/ˈmjuːzæk/2024

No, non è il mio “Replay ’24”.
Le informazioni riguardanti i miei ascolti e (soprattutto) il numero di riproduzioni sono troppo confidenziali, “intime e personali” se preferisci.
Non le condividerei con chiunque.
Tra le righe che seguono troverai la classifica dei miei dischi preferiti, tutti usciti rigorosamente nel 2024.
Si rispetta una mia antica tradizione portata avanti fino al 2019, sospesa durante gli anni in cui avevo deciso di vivere senza nessun social, glissata a fine 2023 dopo essere tornato (mettere in classifica progetti a cui avevo lavorato mi sembrava troppo), ripresa quindi quest’anno… adesso e qui.
Solita formula: massimo dieci dischi, e cinque tra ep e singoli.
Non uno di più.

Consapevole: sembra stilata da una persona con evidenti disturbi di personalità, questo lo capisco.
Non mi devo giustificare e ne lo sto facendo adesso.
Nel tempo non sono mai cambiato, la musica resta la peggiore delle mie dipendenze, e divoro dischi da trentasei anni a questa parte tutto il giorno – tutti i giorni.
I generi, così come l’ieri – oggi – domani, con me hanno poco significato.
Considero la musica come la più bella tra le forme d’arte, distesa in un unico presente, in continuo movimento e divenire.
Rimanere “bloccato” in spazi di tempo o in categorie non fa per me, preferisco lasciarmi guidare dagli stati d’animo, da quello che sento, e da ciò di cui ho bisogno appena un istante prima di premere play.

Quindi non rompete il cazzo al prossimo, ascoltate di più e parlate di meno! 😜

Ok, Basta!
Eccola…

LP

  1. 👑 – Queen I (2024 ed.)
    [Queen]
  2. 🪞 – I Want To Disappear
    [The Story So Far]
  3. 🐐 – Going Hard III
    [Tony Boy]
  4. 🍍 – It Leads To This
    [The Pineapple Thief]
  5. 🏆 – State Champs
    [State Champs]
  6. 💀Containers
    [Night Skinny]
  7. 😈 – Tutti I Nomi Del Diavolo
    [Kid Yugi]
  8. 👻 – With You In Spirit
    [Balance And Composure]
  9. 💪🏻 – To Dream Of Something Wicked
    [Mat Kerekes]
  10. 🕯️ – Māyā
    [Mace]

EP / Single

  1. 🏒 – On All Cylinders
    [Knuckle Puck]
  2. 🌅 – Ante Meridiem
    [Latrelle]
  3. ❤️ – Can You Feel The Love Tonight
    [Simple Plan]
  4. 🚀 – In Qualche Modo
    [Astro]
  5. 🪩 – No Hard Feelings
    [The Chainsmokers]

Un caro saluto a quelle bucchinare, disgraziate e disoneste, delle vostre madri.
‘mocc.
Your Favorite Milk Delivery Boy.

A.: “Sai già cosa sto per chiederti.”

B.: “Ma non mi dire. Aspetta, fammi indovinare… Vuoi rifare la parte di basso.”

A.: “Dai, posso fare di meglio. So che lo pensi anche tu.”

B.: “Si può sempre fare meglio, ma a me suona anche così. Un po’ maleducata.”

A.: “Possiamo rifarla?”

B.: “Sei Serio? Che sbatti!”

A.: “Dai, ti prego… Solo un altro paio di take, promesso.”

B.: “♫ puzzo d’eeerbaaa come un chilo d’eeerbaaa woo oow! ♫”

A.: “Bene, mi fa piacere, immagino tu stia meglio con lo stomaco. Chi è, il tuo amico Tony?”

B.: “Effettivamente sto molto meglio, grazie! No, non è Tony, è un pezzo dei Beatles, sta su Sgt. Pepper’s eccetera.”

A.: “Simpatico il lattaio. Dovresti riascoltartelo quel disco, vista la quantità di merda che è finita nella tua libreria musicale!”

B.: “Touche! Stamattina ho messo su qualche pezzo dei Porcupine Tree da In Absentia. È abbastanza per il tuo palato raffinato?”

A.: “Gne Gne Gne!”

B.: “Grazie per l’interesse comunque.”

A.: “Quando vuoi. In realtà non me ne frega davvero un cazzo, basta che rifacciamo il basso.”

B.: “Eccolo! Apprezzo l’onesta.”

A.: “Te lo devo succhiare?”

B.: “Anche no. Facciamo così. Questa settimana lavoro al pomeriggio. Una mattina di queste, tranne giovedì che devo scrivere per la sessione di D&D, passa in Via Carli. Facciamo colazione, diamo una riascoltata generale, ed EVENTUALMENTE rifacciamo le tracce. Non ho ancora cambiato le corde al Precision, puoi usarlo… EVENTUALMENTE.”

A.: “Grazie Brunino Mio! Ti voglio bene, davvero!”

B.: “Eh… Tua Madre!”

A.: “Cosa?”

B.: “TUA MADRE!”

A.: “Si, ho sentito! Non capisco cosa c’entri mia madre.”

B.: “Sei un po’ lentino oggi? Vuoi che te lo dica davvero, o facciamo come se?”

A.: “Facciamo come se. Meglio.”

B.: “Bravo, ottima scelta! Comunque al cioccolato, se c’è. Altrimenti fai tu.”

A.: “Ti ho perso…”

B.: “La brioche. Per me al cioccolato, grazie.”

A.: “Ma nemmeno se la ingoi tutta in un solo boccone!”

B.: “Oh, come sei dolce! Spero tu stia sempre parlando della brioche.”

A.: “Ti lascio libero di interpretare. Un po’ come la storia di mia madre.”

B.: “Devo andare. Ci sentiamo più tardi.”

A.: “Ok. Venerdì mattina può andare?”

B.: “Perfetto, non vedo l’ora. Sarò quello con il pigiama della Juve e le calze con i draghetti.”

A.: “Ma P***o D*o!”

B.: “Buona giornata, cutie pie!”

🖤

Coraggio Liquido. (quasi) Un anno dopo.

Postdatato, confesso, ma mai avrei creduto che il mercoledì sera potesse trovarmi in quelle condizioni. 
Con le ossa rotte e con forti dolori alquanto preoccupanti.
Ieri parlavamo lingue diverse, non potevi essermi d’aiuto, e comunque il mio pessimo umore ha solo reso le cose più difficili. Non sentirti in colpa, davvero non avresti potuto farci niente.
Una di quelle giornate da cancellare, che non meriterebbero di essere vissute, anche se forse non è stato proprio tutto da buttare via.
Sopravvissuto nelle vesti del lattaio come meglio si poteva, cercando di aggrapparmi a due o tre cose che sembravano essere state messe lì dall’Immacolata in persona con l’unico scopo di dare una schiarita alla mia giornata. 
Vero, forse potevo evitare di scrivere al Cavaliere Nero quando mi hanno chiesto il latte sardo, ma non potevo andare avanti a rifornire con il dubbio che sti due fenomeni me li avesse mandati proprio lui. 
Poi “da Rozzano fino a Massafra” passando per il magazzino di Via Conciliazione, c’erano due cretini che se la sono risa un sacco immaginandosi una versione cantata dal Bro (leggasi con accento siciliano… marcato… marcatissimo, Dio non sai quanto!) di un pezzo di Night Skinny, Kid Yugi, Paky. 
Perché?
Perché una volta assodato che “Rolex fa ta-ta-ta”, non puoi accontentarti di “Stronzo, senti come pompa il sub!” se prima non ti sei immaginato Angelo smistare bancali mentre delizia il suo pubblico con la sua “divido brodi, divido dadi, divido sughi nei vasetti”.

Se hai capito queste parole: molto bene.
Se non hai capito queste parole: sti cazzi!
Nemmeno io martedì sera ho capito la partita della Vecchia Signora contro il temibile VfB Stuttgart.
Ma una cosa, con il tempo, l’ho capita. E anche molto bene:

Brunino caro, non metterti a scrivere quando sei di un umore di merda.

Doveva essere una storia sulle mie dipendenze, sui miei lati d’ombra, conditi con un po’ di gusti musicali che magari non ti aspetti da me. 

Ho detto che non ne parlerai oggi. Rispetta la regola.

La cosa divertente è che non sempre ho rispettato questa regola (ma va?), e che forse la cosa più bella che ho scritto in tempi recenti nasceva proprio in un periodo non molto diverso da questo.
Liquid Bravery il suo titolo, quasi un anno di vita, la cosa che più mi rende orgoglioso e che più detesto allo stesso tempo tra quelle uscite “dalla mia penna”.
Non che fosse scritta così tanto bene, e non che me ne stia vantando (se un pochino mi conosci, sai che non lo faccio mai), ma leggere tutto quell’insieme di carinerie alla sua fine un po’ mi ha fatto sorridere e pensare.
Forse (forse) un lato umano di questo demone esiste ancora, seppellito e chissà quanto nelle profondità. 
Fa sempre ridere quando lo vedo riaffiorare, nonostante tutte le volte poi io finisca per pentirmene.

Le righe che seguono fanno proprio parte di quel post, datato 20 Dicembre 2023.
Se non hai voglia di immergerti nuovamente in quelle storie, puoi anche fermarti qui. 
Se non sai di che cosa sto parlando, o se vuoi vedere l’effetto che ti fa a distanza di un po’ di tempo, resta ancora qualche minuto con me. 
Se ti va, ovviamente.

Liquid Bravery
20 Dicembre 2023

Avrei tanto voluto essere padre.
No, non sto scherzando. E nemmeno sto lasciando volutamente una frase così a caso, sfiorando quello che in futuro sarà il mio più grande rimpianto, per poi passare a scrivere di tutt’altro. 
Mi è solo venuto di fare così.
Ti starai chiedendo “e adesso come ne esci?” 
Facile, ricomincio da capo e te la completo. 

Avrei tanto voluto essere il padre di questa espressione, la trovo magnifica. Vuoi per il forte legame con il Wizarding World della Rowling, vuoi per la mia “dipendenza” dall’alcool, vuoi per quello che ti pare, ma per me è davvero così.
Viene da una conversazione su whatsapp con una mia amica, nota insegnante di inglese, e con spiccate capacità nel preparare piatti di carne. Ammesso che tu abbia una masticazione così forte da combattere una consistenza così “tenace”, ma questa è tutta un’altra storia.
Le scrivo che avrei avuto tanto bisogno di lei. Ero ancora in negozio a fine turno e mi chiamano dall’assistenza clienti per un piccolo problema con una ragazza che non conosceva una parola di Italiano. Credevo davvero che sarei stato capace di tirare fuori il mio miglior inglese, e davvero speravo che andasse proprio così, ma se stai sperando di leggere una disavventura del lattaio con l’innamoramento facile sappi che resterai molto deluso.
Vuoi che avevo troppe persone intorno e che quel posto iniziava a sembrarmi decisamente troppo affollato, vuoi che mi stavo sentendo decisamente troppo al centro dell’attenzione, e ancora una volta: vuoi per quello che ti pare, ma non sono stato per niente all’altezza della situazione. 
Lei mi scrive di non capire, io le rispondo che ci ho capito anche meno.
Non sono il tipo di persona che si vanta di cose a caso, tutt’altro, ma non mento se dico di conoscere particolarmente bene l’inglese e che praticamente mai mi trovo in difficoltà nel doverlo comprendere, leggere, scrivere o parlare.
Mi giustifico dicendo che probabilmente non ero abbastanza ubriaco per poterlo parlare fluentemente, e lei mi risponde così:

“Sì, effettivamente il coraggio liquido aiuta molto a volte”.

Poesia.

