Swim with me into your blackest eyes.

“Drizzle!”
(Light rain falling in very fine drops.)

Per oggi la prima parola, pronunciata con solo un filo di voce spezzata.
Se stessi parlando con qualcuno dovrei fermarmi un secondo e schiarire la voce prima di dire qualcos’altro, ma l’ambientazione è completamente diversa.
Non è ancora mattina (non del tutto almeno) e non ho ancora finito il mio Earl Grey scelto come abbinamento a tre o quattro Galletti della Mulino Bianco.
Sono sul balcone con la tazza dell’Hellfire Club ancora fumante stretta nella mano destra, la bocca impastata, e con ancora indosso i vestiti della sera prima, in quanto fare le scale per raggiungere la zona notte ed andare a letto dopo una bella doccia erano tutti obiettivi difficilmente realizzabili qualche ora fa (e le tentazioni di quel divano nero così stiloso e di quella coperta, sottratta da casa dei miei una vita fa e lasciata nel contenitore della chaise longue proprio per occasioni come queste, mi sembravano una proposta troppo allettante per poter dire di no).
Questi nuvoloni sembrano promettermi che terranno a bada la mia allergia ancora per un po’.
Tiro su il cappuccio per proteggermi dal vento.
Ringrazio Odino per avermi fatto dono di un altro giorno di freddo.
La testa se ne va per i fatti suoi, la mia memoria sta cercando di riportare in superficie le esatte parole pronunciate da Samvise Gamgee giusto un attimo prima di lasciarsi la contea alle spalle.
Il suono di un portone poi rompe per sempre il silenzio neanche fosse stato una bolla al naso da cartone animato, e forse solo per puro istinto mi volto appena in tempo per vedere questo tipo mentre sta lasciando casa sua:
Scende un paio di gradini, si sistema lo zaino sulle spalle, dopodiché si fa il segno della croce (con tanto di bacetto sull’indice destro in chiusura).
Mi trattengo a fatica dal ridere, riuscendoci solo in parte, e me ne esco con un…
“Hai visto, Brunino? Evidentemente non sei la sola persona che sta per vivere una giornata particolare.”
So bene che a questo punto da me ti aspetteresti qualche battuta un po’ blasfema infamante il creatore o chi per esso, è solo che ci ho dovuto dare un taglio con tutte queste cose per evitare di correre rischi inutili:
Se continuo a tirare le bastie ad ogni occasione poi finisce che Tippe non mi fa più passare del tempo con Milena, e dall’esatto momento in cui la mia Potato ha messo i suoi occhietti blu dentro ai miei… Davvero non posso più nemmeno immaginare di vivere in un mondo dove lei non esiste.
Senza contare poi che sto già trovando molti modi alternativi per mettere a dura prova la pazienza della mia povera neo-mamma preferita.
Un esempio?
Ero alla guida della carrozza (spingevo il passeggino) durante una delle visite di Her Royal Majesty presso le aree verdi del Suo regno (quartieri Farnesiana e Baia del Re) e, senza essere capace di spostare lo sguardo da quel musino neanche fosse magnetico, mi sono messo a canticchiare per lei nel modo più dolce che posso: “♫Da quando ero un kid kid al parchetto c’ho bevuto questo e ho fatto quello♫” con tutti i toni ed i crismi di una vera e propria ninna nanna.
Immaginati la reazione di Tippe.
Anzi no, non farlo.

Do un ultimo sorso, rientro in casa, accendo il Mac (abbandonando la tazza un po’ dove capita), e pochi istanti dopo le mie dita si stanno già muovendo ritmicamente sopra ai tasti…

“Ci siamo!”
“Che vuoi dire?”
“Se faccio ancora un passo non sarò mai stato così lontano da casa mia…”
“Forza Sam!”

Avevo diciotto anni in quel diciassette aprile.
Sono passati diciotto anni da quel diciassette aprile.

Ci sono storie facilissime da raccontare, parole e frasi che sembra si scrivano da sole in maniera del tutto spontanea, come se avessero una vita propria.
Non parliamo di una di queste storie.
Ho provato diverse volte a raccontarla, ma davvero non ne sono mai stato capace.
Non lo farò nemmeno questa volta, non del tutto almeno.
Parliamo del giorno più bello della mia vita (fino a questo momento), e probabilmente ne sono ancora così tanto “geloso” da aver inconsciamente deciso che non ne parlerei con chiunque, che non ne scriverei qui sopra…
Che non ne parlerei proprio con nessuno.

Ad ogni modo conosciamo entrambi molto bene la prima parte di quella giornata, l’abbiamo vissuta insieme, e se oggi non prendessi qualche minuto per dedicarti un paio di righe me ne pentirei per il resto della vita.
So che non saranno mai all’altezza, e so anche che comunque non saranno mai abbastanza per dirti grazie… ma da qualche parte devo pure cominciare, giusto?

