho deciso di aspettare che si calmassero le acque. Ho atteso pazientemente che tutti i vari post sull’argomento, che per giorni hanno giustamente intasato i nostri feed, iniziassero a dissolversi poco a poco prima di mettermi a scrivere. Resta da chiudere solamente la questione Eurovision, quindi direi che ci siamo. Perché Sanremo è Sanremo, lo è stato anche se l’ho seguito un po’ così, a spizzichi e bocconi, sfruttando la pazienza infinita della signorina Simona Tiano. Non la conosci? Figlia di Anna Pepe, omonima della baddie tra le più baddie dai capelli rosa come la codeine (non ci è dato sapere se dopo aver fumato anche lei si senta una Winx). Un’anima dannata come la mia, costretta a sopportarmi scontando la sua pena al mio fianco in quella latteria portuale di Via Conciliazione angolo Via Calciati. Giornate troppo lunghe di un periodo troppo intenso. Soluzione? Saltando le due serate centrali dove avevo altro da fare, per la prima serata, per quella delle cover, e per la finale, ho fatto ampio uso del suo preciso e puntuale servizio sveglia telefonica. Tanto sapevo benissimo che l’avrebbe seguito tutte le sere e nella sua interezza; ben due terzi dei suoi pesci preferiti tra quelli presenti nel suo Acquario di Genova ideale si dovevano esibire per la gioia del suo cuoricino, delle sue orecchie, e (perché no) dei suoi occhi… Parliamo di Andrea Emanuele Brasi (in arte Bresh), e di Federico Olivieri (in arte Olly). Vero, mancava all’appello Andrea De Filippi (in arte Alfa), ma si sa mai che “qualcuno” poi lo vada a trovare quest’estate quando si esibirà a Piacenza. Questo servizio sveglia telefonica ha fatto in modo che io non mi perdessi per nessun motivo nessuna tra le esibizioni dei miei artisti preferiti in gara, che oltre a quelle dei due sopracitati pesci made in Genova (uno invasato con il Grifone e l’atro con il cuore Doriano), comprendeva quelle di Giorgia (per me la miglior voce femminile nella storia della musica italiana), di Rkomi (confesso, una delle mie penne preferite… poi dai, come cazzo si fa a non volergli bene con quelle orecchie lì e con quel sorrisetto da coglione che non capisci mai se ti stia prendendo per il culo o no) e di Rose Villain (ti amo Rose, lo sai, inutile aggiungere altro… si ‘na pret!) Davvero un bel gesto, peccato che poi se ne sia dovuta sicuramente pentire. Perché? Ovvio: anziché ringraziarla, è stata costantemente presa per il culo sia per il suo ipotetico essere una fangirl, e sia per il suo spiccato interesse mostrato verso la biologia marina. Come? Chiedendole se fosse svenuta al cospetto della prestanza fisica di Olly, se avesse tenuto a portata di mano il Prep (famoso rimedio e fonte di sollievo da ogni tipo di irritazione, arrossamento ed “infuocamento”, if you know what I mean), o se fosse stata proprio lei la povera disgraziata ad aver gridato “Vai Andreaaa!” giusto un istante prima che Bresh iniziasse a cantare (nonostante sapessi benissimo che la povera malcapitata fosse sul divano di casa sua e con il telefono a tiro per svegliarmi ad intervalli regolari, e che io la stessi costringendo a leggere un sacco di stronzate scritte da quel cretino di un lattaio).
Primo (ed ultimo) Capitolo
Una bella settantacinquesima edizione, non mi sento di dire altro. Oltre a “quelle cinque canzoni là”, tra il dormi-veglia, ho avuto occasione di scoprire tante cose per me nuove e di ascoltare musica interessante, quindi bene così. Soddisfatto. Soddisfatto così come pure del risultato, Olly per me si merita solo cose belle, nonostante il mio cuore (clamorosamente di parte), in segreto facesse il tifo per Bresh. Chiedo scusa, ma ne sono completamente rapito da sempre e per sempre. Va così. Ad ogni modo è da quei giorni la che di tanto in tanto in riproduzione sulle mie AirPods ci finiscono sia “La Tana Del Granchio” che “Balorda Nostalgia”. La cosa non dovrebbe stupirti. La cosa non stupisce neanche me. Tutto come da copione, così come lo sono state tutte le cose che abbiamo letto nei giorni successivi. Non voglio riportare niente, non mi interessa farlo. Chiudo solo la questione dicendoti che penso sia parecchio difficile scrivere una canzone trattando per l’ennesima volta dello stesso argomento riuscendo poi a non risultare banale. E farlo con quella R poi, con il coraggio di inserire la parola “tiritera” nel testo sapendo benissimo che l’avresti pronunciata così… Bravo Olly (che te devo di?) Già mi garbavi, adesso hai un nuovo fan.
C’è una cosa però, una sola, che non è che non mi sia andata giù, ma che un po’ di amaro in bocca me l’ha lasciato. Leggo qualche post qua e la, poi inciampo in una frase che pare abbia detto Cattelan durante una intervista:
“è salutare non capire i gusti o le canzoni dei figli. Altrimenti vuol dire che non sei cresciuto: mentalmente sei rimasto alla loro età.”
Presa, metabolizzata, e poi portata altrove, allargando anche un po’ il suo significato assecondando l’interpretazione che la mia mente gli ha voluto dare.