Ora il punto della questione è che queste righe non possono diventare uno spot sull’alcool, un po’ perché penso sia troppo pericoloso raccontarti di quanto io trovi tutto molto più facile quando alzo il gomito, quando certi “blocchi” vengono superati o momentaneamente ingannati, e un po’ perché in realtà avevo voglia di allargare il discorso, portarti da un’altra parte, e di tirare in ballo anche altri rimedi per altre questioni.

Non gira bene, non va bene proprio per un cazzo, ma stamattina mentre andavo a lavorare mi sono detto “sai cosa c’è? Vai in culo” ed ho cercato su Apple Music proprio questa canzone, battezzandola come la prima della giornata. 
È con me da molti anni, da quando, in un momento imprecisato a metà dei 90s, mia nonna mi accompagnò da “Non solo musica”, negozio di dischi che se ne stava verso la fine di Via Roma a Portici, e spese trentamila lire per regalarmi Jazz dei Queen (1978).
Se ti dovesse capitare di ascoltarlo, troverai alla traccia numero dodici “Don’t stop me now”.
Anche Brian May in persona, che inizialmente detestava quella canzone a causa di tutte le cose che stava combinando Freddie Mercury in quegli anni, si è dovuto arrendere alla sua bellezza, alla capacità di farti sentire un po’ più vivo che è rimasta intatta nei decenni in quelle note. 

Freddo da dio, cappuccio tirato su, cuffie, una Marlboro. Non riuscivo a smettere di sorridere mentre me la canticchiavo a memoria, sentendomi invincibile, sulla cima del mondo, per tutti i suoi tre minuti e ventinove secondi. Guarda come ti trovo il coraggio di affrontare una giornata che non vorrei affrontare, mentre non avrei voglia di fare assolutamente nulla.

Non chiedermi cosa c’è che non va. Non rispondermi “non ci credo” se ti dico “tutto ok” mentre la mia faccia dice altro. Non tentare ad indovinare quando ti dico “ok per un cazzo, ma discorso chiuso e parliamo di altro”.
Primo: non ti interessa per davvero. E secondo: ho sempre mal sopportato chi mi vomita addosso tutte le sue cose nella speranza di ottenere chissà quale beneficio, non vedo perché dovrei farti subire lo stesso trattamento.
YOUR SUFFERING IS NOT UNIQUE.
E così sia!
So bene come cercare di risolvere i miei guai, o comunque come cercare di non apparire troppo musone o di non fartelo pesare nei giorni “più neri”. Ho il coraggio liquido, ho i rimedi della nonna, e va bene così

Vuoi davvero essermi d’aiuto?

Sto bene quando mi venite a prendere alla stazione e vi trovo sul binario con un cartello con su il mio nome in stile “aeroporto”.
Sto bene quando senza nessun motivo inizi a cantare “tú y yo a la fiesta, tú y yo toda la noche” facendomi spaccare dalle risate.
Sto bene quando, vestito da studente di Durmstrang, interpreti l’ingresso nella sala grande di Viktor Krum, sottolineando la strabiliante somiglianza fisica tra te e lui.
Sto bene quando guardiamo Amici dopo aver pranzato insieme, prendendo in giro tutto e tutti e commentando come due critici musicali di grande esperienza.
Sto bene quando chiami “sto dinosauro” la renna luminosa comprata dalla tua dolce metà per rendere più natalizio il tuo balcone già illuminato peggio di Parigi di notte.
Sto bene quando mi abbracci e mi prendi in giro con il tuo “sarà mica colpa della figlia del fornaio, vero?”.
Sto bene quando ridi alle mie minacce di “scavalcare il bancone se lo rifà un’altra volta” dopo che la barista ha passato la lingua sul brillantino che ha su un dente, con quella faccia da schiaffi poi, Madonna Santa.
Sto bene quando mi sorridi e mi canti canzoni in napoletano per addolcirmi le mattinate.
Sto bene quando cerchiamo di decidere se è stato più pesante il tuo due di picche preso dal ferroviere, o il mio aver mal interpretato le intenzioni della ricciolina che non voleva “un assaggio del milk delivery boy with a small toy”, ma solo non si sa cosa.
Sto bene quando suoniamo insieme del punk-rock e quando non riusciamo a beccare lo stacco ska di “Silvia Saint”senza ridere come due idioti.
Sto bene quando vieni da me, quando “assecondi” il mio debole per i film sci-fi ed io “assecondo” il tuo trovarmi un figo e finiamo sotto le lenzuola.
Sto bene quando finiamo insieme il turno e passiamo due minuti a parlare di calcio e di stronzate per poi ridere insieme del mio aver quasi acceso una sigaretta mentre ancora non ero uscito dal negozio.

Sì, sono tutte persone diverse, avvenimenti più o meno recenti che hanno salvato la situazione senza essere troppo invadenti. Sembrava una bella idea mentre la stavo scrivendo, ora decisamente meno, ma va bene così. Almeno ho chiuso l’argomento in maniera diversa dal solito.
No, la cosa non comprende l’insulto finale tipico delle cose che scrivo, è solo che ieri sera il Napoli ha preso le sberle dal Frosinone e non vorrei urtare la sensibilità di nessuno usando la lingua dei partenopei.

Quindi “italianizzo”…
Quella grande cessa di tua madre.
Ok, può andare.
Buona Serata.
Your favorite milk delivery boy.

Le Maschere Della Notte [Stagione 2]

Prefazione

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale… ma nemmeno per l’anticamera del cazzo!
Troverai tra le righe che seguono quasi tutte le “parole ufficiali” con le quali il dungeon master ha dato il via alle danze.
Ok, forse in versione un attimo “rivista e romanzata” per l’occasione, ma più o meno ci siamo.
D’altra parte è giusto che alcune cose, almeno per il momento, rimangano ad uso e consumo esclusivo della nostra compagnia.
Vi ringrazio per la comprensione. 😊
Prima di cominciare, ci tenevo a “scusarmi” (si fa per dire) con un paio di persone coinvolte in questo racconto.
In primis con His Royal Majesty Andriy Shevchenko, la leggenda a cui mi sono ispirato durante la creazione del monaco/guerriero Andrij (spelling mai corretto, ormai resta così), in quanto mi sono sentito in dovere di modificare il suo programma di allenamento dopo essere venuto a conoscenza di alcune nuove tecniche davvero speciali.
Ed in secondo luogo, nel caso tu stessi leggendo, devo scusarmi proprio con te per avertele “prese in prestito” così.
So che ti ho già tirato in ballo un paio di volte tra queste pagine, ma se stai pensando che “ti abbia preso di mira” o che “il lattaio non ti voglia bene”, allora posso garantirti che sei proprio fuori strada e che sarei pronto anche a giurarlo.
È solo che fondamentalmente sono un cretino, e che quando c’è qualcosa che un po’ mi diverte, vuoi o non vuoi, le possibilità che poi finisca tra le cose che scrivo sono davvero alte.
Perdonami se puoi 😂

ok, cominciamo.

Episodio Pilota: Farò Di Te Un Uomo.

Se cercate un fatto… io ve lo darò!
Oggi, giovedì, giorno di nostro signore diciannove settembre duemilaventiquattro, verrà ricordato ovunque come il giorno in cui l’avventura vissuta dai Leviosi riprese il suo cammino.
Ne è passata davvero tanta di acqua “per sotto la guallera”, e parecchio lontano nei ricordi sembra ormai quel giorno in cui la nave su cui viaggiava Anakis, allora conosciuta come la prescelta (la “presce” per gli amici), toccò finalmente le sponde di Sæglópur dopo giorni di navigazione parecchio tormentata.

Piove, senti come piove, Madonna come piove!

Di Sæglópur era completamente rapita dalle sue case, l’acqua e le nuvole.
Non era per lei poi tanto difficile sentirsi immersa in quella atmosfera così liquida, quasi magica, persa nelle luci e nelle ombre di quelle strade, e nelle espressioni accoglienti di quella gente.
Gente che aveva tutto l’aspetto di chi solo è depositario di segreti e tradizioni antichissime che sembravano essere loro e soltanto loro.
Trovava le casette dei pescatori davvero meravigliose, e tutte quelle palafitte costruite in legno e dipinte nei più svariati colori rendevano la scena davanti ai suoi occhi davvero incantevole. Ma era un altro edificio, situato alla cima di una scalinata in condizioni piuttosto precarie, che per una serie di motivi catturava la sua attenzione.
Le sue mura erano bianche, o sarebbe più giusto dire “probabilmente lo erano in passato”, con evidenti segni di umidità praticamente mai trattati.
Nel cortile un ragazzo di circa una ventina d’anni stava facendo allenamento vestito con nient’altro che la sua pelle, fatta eccezione per un pantalone dal taglio esotico indossato per coprire la sua virtù.
Vedendo quel trionfo di giovane manzo ucraino, la nostra Anakis non poteva davvero fare altro se non mettersi a cinguettare come fosse una appariscente… Upupa! Con la sua cresta da regina di tutti gli uccelli (l’ho scritto davvero?), quel suo movimento sinuoso come solo i più temibili tra i felini, ed un piumaggio così variopinto da fare invidia a David Bowie durante il suo periodo Ziggy Stardust, dello stesso colore della cannella, e con ali bianconere bagnate un po’ per la pioggia ed un po’ per altri motivi.
Rimase diversi minuti ad osservare quell’esercizio, dove il giovane Andrij mandava per aria delle anfore usando le due estremità del suo bastone ferrato, per poi frantumarle in volo con colpi forti e decisi.
Veloce come è veloce il vento.
Un uomo vero senza timori.
Potente come un vulcano attivo.

Magari proprio quel vulcano attivo, il Monte Somma, dove ai suoi piedi il corpo di Aüle giovinetto giacque diversi anni or sono, e da dove iniziava la sua ricerca dell’ Ea rubato.
Come cercare un ago in mezzo a quintali di fieno. Una impresa impossibile.
Se lo era sentito dire una infinità di volte durante quei giorni, e ad ogni tentativo di raccolta di informazioni, di tracce, o anche solo di sussurri, c’era sempre chi era pronto a schernirlo con questo antico proverbio, sentito decisamente qualche volta di troppo.
Mai però aveva pensato al suo sapore dolce, una volta masticato dalla sua bocca, dopo aver trovato una pista percorribile.
Voci, di qualcuno che evidentemente non aveva ancora imparato a tenere la bocca chiusa, e solo i cieli sanno se avrà mai una possibilità ancora di impararlo in futuro, raccontavano della restaurazione di una antica gilda di ladri.
Sconfitta, e più volte, ma mai del tutto.
Le maschere delle notte.
Il brandello di informazioni che aveva comprendeva un luogo, le rovine della tenuta degli Holm a nord di Sæglópur nelle Terre Alte, dove la gilda aveva una delle sue tane più antiche. Ed un nome, Kjartan, il nome di un cantastorie che aveva fatto di Ágætis byrjun il suo quartier generale, e che se persuaso con modi gentili avrebbe potuto condurlo fino alle rovine.
Vero, non era molto, ma la speranza che fosse l’inizio della soluzione ad un problema che pareva essere insormontabile lo faceva stare meglio.
Ripeteva tra se e se: “Senti come suona bene. Ho trovato un ago in un pagliaio.”
Ecco infine la locanda.
Gli sembrava inserita in un ambiente tutto suo, in contrasto, come se non appartenesse del tutto al luogo che la circondava.
Un labirinto di piante rampicanti si inerpicava attraverso le pietre levigate dei muri ed avvolgeva tutto l’edificio come in un abbraccio, regalandogli una atmosfera dolce e protettiva che tanto invogliava quel nano imbecille a varcare il robusto portone di quercia posto al suo ingresso.

