Mi sento come se avessi una sola freccia nella mia faretra e un unico bersaglio da dover colpire all’istante, senza il lusso di poter riprovare.
Se sbagli, l’occasione sfuma per sempre.
Avrei potuto metterla giù a la Oscar Wilde, dicendo che non esiste una seconda occasione per fare una buona prima impressione.
Io però non sono né uno scrittore, né un drammaturgo e tantomeno un poeta.
Combatto i miei nemici con arco e frecce.
Vedi di accontentarti, se puoi.
La selva.
Il vecchio maniero non si presenta un granché bene.
Altro che locanda di prestigio, La Lanterna ha più l’aspetto di un gigante stanco e scassato che cade a pezzi nel silenzio e nell’indifferenza più totale.
Questo posto non accoglie più anima viva da mesi, sembra quasi che la natura lo stia lentamente richiamando a sé.
L’erba dei suoi giardini è diventata impossibilmente alta, poco alla volta ha divorato e nascosto completamente il sentiero che una volta portava dal cancello fino all’ingresso principale.
Male male qui.
Avanziamo con cautela, cercando di fare molta attenzione a dove mettiamo i piedi.
Invece di puntare subito al portone principale — ehi, giochiamo a D&D da più di vent’anni, cosa ti aspettavi? — decidiamo di iniziare dal perimetro.
Sotto la guida attenta di Manigoldo, ci facciamo prima un bel giretto attorno alla struttura: meglio evitare sorprese, meglio avere ben chiaro che cosa ci aspetta.
«Ehi Manigoldo, perché non ti fai una svolazzata qui intorno tanto da capire un po’ la situazione?»
«Ma nemmeno se mi soffi sulle piume! Non hai sentito le parole di Volmer? Questo maniero è infestato, non ci penso neanche!»
«Certo che il coraggio proprio non ti manca. La prima impressione è tutto, e ti posso garantire che davvero non ci stai facendo una bella figura.»
«Fotte? E detto da te poi…»
«E perché, se lo posso sapere?»
«Fai sul serio? Un elfo dei boschi che se ne va in giro in calze e ciabatte davvero non si può vedere!»
«Ma che cazzo dici? Troppo swag queste calze!»
«Sto per vomitare!»
«I gufi possono farlo?»
«Prova a chiederlo a tua madre…»
Ci facciamo strada per qualche minuto tra resti di vasi distrutti e detriti di ogni genere, finché finalmente scoviamo una porta sul retro sotto una vecchia tettoia traballante.
Incrocio lo sguardo di quel gufo insolente.
Nessuna traccia di rancore, solo un cenno d’intesa che non ha bisogno di mezza parola.
Il lavoro sporco sta per cominciare…
Siamo dentro.
La locanda.
Appena varchiamo la soglia, un odore allucinante ci investe in pieno.
È quel tipico “profumo” di un posto lasciato a morire per troppo tempo, un qualcosa che ti si infila dentro e ti lascia appena lo spazio per respirare.
Violet non aspetta nemmeno un secondo di più e inizia immediatamente a spalancare tutte le finestre; non so se lo faccia più per il bisogno di cacciare via quell’aria pesante o solo per far entrare un po’ di luce.
Ad ogni modo, grazie mille, Violet!
La luce del sole taglia finalmente tutto quel polverone immobile, illuminando l’ambiente quanto basta.
Attraversiamo la lavanderia e le cucine accompagnati solo dall’eco dei nostri stivali.
Non c’è assolutamente nulla qui, a parte ragnatele spesse come tende, pentole annerite, e un odore dolciastro di cibo avariato.
Pare che il tempo si sia addormentato all’improvviso, lasciando ogni cosa a marcire lentamente.
Quando arriviamo nella sala grande, la situazione è ancora più deprimente.
A cosa servono venti tavolacci di legno massiccio se non c’è nessuno a bere e scherzare?
Senza il calore di un fuoco acceso, l’odore del tabacco o il profumo di qualcosa di buono da mangiare, senza la musica, le risate e la vita, questo posto non ha alcun senso di esistere.
Mentre gli altri setacciano gli angoli bui in cerca di chissà che cosa, io mi fermo qualche secondo alla reception.
Sul bancone c’è un vecchio registro ricoperto da uno spesso strato di polvere.
Gli do una sfogliata veloce: nomi e firme, segni che un tempo la gente passava davvero di qui.
Unica traccia reale rimasta in questo silenzio assurdo.
Saliamo ai piani superiori e controlliamo tutto, dalle camere degli ospiti fino all’appartamento del proprietario al secondo piano.
Niente.
Tutto deserto.
La cosa strana è che non ci sono segni di lotta, tracce di sangue o mobili rovesciati.
Pare semplicemente che se ne siano andati tutti da un momento all’altro, lasciando ogni cosa al suo posto.
Torniamo giù al piano terra. Davanti a noi restano solo le scale che portano al seminterrato.
«Me lo sentivo», dico a bassa voce, fissando quel buio.
Se vogliamo trovare una risposta, dobbiamo per forza scendere là sotto.
«Attenti agli scarrafoni!»
Il seminterrato.