Ho sempre pensato che discutere di gusti musicali abbia poco senso, altrimenti non credo che useremmo proprio la parola “gusti” (duh?), ad ogni modo ci sono alcune cose, alcuni comportamenti, che vanno un filo oltre, che proprio non sono mai riuscito a comprendere e che forse mai capirò. Non voglio sembrarti aggressivo, tutt’altro, e se un po’ mi conosci sai bene che non sono così. Non sono mai stato il tipo di persona che guarda tutti gli altri dall’alto, convinto di essere nella ragione mentre il resto del mondo si sta sbagliando. Al limite mi chiedo se quello sbagliato sia proprio io. Al limite mi faccio qualche domanda in più. Faccio davvero troppa fatica a comprendere il mondo delle “cariatidi” (tono volutamente scherzoso). Parlo del mondo di tutti quegli ascoltatori un po’ attempati e con atteggiamenti da grandi esperti di musica, ma con pochissima, se non nulla, cultura musicale alle spalle. Li riconosci perché utilizzano quasi sempre frasi ed espressioni a la “non esce un disco interessante da Led Zeppelin II” oppure “la musica di oggi è solo merda, non riesco ad ascoltare nulla”. Faccio davvero troppa fatica a comprendere il mondo degli “intellettuali”. Parlo di tutti quegli ascoltatori che magari una cultura musicale ce l’hanno pure, anche se spesso limitata, ma che si rifiutano di ascoltare qualsiasi cosa che per il loro palato così raffinato non sia abbastanza ricca di note “ricercate”, “virtuose” oppure “eleganti”, a seconda dei loro parametri e dei loro generi di riferimento. Faccio davvero troppa fatica a comprendere il mondo dei “pischelletti”. Parlo del mondo di quei giovani ascoltatori capaci di ascoltare un genere ed uno soltanto e poi basta così, disprezzando tutto il resto a prescindere che si tratti di musica di oggi o del passato. Ascoltano esclusivamente “quello che ascoltano tutti gli altri in questo momento” in maniera completamente miope, incapaci di guardare un passo oltre al proprio recinto (e mi fermo qui per non cedere a facili ironie, che poi finisce che faccio incazzare pure loro assieme alle cariatidi ed agli intellettuali 😉). Faccio davvero troppa fatica a comprendere anche il mondo di tutti quegli ascoltatori, appartenenti a qualsiasi generazione, privi di ogni tipo di curiosità, di stimoli a conoscere cose nuove o di voglia di capire quelle del passato, ma convinti di aver la verità in tasca e di aver già capito tutto il gioco. Mi spiace, ma sono tutte cose che sento troppo lontane da me. Per me non dovrebbe essere una cosa così allucinante trovare nella libreria musicale di un ragazzino anche i primi dischi di David Bowie, e non dovrebbe lasciare così tanto di stucco quando un batterista quindicenne si mette a re-interpretare in chiave punk rock “a la Travis Barker” un disco uscito stamattina. Perché? Perché trovo che ascoltare musica del passato abbia tutto un sapore diverso, e perché trovo che per un giovane musicista immergersi nei dischi ascoltati dalle generazioni precedenti sia un’occasione da non perdere per imparare lezioni importanti, per ampliare il proprio vocabolario, mettendo poi tutto in pratica quando scrive le sue cose pur esprimendosi con un linguaggio più attuale. Figata. Per me non dovrebbe essere una cosa così allucinante trovare nella libreria musicale di un adulto anche dischi di artisti appartenenti alle nuove generazioni, e non dovrebbe lasciare così tanto di stucco quando un genitore comprende e sa apprezzare anche la musica che ascolta suo figlio. Altro che mentalmente rimasto indietro. Perché? Perché trovo che seguire la costante evoluzione della musica sia una cosa troppo affascinante per perdersela, per rimanere indietro. La curiosità dovrebbe sempre essere soddisfatta, e la fame di cultura musicale dovrebbe sempre essere alimentata. Ve lo posso giurare, a scartare musica “per partito preso”, senza prima conoscerla o aver cercato di capirla, non si fa un bell’affare. Rischi di perderti cose davvero molto belle. Poi è chiaro: ci saranno cose che ti piaceranno tantissimo, altre che ti piaceranno decisamente meno, altre che troverai quasi insopportabili. Quelli sono gusti, anche io ho i miei, ma disprezzare senza conoscere ha davvero poco senso. In trentasei anni non ho ancora trovato niente di più bello della musica, non porti limiti inutili. I Metallica continuano a suonare nonostante abbiano l’età dei miei genitori, e lo fanno con la stessa attitude e gioia di quei quattro ragazzi che nel 1981 hanno iniziato a cambiare per sempre le sorti di un movimento intero. Aspetto le follie sperimentali di geni come Steven Wilson, spero con tutto il cuore in un nuovo disco dei Knuckle Puck che possa darmi altri motivi per continuare a respirare, e non vedo l’ora di ascoltare il disco d’esordio di Latrelle in quanto penso abbia un suono ed un flow entrambi proiettati verso strade nuove. Benedico le piattaforme digitali, avere accesso a qualsiasi cosa in qualsiasi momento è il potere più grande che mi sia mai stato dato, allo stesso tempo adoro ascoltare e collezionare dischi. Sul mio giradischi ci finiscono sia vinili di Bresh, del Goat, o di Izi così come quelli dei Porcupine Tree, degli Explosions In The Sky, dei primi Black Sabbath, o dei fab four…
(Angelo, terrone che non sei altro, non stavo parlando della formazione guidata dal fiero Capitan Bottego, e della quale ti sei auto-diagnosticato un quarto posto. Parlavo dei Beatles, hai presente? Ok che volendovi immaginare così… il ruolo di Paul McCartney, che “gasa tantissimo” 😂, saprei già a chi assegnarlo, e so che quasi sicuramente saresti anche d’accordo con me. Ma te lo immagini un Ringo Starr cosìabbronzato? Non avrebbe mai potuto funzionare ❤️)
Non sei costretto a schierarti, non devi scegliere una fazione piuttosto che un’altra. Non ci sono fazioni. È proprio questo il bello.
Epilogo
Non lo so nemmeno io “se i miti della Grecia sono tutta verità”, ed alla Marvel ho sempre preferito la DC Comics fosse anche solo per Batman, ma ad ogni modo… grazie bresholino per aver scritto un disco davvero così bello. Bro, con il suo accento, direbbe “se mi avessero chiesto di giocarmi un coglione, mi sarei giocato pure l’altro” che mi sarei ri-ascoltato tutto “Che Io Ci Aiuti”, e non ci ho provato nemmeno per un attimo a resistere. Ora, se ti riesce, immaginatelo un brunino in giro con le cuffie e con un felpone della Billabong con le maniche bucherellate (un po’ dal coniglio che viveva con lui ed un po’ da alcune vecchie e cattive abitudini). Immaginatelo mentre arriva all’ultima canzone, No Heroes, con la consapevolezza che stia per ascoltare uno dei suoi pezzi preferiti ed un po’ stia anche per farsi del male. Immaginati le scosse lungo la sua spina dorsale, così come nelle sue braccia e nelle sue gambe, ad ogni “oh, eh-hooo”. Immaginati un sorriso ed i suoi occhi gonfi da qualche lacrima trattenuta, mentre con le labbra ne segue tutto il testo… a memoria tipo come una bizzoca reciterebbe tutto il credo la domenica a messa. Grazie ancora, bresholino, per avermi ispirato a scrivere queste cose…
Conosci il mondo dell’ ASMR? No, aspetta… Frena! Non correre a testa bassa verso conclusioni affrettate. Ok, senza dubbio i miei pensieri avrebbero bisogno di una bella ristrutturazione fatta a modo, e sicuramente dovrei fare un bel po’ di lavoro sulla mia salute mentale. Molto probabilmente poi, in una situazione come questa, anche l’aiuto esperto di “uno bravo” andrebbe davvero preso in considerazione. (E fin qui…) Ad ogni modo non mi ci vedo tanto ad esserci sotto con tutta quella roba lì, con tutti quei suoni e tutti quei rumori piacevoli di cui la gente si serve per curare i propri stati d’ansia. (Forse?) Non so se hai presente, ma parliamo tipo di voci che sussurrano parole appena percepibili, capito? Di superfici ed oggetti sfiorati con le unghie, di cose così insomma…
Come il canto di un rasoio di sicurezza? (Non ti seguo. Dove vuoi portarmi?) Dai, faccio un passo indietro di qualche anno e te la spiego. (Maronn!)