Ágætis byrjun, quella locanda situata appena fuori dai quartieri portuali.
Il posto che il bardo Olivier stava iniziando a chiamare casa.
Qui, pochi giorni dopo il suo arrivo, aveva avuto modo di conoscere Kjartan. Un ex avventuriero, ora più conosciuto come un abile cantastorie, musicista e compositore dall’incredibile talento, e soprattutto fonte inesauribile di informazioni.
Se avesse voluto iniziare a scrivere una ballata durante quei giorni, i suoi primi versi non suonerebbero poi così diversi da un sentito “ma io cosa cazzo ci faccio qui?”
Ci sono state molte occasioni in cui ci si domandava se il suo albero genealogico affondasse le sue radici in una terra bagnata dall’amore degli halfling. Un po’ sentiva la mancanza del Senna, del profumo buonissimo della lavanda che cresce spontanea lungo le sue rive, di casa sua e delle sue comodità. Parliamo di cose semplici, come il fuoco di un camino acceso, un pranzetto abbondante accompagnato da un calice o due di Cabernet Sauvignon, e di piacevoli serate da passare rigorosamente in buona compagnia, o comunque al sicuro ed al riparo da mostri, armate, avventure.
Avventure che, dati gli avvenimenti recenti che sembrano avere sconvolto per sempre le vite dei nostri eroi, ha iniziato a vivere per davvero, e non solo attraverso le storie che raccontava per intrattenere il suo publico.

Avventure che, mesi dopo, hanno condotto la compagnia fin qui, nelle stanze di questo maniero antichissimo nei pressi di Akureyri.
Il quartier generale dei Leviosi.
Sono trascorsi quattro giorni da quando Kjartan gli ha mostrato il risultato delle sue ricerche, quattro giorni da quando gliene ha chiesto qualcuno in più per poter fare luce sulle molte zone d’ombra ancora presenti sulle informazioni in suo possesso. Ed in questi quattro giorni hanno avuto modo di “fare come fossero a casa loro”, esplorando il maniero in quasi tutte le sue aree, riposandosi un po’, studiando, e mantenendo gli allenamenti necessari.
Sembrava una mattina proprio come tutte le altre.
La debole luce che iniziava ad attraversare le ampie vetrate colorate delle loro stanze cercava di svegliarli gentilmente, quando…

EP I: Un Viaggio Attraverso I Ricordi

“Buongiorno, Leviosi!”

[…]

‘Mocc.
Your Favorite Milk Delivery Boy.

Maila

Nella notte in cui fu tradito, egli prese il pane, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli, e disse: Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi.

No, non sono ancora andato giù di testa (non del tutto almeno), oggi non ho nemmeno fumato (per ora), e nemmeno sto assecondando i desideri di Tippe che vorrebbe facessi pace con il Signore. 
Ho un file su notes in continuo divenire, nominato Shall We Play A Game? in onore di un famoso film Sci-fi del 1983 che porto nel cuore, ed il suo contenuto lo conoscono bene solo mio fratello ed un’altra persona presente tra i miei lettori più affezionati. 
Alcune frasi al suo interno davvero non possono essere rese pubbliche, a meno che, ovviamente, non si desideri fare esplodere delle bombe dalla capacità distruttiva decisamente importante. 
Una di queste frasi prende ispirazione dalla preghiera eucaristica in apertura di questo post, ma come immaginate è stata presa e portata da un’altra parte, assumendo così un significato completamente diverso dall’originale.
Non ho mai avuto l’intenzione di premere il detonatore (ok, un po’ di tentazione forse la sento, ma è ancora abbastanza sopportabile) piuttosto mi garbava l’idea che tu, iniziando a leggere le prime righe, pensassi che lo stessi facendo davvero. 
Voglio dedicarti questo post. 
Un po’ perché so che queste storie ti mancheranno, ed un po’ perché mi hai sempre spronato a scriverne di più. 
O forse è solo un modo di ringraziarti per la tua infinita pazienza, e per esserci sempre nonostante ti abbia sempre detto che sono fatto male e che considerarmi un tuo amico non ti faccia proprio bene. 
Spero di essere all’altezza delle tue aspettative oggi pome.

Ragiono ancora per “anno scolastico” nonostante abbia vissuto il mio ultimo giorno di liceo diciassette anni fa (per decenza sto escludendo il mio unico e fittizio anno di università alla statale di Milano. Anche mettendomi di impegno, non credo che riuscirò mai a superare la dissolutezza di quel periodo. Vergüenza!) e per quest’anno ne ho già messe un po’ di cose in agenda, prima tra tutte un nuovo disco. 
Poi giovedì sera con i Leviosi inizieremo la seconda stagione della nostra campagna, quindi mi immagino che il tempo da ritagliare per scrivere un po’ sarà tutto per Anakis, Aüle, Olivier, e per le loro disavventure. 
Non penso che scriverò da queste parti, almeno per un po’, ma senza dubbio questa sarà l’ultima volta che mi sentirete parlare di lei.

È stata una bella mazzata, giuro, di quelle pesanti come solo altre due volte in vita mia (2007, 2014) ma la frase, proprio come tutte le altre, necessitava comunque di un punto subito dopo l’ultima parola, dopo la sua fine, e considero oggi come il primo giorno in cui ne sono fuori. 

Testa sgombra, tu non ci sei.

Non penso comunque “di restituirti” le tue canzoni. Almeno non tutte 😉.
Sei riuscita a farmi ascoltare, ed in certi casi anche a farmi apprezzare, cose prima lontanissime da me, quindi tutto sommato…
grazie?
Ne esco con una cultura musicale ancora più ampia (Anakis, non ridere! Stai zitta, e continua a leggere) e per uno come me, che respira e si nutre di musica, non è cosa da poco.

Ora, archiviato tutto sto casino, e con il cuore del sottoscritto decisamente molto più leggero, penso sia giunto il momento che vi mettiate belli comodi comodi e che “vi pigliate” questa bella stronzata che sto per raccontarvi!

Perché da quando ho iniziato a parlarvi un po’ di lei, che sia tra le pagine di questo blog, o di persona in pochissimi casi, ha collezionato tutta una serie di soprannomi invidiabile dal signore dei nove inferi in persona.
Cose del tipo “la figlia del fornaio”, o più semplicemente “la duemilaetrè” (accento lasciato volutamente), il più colorito “la toy-girl del milkboy“, il più estroso “la sciacquetta invasata con la trap”, e sicuramente, rileggendo più avanti, mi pentirò della decenza con cui ne sto lasciando indietro più di qualcuno.
Uno però… è stato davvero troppo divertente vederglielo assegnare.

Maila.

C’è stato più di qualche collega che ormai aveva deciso così.
Non importa se, in questi quasi diciassette anni di Via Conciliazione, di disastri sul lavoro non ne ho quasi mai combinati (Aüle, non ridere! Stai zitto, e continua a leggere), per alcuni di loro doveva essere per forza del negozio. 
Facilissimo: c’è solo una duemilatre in zona. È la Maila.
Inizialmente ci avevo anche provato a farli ragionare, con cose del tipo:
“Ragazzi, ma scusate un attimo… Al netto che sull’argomento sono da sempre stato molto riservato, ma se davvero avessi voluto nascondere una cosa così, non pensate che sia stato molto stupido da parte mia l’aver sempre detto a chiunque di trovare la Maila davvero molto carina, e che sia per distacco la più bella tra le nostre colleghe?”
Poi ho iniziato a trovare la cosa davvero molto divertente, ed infine ci ho buttato sopra un bel carico.
Compri una Cinquecento Dolcevita.
Vuoi non chiamarla Maila? 😂
“Perché l’hai chiamata proprio così?”
E mentre ti rispondevo “Perché lo trovo parecchio elegante, ed anche un po’ originale. Conosco solo una persona che porta quel nome”
In realtà pensavo “tanto per cominciare, per divertirmi! Ed in secondo luogo, per darti esattamente quello che vuoi, per alimentare il tuo fuoco con una bella tanica di benzina”.

Chiedo scusa alla categoria, ma di bariste anche basta.
Ho fatto crescere per un bel po’ il fatturato del Tuxedo, e potrei dire la stessa cosa per quanto riguarda il Museum (dove con un martini bianco e coca servito con amaretti e pezzi di cioccolato fondente ho anche fatto una proposta di matrimonio… immaginate la risposta!)

I Had My Share!

“Comunque, se posso permettermi, il tuo problema non sono solo le bariste”
“Cosa vorresti dire, mamma?”
“Sai già cosa voglio dire. Prima c’era quella con la piuma tatuata sul collo, lavorava da Feltrinelli, te la ricordi, sì? E come ti piacevano dischi e libri in quel periodo! Poi è stato il turno della farmacista, lì ti sei fatto venire il mal di gola, il reflusso, gli attacchi di panico, la pressione, e pure ‘e riscenzielli. Ce la siamo dimenticata la farmacista? Quell’altra mezza squinternata che ti teneva al telefono due tre ore al giorno una decina di anni fa? Come si chiamava? E quella che ti ha quasi preso a schiaffi in sala prove dopo aver scoperto la scappatella con la tipa di Milano? Te la sei fatta a piedi da Via Primo Maggio sotto il sole e con le Converse ai piedi, o mi sbaglio? E questo è solo per iniziare a sfiorare l’argomento…”
“Ho capito mamma, basta così!”
“No, tu non hai capito proprio un cazzo, figlio mio. Tu ti innamori troppo facilmente e soprattutto troppo spesso, dai retta a me. Devi metterti la testa a posto e comportarti come si deve!”
“Sai che non succederà mai.”
“Succede, succede. Ricordati queste parole: io sarò al tuo matrimonio, e quando sentirai ridere dalle panche alle tue spalle, non voltarti neanche. Già sai che quella sarò io!”
“Ok, mamma. Poi vediamo”

Una Fiat Cinquecento Dolcevita dicevamo, giusto? Bianca, tetto panoramico in vetro (così puoi farle vedere le stelle… scusa mamma, ti prego scusami!) e soprattutto: bella per sempre! Non potevo chiamarla con nessun altro nome se non Maila, c’ha proprio il musetto da Maila. 
Presa, ovviamente, da Auto-Mar, il regno di Mester (my favorite drummer and my favorite human being) e ritirata, ovviamente, con (rullo di tamburi, anche se rombo di Cuono sarebbe più adeguato) mio padre, seguendo un rituale deciso nei minimi particolari qualche giorno prima.
“Allora ripassiamo. Facciamo così. Ti vengo a prendere fuori la stazione ed andiamo da Mester, sbrighiamo la faccenda, poi tu guidi per primo la Mailazza, ed io ti riporto la Caterina fino in Via Lusardi, dove ti riconsegnerò le chiavi… Poi brindiamo con mamma, sorella, e fratello, e poi me ne vado. Dovrebbe funzionare!”

Superstizione?

Il giusto dai!
Mi piace definirmi un figlio della lupa con il cuore sabaudo, ma il sangue che scorre nelle mie vene è comunque il sangue di un terrone, e qualcosa dovevo pur prendere da quel ramo, quindi ho scelto per una buona dose di gelosia, e giusto per un piccolo assaggio di superstizione.
Ora non aspettatevi che sia uno da gesti scaramantici gratuiti, Volto Sacro Di Gesù Proteggimi Tu, corni, ferri di cavallo, cazzi e mazzi. 
Piuttosto sono uno che “non ci credo, però un pochino male non fa… e se anche non mi parli della partita prima che effettivamente venga giocata, non è che proprio mi dispiace, ecco.”
No, non sto cercando di giustificarmi per averti “trattata male” sabato, se volessi farlo ti direi che ti avevo avvisata per tempo.
“Sicura che vuoi passare da me per un saluto? Ho fumato un po’, so che poi ti da fastidio come parlo quando lo faccio”.
“Sì, sì, tranquillo. Sto arrivando!”

Ma poi…
“Va be, dai. È solo l’Empoli”
“Eh, no, eh? Dai, ma p***a ma***na! Non ti ci mettere anche tu, che già ci sono quei due stronzi che me la tirano tutte le volte. Strano che oggi non mi abbiano detto niente. Vuoi ridere? Dopo due settimane e un po’ che mangiavo solo Teneroni, ieri ci siamo incrociati e mi ha salutato con un Figa, i Campioni D’Italia! ti rendi conto? Che infame!”