Già dai primi gradini, la faccenda si fa pesante.
Più scendiamo, più il freddo diventa innaturale.
Non è il classico fresco da cantina, è un gelo che ti morde le ossa e che nulla ha a che fare con i sotterranei di Welderos.
L’odore di chiuso qui sotto è ancora meno sopportabile che ai piani superiori, un mix nauseabondo di cui non riesco nemmeno a identificare l’origine.
Raggiungiamo la prima stanza, ovvero un ammasso di sacchi e casse marce che sembrano pronti a polverizzarsi da un momento all’altro.
Durias si china, richiamando la nostra attenzione.
Il nostro bardo ha notato delle impronte di animali sulla terra battuta.
Le seguiamo in silenzio finché non arriviamo davanti a una porta accostata.
Dall’altra parte, sentiamo dei versi strani, un rosicchiare frenetico e umido.
La nostra Violet senza pensarci due volte spalanca quella porta.
Sette ratti giganti, dall’aspetto malato e con gli occhi che brillano di una fame pericolosa, scattano verso di noi.
È il momento che tutti stavamo aspettando.
— Tirate l’iniziativa! —
Incocco la prima freccia, poi la seconda.
Le scaglio con convinzione, ma finiscono chissà dove, come se venissero spazzate via come stronzi nel vento.
Non ne prendo uno, nemmeno per sbaglio.
Manigoldo, che nel frattempo si è rifugiato su una sporgenza del soffitto appena ha visto quelle bestie, scoppia a ridere.
È identico ad Anacleto de La spada nella roccia, con quel verso sguaiato e le ali che battono a casaccio per lo scherno.
«Ehilà, belle ciabattine! Guarda che il tuo bersaglio sono quei sette topoloni giganti, mica devi mirare alle farfalle! Hahahahahahaha, madre di tutti i gufi! Che bel cecchino che ci siamo portati dietro!»
«Piantala, coglione!» gli rispondo seccato, mentre estraggo un’altra freccia dalla faretra.
«Hahahahaha! Oddio, mi manca l’aria! Com’è che era? La prima impressione è tutto, e ti posso garantire che davvero non ci stai facendo una bella figura!» gracchia quel disgraziato, facendo il verso alla mia stessa voce.
Esito nel tiro, distratto, poi ringhio: «Finiscila, dico sul serio! Giuro che ti impaglio!»
«Vorrei vederti provare! La versione omosessuale di Link di Zelda che se la prende con il suo gufo perché non riesce a centrare un paio di zoccole troppo cresciute. Troppo swag queste calze! Hahahahahahaha! Ricchione!»
E niente.
Mentre i miei compagni finiscono “il lavoretto” tra le fiammate di Joran, il suono del corno di Durias e le martellate assordanti di Toradol, io rimango lì, a litigare ferocemente con quel gufo infame.
Quando anche l’ultimo ratto smette di muoversi — il penultimo in realtà, visto che i miei soci hanno saggiamente deciso di catturarne uno — l’adrenalina scende… lasciando spazio alla sola frustrazione.
A testa bassa e con l’autostima sotto i piedi, ignoro tutto e tutti, come se la scena non fosse mai avvenuta, e mi dirigo da solo verso la porta che conduce alla stanza successiva.
Se i dadi hanno deciso di umiliarmi così, spero almeno che la prossima stanza abbia qualcosa di meglio da offrire che roditori giganti e prese per il culo.
L’aria cambia di colpo.
Un curioso odore di incenso si prende il centro del palcoscenico, mescolandosi a un gelo che si fa ancora più intenso e sembra quasi prenderti a pugni.
Violet lancia subito la sua torcia verso il centro della stanza per illuminare l’oscurità, ma a prima vista sembra tutto deserto.
Poi, un dettaglio.
Noto un movimento appena percepibile lungo la parete in fondo a destra.
Una creatura forgiata dall’ombra.
È uno di quegli esseri che il manuale dei mostri definirebbe come un non morto fatto di oscurità senziente, nemico giurato della vita e della luce.
Deciso a rimediare alla figuraccia di prima, non lascio nemmeno il tempo ai miei soci di respirare.
Anche Manigoldo a questo giro capisce l’antifona, sfreccia verso il nemico e lo distrae quanto basta per aprirmi una breccia.
Scocco sicuro e la freccia vola dritta, colpendo quell’orrenda creatura ancora invisibile per tutti gli altri.
Joran, seguendo la scia del mio colpo, investe “quel quadretto di un metro e mezzo” con una fiammata rivelando la natura del nostro nemico.
E tutto il resto è puro lavoro di squadra.
Una manciata di colpi prima di rispedire quell’essere nel vuoto a cui appartiene.
Mentre il silenzio torna a regnare, sul pavimento notiamo un porta pergamena con un sigillo inquietante, un occhio stilizzato.
Violet lo raccoglie e, con estrema cautela, estrae il foglio contenuto al suo interno.
Appena fuori dal cilindro, la pergamena sembra quasi assorbire tutta la luce circostante.
Ci sono solo poche parole, firmate con nient’altro che una X.