Ho sempre odiato radermi, te lo giuro è una cosa che ho sempre detestato con tutto me stesso. Non una bella idea? Concordo, vista anche la pettinatura che madre natura mi ha imposto fin da giovanissimo, e con questo look poi… che richiede una notevole familiarità con le lame. (Cosa?) Serviva una soluzione, ed una in grado di conquistare il cuore e la mente, entrambi così complicati, di questo povero lattaio (spennato come un pollo post skincare italo-mauriziana praticata da Sir Giovanni in persona). Ho puntato tutto sulla mia curiosità verso le cose del passato, sul mio inesauribile animo nerd, e su quel poco che rimane tra i rimasugli del mio lato “over-sensitive”. Il risultato? Questo: è da qualche anno che, quando è possibile farlo, prendo del tempo per me stesso e mi concedo il piacere della rasatura con metodo tradizionale.
Quindi in giorni come questi va più o meno così, e lascio agire la crema pre-barba mentre preparo le mie armi. La scelta del rasoio è uno dei momenti più importanti di tutto questo rito, ed oggi tocca a Pungolo(rasoio di sicurezza proudly made by Edwin Jagger, davvero molto old-school), mentre Narsil (shavette obviously made by Parker, con un manico in legno bello per sempre) e Goat (moderna interpretazione di Gillette e Razer con cui ho voluto omaggiare Antonio Hueber da Padova 😉) se ne stanno in tribuna a guardare. Prelevo con un pennello un po’ di sapone ed inizio a montarlo in una ciotola, mentre respiro lentamente e lascio che questi profumi mi calmino e mi rilassino fino in fondo. Non c’è fretta, prendo tutto il tempo che mi serve. E mi insapono il viso gustandomi il momento, da vero esemplare di maschio alfa mai stato in vita mia, mentre già sto ridendo di me un po’ per la situazione ed un po’ per le espressioni che sto facendo o che sto per iniziare a fare. Una delle pochissime cose che faccio senza musica, pazzesco vero? Proprio io che, come ormai già saprai, lascio anche solo un sottofondo appena appena percettibile durante le notte. Non in questa situazione invece. Qui esigo religioso silenzio. Mi garba che anche i suoni tipici di questo gesto senza tempo facciano parte di questa esperienza, senza di loro non sarebbe la stessa cosa. E poi senti come canta Pungolo stamattina! Difficile trovarti un suono simile o anche solo paragonabile a quello prodotto da una lama singola mentre lavora sulla tua barba. Altro che ASMR, me ne sto proprio andando da un’altra parte, e tu quoque sembri finalmente sbiadire ed allontanarti piano piano dal centro della scena che ho in testa (sempre e tutti i giorni… più o meno da quando ho scoperto che esisti. Ma oggi tu non c’entri un cazzo).
Qualche goccia di sangue appena sopra le labbra.
(dai, ma che cazzo, fai attenzione! Va bene tutto, Ok staccare, maocchio che con questa roba ti puoi fare male sul serio.) Di riflesso, quasi senza pensarci, e con un gesto “parecchio sexy” 😂, ci passo la lingua sopra. (Bell’idea! Ammira come le note ferrose del sangue già stanno iniziando una danza con questo trionfo di sapone dai toni legnosi.) Ma non si bestemmia, no no, nemmeno un moccolo piccolo piccolo. Mi fisso allo specchio, e poi con la barba fatta per metà (neanche fossi Gianmarco Tamberi) me ne esco con un…
Ay Papi, Que Rico!
Non credo di essere stato contagiato. La sua passione per le donne provenienti dal mondo latino ormai non solo è leggenda, ma è anche da considerarsi come un abito di sartoria fatto su misura per questo bellissimo classe ’99 dai lineamenti a metà tra il terrone ed il nord-africano. Ma la padronanza della lingua italiana? Dobbiamo parlarne? No, meglio di no.
Il punto è che non so come chiedergli scusa, e che non so come dirgli grazie. Forse perché non so quale delle due cose dovrei davvero fare. Nessuno dovrebbe vedermi in uno di quei momenti e nessuno dovrebbe ascoltare quelle cose. Lui meno ancora degli altri.
Proprio lui che dopo averti scritto che gli manchi (e con 🐐 in riproduzione) esige la tua posizione per poi raggiungerti… con due Redbull per aiutarti ad affrontare quei kilometri, e con due cazzate e due racconti per passare qualche minuto insieme. Lui che ti apre la porta di casa in accappatoio dicendoti “perdona il pesce in mano”, e poi guardando preoccupato il tuo viso segnato dalla febbre, prima si scusa per non avere della Tachipirina, ed a seguire te ne passa una appena appena fatta su presentandotela come medicina alternativa. Lui che in condizioni discutibili (come anche le tue del resto) ti abbraccia dopo averti detto una stronzata pazzesca, e poi rimane qualche istante con te prima a fissare il punto esatto della ringhiera dove avrebbe dovuto ancora trovarsi quel posacenere, e poi a ridere per essere entrambi così messi male al punto da non accorgersi nemmeno di aver fatto il danno (Meli, perdonaci se puoi). Lui che… Ti fa capire che Umberto Bossi in fondo sui terroni aveva ragione, soprattutto su quelli con un accento così illegale. “Nord, centro, sud. Realtà differenti, con problemi differenti. Solo uno stato federale è in grado di dare risposte vere al paese. Con la Lega il paese rinasce.” 😅
Devo mettere qualcosa su questo taglio. Brucia davvero un casino.
Conosci il mondo dell’ ASMR? Ma Vaffanculo. Your Favorite Milk Delivery Boy.
Stessa fossetta sul lato sinistro del viso. Così simile a me. Così completamente un’altra cosa. Giuro, non lo posso vedere.
Occhiaie profonde, di quelle che di solito vedi disegnate in faccia a chi non sa cosa voglia dire dormire. Sembra quasi non lo faccia mai, sembra quasi non ne sia capace.
E se ne sta con le spalle appoggiate al muro in fondo alla stanza, cappuccio tirato su, sulla sua testa rasata, a nascondergli parzialmente quei lineamenti che conosco molto bene. Espressione divertita, da coglione, stampata su quella faccia e come dipinta da qualche demone come lui, la stessa faccia che vedo ogni volta mentre passo davanti ad una superficie in grado di riflettere le immagini. Braccia conserte, incrociate sul petto, ma non penso affatto sia un atteggiamento di auto-difesa.
Come se potessi difendermi da lui, poi.
Parla molto lentamente, scandendo bene le parole e prendendosi diverse pause nel loro rincorrersi. Come per dargli il giusto peso, come se studiasse a fondo la situazione per poi colpire, forte e velocemente, dove più fa male. Ti porta al limite, ti distrugge, ti lascia quasi morto in terra senza poi farlo per davvero. Perché alla fine ti lascia andare, rimanendo ad osservarti visibilmente compiaciuto di ciò che ti ha appena fatto, mentre tu prendi a fatica una boccata d’aria divorandotela come fosse il tuo primo respiro dopo un lungo coma.
