Primo Tempo.
Capisco da subito che mi trovo davanti ad una scena in qualche modo già vissuta.
Ci sono completamente immerso e non credo che mi sveglierò nei prossimi minuti, ma una parte di me, forse ancora non abbastanza forte da, sta cercando di dirmi che dovrei ricordarmi esattamente come andrà a finire questa storia.
Probabilmente sta solo attendendo che gli eventi effettivamente seguano il loro corso.
Siamo seduti su un muretto di cemento, giusto da parte all’edificio dove ti ho vista per la prima volta, e ce la stiamo raccontando su.
Tu sembri rilassata, completamente a tuo agio, io sono un vero e proprio disastro.
Poche volte siamo rimasti davvero da soli, e questa è la prima volta che ci troviamo a parlare di noi senza che qualcuno ci stia tra i piedi.
Non riesco a parlare fluentemente, sono più concentrato sull’apparire il meno imbranato ed imbarazzato possibile, quindi mi accorgo che sto arrossendo (ma davvero?? tu non arrossisci mai, Brunino), e più cerco di fare qualcosa a riguardo e più sento che la situazione sta per sfuggirmi di mano.
E tu ovviamente te ne accorgi subito.
Mi osservi con uno sguardo divertito, fai quasi fatica a trattenerti dal ridere.
“Mi dici cosa ti prende? Che cos’hai?”
“Niente. Io… Non ho niente. È che ho un po’ fame.”
Apro lo zaino e mi metto a cercare nel suo interno con molta più attenzione del necessario, prendendo tempo, ed approfittandone per distogliere almeno per un attimo lo sguardo.
(È che ho un po’ fame? Ma come cazzo ti è venuto in mente di dare una risposta del genere, chiattone che non sei altro!)
“Eccola!”, detto quasi gridando, come se stessi stringendo tra le mani il tesoro più prezioso di sempre e non una semplice mela rossa.
Aspetta un secondo, io lo so che cos’è!
L’ambientazione non coincide, dovremmo essere su una spiaggia.
Non ci dovrebbero essere le luci del tramonto, ma dovrebbe essere già buio e ci dovrebbe essere un fuoco acceso a pochi passi da noi.
Poi sarebbe tutto proprio come in quell’episodio di Orange Road.
Orange Road, ovvero la versione “non censurata” dalla Mediaset nei primi anni novanta del mio cartone animato preferito da piccolo. Avevano deciso di renderlo adeguato ad un pubblico più giovane, spostandone l’attenzione sui poteri magici del protagonista e distogliendola dalla sua passione per la patatina, con tutto quello che ci va dietro.
Il risultato? Molti di voi lo conosceranno come “Johnny è quasi magia”, rivisto e (finalmente) capito una decina di anni fa, rimasto nel mio olimpo personale (forse più per affetto, ricordi, legame, che per altro), e raggiunto, solo in età adulta, da Attack On Titan.
Ok, due generi e due cose completamente diverse, ma credimi se ti dico che pochissime volte in vita mia mi sono trovato immerso in una storia così bella come quella immaginata da Hajime Isayama.
Ho una memoria a lungo termine davvero formidabile, ma non posso dire di avere dei ricordi così dettagliati di un periodo così lontano. Ad ogni modo, la donna che mi ha creato così male si è presa la premura di raccontarmi che effettivamente in quegli anni era proprio il mio cartone animato preferito, e che il mio cuoricino (oltre che per la mia famiglia, ramo Aceto incluso) allora batteva in parti eguali per Sabrina (Madoka in Orange Road), Miriana Trevisan di “Non è la Rai”, la “Fiorellaia” di Via Colombo, ed Elisa: ovvero una bimba conosciuta all’asilo e con la quale era nato un legame indissolubile (intendeva letteralmente: mi ha sempre raccontato che era impossibile anche solo tentare di mettere più di un metro tra noi due).
Il tutto contornato dall’amore più grande, ovviamente la musica.
Sempre presente, da quando aprivo gli occhi fino a quando mi addormentavo.
Se mi cercavi da qualche parte, era difficile non trovarmi ad armeggiare con qualche cassetta e con la radio gialla di mia madre, davanti lo schermo a guardare dei video di qualche concerto, facendo “air drumming” o cercando di colpire a ritmo qualsiasi cosa potesse avere un suono soddisfacente, oppure (ed ecco la cosa che più di tutte faceva incazzare quella santa donna, a detta sua per motivi di igiene) rubando il porta rotolo in bagno ed usandolo come un microfono, il tutto mentre vestivo i panni del leader dei Queen e deliziavo il mio pubblico immaginario.
“Aaaaaaaay-hooooo!!”