Questo post è per te, Mester.

Quindi com’è che è cominciata quella giornata perfetta, Brunino?
Scriverei che sembrava una mattina proprio come tutte le altre, ma lo farei solo per il cliché, perché stilisticamente molti racconti di questo genere iniziano proprio con queste parole.
Mentirei sapendo di mentire, ed oggi proprio non mi va di farlo.
Sapevo dal primo respiro (difficile a causa del polline, ma tant’è…) che “c’era qualcosa nell’aria”.
Due parole veloci a Donna Giuliana per avvisarla che non sarei andato a scuola (metti che) e pochi minuti dopo stavo già lasciando Via Lusardi con una chitarra ed un paio di biglietti “area extra-urbana” al posto della solita tracolla ridotta quasi in brandelli.
Destinazione Carpaneto City, ovviamente:
Come fai a startene dietro ad un banco quando Mester ti chiede di passare la mattina insieme?
Impossibile.
C’era quel capannone del Borle, quel posto che iniziava a distruggerti i timpani solamente al pensiero di volerci fare un paio di note lì dentro, ma a noi ce ne sbatteva il cazzo.
Scritte sui muri e condizioni “discutibili”, a noi piaceva così, e se ripenso a quanti ricordi ho costruito in quel posto quasi faccio fatica a crederci.
Una mattina intera passata a suonare, a ridere, e a dire cazzate come se nient’altro fuori da quelle quattro mura avesse più un senso di esistere, uno di quei rari momenti in cui ti accorgi di essere esattamente dove vorresti essere e con chi vorresti essere.
Punto.
Probabilmente mi sarebbe anche bastato così, e non lo dico tanto per.
Davvero non avevo la minima idea che quella mattinata sarebbe stata solo l’inizio di una giornata da “once in a lifetime”, da “allineamento dei pianeti”, da quel cazzo che ti pare.
Tornavo a casa sentendomi in cima al mondo, e nulla sarebbe stato mai capace di uccidere quel mood.

Diciotto anni dopo.
Per me vale ancora così.

Ogni momento che passiamo insieme è ancora uno di quei rari momenti in cui ti accorgi di essere esattamente dove vorresti essere e con chi vorresti essere.
Ti giuro, sempre.
Sei una di quelle poche persone al mondo che mi conosce per davvero, anche nei miei lati peggiori.
Sei una di quelle poche persone al mondo tra quelle capaci di spazzare via ogni mio disastro semplicemente guardandomi in faccia.

Non hai idea dell’effetto che hai su di me.

Grazie per essere ancora al mio fianco, grazie per non esserti ancora rotto il cazzo di me e per non avermi lasciato indietro.
Davvero non so come tu faccia a sopportarmi ancora dopo tutto questo tempo, ma sono troppo contento che tu ci riesca.
So di renderti la vita difficile anche solo quando ti propongo di suonare “In fondo al mar” dalla Sirenetta, “Sesto Senso” del 🐐, pezzi di gruppi Metal dimenticati da Dio e così cattivi da mettere timore a Belial in persona, o quando con la voce eseguo la parte degli archi ogni volta che suoniamo “A Thousand Miles” (♫tututu-tututu-tuu… And I need youuu♫) 😂
Quindi grazie per l’infinita pazienza.

Non sono una persona da smancerie a caso, nemmeno riesco a scrivere messaggi a nessuno (a meno che proprio non stia morendo dalla voglia di farlo), e so che da molti anni ormai è diventato parecchio difficile tirarmi fuori un “ti voglio bene” anche usando la tortura.
Ma per oggi fotte.
Ti voglio un bene che nemmeno ha un senso dirtelo.
Non so fin quanto durerà, ma ti prometto che da parte mia ce la metterò davvero tutta per fare in modo che sia un “per sempre”.

Lo so, stronzi, sono consapevole di non essere riuscito a distrarvi con questi racconti di una bromance.
Se state ancora aspettando di leggere il seguito della storia di quella giornata così perfetta, sappiate che resterete delusi.
Magari ci riproveremo tra altri diciotto anni, o forse chissà…
Ho sempre specificato “il giorno più bello della mia vita fino a questo momento”, e sono sempre stato parte di quelle persone con una curiosità quasi morbosa su tutto ciò che riguarda “il domani”.
Magari vivrò giorni anche migliori di questo, e quasi chiuderei questo racconto dicendovi che ci sono forse già andato vicino in qualche occasione ed in tempi recenti…

“Ora vorrei fare un esempio, ma se lo faccio viene giù tutto”.
[Max Allegri]
😉

BACCHeTTe come se piovesse.
Your Favorite Milk Delivery Boy.

I got wiring loose inside my head
I got books that I never ever read
I got secrets in my garden shed
I got a scar where all my urges bled
I got people underneath my bed
I got a place where all my dreams are dead
Swim with me into your blackest eyes.

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