Poi non lo vedi per qualche tempo, e le cose ricominciano a girare. Metti insieme i pezzi, provi a capire cosa fartene di quelli irrimediabilmente rotti, di quelli che non sembrano più appartenere da nessuna parte, e riparti come meglio puoi.
Di base sto bene, so come stare a galla. So godermi i bei momenti che ho la fortuna di vivere. Chiaro, certi danni non li puoi riparare velocemente, e molte cose di me sono ora completamente diverse rispetto al disegno originale. La chiamo misantropia, solo per sembrare un po’ più forte, ma la definizione del termine ha poco a che spartire con la situazione vera e propria. Devo mantenere un po’ di distanza tra me e le persone che ho / vorrei avere intorno. Devo farlo per proteggere entrambe le parti. Difficile che io ti cerchi, che ti chiami o che ti scriva, tranne in casi limite in cui proprio sento che lo devo fare. Prendo nomi costantemente anche dal mio cerchio più stretto per questo motivo. Ma non posso farci nulla. Non sono tanto capace di ricevere affetto o gentilezze, specialmente dalle persone che davvero mi piacciono un sacco. Mi sale il magone, non te lo so spiegare. So di correre il rischio di far credere che non me ne freghi un cazzo, ma non conosco altro modo. Ripeto. Devo mantenere un po’ di distanza tra me e le persone che ho / vorrei avere intorno. Devo farlo per proteggere entrambe le parti. Ma posso giurartelo: riconosco la sensazione di quando mi sento bene, di quando mi sento vivo, e so quando sono esattamente dove voglio – quando voglio – con chi voglio. Magari non te lo faccio intuire (a meno che tu non sia Mester, ma qualcuno che riesca a leggerti e a sfotterti con le sue uscite a la “hai ancora la luce negli occhi quando suoni questa roba”, beh doveva pure esserci! 😉), ma capisco perfettamente quando sono in una situazione in cui sto costruendo dei ricordi bellissimi, so apprezzare il momento fino in fondo, respirandolo a pieni polmoni, per poi portarlo con me sotto la pelle. Per sempre.
Perché comunque prima o poi so che lui tornerà. Inevitabile. Si ricomincerà da capo, ed una decina di anni non sono stati uno spazio di tempo sufficiente per capire come tenergli testa. E lo vedrò nuovamente mentre se ne starà con le spalle appoggiate al muro in fondo alla stanza, cappuccio tirato su, sulla sua testa rasata, a nascondergli parzialmente quei lineamenti che conosco molto bene. Espressione divertita, da coglione, stampata su quella faccia e come dipinta da qualche demone come lui, la stessa faccia che vedo ogni volta mentre passo davanti ad una superficie in grado di riflettere le immagini. Braccia conserte, incrociate sul petto, ma non penso affatto sia un atteggiamento di auto-difesa.
Come se potessi difendermi da lui, poi.
“La faresti una cosa per me?” “Cosa vuoi?” “Potresti chiedere a tutto di smettere di girare così veloce? Voglio prenderti a pugni.” “Cosa c’è che non va? Ste cose ti sono sempre piaciute fin da quando eri un pischelletto. Ti ha preso male?” “Non sto bene. Sembra che il cuore stia battendo fortissimo ma completamente a caso, come fosse scollegato. Sento bruciare in maniera diffusa tutto il torace e non riesco a muovere le braccia. Sto facendo fatica anche solo a parlarti, è come se avessi la lingua gonfia e non fossi più capace di produrre saliva.” “Piantala, fai ridere. Tra un po’ ti scende ed è tutto a posto.” “No, sono serio. C’è qualcosa che non va. Via Taverna non è così lontana, forse dovrei chiedere aiuto.” “Sarei quasi tentato di lasciartelo fare, fosse anche solo per sentire cosa racconteresti ai dottori. Sarebbe divertente.” “Perché non ti ammazzi?” “Ti piacerebbe, vero?? La prossima volta prova a chiedere questo mentre esprimi un desiderio con l’ultima Marlboro capovolta nel pacchetto. Se non altro non ti sentiresti costretto a buttarla in caciara con la storia del Superenalotto. Era per coprire un momento over-sensitive, oppure l’hai fatto solo per mantenere intatta la tua reputazioneda brutto e cattivo anche con loro? “L’hai detto davvero?” “Devo rispondere o facciamo come se?” “Facciamo come se… Dai, guarda che cazzo di faccia che ho. Come faccio a farmi vedere così?” “Che problemi ti fai? Hai uno stomaco che fa schifo, ti basta dire che non hai dormito per colpa sua, come già fai spesso. Facile no?” “Giusto. Facile. Così facile.”
Stessa fossetta sul lato sinistro del viso. Così simile a me. Così completamente un’altra cosa. Giuro, non lo posso vedere.
Just The Way You Are.
Ehi, Ciao! è da un sacco che non ti scrivo, non sono nemmeno sicuro di averlo fatto mai. Forse sarebbe stato più adeguato cominciare con un “è da un sacco che non scrivo di te da queste parti”, ma ormai ho iniziato a muovere velocemente le dita sui tasti, ed ho paura che se tornassi indietro, se non scrivessi queste cose di getto, probabilmente lascerei perdere. Lascio tutto a metà, sospeso tra un racconto ed una lettera aperta che con ogni probabilità non leggerai mai. Ma fotte. Come stai? No, direi di no… non me ne frega proprio un cazzo. Coincidenza, è stata solo una connessione tra una canzone che ho ri-ascoltato ed un nostro ricordo. Si tratta del tuo Brunetto Mars.
L’ altro giorno ero al Toys con una mia amica, doveva sostituire un regalo per la sua nipotina, e stavamo girando tra i vari corridoi e scaffali in cerca di qualcosa… più precisamente: lei in cerca di ispirazione per scegliere un articolo, ed io in cerca di ispirazione per violentare al meglio che potevo con le mie barre la canzone che riempiva l’aria in tutto il negozio. Primi tentativi parecchio goffi, alcuni quasi banali, ma sentivo che poco a poco stavo riuscendo a raggiungere lo scopo. Poi l’illuminazione, giusto in chiusura della prima metà del ritornello, ed ho sganciato una punchline così forte che siamo quasi entrambi morti sul posto. Vorrei riportarla qui, ed un po’ mi spiace non poterlo davvero fare, ma ti giuro che è stata de-vas-tan-te, ci siamo abbracciati mentre non riuscivamo a smettere di ridere, e mentre tutte le persone presenti ci guardavano come fossimo due alieni.