“Ok, Ok, scusa, non ne parliamo più, tocca il cancello, tocca quello che vuoi, e facciamo finta di niente” 

Dai, per oggi può bastare così.

Ci siamo ragazzi, siamo ai saluti!
Come sempre, grazie per il tempo speso a leggere le mie fregnacce. 
Non lo do per scontato.
Come vi dicevo all’inizio, immagino non ci saranno altri aggiornamenti nel futuro imminente.
Cercate di non sentire troppo la mia mancanza.
Nel caso, il disco che sto apprezzando davvero tanto in questo periodo è l’ultimo dei The Story So Far, si intitola I Want To Disappear
Se proprio sentite un sacco la mia mancanza come “scrittore”, allora dategli un giro, che merita!
E non lamentatevi: a me e a Sir. Giovanni è toccato Tony Boy, quindi a voi sta andando di lusso!
😂
Grande Tony!

Alla prossima.
‘Mocc!
Your Favorite Milk Delivery Boy.

Lo Spiedo Di Sir. Giovanni

Sir. Giovanni ed il Pollo.
Illustrazione immaginata e realizzata da Umberto Farina.

Le prime luci del mattino hanno già iniziato da diversi minuti ad accarezzare la sommità delle tende dei nostri eroi.
Anakis, Olivier, ed Andrij, sembrano essersi svegliati contemporaneamente da un brutto incubo.
Si trovano esattamente al centro del loro accampamento, ancora avvolti nei loro pesanti sacchi a pelo, e sudati come non mai.
Anche Aüle, a pochi metri da loro ed in una posizione più adeguata al suo turno di guardia, sembra aver subito la stessa sorte.
Solo un veloce sguardo tra di loro, ed una espressione preoccupata e condivisa da tutta la compagnia, sono abbastanza da rendere molto chiaro che cosa sia successo qui e stanotte. 
Di certo indugiare nei sogni non è mai una buona idea, soprattutto in quelli più complicati.
Ma davvero non si è trattato di un semplice sogno come tutti gli altri. 
Completamente circondati dalla desolazione più totale, mentre un cielo grigio, privo di ogni traccia di speranza, ricopriva ogni cosa appena prima di abbattersi con tutta la sua forza su Minas Tuk, una città ormai morta, assassinata da una devastante eruzione vulcanica. 
Nei loro occhi sono ancora presenti proprio tutte quelle scene vissute. 
Prima l’attraversamento della breccia nel vulcano, e successivamente quel sentiero buio e senza una fine, mentre il caldo quasi sembrava potesse ucciderli. Quindi il percorso sottile lungo il perimetro della montagna, il ponte di pietra sospeso sul magma infuocato, e quell’assurda struttura che tanto ricordava una mano scheletrica. Poi, quel terribile battito d’ali ad annunciare l’arrivo del custode, ed infine la grande battaglia combattuta contro quel demone.
I loro sensi sono ancora così intorpiditi che quasi non si accorgono di non essere soli. 

Un profumino davvero molto invitante finalmente li riporta alla realtà.
Qualcuno ha acceso un fuoco a pochi passi dall’accampamento e sta preparando qualcosa da mangiare, mentre se la canticchia tra se e se.
Si tratta di un cavaliere dall’aspetto alquanto misterioso.

♫ Il tuo sguardo calma le ooondeee stanoootte, non ti fidi di me, sei già andata oltre, i miei idoli sbandavano, seguivo le ooormе! ♫

“Parbleu! Conosco questa chanson!”
Esordisce Olivier con il suo inconfondibile accento dai toni parecchio sensuali.
“La canta spesso anche mon frère, le laitier! È sûrement una composition di Antoine Le Garçon”
“Un vero strazio!”
Taglia corto Anakis. La nostra paladina davvero non sembra apprezzare per niente né la performance e tantomeno il brano in se.
“Ma qu’est-ce que tu dis? Parliamo di una leggenda vivente nel mondo dei cantastorie! È così tanto un fresco da indossare il Moncler anche d’estate! Oh mon dieu… Incompétent!”
“Scusate tanto, ragazzi.”
Interviene Andrij, con lo sguardo incredulo di chi vede qualcuno preoccuparsi della pagliuchella ignorando la trave.
“Non vorrei mettere in dubbio l’infinita cultura di tuo fratello il lattaio, e tantomeno interrompere il vostro dibattito sulla semiotica della musica. Odio dover essere io quello che ve lo fa notare, ma… non vi sembra che questo cavaliere misterioso sia un po’ troppo n***o?”
“Ecco che ci risiamo!”
Lo interrompe subito Anakis, con un tono decisamente forte e seccato.
“Sai che non le voglio sentire queste cose, Andrij, nemmeno per scherzo”
“Ma guarda che io non sto mica scherzando! Cazzo, guardalo! Se questo se ne andasse in giro di notte da solo finirebbe buttato sotto a qualche carro da un qualche cocchiere nemmeno poi così tanto distratto”
“Vergognati!”
Gli risponde Anakis, appena un istante prima della frase risolutiva di Aüle.
“E se questo ti dovesse sentire poi mi toccherebbe anche provare a difenderti. L’hai visto quanto è grosso? Non ce la vedremmo dentro. Di sicuro qui si finirebbe come finiscono sempre i giochi dei cani, e visto l’elemento…Se fossi in te eviterei. Che ne dici?”

“Oh, vi siete svegliati, finalmente!”
Tutto quel parlottare, nemmeno così tanto sommerso a dirvela proprio tutta, ha subito destato l’attenzione del cavaliere.
È davvero molto alto, e con il fisico di chi passa volentieri del tempo con le gambe sotto il tavolo. Capelli corti, scuri, ed una elegante barba curata gli decorano il viso, con quei suoi occhi grandi e profondi dall’aspetto incantevole. La sua pelle poi, del colore del cioccolato, gli dona un fascino esotico davvero irresistibile. Appoggiato poco distante da lui, se ne sta il suo elmo, con la cresta decorata da moltissime piume di terribili polli infilzati senza pietà dalla sua lunga… grossa… e nera… 
(Ehi, mi auguro che stiamo parlando della sua lancia, vero?)
(Ma certo!) 
…lancia, ovviamente stavamo parlando della sua lancia.
Lancia che porta uno stendardo a strisce rosso-nere, colori a lui tanto cari e che pure il vostro narratore, nonostante il suo cuore appartenga alla vecchia signora e sempre sarà devoto alla causa sabauda, ama quasi come fossero anche i suoi.

“Bonjour, mon ami” 
“Eh, buongiorno un cazzo! Iniziavo seriamente a preoccuparmi per voi. Il mio nome è Sir. Giovanni, ma chiamatemi pure Giovannino se la cosa vi aggrada”
“Molto piacere Giovannino!”
Gli fa Olivier quasi con un inchino, e con un’ombra di formalità nel suo tono.
“Noi siamo i Leviosi. Il ragazzo si chiama Andrij, un combattente molto in gamba. Il nano si chiama Aüle, sarà anche un po’ imbecille, ma di sicuro è un mago molto promettente. La Tiefling invece, so che non lo si direbbe a guardarla, è una paladina di Sehanine Moonbow, dall’animo nobile e molto gentile.”
“Piacere di conoscervi! Sentite un po’… Nemmeno con gli schiaffoni sono riuscito a tirarvi su. Si può sapere cosa cazzo vi siete mangiati ieri sera prima di coricarvi?”
“Magari fossero stati solo problemi di digestione, gentil cavalier!”
Continua il bardo Olivier, con una espressione seria a segnare i suoi lineamenti dalla chiara origine elfica.
“Non saprei nemmeno da che parte iniziare con le spiegazioni. Siamo stati vittima di un incantesimo di un malvagio necromante”
“Oh, questa è bella! Immagino debba essere stata una roba potente, vero?”
Sir Giovanni inizia ad osservare questo strano gruppo, valutandone sommariamente le condizioni fisiche.
“Certo che avete davvero un aspetto terribile. Oh, mica siete interisti vero?”
Improvvisamente e con tono quasi minaccioso.
“Occhio che vi trafiggo eh! Non me ne frega niente vi trafiggo!”
“Oh, no, sacrebleu! No.”
Risponde subito Olivier, cercando di sembrare contemporaneamente il meno offeso possibile ed il più rassicurante possibile.
“Abbiamo i nostri problemi, non lo nego, ma nessuno di noi c’ha la mère putain, je jure!”
“Ok. Dai, venite che è quasi pronto. Mangiamo qualcosa!”

Tutti insieme, attorno allo stesso fuoco, cominciano a prendere parte a questo banchetto davvero abbondante e delizioso, mentre le ore passano via in maniera piacevole, leggere come il vento. 
Sir Giovanni sembra avere sempre qualche aneddoto, qualche storia interessante da raccontare.
Qualsiasi avvenimento diventa un’occasione da cogliere per divertirsi e per farsi una risata, ed il suo buon umore è particolarmente contagioso.
Ha ascoltato con interesse i racconti dei suoi nuovi amici, prestando attenzione anche ai più piccoli dettagli, ma loro non sembrano del tutto convinti che abbia creduto all’episodio della battaglia contro la viverna.
Lui si è giustificato ammettendo che la cosa gli suona parecchio strana, e di non averne mai incontrata una nel suo vagare tra queste terre.
E sì che, va detto, lui di volatili grossi e neri, o almeno con uno tra questi, ne ha una familiarità quotidiana.

A stomaco pieno poi, eccoli raccogliere tutto il loro equipaggiamento, facendo molta attenzione a non lasciare nessuna traccia del loro passaggio, e raggiungere i loro cavalli al limitare del sentiero.

Ed è così quindi che, se mai qualcuno dovesse leggere le righe dove queste storie si raccolgono, si vedrà finire questo racconto.
Immaginandosi cinque avventurieri cavalcare insieme lungo le sponde dell’Andvari verso Sæglópur, e seguendoli con lo sguardo fino a perderli di vista.
Osservandoli così scomparire nell’orizzonte. 

‘Mocc.
Your Favorite Milk Delivery Boy.

Ma Che Film Ti Fai?

Primo Tempo.

Capisco da subito che mi trovo davanti ad una scena in qualche modo già vissuta. 
Ci sono completamente immerso e non credo che mi sveglierò nei prossimi minuti, ma una parte di me, forse ancora non abbastanza forte da, sta cercando di dirmi che dovrei ricordarmi esattamente come andrà a finire questa storia. 
Probabilmente sta solo attendendo che gli eventi effettivamente seguano il loro corso.

Siamo seduti su un muretto di cemento, giusto da parte all’edificio dove ti ho vista per la prima volta, e ce la stiamo raccontando su. 
Tu sembri rilassata, completamente a tuo agio, io sono un vero e proprio disastro. 
Poche volte siamo rimasti davvero da soli, e questa è la prima volta che ci troviamo a parlare di noi senza che qualcuno ci stia tra i piedi. 
Non riesco a parlare fluentemente, sono più concentrato sull’apparire il meno imbranato ed imbarazzato possibile, quindi mi accorgo che sto arrossendo (ma davvero?? tu non arrossisci mai, Brunino), e più cerco di fare qualcosa a riguardo e più sento che la situazione sta per sfuggirmi di mano.
E tu ovviamente te ne accorgi subito. 
Mi osservi con uno sguardo divertito, fai quasi fatica a trattenerti dal ridere. 
“Mi dici cosa ti prende? Che cos’hai?”
“Niente. Io… Non ho niente. È che ho un po’ fame.”