Ma torniamo a noi, ci siamo dimenticati di quei due poveri stronzi sul muretto (o sulla spiaggia, è lo stesso, come preferite!)
Do un morso alla mela ed inizio a masticare voracemente, come se avessi davvero fame, assaporandola come se fosse la cosa più buona del mondo. Poi, mentre ho la bocca ancora piena, ricomincio a parlare.
“Mmm, spero solo che il Brando l’abbia almeno sciacquata prima di darmela dietro. Prima o poi finirà per avvelenarmi! Se mi dovesse succedere qualcosa, dovresti davvero andare a cercare lui come primo indiziato. Me lo prometti?”
“Va bene, te lo prometto. Però scusami, ma chi è il Brando?”
“Non lo conosci? È uno chef stellato di fama internazionale. Gestisce il bar nel negozio dove lavoro. Ogni giorno c’è pieno di gente che si prende letteralmente a calci in culo per poter assaggiare i suoi piatti. Una vera e propria leggenda vivente nel mondo della ristorazione. Perdonami, mi stavo perdendo in cazzate. Io… Io ho solo questa mela. Ne vuoi un morso?”
So che stò per svegliarmi, questa in sottofondo penso sia “Belong Together” di Mark Ambor (RTL a volume appena percettibile è sempre accesa di notte, con il solo scopo di cullarmi e di alzare il fatturato di Enel Energia sulla mia pelle. Già, ci sono così sotto che ascolto musica anche quando dormo). Cerco di lottare e di rimanere aggrappato ancora per un po’ mentre lei… Lei ha una espressione indecifrabile. Sembra voler rifiutare, poi invece inizia a guardarmi con una espressione da furba e mi strappa la mela dalle mani. So cosa sta per fare, ma non so se farò in tempo a viverlo. Poi, senza dire una sola parola, inizia a mangiarla esattamente da dove avevo smesso io di farlo.
(Il soffitto di casa, un caldo illegale, volano madonne.)
“Davvero? Stronza e Maledetta? Ok che sei più giovane di me e di un po’, ma davvero mi concedi solo un bacio indiretto tipo scuola media?”
Sposto lo sguardo. Dovrebbe essere proprio lì accanto alla sezione imbarazzo della mia libreria sparsa per la sala. Fisso la mela rossa, probabilmente comprata nel duemilaemai da mia sorella e sicuramente da me sottratta senza consenso dalla casa dei nostri genitori
“Domani finisci nell’immondizia, sappilo!”
Mi alzo, prendo su del succo d’arancia, una Marlboro ed un accendino. Poi infilo un paio di scarpe e (dopo essermi sommariamente assicurato che il match tra i boxer e le sneakers fosse soddisfacente) me ne vado sul balcone a cercare di fare pace con il mondo.
Concedo al mio mindful moment di durare un po’ più a lungo del dovuto, poi un po’ per una voglia irresistibile di un’altra doccia, ed un po’ per non presentarmi sempre così male ogni volta che mi tocca il turno del mattino, decido di tornare in casa. Una sciacquata veloce, un rutto a pieni polmoni, ed eccomi pronto per cercare di dormire ancora un po’
Secondo Tempo.
Non conosco queste strade, non ho la più pallida idea di dove possano condurre.
Anche il “momento” mi è difficile da collocare nel tempo, e più mi guardo attorno e più tutto questo sembra assomigliare vagamente a come io mi immagino una città inglese nei primi anni del novecento.
Sto guardando il mio riflesso in una finestra lasciata aperta.
Non ho mai portato i capelli così lunghi e disordinati se non quando avevo quindici anni, e comunque quel colore se ne era andato subito dopo i miei primi anni di vita.
Figata gli occhi di due colori diversi! Per quel blu ci morirei, il castano invece mi sembra un paio di tonalità più chiaro del colore dei miei occhi. Il suo centro poi è quasi nero, è come se la pupilla si fosse eccessivamente dilatata.
Ho una lunga e vistosa cicatrice sullo zigomo sinistro di cui non ricordo assolutamente nulla.
Mi passo una mano sul viso e riconosco solo la fossetta sul lato sinistro, tutto il resto mi è sconosciuto, incluso il senso del tatto.
È come se fosse un’altra persona a toccarmi, questo non sono io.
Non sono così alto e così eccessivamente magro.
Non ho mai posseduto questa valigia in tweed, e non vedo perché ne dovrei avere una con su inciso un nome diverso dal mio.
(Thomas.)
In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.
Ha davvero importanza? Non ho mai avuto un buon rapporto con gli specchi. Fotte. (Ricomincia a camminare!) Ricomincio a camminare.
Sono uscito di casa pochi minuti fa, e nel casino che ho dentro questi quattro passi mi sono sembrati più lunghi di una maratona intera.