Camminavo da solo, musica come sempre, ed ho deciso di ri-ascoltarla per ridermela un po’, consapevole di avere un trascorso con questa canzone, consapevole che avrei rischiato di ricordarmi di te…
“Resta il fatto che ha davvero un fisico pazzesco. Non lo puoi negare.” “Sì, ho capito. Ma di queste cose dovresti parlarne con la tua cerchia, non con me.” “Ma sul serio sei geloso di un attore? Ce la fai?” “Lascia stare per un attimo che sono geloso anche se è un attore, ma mettiti nei miei panni. Come faccio a sentirti starnazzare su quanto ti piacciano quelle braccia quando non entrerei in una palestra nemmeno da morto??” “Bruno, è un cazzo di vampiro, anzi è un attore che sta interpretando un cazzo di vampiro… ed anche così e così a dirtela proprio tutta. Lui se ne sta in un film, tu sei qui seduto da parte a me.” “Ok. Ma perché allora stai con me se ti piacciono i tipi così?” “Oh, Madonna Santa! Ma fai sul serio?” “Sì, faccio sul serio.” … “Pensa se mi facessi scopare da lui…” “Brava, accomodati! Intanto ti dico due cose. La prima: stasera ci giochi da sola. E a seguire: fossi in te comincerei ad incamminarmi, che stasera torni a casa a piedi. Sta stronza!” … “Sto con te perché quando vedo il tuo viso non c’è una cosa che cambierei… Perché sei fantastico così come sei!” “hahahahahahaha! Tre quarti d’ora per rispondere e poi te ne esci con Bruno Mars??” “Ma daiii! hahahahahahaha. Potevi fare finta di niente e prenderla come una mia frase carina! Non rovinare sempre tutto” “Allora potevi scegliere qualcosa di più ricercato. Sto pezzo è ovunque!” “Come se avesse fatto qualche differenza. Potevo scegliere una B-Side di un pezzo inculato dei Cure che tanto mi avresti beccata comunque… Però le penso davvero le parole contenute in quella frase. Posso giurartelo, e so che ci credi anche se fai così.” …
Davvero, è molto bello poterti ricordare senza che faccia male, e noi di male ce ne siamo fatti quanto basta. Probabilmente è grazie a questo momento. Sto vivendo cose bellissime, sto da Dio. Oggi mi sento invincibile, per adesso ho isolato il demone, e mi sento leggerissimo. C’è un cielo illegale, sembra quasi dipinto, non sono sicuro di riuscire a descrivertelo con le parole che conosco…
è come se non fosse ne giorno – ne notte.
Ora però basta, ti sei presa una buona dose di parole, righe e tempo. Dovrei solo chiederti scusa, ed in realtà dovrei farlo anche con la mia amica del Toys. Perché non credo che vi lascerò contendere questa canzone nei miei ricordi. Niente di personale, è solo che questa frase non la ricordavo mica.
Non è proprio così, è sempre stata lì, e forse sarebbe più giusto dire che ho capito solo adesso il suo vero significato.
“… e quando tu sorridi, il mondo intero si ferma e resta a guardare per un po’.”
Perdonatemi se l’ho presa e se l’ho portata completamente da un’altra parte.
E se su sta cosa ci sto ridendo da solo già da qualche minuto ormai.
…finché in giro non diventa casa e la notte non diventa alba.
No, non è il mio “Replay ’24”. Le informazioni riguardanti i miei ascolti e (soprattutto) il numero di riproduzioni sono troppo confidenziali, “intime e personali” se preferisci. Non le condividerei con chiunque. Tra le righe che seguono troverai la classifica dei miei dischi preferiti, tutti usciti rigorosamente nel 2024. Si rispetta una mia antica tradizione portata avanti fino al 2019, sospesa durante gli anni in cui avevo deciso di vivere senza nessun social, glissata a fine 2023 dopo essere tornato (mettere in classifica progetti a cui avevo lavorato mi sembrava troppo), ripresa quindi quest’anno… adesso e qui. Solita formula: massimo dieci dischi, e cinque tra ep e singoli. Non uno di più.
Consapevole: sembra stilata da una persona con evidenti disturbi di personalità, questo lo capisco. Non mi devo giustificare e ne lo sto facendo adesso. Nel tempo non sono mai cambiato, la musica resta la peggiore delle mie dipendenze, e divoro dischi da trentasei anni a questa parte tutto il giorno – tutti i giorni. I generi, così come l’ieri – oggi – domani, con me hanno poco significato. Considero la musica come la più bella tra le forme d’arte, distesa in un unico presente, in continuo movimento e divenire. Rimanere “bloccato” in spazi di tempo o in categorie non fa per me, preferisco lasciarmi guidare dagli stati d’animo, da quello che sento, e da ciò di cui ho bisogno appena un istante prima di premere play.
Quindi non rompete il cazzo al prossimo, ascoltate di più e parlate di meno! 😜
Ok, Basta! Eccola…
LP
👑 – Queen I (2024 ed.) [Queen]
🪞– I Want To Disappear [The Story So Far]
🐐 – Going Hard III [Tony Boy]
🍍 – It Leads To This [The Pineapple Thief]
🏆– State Champs [State Champs]
💀 – Containers [Night Skinny]
😈 – Tutti I Nomi Del Diavolo [Kid Yugi]
👻 – With You In Spirit [Balance And Composure]
💪🏻 – To Dream Of Something Wicked [Mat Kerekes]
🕯️ – Māyā [Mace]
EP / Single
🏒 – On All Cylinders [Knuckle Puck]
🌅 – Ante Meridiem [Latrelle]
❤️ – Can You Feel The Love Tonight [Simple Plan]
🚀 – In Qualche Modo [Astro]
🪩 – No Hard Feelings [The Chainsmokers]
Un caro saluto a quelle bucchinare, disgraziate e disoneste, delle vostre madri. ‘mocc. Your Favorite Milk Delivery Boy.
B.: “Ma non mi dire. Aspetta, fammi indovinare… Vuoi rifare la parte di basso.”
A.: “Dai, posso fare di meglio. So che lo pensi anche tu.”
B.: “Si può sempre fare meglio, ma a me suona anche così. Un po’ maleducata.”
A.: “Possiamo rifarla?”
B.: “Sei Serio? Che sbatti!”
A.: “Dai, ti prego… Solo un altro paio di take, promesso.”
B.: “♫ puzzo d’eeerbaaa come un chilo d’eeerbaaa woo oow! ♫”
A.: “Bene, mi fa piacere, immagino tu stia meglio con lo stomaco. Chi è, il tuo amico Tony?”
B.: “Effettivamente sto molto meglio, grazie! No, non è Tony, è un pezzo dei Beatles, sta su Sgt. Pepper’s eccetera.”
A.: “Simpatico il lattaio. Dovresti riascoltartelo quel disco, vista la quantità di merda che è finita nella tua libreria musicale!”
B.: “Touche! Stamattina ho messo su qualche pezzo dei Porcupine Tree da In Absentia. È abbastanza per il tuo palato raffinato?”
A.: “Gne Gne Gne!”
B.: “Grazie per l’interesse comunque.”
A.: “Quando vuoi. In realtà non me ne frega davvero un cazzo, basta che rifacciamo il basso.”
B.: “Eccolo! Apprezzo l’onesta.”
A.: “Te lo devo succhiare?”