“V. Avevi ragione. Le fondamenta della Lanterna vibrano ancora per i residui della Trama d’Ombra. Ho iniziato a nutrire i parassiti locali con energia necrotica; i ratti reagiscono con una ferocia magnifica, diventando perfetti conduttori. Tuttavia, l’energia sta diventando instabile e iniziano a crearsi manifestazioni spontanee. Se riusciremo a stabilizzarla, il potere che i Maghi d’Ombra cercavano di imbrigliare secoli fa sarà finalmente tuo. Attendo tue istruzioni sulla gestione del locandiere, potrebbe scoprire più di quanto possiamo permetterci. — X.”
Restiamo in silenzio.
Qualcuno stava usando la Lanterna per risvegliare un potere proibito e il vecchio locandiere era diventato un testimone scomodo.
Ecco spiegata la presenza dei ratti e il loro sangue così scuro, simile all’ichor dei demoni— un dettaglio che prima non avevo apprezzato granché, essendo impegnato a bisticciare con quel cretino di un gufo.—
La cantina sembra finire qui…
— Ok, master… Abbiamo capito, abbiamo capito! Facciamo tutti un tiro di percezione!—
Esplorando a fondo la stanza, in ogni suo angolo, Joran nota delle tracce di stivali e Toradol individua una botola nascosta.
Decidiamo di sollevarla, lasciando che il suo stridore metallico saturi tutto l’ambiente.
Rimaniamo lì, in cerchio, a guardare il vuoto che si spalanca sotto i nostri stivali.
Nessuno osa fiatare.
Poi, finalmente, ci decidiamo e muoviamo i nostri primi passi incerti nell’oscurità.
Il tunnel.
Scendiamo.
Ci ritroviamo all’interno di un cunicolo che sembra uscito dritto da un incubo, una galleria stretta e senza una fine, fatta di ossidiana e ossa nere intrecciate tra di loro, e che punta dritto verso il cuore pulsante di Welderos.
Camminiamo per diversi minuti nel silenzio più assoluto, interrotto solo dal rumore dei nostri respiri e dal battito d’ali nervoso di Manigoldo, finché non notiamo un passaggio laterale.
Questa apertura conduce in un laboratorio alchemico.
Uno dei posti più inquietanti che abbia mai visto in vita mia, un posto che trasuda morte.
I suoi scaffali sono pieni imballati di ampolle che ribollono di fumi nerastri e di contenitori pieni di organi conservati in una sostanza che brilla di una luce malata.
C’è un disordine metodico, tipico di chi lavora a qualcosa di grosso e di chi non ha tempo da perdere con le pulizie.
Do un’occhiata sui banconi.
Sono carichi di reagenti necrotici, appunti e formule varie, tutte firmate da un certo Xantros.
Tra i vari scarabocchi trovo una nota che cita un tale Halius Frost.
Per farla breve, dice chiaramente che mentivano spudoratamente sui “rumori di assestamento” della locanda, usandoli come scusa banale per coprire il frastuono dei loro esperimenti necrotici.
Hanno preso per il culo tutti quanti.
Dopo aver passato per bene ogni angolo del laboratorio — senza aver trovato traccia del povero locandiere — decidiamo di uscire da quella stanza maledetta e riprendiamo a scendere lungo il tunnel di ossidiana.
Ormai ci siamo resi conto che si tratta di una vera e propria rete sotterranea che corre per diversi chilometri sotto la città.
Troviamo un altro paio di uscite, una che conduce alla piazza del mercato e un’altra che sbuca nel seminterrato di un palazzo nobiliare.
Decidiamo di dare una rapida occhiata a questa cantina, cercando di muoverci il più silenziosamente possibile — mica tanto facile quando tra di noi c’è chi sceglie armature così ingombranti e rumorose che sembra se ne vada in giro indossando una caffettiera, ma tant’è… —
È pieno di vini costosi e stoffe pregiate.
Chissà se si accorgeranno mai della bottiglia di rosso sottratta da Toradol.
Mentre ce ne stiamo lì a pianificare una bella messa celebrata dal nostro chierico come occasione per stappare quella delizia, all’improvviso sentiamo dei passi proprio sopra le nostre teste.
Decidiamo quindi di non proseguire oltre.
Entrare senza autorizzazione in casa di un nobile avrebbe conseguenze spiacevoli e non abbiamo nessuna intenzione di avere problemi con la legge. — Non oggi, almeno… Siamo ancora al primo livello, sarebbero solo e soltanto calci in culo. —
Ripercorriamo quindi la strada al contrario.
Usciamo dalla botola, la chiudiamo, e ci trasciniamo sopra un bel mobile pesante per sigillarla per benino.
Richiudiamo completamente la locanda e, con tutte le prove raccolte, zoccola mutante inclusa e rinchiusa in una cassa di legno, decidiamo di andare a raccontare tutto al nostro caro Volmer. — Dai su, sto parlando di quel funzionario dall’aspetto sbattuto che ho incontrato al mercato, non puoi essertene già dimenticato… —
Sarà lui poi a decidere come muoverci.
Chissà la faccia che farà quando scoprirà le cose che questa locanda sta nascondendo a tutta la città.
Troppo Chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.