Non potevo più restare, non riuscivo più a rompere quel silenzio assordante.
Non puoi urlare in quel rumore se ti sei già fottuto la voce.
(Lo sai? Per un momento, anche solo per un attimo, io ci ho anche creduto. Ho aspettato il tuo arrivo anche se sapevo benissimo che non ci saremmo incrociati. Proprio io, io che ormai dovrei aver capito da un pezzo che starei solo bene se tu non tornassi mai.)
Mi tremano le mani, sta succedendo di nuovo.
La prima volta è stato bruttissimo, poi impari a viverci sopra, proprio come con ogni altra cosa.
E mi viene quasi da sorridere, anche se davvero non avrei proprio nessun motivo per farlo.
Osservo le mie braccia, mentre sento tutto il mio corpo cambiare velocemente.
Sempre più debole, sempre più scheletrico.
Sento la pelle tirare, contorcersi, avvizzire, fino a stendersi come fosse un velo, quasi trasparente, così sottile e così fragile, sulle mie ossa esposte per chiunque voglia godersi lo spettacolo.
Mi bruciano gli occhi, intendo letteralmente, è come se venissero consumati fino a distruggersi, e che l’odio che sento scorrere senza una fine, senza un argine, prenda il loro posto nelle orbite lasciate vuote.
Sento ogni vertebra muoversi per conto suo, è come se avessero una volontà propria ed indipendente dalla mia. Stanno disegnando la mia nuova struttura: curva, piegata in avanti, e decorata da tantissime spine.
Artigli affilati al posto delle dita.
Una lunga coda ossea.
(Sono… bellissimo.)
In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.
Quasi non mi accorgo dei due anziani che stanno passeggiando nella direzione opposta, sembra siano comparsi dal nulla. Farei ancora in tempo ad evitarli, e davvero dovrei farlo: nessuno dovrebbe vedermi in queste condizioni. (Ma le gambe non rispondono, nessun muscolo sembra intenzionato a farlo, sono solo uno spettatore, e…)
Thomas continua a camminare lungo il suo percorso senza una meta.
Ormai siamo più o meno alla stessa altezza, quindi ho avuto tutto il tempo necessario per essere pronto al peggio.
Lei alza il suo sguardo stanco posandolo sul mio viso, poco dopo mi riconosce e mi dona un sorriso dolcissimo. Lui invece si limita a sfiorare leggermente la tesa del suo cappello con un movimento molto elegante, un po’ old-fashioned se vuoi, ma perfettamente adeguato al luogo ed al tempo in cui questa storia assurda si sta svolgendo.
Capisco tutto.
Non riuscite a vedere il demone.
Siete troppo concentrati sul suo aspetto, sulla sua fossetta, sul suo arrossire, sulle sue espressioni dolci, sui suoi modi gentili, e sulla sua apparente sicurezza di se.
Tutto quel male passa in secondo piano.
Eppure il demone è proprio qui, davanti ai vostri occhi.
Stategli accanto abbastanza a lungo e forse capirete cosa intendo dire.
(E mi lascerai indietro.)
We have lingered in the chambers of the sea
By sea-girls wreathed with seaweed red and brown
Till human voices wake us, and we drown.
(Il soffitto di casa, un caldo illegale, sensazione di forte dolore dietro lo sterno.)
Niente paura. Conosco molto bene questi sintomi, ne soffro da quando sono nato. Le cause fondamentalmente sono due: Donna Giuliana (nonostante abbia avuto ben nove mesi ed una decina di giorni per fare un lavoro fatto come si conviene ad una madre) si è dimenticata di farmi dono di uno stomaco funzionante. Per completare l’opera, ho deciso da tempo di vivere una vita dissoluta, sregolata, e forse troppo viziosa.
(Poi bell’idea il succo d’arancia bello freddo prima di coricarti, vero? Fenomeno!)
Dai, bevo un sorso d’acqua (forse servirebbe quella santa, o meglio un po’ di quell’acqua della madonna benedetta almeno due volte da un prete possibilmente terrone… dicono sia più potente) ed una bustina di Gaviscon (così per aiutare la religione con anche un po’ di scienza)
“Hai mai provato con la camomilla al finocchio? Prenderesti due piccioni con una favazza sola. La camomilla ti aiuterebbe con il sonno, mentre il finocchio ti aiuterebbe con lo stomaco.”
“Questo l’hai imparato a medicina, oppure è tutta farina del tuo sacco? Così, per capire.”
“Io voglio solo aiutarti!”
“Davvero? A me sembra una di quelle ricette del dottor Pignacca. Ma dimmi un po’, tra i tuoi vari rimedi hai anche qualcosa che si addice ad un soggetto eterosessuale? Oppure devo aspettarmi che la prossima volta mi chiederai direttamente di buttartelo nel …?”