B.: “Anche no. Facciamo così. Questa settimana lavoro al pomeriggio. Una mattina di queste, tranne giovedì che devo scrivere per la sessione di D&D, passa in Via Carli. Facciamo colazione, diamo una riascoltata generale, ed EVENTUALMENTE rifacciamo le tracce. Non ho ancora cambiato le corde al Precision, puoi usarlo… EVENTUALMENTE.”
A.: “Grazie Brunino Mio! Ti voglio bene, davvero!”
B.: “Eh… Tua Madre!”
A.: “Cosa?”
B.: “TUA MADRE!”
A.: “Si, ho sentito! Non capisco cosa c’entri mia madre.”
B.: “Sei un po’ lentino oggi? Vuoi che te lo dica davvero, o facciamo come se?”
A.: “Facciamo come se. Meglio.”
B.: “Bravo, ottima scelta! Comunque al cioccolato, se c’è. Altrimenti fai tu.”
A.: “Ti ho perso…”
B.: “La brioche. Per me al cioccolato, grazie.”
A.: “Ma nemmeno se la ingoi tutta in un solo boccone!”
B.: “Oh, come sei dolce! Spero tu stia sempre parlando della brioche.”
A.: “Ti lascio libero di interpretare. Un po’ come la storia di mia madre.”
B.: “Devo andare. Ci sentiamo più tardi.”
A.: “Ok. Venerdì mattina può andare?”
B.: “Perfetto, non vedo l’ora. Sarò quello con il pigiama della Juve e le calze con i draghetti.”
Postdatato, confesso, ma mai avrei creduto che il mercoledì sera potesse trovarmi in quelle condizioni. Con le ossa rotte e con forti dolori alquanto preoccupanti. Ieri parlavamo lingue diverse, non potevi essermi d’aiuto, e comunque il mio pessimo umore ha solo reso le cose più difficili. Non sentirti in colpa, davvero non avresti potuto farci niente. Una di quelle giornate da cancellare, che non meriterebbero di essere vissute, anche se forse non è stato proprio tutto da buttare via. Sopravvissuto nelle vesti del lattaio come meglio si poteva, cercando di aggrapparmi a due o tre cose che sembravano essere state messe lì dall’Immacolata in persona con l’unico scopo di dare una schiarita alla mia giornata. Vero, forse potevo evitare di scrivere al Cavaliere Nero quando mi hanno chiesto il latte sardo, ma non potevo andare avanti a rifornire con il dubbio che sti due fenomeni me li avesse mandati proprio lui. Poi “da Rozzano fino a Massafra” passando per il magazzino di Via Conciliazione, c’erano due cretini che se la sono risa un sacco immaginandosi una versione cantata dal Bro (leggasi con accento siciliano… marcato… marcatissimo, Dio non sai quanto!) di un pezzo di Night Skinny, Kid Yugi, Paky. Perché? Perché una volta assodato che “Rolex fa ta-ta-ta”, non puoi accontentarti di “Stronzo, senti come pompa il sub!” se prima non ti sei immaginato Angelo smistare bancali mentre delizia il suo pubblico con la sua “divido brodi, divido dadi, divido sughi nei vasetti”.
Se hai capito queste parole: molto bene. Se non hai capito queste parole: sti cazzi! Nemmeno io martedì sera ho capito la partita della Vecchia Signora contro il temibile VfB Stuttgart. Ma una cosa, con il tempo, l’ho capita. E anche molto bene:
Brunino caro, non metterti a scrivere quando sei di un umore di merda.
Doveva essere una storia sulle mie dipendenze, sui miei lati d’ombra, conditi con un po’ di gusti musicali che magari non ti aspetti da me.
Ho detto che non ne parlerai oggi. Rispetta la regola.
La cosa divertente è che non sempre ho rispettato questa regola (ma va?), e che forse la cosa più bella che ho scritto in tempi recenti nasceva proprio in un periodo non molto diverso da questo. Liquid Bravery il suo titolo, quasi un anno di vita, la cosa che più mi rende orgoglioso e che più detesto allo stesso tempo tra quelle uscite “dalla mia penna”. Non che fosse scritta così tanto bene, e non che me ne stia vantando (se un pochino mi conosci, sai che non lo faccio mai), ma leggere tutto quell’insieme di carinerie alla sua fine un po’ mi ha fatto sorridere e pensare. Forse (forse) un lato umano di questo demone esiste ancora, seppellito e chissà quanto nelle profondità. Fa sempre ridere quando lo vedo riaffiorare, nonostante tutte le volte poi io finisca per pentirmene.
Le righe che seguono fanno proprio parte di quel post, datato 20 Dicembre 2023. Se non hai voglia di immergerti nuovamente in quelle storie, puoi anche fermarti qui. Se non sai di che cosa sto parlando, o se vuoi vedere l’effetto che ti fa a distanza di un po’ di tempo, resta ancora qualche minuto con me. Se ti va, ovviamente.
Liquid Bravery 20 Dicembre 2023
Avrei tanto voluto essere padre. No, non sto scherzando. E nemmeno sto lasciando volutamente una frase così a caso, sfiorando quello che in futuro sarà il mio più grande rimpianto, per poi passare a scrivere di tutt’altro. Mi è solo venuto di fare così. Ti starai chiedendo “e adesso come ne esci?” Facile, ricomincio da capo e te la completo.
Avrei tanto voluto essere il padre di questa espressione, la trovo magnifica. Vuoi per il forte legame con il Wizarding World della Rowling, vuoi per la mia “dipendenza” dall’alcool, vuoi per quello che ti pare, ma per me è davvero così. Viene da una conversazione su whatsapp con una mia amica, nota insegnante di inglese, e con spiccate capacità nel preparare piatti di carne. Ammesso che tu abbia una masticazione così forte da combattere una consistenza così “tenace”, ma questa è tutta un’altra storia. Le scrivo che avrei avuto tanto bisogno di lei. Ero ancora in negozio a fine turno e mi chiamano dall’assistenza clienti per un piccolo problema con una ragazza che non conosceva una parola di Italiano. Credevo davvero che sarei stato capace di tirare fuori il mio miglior inglese, e davvero speravo che andasse proprio così, ma se stai sperando di leggere una disavventura del lattaio con l’innamoramento facile sappi che resterai molto deluso. Vuoi che avevo troppe persone intorno e che quel posto iniziava a sembrarmi decisamente troppo affollato, vuoi che mi stavo sentendo decisamente troppo al centro dell’attenzione, e ancora una volta: vuoi per quello che ti pare, ma non sono stato per niente all’altezza della situazione. Lei mi scrive di non capire, io le rispondo che ci ho capito anche meno. Non sono il tipo di persona che si vanta di cose a caso, tutt’altro, ma non mento se dico di conoscere particolarmente bene l’inglese e che praticamente mai mi trovo in difficoltà nel doverlo comprendere, leggere, scrivere o parlare. Mi giustifico dicendo che probabilmente non ero abbastanza ubriaco per poterlo parlare fluentemente, e lei mi risponde così:
“Sì, effettivamente il coraggio liquido aiuta molto a volte”.
