diari di un manigoldo. (episodio pilota.)

Il mercato.

Detesto l’estate.
Con tutto me stesso.
Quella colla invisibile che ti si appiccica sulla pelle, i vestiti sigillati addosso, il sudore che ti scivola lungo la schiena come fosse un insetto fastidioso.
Difficile immaginare di peggio.
Il male assoluto.

«Troppa gente, vero?»
Manigoldo, appollaiato sulla mia spalla, emette un breve schiocco col suo becco.
L’odore di spezie e di ressa del mercato mi è quasi insopportabile, posso solo immaginare quanto possa sentirsi fuori posto il mio povero amico piumato.
Meglio fare presto, prima che gli partano i suoi famosissimi cinque minuti e che la situazione diventi completamente ingestibile.
Siamo qui solo per le provviste, un po’ di carne secca e magari qualche frutto, il necessario per una sessione di addestramento nel bosco.
Sento il mio arco premere contro la schiena, un peso familiare che oggi mi pare essere un tantino più pesante del solito.
Ho troppa voglia di farmi due tiri (in tutti i sensi, ma lasciamo perdere… Dev’essere l’umidità!)

Welderos è una città davvero molto particolare.
Cammino tra i suoi vicoli, facendomi strada come meglio posso in mezzo a tutto il suo frenetico via vai, ed ogni angolo pare regalarmi un brivido, quel brivido che solo un déjà-vu è capace di farti provare.
Non sono mai stato qui prima d’ora, lo giuro, eppure queste pietre sembrano sussurrarmi di ricordi lontani che non mi appartengono.
Sento l’eco di battaglie antiche tra questi palazzi, battaglie che non ho mai combattuto, insieme a storie di avventure dimenticate da tempo e che non sono mai state mie da raccontare.
Vedo ciò che rimane della torre centrale, un tempo baluardo del regno delle ombre, ora ridotta a poco più di un cumulo di macerie.
Pazzesco.

All’improvviso, tra la folla, noto un uomo.
Sembra muoversi nella mia direzione con passo deciso, il suo sguardo fisso su di me.
Provo a fare come se nulla fosse, magari è solo una mia impressione, e decido di scartare di lato, fingendomi interessato ad un banco di stoffe.
Niente, il tipo non molla.
Corregge la sua rotta e punta dritto verso di me.
Manigoldo gonfia le sue piume, giusto un istante prima di emettere un sibilo così minaccioso da sembrare quello di un serpente.
Mi fermo.
Una mano corre istintivamente alla corda del mio arco.

«Pace, arciere! Same side!» dice l’uomo fermandosi giusto ad un passo, e tenendo le mani alzate verso il cielo in un gesto distensivo. «Sei Ryoga, giusto? Ti stavo cercando.»

«Molto lieto di fare la sua conoscenza, signor…?»

«Diamoci del tu, ti prego. Devo già stare dietro a fin troppe formalità, poi finisce che mi viene il mal di testa. Comunque Volmer, il mio nome è Volmer, ed il piacere è tutto mio. Non volevo allarmarti, scusa se ti sono piombato addosso così.»

«Non preoccuparti, è solo che… dimmi, caro Volmer, a cosa devo l’onore di questa visita così inaspettata?»

«Sarò brevissimo, promesso. Sono un funzionario della città, ti porto un messaggio da parte del Consiglio.»

Questo tizio ha un aspetto davvero molto sbattuto.
Ha tutta l’aria solenne di chi passa mattino pomeriggio e sera a vivere sommerso da scartoffie ed incartamenti in vario assortimento.
Manigoldo però sembra essere di tutt’altro altro parere, e la sua voce nella mia testa per poco non mi piega in due.

«Guarda che begli occhietti che c’ha! Non è nemmeno mezzogiorno ed il bro sta già tutto bello messo. Perché non gli chiedi se vuole venire anche lui con noi a farsi “due tiri” nel boschetto?»

Condividere i miei pensieri con il mio famiglio.
Croce e delizia, per dirla a la Giuseppe Verdi.
Come se non ci fossero già abbastanza voci oltre la mia a tormentarmi di continuo la mente.

«Hahahahaha, ma sarai scemo? Magari si è solo fatto una bella e sana nuotata mattutina, no? Dai, piantala! Cerchiamo di non fare figure.»

Volmer poi mi porge una pergamena sigillata. «Ecco, questa è per te. Il consiglio spera vivamente che tu voglia accettare l’incarico. Leggila pure con calma. Se ti interessa, non devi fare altro che presentarti a mezzogiorno davanti ai cancelli del vecchio maniero nel quartiere dei rifugiati. Perdonami Ryoga, ma vado parecchio di fretta. A presto.»

Ricambio il saluto con solo un cenno del capo, d’altra parte “il bro” quasi non mi ha dato il tempo di aprire bocca.
Rimango ad osservarlo un po’ perplesso mentre rapidamente svanisce tra la calca del mercato.
Così com’era apparso, come se non fosse mai esistito davvero.