Apro lo zaino e mi metto a cercare nel suo interno con molta più attenzione del necessario, prendendo tempo, ed approfittandone per distogliere almeno per un attimo lo sguardo.
(È che ho un po’ fame? Ma come cazzo ti è venuto in mente di dare una risposta del genere, chiattone che non sei altro!)
“Eccola!”, detto quasi gridando, come se stessi stringendo tra le mani il tesoro più prezioso di sempre e non una semplice mela rossa.

Aspetta un secondo, io lo so che cos’è! 
L’ambientazione non coincide, dovremmo essere su una spiaggia. 
Non ci dovrebbero essere le luci del tramonto, ma dovrebbe essere già buio e ci dovrebbe essere un fuoco acceso a pochi passi da noi. 
Poi sarebbe tutto proprio come in quell’episodio di Orange Road.

Orange Road, ovvero la versione “non censurata” dalla Mediaset nei primi anni novanta del mio cartone animato preferito da piccolo. Avevano deciso di renderlo adeguato ad un pubblico più giovane, spostandone l’attenzione sui poteri magici del protagonista e distogliendola dalla sua passione per la patatina, con tutto quello che ci va dietro.
Il risultato? Molti di voi lo conosceranno come “Johnny è quasi magia”, rivisto e (finalmente) capito una decina di anni fa, rimasto nel mio olimpo personale (forse più per affetto, ricordi, legame, che per altro), e raggiunto, solo in età adulta, da Attack On Titan.
Ok, due generi e due cose completamente diverse, ma credimi se ti dico che pochissime volte in vita mia mi sono trovato immerso in una storia così bella come quella immaginata da Hajime Isayama. 
Ho una memoria a lungo termine davvero formidabile, ma non posso dire di avere dei ricordi così dettagliati di un periodo così lontano. Ad ogni modo, la donna che mi ha creato così male si è presa la premura di raccontarmi che effettivamente in quegli anni era proprio il mio cartone animato preferito, e che il mio cuoricino (oltre che per la mia famiglia, ramo Aceto incluso) allora batteva in parti eguali per Sabrina (Madoka in Orange Road), Miriana Trevisan di “Non è la Rai”, la “Fiorellaia” di Via Colombo, ed Elisa: ovvero una bimba conosciuta all’asilo e con la quale era nato un legame indissolubile (intendeva letteralmente: mi ha sempre raccontato che era impossibile anche solo tentare di mettere più di un metro tra noi due).
Il tutto contornato dall’amore più grande, ovviamente la musica.
Sempre presente, da quando aprivo gli occhi fino a quando mi addormentavo.
Se mi cercavi da qualche parte, era difficile non trovarmi ad armeggiare con qualche cassetta e con la radio gialla di mia madre, davanti lo schermo a guardare dei video di qualche concerto, facendo “air drumming” o cercando di colpire a ritmo qualsiasi cosa potesse avere un suono soddisfacente, oppure (ed ecco la cosa che più di tutte faceva incazzare quella santa donna, a detta sua per motivi di igiene) rubando il porta rotolo in bagno ed usandolo come un microfono, il tutto mentre vestivo i panni del leader dei Queen e deliziavo il mio pubblico immaginario. 
“Aaaaaaaay-hooooo!!”

Ma torniamo a noi, ci siamo dimenticati di quei due poveri stronzi sul muretto (o sulla spiaggia, è lo stesso, come preferite!)

Do un morso alla mela ed inizio a masticare voracemente, come se avessi davvero fame, assaporandola come se fosse la cosa più buona del mondo. Poi, mentre ho la bocca ancora piena, ricomincio a parlare.
“Mmm, spero solo che il Brando l’abbia almeno sciacquata prima di darmela dietro. Prima o poi finirà per avvelenarmi! Se mi dovesse succedere qualcosa, dovresti davvero andare a cercare lui come primo indiziato. Me lo prometti?”
“Va bene, te lo prometto. Però scusami, ma chi è il Brando?”
“Non lo conosci? È uno chef stellato di fama internazionale. Gestisce il bar nel negozio dove lavoro. Ogni giorno c’è pieno di gente che si prende letteralmente a calci in culo per poter assaggiare i suoi piatti. Una vera e propria leggenda vivente nel mondo della ristorazione. Perdonami, mi stavo perdendo in cazzate. Io… Io ho solo questa mela. Ne vuoi un morso?”

So che stò per svegliarmi, questa in sottofondo penso sia “Belong Together” di Mark Ambor (RTL a volume appena percettibile è sempre accesa di notte, con il solo scopo di cullarmi e di alzare il fatturato di Enel Energia sulla mia pelle. Già, ci sono così sotto che ascolto musica anche quando dormo). Cerco di lottare e di rimanere aggrappato ancora per un po’ mentre lei… Lei ha una espressione indecifrabile. Sembra voler rifiutare, poi invece inizia a guardarmi con una espressione da furba e mi strappa la mela dalle mani. So cosa sta per fare, ma non so se farò in tempo a viverlo. Poi, senza dire una sola parola, inizia a mangiarla esattamente da dove avevo smesso io di farlo.

(Il soffitto di casa, un caldo illegale, volano madonne.)

“Davvero? Stronza e Maledetta? Ok che sei più giovane di me e di un po’, ma davvero mi concedi solo un bacio indiretto tipo scuola media?” 
Sposto lo sguardo. Dovrebbe essere proprio lì accanto alla sezione imbarazzo della mia libreria sparsa per la sala. Fisso la mela rossa, probabilmente comprata nel duemilaemai da mia sorella e sicuramente da me sottratta senza consenso dalla casa dei nostri genitori
“Domani finisci nell’immondizia, sappilo!”
Mi alzo, prendo su del succo d’arancia, una Marlboro ed un accendino. Poi infilo un paio di scarpe e (dopo essermi sommariamente assicurato che il match tra i boxer e le sneakers fosse soddisfacente) me ne vado sul balcone a cercare di fare pace con il mondo.
Concedo al mio mindful moment di durare un po’ più a lungo del dovuto, poi un po’ per una voglia irresistibile di un’altra doccia, ed un po’ per non presentarmi sempre così male ogni volta che mi tocca il turno del mattino, decido di tornare in casa. Una sciacquata veloce, un rutto a pieni polmoni, ed eccomi pronto per cercare di dormire ancora un po’

Secondo Tempo.

Non conosco queste strade, non ho la più pallida idea di dove possano condurre.
Anche il “momento” mi è difficile da collocare nel tempo, e più mi guardo attorno e più tutto questo sembra assomigliare vagamente a come io mi immagino una città inglese nei primi anni del novecento. 
Sto guardando il mio riflesso in una finestra lasciata aperta.
Non ho mai portato i capelli così lunghi e disordinati se non quando avevo quindici anni, e comunque quel colore se ne era andato subito dopo i miei primi anni di vita.
Figata gli occhi di due colori diversi! Per quel blu ci morirei, il castano invece mi sembra un paio di tonalità più chiaro del colore dei miei occhi. Il suo centro poi è quasi nero, è come se la pupilla si fosse eccessivamente dilatata.
Ho una lunga e vistosa cicatrice sullo zigomo sinistro di cui non ricordo assolutamente nulla.
Mi passo una mano sul viso e riconosco solo la fossetta sul lato sinistro, tutto il resto mi è sconosciuto, incluso il senso del tatto.
È come se fosse un’altra persona a toccarmi, questo non sono io.
Non sono così alto e così eccessivamente magro.
Non ho mai posseduto questa valigia in tweed, e non vedo perché ne dovrei avere una con su inciso un nome diverso dal mio.
(Thomas.)

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.  

Ha davvero importanza? Non ho mai avuto un buon rapporto con gli specchi. Fotte. (Ricomincia a camminare!) Ricomincio a camminare.
Sono uscito di casa pochi minuti fa, e nel casino che ho dentro questi quattro passi mi sono sembrati più lunghi di una maratona intera.
Non potevo più restare, non riuscivo più a rompere quel silenzio assordante.
Non puoi urlare in quel rumore se ti sei già fottuto la voce.
(Lo sai? Per un momento, anche solo per un attimo, io ci ho anche creduto. Ho aspettato il tuo arrivo anche se sapevo benissimo che non ci saremmo incrociati. Proprio io, io che ormai dovrei aver capito da un pezzo che starei solo bene se tu non tornassi mai.)
Mi tremano le mani, sta succedendo di nuovo.
La prima volta è stato bruttissimo, poi impari a viverci sopra, proprio come con ogni altra cosa.
E mi viene quasi da sorridere, anche se davvero non avrei proprio nessun motivo per farlo.
Osservo le mie braccia, mentre sento tutto il mio corpo cambiare velocemente.
Sempre più debole, sempre più scheletrico.
Sento la pelle tirare, contorcersi, avvizzire, fino a stendersi come fosse un velo, quasi trasparente, così sottile e così fragile, sulle mie ossa esposte per chiunque voglia godersi lo spettacolo.
Mi bruciano gli occhi, intendo letteralmente, è come se venissero consumati fino a distruggersi, e che l’odio che sento scorrere senza una fine, senza un argine, prenda il loro posto nelle orbite lasciate vuote.
Sento ogni vertebra muoversi per conto suo, è come se avessero una volontà propria ed indipendente dalla mia. Stanno disegnando la mia nuova struttura: curva, piegata in avanti, e decorata da tantissime spine.
Artigli affilati al posto delle dita.
Una lunga coda ossea.
(Sono… bellissimo.)

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.  

Quasi non mi accorgo dei due anziani che stanno passeggiando nella direzione opposta, sembra siano comparsi dal nulla. Farei ancora in tempo ad evitarli, e davvero dovrei farlo: nessuno dovrebbe vedermi in queste condizioni. (Ma le gambe non rispondono, nessun muscolo sembra intenzionato a farlo, sono solo uno spettatore, e…)
Thomas continua a camminare lungo il suo percorso senza una meta.
Ormai siamo più o meno alla stessa altezza, quindi ho avuto tutto il tempo necessario per essere pronto al peggio.
Lei alza il suo sguardo stanco posandolo sul mio viso, poco dopo mi riconosce e mi dona un sorriso dolcissimo. Lui invece si limita a sfiorare leggermente la tesa del suo cappello con un movimento molto elegante, un po’ old-fashioned se vuoi, ma perfettamente adeguato al luogo ed al tempo in cui questa storia assurda si sta svolgendo.
Capisco tutto.
Non riuscite a vedere il demone. 
Siete troppo concentrati sul suo aspetto, sulla sua fossetta, sul suo arrossire, sulle sue espressioni dolci, sui suoi modi gentili, e sulla sua apparente sicurezza di se.
Tutto quel male passa in secondo piano.
Eppure il demone è proprio qui, davanti ai vostri occhi. 
Stategli accanto abbastanza a lungo e forse capirete cosa intendo dire.
(E mi lascerai indietro.)

We have lingered in the chambers of the sea
By sea-girls wreathed with seaweed red and brown
Till human voices wake us, and we drown.

(Il soffitto di casa, un caldo illegale, sensazione di forte dolore dietro lo sterno.)

Niente paura. Conosco molto bene questi sintomi, ne soffro da quando sono nato. Le cause fondamentalmente sono due: Donna Giuliana (nonostante abbia avuto ben nove mesi ed una decina di giorni per fare un lavoro fatto come si conviene ad una madre) si è dimenticata di farmi dono di uno stomaco funzionante. Per completare l’opera, ho deciso da tempo di vivere una vita dissoluta, sregolata, e forse troppo viziosa.
(Poi bell’idea il succo d’arancia bello freddo prima di coricarti, vero? Fenomeno!)
Dai, bevo un sorso d’acqua (forse servirebbe quella santa, o meglio un po’ di quell’acqua della madonna benedetta almeno due volte da un prete possibilmente terrone… dicono sia più potente) ed una bustina di Gaviscon (così per aiutare la religione con anche un po’ di scienza)
“Hai mai provato con la camomilla al finocchio? Prenderesti due piccioni con una favazza sola. La camomilla ti aiuterebbe con il sonno, mentre il finocchio ti aiuterebbe con lo stomaco.”
“Questo l’hai imparato a medicina, oppure è tutta farina del tuo sacco? Così, per capire.”
“Io voglio solo aiutarti!”
“Davvero? A me sembra una di quelle ricette del dottor Pignacca. Ma dimmi un po’, tra i tuoi vari rimedi hai anche qualcosa che si addice ad un soggetto eterosessuale? Oppure devo aspettarmi che la prossima volta mi chiederai direttamente di buttartelo nel …?”
“Ammazzati!”