Poesia.
Ora il punto della questione è che queste righe non possono diventare uno spot sull’alcool, un po’ perché penso sia troppo pericoloso raccontarti di quanto io trovi tutto molto più facile quando alzo il gomito, quando certi “blocchi” vengono superati o momentaneamente ingannati, e un po’ perché in realtà avevo voglia di allargare il discorso, portarti da un’altra parte, e di tirare in ballo anche altri rimedi per altre questioni.
Non gira bene, non va bene proprio per un cazzo, ma stamattina mentre andavo a lavorare mi sono detto “sai cosa c’è? Vai in culo” ed ho cercato su Apple Music proprio questa canzone, battezzandola come la prima della giornata. È con me da molti anni, da quando, in un momento imprecisato a metà dei 90s, mia nonna mi accompagnò da “Non solo musica”, negozio di dischi che se ne stava verso la fine di Via Roma a Portici, e spese trentamila lire per regalarmi Jazz dei Queen (1978). Se ti dovesse capitare di ascoltarlo, troverai alla traccia numero dodici “Don’t stop me now”. Anche Brian May in persona, che inizialmente detestava quella canzone a causa di tutte le cose che stava combinando Freddie Mercury in quegli anni, si è dovuto arrendere alla sua bellezza, alla capacità di farti sentire un po’ più vivo che è rimasta intatta nei decenni in quelle note.
Freddo da dio, cappuccio tirato su, cuffie, una Marlboro. Non riuscivo a smettere di sorridere mentre me la canticchiavo a memoria, sentendomi invincibile, sulla cima del mondo, per tutti i suoi tre minuti e ventinove secondi. Guarda come ti trovo il coraggio di affrontare una giornata che non vorrei affrontare, mentre non avrei voglia di fare assolutamente nulla.
Non chiedermi cosa c’è che non va. Non rispondermi “non ci credo” se ti dico “tutto ok” mentre la mia faccia dice altro. Non tentare ad indovinare quando ti dico “ok per un cazzo, ma discorso chiuso e parliamo di altro”. Primo: non ti interessa per davvero. E secondo: ho sempre mal sopportato chi mi vomita addosso tutte le sue cose nella speranza di ottenere chissà quale beneficio, non vedo perché dovrei farti subire lo stesso trattamento. YOUR SUFFERING IS NOT UNIQUE. E così sia! So bene come cercare di risolvere i miei guai, o comunque come cercare di non apparire troppo musone o di non fartelo pesare nei giorni “più neri”. Ho il coraggio liquido, ho i rimedi della nonna, e va bene così
Vuoi davvero essermi d’aiuto?
Sto bene quando mi venite a prendere alla stazione e vi trovo sul binario con un cartello con su il mio nome in stile “aeroporto”. Sto bene quando senza nessun motivo inizi a cantare “tú y yo a la fiesta, tú y yo toda la noche” facendomi spaccare dalle risate. Sto bene quando, vestito da studente di Durmstrang, interpreti l’ingresso nella sala grande di Viktor Krum, sottolineando la strabiliante somiglianza fisica tra te e lui. Sto bene quando guardiamo Amici dopo aver pranzato insieme, prendendo in giro tutto e tutti e commentando come due critici musicali di grande esperienza. Sto bene quando chiami “sto dinosauro” la renna luminosa comprata dalla tua dolce metà per rendere più natalizio il tuo balcone già illuminato peggio di Parigi di notte. Sto bene quando mi abbracci e mi prendi in giro con il tuo “sarà mica colpa della figlia del fornaio, vero?”. Sto bene quando ridi alle mie minacce di “scavalcare il bancone se lo rifà un’altra volta” dopo che la barista ha passato la lingua sul brillantino che ha su un dente, con quella faccia da schiaffi poi, Madonna Santa. Sto bene quando mi sorridi e mi canti canzoni in napoletano per addolcirmi le mattinate. Sto bene quando cerchiamo di decidere se è stato più pesante il tuo due di picche preso dal ferroviere, o il mio aver mal interpretato le intenzioni della ricciolina che non voleva “un assaggio del milk delivery boy with a small toy”, ma solo non si sa cosa. Sto bene quando suoniamo insieme del punk-rock e quando non riusciamo a beccare lo stacco ska di “Silvia Saint”senza ridere come due idioti. Sto bene quando vieni da me, quando “assecondi” il mio debole per i film sci-fi ed io “assecondo” il tuo trovarmi un figo e finiamo sotto le lenzuola. Sto bene quando finiamo insieme il turno e passiamo due minuti a parlare di calcio e di stronzate per poi ridere insieme del mio aver quasi acceso una sigaretta mentre ancora non ero uscito dal negozio.
Sì, sono tutte persone diverse, avvenimenti più o meno recenti che hanno salvato la situazione senza essere troppo invadenti. Sembrava una bella idea mentre la stavo scrivendo, ora decisamente meno, ma va bene così. Almeno ho chiuso l’argomento in maniera diversa dal solito. No, la cosa non comprende l’insulto finale tipico delle cose che scrivo, è solo che ieri sera il Napoli ha preso le sberle dal Frosinone e non vorrei urtare la sensibilità di nessuno usando la lingua dei partenopei.
Quindi “italianizzo”… Quella grande cessa di tua madre. Ok, può andare. Buona Serata. Your favorite milk delivery boy.
Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale… ma nemmeno per l’anticamera del cazzo! Troverai tra le righe che seguono quasi tutte le “parole ufficiali” con le quali il dungeon master ha dato il via alle danze. Ok, forse in versione un attimo “rivista e romanzata” per l’occasione, ma più o meno ci siamo. D’altra parte è giusto che alcune cose, almeno per il momento, rimangano ad uso e consumo esclusivo della nostra compagnia. Vi ringrazio per la comprensione. 😊 Prima di cominciare, ci tenevo a “scusarmi” (si fa per dire) con un paio di persone coinvolte in questo racconto. In primis con His Royal Majesty Andriy Shevchenko, la leggenda a cui mi sono ispirato durante la creazione del monaco/guerriero Andrij (spelling mai corretto, ormai resta così), in quanto mi sono sentito in dovere di modificare il suo programma di allenamento dopo essere venuto a conoscenza di alcune nuove tecniche davvero speciali. Ed in secondo luogo, nel caso tu stessi leggendo, devo scusarmi proprio con te per avertele “prese in prestito” così. So che ti ho già tirato in ballo un paio di volte tra queste pagine, ma se stai pensando che “ti abbia preso di mira” o che “il lattaio non ti voglia bene”, allora posso garantirti che sei proprio fuori strada e che sarei pronto anche a giurarlo. È solo che fondamentalmente sono un cretino, e che quando c’è qualcosa che un po’ mi diverte, vuoi o non vuoi, le possibilità che poi finisca tra le cose che scrivo sono davvero alte. Perdonami se puoi 😂
ok, cominciamo.
Episodio Pilota: Farò Di Te Un Uomo.