«Però, che tipo questo Volmer!» Sussurro con un accenno di sorriso, affidando la pergamena al mio gufo.

«Fulminato a dir poco!» risponde la palla di piume, mentre con una singola beccata disintegra senza pietà quell’elegante sigillo di cera.

In breve: esiste un vecchio maniero, un tempo locanda di prestigio, abbandonato da mesi e sospettato di essere infestato. La città necessita di chiarezza. In cambio del servizio, la proprietà dell’immobile verrà ceduta a chi risolverà il mistero. In calce spiccano le firme del consiglio: Valerius Malakor, Elara, Silas, Xilara, Lira e Theron Kealen.

Manigoldo ruota la testa di centottanta gradi, fissando il foglio. «Allora, Ryoga? Diventiamo locandieri?» sembra chiedermi con uno sguardo acuto ed un sottile filo di ironia.

Sbuffo, piegando la lettera. «Sinceramente, Manigoldo, fotte sega della locanda. Zero interesse a fare l’oste. (E detto tra noi… questa storia ha tutta l’aria di essere la trovata di un Dungeon Master alle prime armi, buttata lì con il solo ed unico scopo di mettere insieme una compagnia di disgraziati per dare inizio ad una campagna.) Ad ogni modo… questa città ci sta dando tanto, inclusa la possibilità di continuare i nostri studi. Dar loro una mano potrebbe essere un bel modo di dire grazie. Che dici, si va?»

«Daje. Vediamo però di non prendere delle inculate, mi raccomando…»

L’incontro.

Sul rintocco del mezzodì ci dirigiamo verso la zona est.
Il quartiere dei rifugiati è un labirinto impossibile di baracche e di panni stesi…

«Abitato da tre troie dall’aspetto molto chiacchierato, due cavalli simili a ronzini scassati, ed una imponente fiumana di terroni ululanti e raccolti davanti ad un murales di Diego Armando Maradona neanche fossimo nei quartieri spagnoli!»

«La ringrazio, Signor Manigoldo. Davvero non avrei saputo fare di meglio.»

«Servo vostro, Messer Ryoga! Ma la prego, continui pure… che questa storiella inizia a gasarmi!»

Dicevo…

Il quartiere dei rifugiati è un labirinto impossibile di baracche e di panni stesi, al cui centro svetta, cupo, il maniero.
Davanti al suo cancello (ci avrei scommesso) non sono solo.

Vuoi fare iniziare una campagna di Dungeons And Dragons?
Lascia che il Consiglio di Welderos metta insieme una squadraccia di disagiati affidando loro la prima folle quest che ti viene in mente.
Tutto il resto verrà da se.

E così, mentre il sole poco a poco si avvicina al suo zenit, è già tempo di presentazioni, di convenevoli, e di salamelecchi di ogni sorta.
Posso finalmente conoscere i miei nuovi alleati, i miei nuovi partner di sventura.

Violet Valerius, la nobile dama di questa giovane brigata.
Spada al fianco, scudo saldo, protetta “dal suo ferro” e dal suo cuore intrepido.
(Diego Montanari)

Joran Dax, un druido umano dall’anima selvaggia.
La sua armatura altro non è che un intreccio di foglie, ed il suo bastone sembra una solenne promessa di tante mazzate nel nome di Dio.
(Mattia Bragoli)

Sotto la luce di Selune cammina poi Toradol Silverstone.
Un nano delle colline dall’aspetto fiero, un chierico (si spera, visto che sarà lui a doverci curare) dalla spiccata bontà d’animo.
(Angelo Calza)

Un rullo di tamburi per Durias Martelfiato.
Un nano delle montagne con una cresta rosso fuoco degna di un punk rocker, un bardo dall’indole ribelle, dotato di una vasta ed impossibile collezione di strumenti musicali.
(Simone Rossi, per forza! è sempre quel fucking communist a fare i personaggi più fighi, non c’è un cazzo da fare!)

«Molto bene, molto bene! Il Consiglio sarà davvero lieto di sapere che tutti i membri della squadra selezionata abbiano deciso di accettare l’incarico. Sapete già tutto, non serve che io mi ripeta. Scoprite tutto ciò che potete. Al vostro ritorno mi troverete nel mio ufficio. Passate una buona giornata!»

Nemmeno il tempo di finire la frase, quel matto di Volmer si stava già allontanando mentre ancora masticava le ultime parole.
Chissà cosa cazzo c’avrà sempre da fare “il nostro bro” per essere perennemente così di fretta.

E niente, è proprio così che finisce questo episodio pilota.
Mi trovo con Violet, Joran, Toradol e Durias a fissare i sigilli del Consiglio posti su questa schifezza di cancello arrugginito.
Una scarpata delle sue e Durias demolisce quell’ammasso di ferraglia.
Il varco è aperto.
Siamo pronti a calpestare di tutto, dai ciottoli nascosti dall’erba cresciuta senza un controllo, alle infinite schiere di avversari che incontreremo nel nostro cammino.
Che la sorte ci sia amica!

Troppo chill.
Yours.
Ryoga e Manigoldo.

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