Però che trip! So benissimo che sarò comunque dannato, ma un sogno così me lo voglio ricordare. Entrambi i sogni in realtà.
Prendo il telefono ed inizio a scrivere un po’ di appunti, poi domani deciderò se davvero ne vale la pena di scriverci qualcosa o se lascerò perdere. 
Un ultimo sguardo alla mela rossa per poi etichettare il file.
“Ne vuoi un morso?”

Titoli Di Coda.

Io ce lo avrei anche un titolo migliore. 
Cancello “ne vuoi un morso?” e resto qualche secondo a fissare il cursore, proprio come sto facendo in questo momento.
It’s not a big deal, e comunque ho sempre cercato di proteggere con l’anonimato (quando possibile e quando aveva un senso farlo) la privacy e l’identità delle persone coinvolte nei racconti di queste storie. L’ho sempre trovato giusto, ed ho sempre dato più importanza agli avvenimenti in se piuttosto che ai protagonisti. Più facile immedesimarsi per chi legge.
In questo caso poi, è quasi impossibile che lui sia un lettore di queste pagine. Conosce a mala pena il mio nome, la mia fede calcistica e poche altre cose. (E lei invece?) Lei è una delle mie più affezionate lettrici, proprio per questo sono effettivamente un po’ indeciso.
Tuttavia credo ormai di aver già lanciato il sasso, e lei proprio non sopporta i teaser.
Stavamo mangiando assieme ad altre persone, ma erano tutti abbastanza assorbiti in altre conversazioni per notare questo episodio.
Prendevamo (giustamente) per il culo i Guns N’ Roses.
Lui finisce di mangiare il suo chicken burger, dopodiché alza gli occhi ed incrocia lo sguardo di lei.
Lei lo osserva con un’aria interrogativa.
“Le vuoi le mie patate?”
(Quasi mi strozzo) e lei:
“Davvero mi stai chiedendo se voglio le tue patate?”
Lui sembra non capire.
Escludendo gli occhi piccoli piccoli tipici di chi si è divertito alla grande la sera prima, aveva tutta l’aria di chi avrebbe volentieri risposto “ma cosa ho detto di sbagliato?”
Non gli ho mai detto che in quel momento ero davvero molto orgoglioso di lui, e che sarei stato pronto a passare il testimone assieme a tutta la conoscenza di anni ed anni di “disavventure del lattaio con l’innamoramento facile”, proprio come un Jedi farebbe con il suo Padawan.
Poi ci ho ragionato su ed ho deciso che non era il caso.
Lasciando per un attimo da parte il fatto che mi è sempre andato particolarmente a genio già da quando ho avuto la fortuna di scambiarci qualche parola per la prima volta, ho capito che sarebbe stato uno di quei casi in cui l’allievo ha già superato il maestro.
Facciamo due gare completamente diverse, non potrei mai competere.
E comunque, anche e soprattutto dopo una frase del genere, sono sicuro che il ragazzo avrà senz’altro una carriera brillante!
(Quanto a lei?) Beh, ovviamente a lei la sto ancora facendo pesare questa storia, e non penso che smetterò a breve.
Ogni volta che capita di mangiare insieme, prima o poi arriva sempre il momento giusto. Quel momento in cui la fisso negli occhi finché se ne accorge, per poi dirle (con il tono più amorevole e protettivo che posso)

“Le vuoi le mie patate?”

Rinomino. Salvo. Chiudo.
Buonanotte? Buongiorno?
Davvero non saprei.
‘Mocc ‘a mammeta?
Sempre.

Your Favorite Milk Delivery Boy.

Scena Post Credit.

“Cosa fai il 18 sera?”
“Quest’anno è capitato di domenica, quindi sarò a giocare a Dungeons And Dragons.
“Capisco. Senti, ti va se facciamo colazione insieme?”
“Mi piacerebbe davvero tanto, è solo che devo lavorare.”
“Lavori di domenica? Il giorno del tuo compleanno?”
“A questo giro è andata così, pace. Beh, puoi sempre farti trovare alle 8 all’ingresso e fare colazione insieme a me all’Atlantic.”
“Anche no?”
“Riformulo: Se QUALCUNO volesse dimostrarmi qualcosa, allora si farebbe trovare alle 8 all’ingresso per fare colazione insieme a me.”
“Ci può stare, ma sicuramente non sarò IO quel QUALCUNO. Più facile che ti venga a trovare la sera a casa di Diego, magari vestita da demone, così forse darai un po’ di attenzioni anche a me!”
“Ma sei cretina?”
“Chiedilo a tua madre.”
“Cosa, se sei cretina tu? Oppure lei?”
“…”
(Deve ancora rispondere)

Casting Couch

Consigli non richiesti per quando ti trovi davanti ad una pagina bianca, sei ispirato, ed il cursore ti sta dando il suo “bentornato” con il suo ottuso, costante, ed amichevole lampeggiare:

1. Inizia sempre con un titolo “ad effetto”, in modo da catturare subito l’attenzione, già dalla prima riga. 

2. Ottenuto il risultato, procedi rimodellando, addolcisci gli spigoli, e rassicura i tuoi lettori. 
D’altra parte non stai parlando di quel couch, non toccherai argomenti riguardanti lucidature di pomelli o tirate di cresta al gallo, non racconterai delle difficoltà avute durante il lunghissimo periodo di astinenza di qualche anno fa, e nemmeno di quanto eri diventato bravo a suonare l’intro dei video di Pornhub con la batteria. Tra queste righe ci sarà molto casting e nulla di couch, ma d’altra parte lo sai che sono un po’ stronzo, e poi proprio non mi andava di sprecare l’occasione.

3. Accompagnali dove vuoi. Se ne avranno davvero voglia, ti seguiranno.

Questi racconti avrebbero dovuto essere parte del post precedente. Esatto: proprio quel post che il futuro beneficiario di ogni mia proprietà intellettuale nel caso di una mia prematura, accidentale, ma sempre più probabile caduta in un dirupio (perdonatemi, so che si scrive senza la  “i”, ma quanto cazzo suona bene scritto così?) ha più o meno battezzato così:

“Bella da dio la storia della milfona di Milano. Ti ha più chiamato? Sei andato su? Come è andata la monta?”

Il problema si è posto quando la disavventura de Your Favorite Milk Delivery Boy With A Small Toy in terra lombarda si è presa più righe e parole del previsto.
Quindi eccomi, sto per raccontarti due belle stronzate mentre me ne sto seduto sul tappeto nella mia writing position preferita, indossando nient’altro che un paio di boxer neri, e bestemmiando più del necessario la madonna e tutti i santi per il caldo che già a Giugno sto facendo troppa fatica a sopportare.

Stronzata / Casting n.1

“Dillo!!
“Un vampiro!”

Scusami Simo. Davvero.
E faccio un appello ai nostri cari colleghi che in questo momento si trovano su questa pagina:
Accoglietela in uno a caso dei vostri reparti, e fatelo prima che lei decida di farsi accogliere nel regno dei cieli piuttosto che trovarsi ancora costretta a lavorare al mio fianco. 

Si parlava di Twilight, sgranandone le citazioni peggiori, i momenti più imbarazzanti, e perculandone la trama nella sua interezza.
Saga a cui entrambi siamo, nostro malgrado, legati.
Nel mio caso vorrei poterti dire che “le storie sui non morti mi hanno sempre affascinato”, ma ometterei il vero motivo.
Ogni volta che inciampo sull’argomento finisce poi che il mio pensiero se ne va alla ragazza che frequentavo in quegli anni, e soprattutto al suo essersi perdutamente innamorata a prima vista di Kellan Lutz nelle vesti di Emmett Cullen.

“Madonna che manzo! Ma quelle braccia? Mi ci perderei lì in mezzo!”

Hai visto sweetheart? Il tuo “bambino troppo assorbito in se stesso” scrive ancora di te di tanto in tanto, anche se sa benissimo che probabilmente non leggerai mai le sue storie.

Geloso?
Sicuramente.
Anche di un personaggio?
Certo che sì.

La gelosia è sempre stata uno dei miei difetti peggiori, uno di quei pochi casi in cui il mio sangue terrone vince sul mio essere un figlio della lupa con il cuore sabaudo.
E non parlo solo di relazioni sentimentali, non si può ridurre tutto ad un semplice “tocca la mia femmina e ti cemento in un pilone sulla Salerno – Reggio Calabria”.
È più complesso di così.
Sono geloso anche nelle amicizie, sono geloso quando dai più importanza ad altri mentre per me sei una priorità, sono geloso anche quando non avrei nessun diritto o nessun motivo di esserlo, sono geloso anche del nulla e della “rain that falls upon your skin, ‘cause it’s closer than my hands have been”.
Per farti capire quanto è grave la situazione, ti dico che nella mia testa ci sono stante anche scene del tipo:
“Brun, domani suono al Carnevale Estivo, ti va di fare un salto?”
E mentre rispondevo:
“Mi dispiace, ma proprio non riesco ad esserci”
in realtà stavo pensando:
“Ma che cazzo dici? Tu devi tornare a suonare con me! Sei il mio batterista preferito e ti voglio un bene che nemmeno ti so spiegare. Scordatelo che ti vengo a sentire!”

Torniamo a noi.

Nei nostri deliri, io e la Simo ci siamo immaginati di dover rifare i film, e dopo brevi e rapide modifiche alla storia, abbiamo cominciato con i casting.
Semplici le regole:
Attori ed attrici tutti presi dal negozio di Via Conciliazione, eventuali dolci metà ammesse, e scelti secondo due canoni: somiglianza estetica oppure somiglianza caratteriale (e grazie al cazzo, a me è toccato Edoardo. Ok che sono vizioso, ma di erba ancora non ne ho fumata abbastanza da potermi paragonare a Robert Pattinson. Qui hanno vinto i lati d’ombra del personaggio originale, e le carinerie old-fashoned della mia vita precedente).
Ce la siamo risa come due cretini per un’oretta buona mentre giocavamo a mettere degli yogurt sullo scaffale.
L’assegnazione dei ruoli si è svolta abbastanza velocemente, giusto un paio di callbacks ed una sola eccezione alle regole, per un ruolo minore, assegnato ad una attrice estranea all’azienda, ovvero la figlia del fornaio, classe duemila e tre, invasata con la trap, e “basta, ti prego! Basta!”.
La quasi totalità degli attori è stata scelta tra i reparti latticini e gastronomia, con qualche elemento dalla drogheria, ed un paio dalla panetteria, inclusa la nostra protagonista.
Resta da assegnare il ruolo di Rosalie, fondamentalmente per un paio di motivi.
Primo, abbiamo fatto davvero molta fatica a trovare qualcuno che in qualche modo la ricordasse, e secondo, abbiamo ricevuto una infinità di proposte immaginarie.
Il nostro Emmett ha da sempre riscosso un notevole successo, e quasi tutte si farebbero molto volentieri un giro di giostra.
Emmett.
Ancora lui.
Se non è una persecuzione questa, dimmi tu cos’è.

Stronzata / Casting n.2

La serata è iniziata con un invito davvero molto particolare, uno di quelli che, se non fosse arrivato da mia sorella, avrebbe senz’altro ricevuto come risposta un sonoro “ma che si fotta il tuo freezer scassato male e che marcisca con tutto quello che ci tenevi dentro. Stronza!”.