Se cercate un fatto… io ve lo darò! Oggi, giovedì, giorno di nostro signore diciannove settembre duemilaventiquattro, verrà ricordato ovunque come il giorno in cui l’avventura vissuta dai Leviosi riprese il suo cammino. Ne è passata davvero tanta di acqua “per sotto la guallera”, e parecchio lontano nei ricordi sembra ormai quel giorno in cui la nave su cui viaggiava Anakis, allora conosciuta come la prescelta (la “presce” per gli amici), toccò finalmente le sponde di Sæglópur dopo giorni di navigazione parecchio tormentata.
Piove, senti come piove, Madonna come piove!
Di Sæglópur era completamente rapita dalle sue case, l’acqua e le nuvole. Non era per lei poi tanto difficile sentirsi immersa in quella atmosfera così liquida, quasi magica, persa nelle luci e nelle ombre di quelle strade, e nelle espressioni accoglienti di quella gente. Gente che aveva tutto l’aspetto di chi solo è depositario di segreti e tradizioni antichissime che sembravano essere loro e soltanto loro. Trovava le casette dei pescatori davvero meravigliose, e tutte quelle palafitte costruite in legno e dipinte nei più svariati colori rendevano la scena davanti ai suoi occhi davvero incantevole. Ma era un altro edificio, situato alla cima di una scalinata in condizioni piuttosto precarie, che per una serie di motivi catturava la sua attenzione. Le sue mura erano bianche, o sarebbe più giusto dire “probabilmente lo erano in passato”, con evidenti segni di umidità praticamente mai trattati. Nel cortile un ragazzo di circa una ventina d’anni stava facendo allenamento vestito con nient’altro che la sua pelle, fatta eccezione per un pantalone dal taglio esotico indossato per coprire la sua virtù. Vedendo quel trionfo di giovane manzo ucraino, la nostra Anakis non poteva davvero fare altro se non mettersi a cinguettare come fosse una appariscente… Upupa! Con la sua cresta da regina di tutti gli uccelli (l’ho scritto davvero?), quel suo movimento sinuoso come solo i più temibili tra i felini, ed un piumaggio così variopinto da fare invidia a David Bowie durante il suo periodo Ziggy Stardust, dello stesso colore della cannella, e con ali bianconere bagnate un po’ per la pioggia ed un po’ per altri motivi. Rimase diversi minuti ad osservare quell’esercizio, dove il giovane Andrij mandava per aria delle anfore usando le due estremità del suo bastone ferrato, per poi frantumarle in volo con colpi forti e decisi. Veloce come è veloce il vento. Un uomo vero senza timori. Potente come un vulcano attivo.
Magari proprio quel vulcano attivo, il Monte Somma, dove ai suoi piedi il corpo di Aüle giovinetto giacque diversi anni or sono, e da dove iniziava la sua ricerca dell’ Ea rubato. Come cercare un ago in mezzo a quintali di fieno. Una impresa impossibile. Se lo era sentito dire una infinità di volte durante quei giorni, e ad ogni tentativo di raccolta di informazioni, di tracce, o anche solo di sussurri, c’era sempre chi era pronto a schernirlo con questo antico proverbio, sentito decisamente qualche volta di troppo. Mai però aveva pensato al suo sapore dolce, una volta masticato dalla sua bocca, dopo aver trovato una pista percorribile. Voci, di qualcuno che evidentemente non aveva ancora imparato a tenere la bocca chiusa, e solo i cieli sanno se avrà mai una possibilità ancora di impararlo in futuro, raccontavano della restaurazione di una antica gilda di ladri. Sconfitta, e più volte, ma mai del tutto. Le maschere delle notte. Il brandello di informazioni che aveva comprendeva un luogo, le rovine della tenuta degli Holm a nord di Sæglópur nelle Terre Alte, dove la gilda aveva una delle sue tane più antiche. Ed un nome, Kjartan, il nome di un cantastorie che aveva fatto di Ágætis byrjun il suo quartier generale, e che se persuaso con modi gentili avrebbe potuto condurlo fino alle rovine. Vero, non era molto, ma la speranza che fosse l’inizio della soluzione ad un problema che pareva essere insormontabile lo faceva stare meglio. Ripeteva tra se e se: “Senti come suona bene. Ho trovato un ago in un pagliaio.” Ecco infine la locanda. Gli sembrava inserita in un ambiente tutto suo, in contrasto, come se non appartenesse del tutto al luogo che la circondava. Un labirinto di piante rampicanti si inerpicava attraverso le pietre levigate dei muri ed avvolgeva tutto l’edificio come in un abbraccio, regalandogli una atmosfera dolce e protettiva che tanto invogliava quel nano imbecille a varcare il robusto portone di quercia posto al suo ingresso.
Ágætis byrjun, quella locanda situata appena fuori dai quartieri portuali. Il posto che il bardo Olivier stava iniziando a chiamare casa. Qui, pochi giorni dopo il suo arrivo, aveva avuto modo di conoscere Kjartan. Un ex avventuriero, ora più conosciuto come un abile cantastorie, musicista e compositore dall’incredibile talento, e soprattutto fonte inesauribile di informazioni. Se avesse voluto iniziare a scrivere una ballata durante quei giorni, i suoi primi versi non suonerebbero poi così diversi da un sentito “ma io cosa cazzo ci faccio qui?” Ci sono state molte occasioni in cui ci si domandava se il suo albero genealogico affondasse le sue radici in una terra bagnata dall’amore degli halfling. Un po’ sentiva la mancanza del Senna, del profumo buonissimo della lavanda che cresce spontanea lungo le sue rive, di casa sua e delle sue comodità. Parliamo di cose semplici, come il fuoco di un camino acceso, un pranzetto abbondante accompagnato da un calice o due di Cabernet Sauvignon, e di piacevoli serate da passare rigorosamente in buona compagnia, o comunque al sicuro ed al riparo da mostri, armate, avventure. Avventure che, dati gli avvenimenti recenti che sembrano avere sconvolto per sempre le vite dei nostri eroi, ha iniziato a vivere per davvero, e non solo attraverso le storie che raccontava per intrattenere il suo publico.
Avventure che, mesi dopo, hanno condotto la compagnia fin qui, nelle stanze di questo maniero antichissimo nei pressi di Akureyri. Il quartier generale dei Leviosi. Sono trascorsi quattro giorni da quando Kjartan gli ha mostrato il risultato delle sue ricerche, quattro giorni da quando gliene ha chiesto qualcuno in più per poter fare luce sulle molte zone d’ombra ancora presenti sulle informazioni in suo possesso. Ed in questi quattro giorni hanno avuto modo di “fare come fossero a casa loro”, esplorando il maniero in quasi tutte le sue aree, riposandosi un po’, studiando, e mantenendo gli allenamenti necessari. Sembrava una mattina proprio come tutte le altre. La debole luce che iniziava ad attraversare le ampie vetrate colorate delle loro stanze cercava di svegliarli gentilmente, quando…