“Ammazzati!”
Però che trip! So benissimo che sarò comunque dannato, ma un sogno così me lo voglio ricordare. Entrambi i sogni in realtà.
Prendo il telefono ed inizio a scrivere un po’ di appunti, poi domani deciderò se davvero ne vale la pena di scriverci qualcosa o se lascerò perdere.
Un ultimo sguardo alla mela rossa per poi etichettare il file.
“Ne vuoi un morso?”
Titoli Di Coda.
Io ce lo avrei anche un titolo migliore.
Cancello “ne vuoi un morso?” e resto qualche secondo a fissare il cursore, proprio come sto facendo in questo momento.
It’s not a big deal, e comunque ho sempre cercato di proteggere con l’anonimato (quando possibile e quando aveva un senso farlo) la privacy e l’identità delle persone coinvolte nei racconti di queste storie. L’ho sempre trovato giusto, ed ho sempre dato più importanza agli avvenimenti in se piuttosto che ai protagonisti. Più facile immedesimarsi per chi legge.
In questo caso poi, è quasi impossibile che lui sia un lettore di queste pagine. Conosce a mala pena il mio nome, la mia fede calcistica e poche altre cose. (E lei invece?) Lei è una delle mie più affezionate lettrici, proprio per questo sono effettivamente un po’ indeciso.
Tuttavia credo ormai di aver già lanciato il sasso, e lei proprio non sopporta i teaser.
Stavamo mangiando assieme ad altre persone, ma erano tutti abbastanza assorbiti in altre conversazioni per notare questo episodio.
Prendevamo (giustamente) per il culo i Guns N’ Roses.
Lui finisce di mangiare il suo chicken burger, dopodiché alza gli occhi ed incrocia lo sguardo di lei.
Lei lo osserva con un’aria interrogativa.
“Le vuoi le mie patate?”
(Quasi mi strozzo) e lei:
“Davvero mi stai chiedendo se voglio le tue patate?”
Lui sembra non capire.
Escludendo gli occhi piccoli piccoli tipici di chi si è divertito alla grande la sera prima, aveva tutta l’aria di chi avrebbe volentieri risposto “ma cosa ho detto di sbagliato?”
Non gli ho mai detto che in quel momento ero davvero molto orgoglioso di lui, e che sarei stato pronto a passare il testimone assieme a tutta la conoscenza di anni ed anni di “disavventure del lattaio con l’innamoramento facile”, proprio come un Jedi farebbe con il suo Padawan.
Poi ci ho ragionato su ed ho deciso che non era il caso.
Lasciando per un attimo da parte il fatto che mi è sempre andato particolarmente a genio già da quando ho avuto la fortuna di scambiarci qualche parola per la prima volta, ho capito che sarebbe stato uno di quei casi in cui l’allievo ha già superato il maestro.
Facciamo due gare completamente diverse, non potrei mai competere.
E comunque, anche e soprattutto dopo una frase del genere, sono sicuro che il ragazzo avrà senz’altro una carriera brillante!
(Quanto a lei?) Beh, ovviamente a lei la sto ancora facendo pesare questa storia, e non penso che smetterò a breve.
Ogni volta che capita di mangiare insieme, prima o poi arriva sempre il momento giusto. Quel momento in cui la fisso negli occhi finché se ne accorge, per poi dirle (con il tono più amorevole e protettivo che posso)…
“Le vuoi le mie patate?”
Rinomino. Salvo. Chiudo.
Buonanotte? Buongiorno?
Davvero non saprei.
‘Mocc ‘a mammeta?
Sempre.
Your Favorite Milk Delivery Boy.
Scena Post Credit.
“Cosa fai il 18 sera?”
“Quest’anno è capitato di domenica, quindi sarò a giocare a Dungeons And Dragons.
“Capisco. Senti, ti va se facciamo colazione insieme?”
“Mi piacerebbe davvero tanto, è solo che devo lavorare.”
“Lavori di domenica? Il giorno del tuo compleanno?”
“A questo giro è andata così, pace. Beh, puoi sempre farti trovare alle 8 all’ingresso e fare colazione insieme a me all’Atlantic.”
“Anche no?”
“Riformulo: Se QUALCUNO volesse dimostrarmi qualcosa, allora si farebbe trovare alle 8 all’ingresso per fare colazione insieme a me.”
“Ci può stare, ma sicuramente non sarò IO quel QUALCUNO. Più facile che ti venga a trovare la sera a casa di Diego, magari vestita da demone, così forse darai un po’ di attenzioni anche a me!”
“Ma sei cretina?”
“Chiedilo a tua madre.”
“Cosa, se sei cretina tu? Oppure lei?”
“…”
(Deve ancora rispondere)