Ma a Tippe non si dice mai di no.

Ciao Sarchia, stasera vieni a mangiare da me? Il menù è poco commestibile, facciamo lo svuota-freezer, quindi prevede roba scongelata, ma tutta di grandissima qualità, e con le caratteristiche organolettiche ancora quasi del tutto intatte. Dai, vieni a fare la tua parte!”

Quindi tra una deliziosa portata ed un’altra di questo banchetto proprio speciale, una piacevole serata con parte della mia famiglia trascorreva senza troppi danni (ok, magari esclusi quelli gastro-intestinali del giorno dopo. D’altra parte non lo vuoi provare il brivido di piangere seduto sulla tazza neanche fossi il re sotto la montagna seduto sul suo trono?)

Si parlava di cose da nerd, come spesso succede quando ci si incontra noi tre.
Ma è giusto così.
Tippe poi tirava fuori qualcosa da Narnia, io e Sam non avevamo idea di che cosa stesse parlando.

“Non avete mai visto Narnia? Vergüenza! Finite quella fetta di pizza che poi facciamo un cineforum.”

Ora, non voglio offendere nessuno, ma quella storia e quel film dovrebbero essere vietati ai maggiori di quattordici anni. Ci abbiamo provato, ed inizialmente ci stavamo anche riuscendo (ma questo se evitassi di raccontarvi le cose dette sul tema un po’ nazi dell’introduzione e sul ragazzino protagonista… cose del tipo “Guardalo, secondo me è polacco!”. Poi si è rivelato essere inglese. Ma fotte.)

Le scene si susseguivano, ma ormai il danno era fatto:
Sia io che mio fratello continuavamo a ridere come due stronzi facendo dei paralleli tra i personaggi del film ed i personaggi della storia che sto scrivendo e che stiamo giocando insieme come campagna di  D&D con Anto ed Umbi, sotto lo sguardo scioccato e seccato di Tippe.
Quindi ecco che la coppia di tassi / marmotte / quel cazzo che erano, improvvisamente, o meglio non appena lui si è lamentato della cucina di lei, sono diventati Anakis ed Aüle. Con il nostro Aüle sempre pronto a tessere le lodi della cucina di Anakis, in particolar modo facendo riferimento alla sua specialità:
Le patate al sangue.
Dio santo, quanto odio può contenere un tubero?
Lucy, con il suo pugnale, era diventata la nostra madame, ladruncola con spiccate capacità furtive.
Poi ecco Edmund, con il suo arco, diventare Olivier: il bardo che prova a montarsi ogni donzella sulla quale il suo sguardo si posi anche solo per un istante.
E quando si pensava che anche basta…
Ecco il momento in cui Tippe ha quasi perso la pazienza ed è andata a “preparare il dessert”.
Il giovane Peter, l’inglese/Polacco ragazzino protagonista dagli occhi blu, riceve due titoli che ci hanno fatto letteralmente spaccare.
Prima “il flagello dei lupi”, e poi “il magnifico”.
Il parallelo è stato praticamente istantaneo. Non posso dirvi il nome del personaggio, in quanto è il cognome di una persona che conosciamo, e che ancora non sa di fare parte di questa storia, ma avevamo quasi le lacrime agli occhi per la somiglianza con il nostro eroe “spada e scudo” senza paura, bello per sempre, e di cui tutta Sæglópur si è perdutamente innamorata. 

“Venite, magniamo il gelato!”
“Tippe, ma l’hai assaggiato? Sa di misto per soffritto!”
“Stavolta non è scaduto, e non è nemmeno frizzante. Mangia che è buonissimo!” 

‘Mocc.

Your Favorite Milk Delivery Boy.

“Ma a te piace proprio così tanto bagnarti?”

“Basso profilo, quasi trasparente, e cerca di levarti dal cazzo questa giornata nella maniera più rapida ed indolore possibile”.

Erano questi i presupposti, i pochi e semplici consigli non richiesti da me e da dare a me stesso per affrontare una giornata che davvero non vorresti vivere. 
E non si parla di timidezza, o di scarsa (se non assente) autostima. 
Anche se capisco che iniziare un racconto con parole messe giù in questa maniera possa quasi sembrare un omaggio ad “occhi bassi quando cammini, dentro ai piedi che tesoro hai? Occhi bassi, dritto in faccia non mi guardi mai”, ma non è nemmeno questo il caso. 
Tutta quella romanticheria portuale, tutta quella roba così “over-sensitive” (ma lo sto scrivendo davvero??) te la sei lasciata alle spalle tempo fa. E fa niente se poi quando inciampi in “quando vorrai mi trovi sotto casa con le cuffiette incasinate in tasca” ti viene un mezzo infarto. Basta non dirlo a nessuno, basta non scriverlo da nessuna parte, e basta continuare a cercare di mantenere intatta la tua nuova reputazione, con questi tuoi nuovi vestiti “così freddi”, ma che trovi decisamente più confortevoli. Semplice. 
Poco coerente? “Ci sta, ma non di brutto?” (Cit.) 
E pace, quest’anno stiamo contemplando dei fenomeni del cazzo capaci di festeggiare la seconda stella con soli diciannove scudetti vinti sul campo.
Li stai assecondando anche tu?
Molto bene.
Allora adesso mettiti comodo, e cerca di assecondare anche me, se ti riesce.

Il punto della questione è che davvero non avevo nessuna voglia di un corso di formazione, diciassette anni da sotto-sciacquino a mezzo servizio sono più che sufficienti per non avercene neanche per l’anticamera, e fotte se l’aggiornamento sull’ ottantuno è obbligatorio ogni cinque anni.
Poi, dai… Mi hanno anche aperto la macchina, la mia povera Corsa del duemila e quattro mi sta dando non pochi pensieri, proprio come un paio di altre cose nate nei primi anni duemila, ma per stavolta “facciamo come se” e glissiamo sull’argomento, che ne dici? 
Mi toccano i mezzi pubblici.
Dai proviamoci.

Inizia sempre (con un ehi come stai?) con una routine di bellezza da rispettare in ogni singolo passaggio: sveglia, funzione religiosa, acqua, cioccolato fondente, caffè amaro, OneFootball / stalking alle sciacquette, Marlboro “contemplativa”, tazza, mani/denti/viso, doccia, vestiti. 
Basso profilo avevamo detto. Quindi t-shirt nera Vans? Può andare. Quei knee-hole pants grigi sono proprio necessari? Assolutamente: con le Air Force 1 alte sono la fine del mondo. E poi quelle scarpe te le sei fatte fare custom proprio così, con quei colori messi giù quasi come a rendere omaggio ad una decade che di fatto non hai vissuto (sei un ’88), o per sentirti un figo a la Matthew Broderick in WarGames, ok, forse con meno di un quarto del suo fascino (e forse ancora meno) ma quella che conta è l’attitude, o così dicono (ripeto: ma lo sto scrivendo davvero??). Ci sarà freddo? Dai, prendi su la felpa di Star Wars e completa questo outfit al limite dell’imbarazzante. Basta che ti muovi. Il tuo socio, anche lui destinato ad una giornata milanese, è in anticipo, ed è già sotto casa che ti aspetta.
Parecheggio, stazione, lui fa il biglietto, a me basta l’app. Secondo caffè per un pelo, in quanto lui decide di mettersi lo scontrino fatto due secondi prima probabilmente nel culo, e la barista, la stessa tipa che ci ha gentilmente scontrinati, a momenti non ci voleva servire.
Aspettativa: “dai facci sti due caffè, stronza!”
Realtà: “mi scusi, non so come, ma ho proprio perso lo scontrino che mi ha appena fatto. È un problema?”
Saliamo sul treno e ci lasciamo Piacenza alle spalle. Discutiamo un po’ di quello che capita, del nostro essere nerd e senza vergogna, di quel cartone animato che probabilmente abbiamo visto solo io, lui, e Tippe, di come è facile comprarsi un posto in paradiso lavorando in una chiesa, di quanto gli skateboard possano essere pericolosi, delle nostre storie in generale.
Poi Lambrate, e scendo a prendere la verde. Ma prima lo saluto e me lo abbraccio. So che, senza nessun dubbio, avrebbe preferito la compagnia del suo robot per la pulizia pavimenti, ma faccio finta che non sia così, ed in maniera del tutto egoista me ne vado con un sorriso. Almeno l’arrivare fin qui è stato decisamente piacevole, non potevo chiedere di meglio.
So Far So Good.
Arrivo a Cernusco, ridente paesaggio abitato da tre troie e due cavalli. Piove. Seconda funzione religiosa.
Alzo il volume, chiedendomi se l’altissimo sia in grado di investirmi con un uno dei suoi fulmini attraverso le AirPods per non dover soffrire le sei ore di corso che ho davanti. Non mi accontenterà. Non lo fa mai. Non mi ha sistemato lo stomaco, la testa non ne parliamo, e nemmeno mi ha donato quei centimetri che tanto avrei desiderato 😅
Gli sto sulle palle.
Vabbè, è reciproco.
Tiro su il cappuccio e mi incammino.
Una Marlboro fumata accanto al cartello di divieto messo proprio all’ingresso. Un po’ perché mi sono svegliato ancora più punk-rock del solito, ed un po’ perché, dal momento in cui siamo all’aperto, avrei un suggerimento su dove potete mettervi quel cartello. Poi entro, saluto il signor Brandolini, e cerco l’aula. 
Basso profilo.
Fila in fondo a destra, tipo come al liceo, seduto fisso con quelli che “le uniche cose davvero importanti sono la patatina, il punk-rock, e la farmacia sempre aperta”. Questo tizio inizia a parlare, ed io ovviamente non lo sto ascoltando. Scrivo un messaggio, guardo un paio di storie, ho la testa nella musica e nel giuoco del pallone.
Poi mi giro.
Nella fila da parte a me si è seduta “una bella mammina” sui quaranta.
Molto bene.
Quasi per caso incrocio il suo sguardo.
No. Devo distogliere immediatamente, ha gli occhi blu, quel blu, proprio quel blu che a prescindere da chi li porta (scrivevo tempo fa “Irrilevante l’età, il fisico, l’etnia ed il sesso di chi li porta”) mi paralizza e mi costringe a guardarmi le scarpe.
Rassegnati, non avrai mai il coraggio di parlarle.
Le ore passano lente. Vorrei morire. Poi si fa l’ora di mangiare un boccone.
Sono all’ingresso, guardo il cielo: piove neanche fosse un pezzo degli Slayer.
Dai pace, tiro su il cappuccio, faccio per fare i primi passi quando…

“Vuoi venire sotto? Di solito giro sempre senza ombrello anche io. Quando piove sembro sempre una barbona, ma sta volta l’ho preso su. È andata bene”.

Nemmeno te lo dico chi mi stava parlando, nemmeno te lo dico a cosa stavo pensando.
Ovviamente accetto, probabilmente rosso in faccia ed imbarazzatissimo come al mio solito, ed iniziamo a chiacchierare sotto la pioggia.
Utilissimo l’ombrello.
Siamo entrambi annaffiati. Nessuno dei due sembra preoccuparsene.
Prendiamo da mangiare e ci sediamo allo stesso tavolo con altra gente. (IO, ti rendi conto?) Un ora passata così vola, soprattutto in una giornata così lenta. Tempo di posare i vassoi, e di spegnere le sigarette che è già ora di tornare.
“Dai, fammi fare il cavaliere. Tengo io l’ombrello”.
Ok, sei molto imbranato. Ma cosa potrà mai capitare? Semplice.
Fa per schivare una pozzanghera grande come il lago di Garda che, ovviamente, non avevo visto per tempo. Non voglio farla bagnare (forse? Davvero??) e cerco di ripararla spostandomi velocemente.
Risultato?
In pratica le ho dato un cartone sulla testa.
Mi scuso, poi scoppiamo a ridere.
“Bene, prima mi fai bagnare, e poi mi prendi anche a pugni. La prossima volta giuro che dovessi conoscere qualcuno di Piacenza, scappo a gambe levate.
Altra dose di imbarazzo, ma ormai praticamente siamo in aula, e questa, assieme ad ogni altra piccola dose di hype presente ancora nelle vene, svanisce nell’esatto istante in cui ricomincia il corso.
Ma ehi! Non prima di aver esplorato il piano meno uno. Mi serviva un bagno, e quindi mi trovo davanti al secondo cartello senza senso della giornata, in cui praticamente si invitavano i dipendenti dell’azienda in cui lavoro a non usarlo, in quanto l’accesso era riservato ai dipendenti dell’atra azienda presente nell’edificio.
E Fotte?
Ovviamente entro lo stesso, pensando “che cosa c’avrà mai di speciale sto cesso?? É forse in stile Disney primi anni novanta?”
Grave errore. La mia testa malata mi ha subito fatto immaginare di venire accolto da Lumière e Tockins da Beauty And The Beast. Del tipo: “Cosa succede, cherie. Devi forse cacare? Be our guest! Be our guest! Put our service to the test”.
Rido come uno stronzo da solo, e torno di sopra.
Non sai come, ma sei arrivato alla fine. Scrivo al mio socio, dovremmo arrivare a Lambrate a distanza di pochi minuti uno dall’altro.
Ma Ti fermi per salutarla? Che senso avrebbe? Dai, lasciala in pace.
Tiro su il cappuccio e me ne vado verso la metro. Sono quasi arrivato, quando…

“Ehi, Piacenza! Ma a te piace proprio così tanto bagnarti?”

Me la rido, non avrei mai potuto risponderle come avrei voluto, ma me ne esco con un decisamente più pettinato “Non è che proprio mi dispiace, ma più che altro credevo che per oggi ne avessi avuto anche abbastanza di me”.

Finiamo il nostro incontro con un lungo viaggio insieme sulla metro, ed inspiegabilmente nessun imbarazzo, le parole mi vengono facili. Inizialmente sfottendoci per il profumo di cane bagnato che avevano le nostre felpe inzuppate, per poi passare a prendere per il culo gli altri poveri malcapitati che hanno fatto il corso con noi.
“Ma l’hai notata la tipa tutta apparecchiata con quel vestitino color pesca? Sembrava una confettina”.
Confettina! Nemmeno mia madre aveva saputo fare di meglio quando, da cliente particolarmente esigente, si era trovata l’organico del reparto gastronomia completamente rivoluzionato. Ad ognuno di loro un soprannome, ed io, per qualche tempo, ogni volta che andavo a trovarla dovevo collegare quei nomignoli affettuosi ai rispettivi proprietari. Uno spasso, giuro.

Parliamo a lungo delle nostre vite, passioni, storie passate, tanta musica, il suo figlio di quattordici anni, ed il suo Beagle di venticinque chili.
Poi sono a Lambrate, la sensazione è un po’ strana.
La saluto e la ringrazio per la giornata passata insieme.
E poco dopo raggiungo il mio socio in stazione mentre chissà quale espressione devo avere ancora addosso.

Basso profilo.
Quasi trasparente.

‘Mocc a chi t’è muort.

Con Affetto.

Your Favorite Milk Delivery Boy.

Follow The White Rabbit!


O forse sarebbe stato più adeguato un titolo del tipo “Follow The White *Pink Rabbit!”
E fidati se ti dico che oggi basterebbe anche solo questo, in quanto ho già ottenuto tutto ciò che volevo: a quest’ora lei avrà già aperto il link, magari quasi tremando, e soprattutto credendo davvero che io abbia avuto il coraggio di sganciare una bomba simile, il coraggio di raccontarvi proprio quella bella stronzata, diventata poi una bellissima favola parecchio infamante.

Ehi, Rilassati! Ok che sono una persona davvero pessima, ma non arrivo a tanto. E non per la caricata di mazzate che prenderei nel caso, che tanto si è già capito che arriverà inesorabilmente e comunque, ma più che altro volevo solo per farti subire il mezzo-infarto che un po’ sai benissimo di meritare.
Prego.
ADESSO siamo pari, ora vedi di rigare dritto.
Stronza. 😘.

Hey there, long time no see.
REO CONFESSO.
Non so quanto tempo sia passato dall’ultima volta che ho scritto da queste parti, e la cosa divertente è che in realtà sto scrivendo davvero tantissimo e quasi quotidianamente.
Come forse avrai già saputo, ho buttato in piedi una avventura di Dungeons And Dragons. Quindi ora Umberto, Antonella, e mio fratello, mi chiamano master, e nelle vesti del master ne devo passare un bel po’ di tempo “a far andare la penna”, a preparare disavventure degne dei giovedì sera passati insieme a loro. 
Ovviamente con tutte le conseguenze che questo comporta.

Scrivere non ti fa poi così tanto bene se ti piace farlo mentre sorseggi qualcosa.
Madonna santa, sento la voce del Giammi nella mia testa. Dice: “certe cose proprio non cambiano mai… ogni scusa è buona, vero dondolino??”

Scrivere non ti fa così tanto bene se poi fai fatica ad addormentarti in quanto sei ancora perso altrove e non riesci a tornare qui. Già dormi poco, e già stai facendo molta fatica a trovare una soluzione “anche” a questo problema.

Poi non so quanto la colpa sia di tutto questo D&D, ma facciamo come se, così da non dover complicare ulteriormente le cose. In fine dei conti a me stesso posso sempre mentire: lo faccio quotidianamente. E comunque poi non sono in terapia, anche perché mi hanno detto che dalla Ilariazza non ci posso andare, in quanto potrebbe essere poco salutare iniziare un percorso se parti che già sei “innamorato” della tua psicologa. 😜 Immagino che anche questa dovrò risolvermela da solo.
Il punto è: Che io ti debba sognare è scontato, non può andare diversamente, ed immagino sia già successo altre volte, anche se non te lo posso garantire a causa della mia vita decisamente “dissoluta” di questo periodo. Ma che ti debba sognare in una ambientazione così “sci-fi”, a cavallo tra gli 80s, Ender’s Game, ma con le grafiche di Robo Recall, davvero non me lo meritavo.
E poi perché così da giovani? Nemmeno siamo stati bambini negli stessi anni.
E poi perché con quegli occhi verdi quasi spettrali? I tuoi sono decisamente più scuri e confortevoli, anche se ogni volta che li incontro tu ce li hai sempre posati su quel cazzo di telefono, che sia in mezzo alla strada, in mezzo alla gente, o quando ti presenti a fare la spesa. Vergognati. Ci sono sotto da mesi, non me lo merito! 😅

Stronzate e scrittura a parte, sono ancora vivo. 

(Non ci credo. Ho scritto di nuovo “qui” con l’accento. Benedetta la correzione automatica che in ogni tempo mi fu gradita e cara. Ammazzati, Brunino. Non ci sono parole. Ammazzati.) 

Ci sono ancora sotto con il giuoco del pallone e con la vecchia signora in maniera particolare, nonostante questa sia un’altra stagione decisamente da dimenticare.
Ho ancora “gli infartini” quando guardo una partita, quindi tutto sommato posso dire di essere ancora vivo.

Ci sono ancora sotto con la musica, nonostante il disco realizzato l’anno scorso abbia messo la parola fine ad un progetto a cui tenevo davvero tanto. Almeno tu ci sei ancora, e non sai quanto mi ritengo fortunato. Inspiegabilmente non ti sei ancora stancato di me, e so benissimo di non meritarti.
Ho ancora “gli infartini” quando sei con me a suonare, e quando sei con me in generale, quindi tutto sommato posso dire di essere ancora vivo.

Sono ancora quello che dice sempre di odiarvi tutti “equally” e nella stessa maniera, apprezzando a fondo la frase e compiacendosi di tutta questa cattiveria gratuita, ma che poi è costretto a “trattenersi” osservando un Alfa commosso durante il suo concerto al forum di Assago.

I motivi?
Primo perché non sono riuscito a prendere i biglietti prima che l’evento fosse sold out, e davvero mi sarebbe piaciuto essere il tuo cavaliere per una sera ed accompagnartici in sella alla mia fiammante Opel Corsa a gasolio classe 2004.
E secondo perché se già sei venuta da me per guardarlo insieme in radio visione su RTL, e dopo aver mangiato dei PESSIMI hamburger d’asporto in quanto tempo per cucinare non ne avevamo più, vedermi anche “sciogliere” avrebbe fatto sicuramente in modo che la serata finisse in maniera decisamente peggiore.

Posso ancora dire di non essere diventato un suo fan, e che tutto questo l’ho fatto solo per te, oppure è un po’ troppo, visto che ho sempre integrato alla musica con la M maiuscola una buona e generosa dose di ascolti imbarazzanti di cui dovrei solo vergognarmi?

Ho ancora “gli infartini” quando passo serate così, quindi tutto sommato posso dire di essere ancora vivo.

Sono ancora il collezionista di figure di merda in corsia due.
Non lo faccio di proposito, è che proprio non riesco a smettere.
Ma quando la francesina mi viene a chiedere dov’è il lievito, quando sposto la confezione di pasta brisee per farglielo vedere, e quando lei mi dice con quell’accento e con quella “R”, degno del miglior Olivier in una delle migliori tra le sue serate, “non l’avrei mai visto così nascosto dai tuoi cartoni”, come potevo mai rispondere se non con un sofferto “senti, vai via prima che combini qualche guaio”?
Quando la ricciolina sotto i quaranta è disperata perché le mozze in vasca sono finite, e viene da me dicendomi che nei “frighi in corsia uno” proprio non riesce a trovarle, come potevo mai rispondere se non con un didattico “credevo che la parola frighi fosse di utilizzo esclusivo e riservato ai terroni e non ad una ragazza così carina”?
È solo andata bene che avesse voglia di scherzare, e che alla fine ci abbiamo riso sopra insieme, entrambi decisamente più imbarazzati del necessario.  
Vi racconterei anche quella della cliente “anglofona”, di quella vestita con una gonna realizzata con i colori dei Tassorosso.
Vi racconterei di come Umberto, cercando a parer suo di servirmi una palla degna degli ultimi assist del mio amato Andrea Cambiaso, sia riuscito a farmi imbarazzare a tal punto da quasi ridere in faccia a quella povera mal capitata, mentre il viso mi stava letteralmente bruciando. Ma questa ve la lascio solo immaginare, è un ricordo che voglio conservare con lui e lui soltanto. 
Ad ogni modo ho ancora gli “infartini” mentre con orgoglio mando avanti la rubrica de “Il lattaio con l’innamoramento facile”, quindi tutto sommato posso dire di essere ancora vivo. 

Sono ancora vivo.

E vediamo di farcelo bastare.

Potrei anche promettere di cambiare, di crescere e mettermi in bolla, palestra e musica trap come quelli bellissimi del momento 😂 (scusami Simo, scusami scusami scusami!) ma la vedo molto molto complicata, quindi a posto così.

Ora, nel caso tu sia “un aficionado” di queste pagine, sai già come sta per finire tutto questo. Mi limito solo a dirti un sentito “grazie” prima di salutarti come si conviene, grazie per continuare a perdere parte del tuo tempo leggendo il peggio di me, spero come sempre di averti strappato un sorriso accompagnandoti tra queste righe. 
Nel caso invece tu sia nuovo da queste parti, non preoccuparti… niente di personale.
Chiudo sempre nella stessa maniera, più o meno.

‘a bucchina ‘e mammeta,
chella scassata.

Con affetto,
Your Favorite Milk Delivery Boy.