E poi c’è Cattelan, Bresh Bandicoot, e tutto l’Acquario di Genova.

Prefazione

Lo so, volendo mettere i puntini sulle i, sarebbe stato più corretto utilizzare il termine introduzione.
Vero che se tu potessi entrare nella mia testa ci sentiresti molte più voci oltre alla mia, come se più persone indossassero contemporaneamente i miei vestiti prendendosi il centro della scena a seconda di come cambia il vento, ma se non ricordo male non è mai l’autore di un testo a scrivere una prefazione.
Queste prime parole poi dovrebbero solo servire a spiegarti cosa troverai tra le righe che seguono, anche perché capisco che il mio iniziare a scrivere qualcosa con un titolo di questo tipo possa lasciarti perplesso.
No, non parlerò di mio fratello, nonostante la sua somiglianza con Cattelan sia (per me) innegabile ed ingrediente principale per preparare la ricetta del suo aspetto fisico (accompagnato da una generosa porzione di Scott Clifton, e da un pizzico di Lorenzo Fragola q.b.).
Parlerò di musica, come già faccio troppo spesso quando ci incontriamo fuori da queste pagine, e ti chiedo scusa se la cosa un po’ ti da noia.
Parlerò di musica, e lo farò un po’ perché trovo sia giusto farlo in questo periodo dell’anno, post Festival Della Canzone Italiana, ed un po’ perché avevo davvero tanta voglia di condividere con te un mio pensiero nato dopo essere inciampato in una frase pronunciata dalle labbra di quel gran figo di Alessandro Cattelan.
Ma arriviamoci con calma.
Ti prometto che, se avrai la voglia di passare qualche minuto qui con me, ti sarà tutto molto più chiaro.

In cauda venenum.
(Tua madre è quello che è)

Ok, questa è a tutti gli effetti sempre una introduzione e mai una prefazione (che te devo di?).
È solo che tra i due termini preferisco di gran lunga il secondo, e poi non sono sicuro che avrei usato proprio queste parole se avessi deciso di tornare indietro a correggere.
Quindi bene così, dai.
(Forse.)
(Fotte.)

Prologo

Quindi ho deciso di aspettare che si calmassero le acque.
Ho atteso pazientemente che tutti i vari post sull’argomento, che per giorni hanno giustamente intasato i nostri feed, iniziassero a dissolversi poco a poco prima di mettermi a scrivere.
Resta da chiudere solamente la questione Eurovision, quindi direi che ci siamo.
Perché Sanremo è Sanremo, lo è stato anche se l’ho seguito un po’ così, a spizzichi e bocconi, sfruttando la pazienza infinita della signorina Simona Tiano.
Non la conosci?
Figlia di Anna Pepe, omonima della baddie tra le più baddie dai capelli rosa come la codeine (non ci è dato sapere se dopo aver fumato anche lei si senta una Winx). Un’anima dannata come la mia, costretta a sopportarmi scontando la sua pena al mio fianco in quella latteria portuale di Via Conciliazione angolo Via Calciati.
Giornate troppo lunghe di un periodo troppo intenso.
Soluzione?
Saltando le due serate centrali dove avevo altro da fare, per la prima serata, per quella delle cover, e per la finale, ho fatto ampio uso del suo preciso e puntuale servizio sveglia telefonica.
Tanto sapevo benissimo che l’avrebbe seguito tutte le sere e nella sua interezza; ben due terzi dei suoi pesci preferiti tra quelli presenti nel suo Acquario di Genova ideale si dovevano esibire per la gioia del suo cuoricino, delle sue orecchie, e (perché no) dei suoi occhi… Parliamo di Andrea Emanuele Brasi (in arte Bresh), e di Federico Olivieri (in arte Olly).
Vero, mancava all’appello Andrea De Filippi (in arte Alfa), ma si sa mai che “qualcuno” poi lo vada a trovare quest’estate quando si esibirà a Piacenza.
Questo servizio sveglia telefonica ha fatto in modo che io non mi perdessi per nessun motivo nessuna tra le esibizioni dei miei artisti preferiti in gara, che oltre a quelle dei due sopracitati pesci made in Genova (uno invasato con il Grifone e l’atro con il cuore Doriano), comprendeva quelle di Giorgia (per me la miglior voce femminile nella storia della musica italiana), di Rkomi (confesso, una delle mie penne preferite… poi dai, come cazzo si fa a non volergli bene con quelle orecchie lì e con quel sorrisetto da coglione che non capisci mai se ti stia prendendo per il culo o no) e di Rose Villain (ti amo Rose, lo sai, inutile aggiungere altro… si ‘na pret!)
Davvero un bel gesto, peccato che poi se ne sia dovuta sicuramente pentire.
Perché?
Ovvio: anziché ringraziarla, è stata costantemente presa per il culo sia per il suo ipotetico essere una fangirl, e sia per il suo spiccato interesse mostrato verso la biologia marina.
Come?
Chiedendole se fosse svenuta al cospetto della prestanza fisica di Olly, se avesse tenuto a portata di mano il Prep (famoso rimedio e fonte di sollievo da ogni tipo di irritazione, arrossamento ed “infuocamento”, if you know what I mean), o se fosse stata proprio lei la povera disgraziata ad aver gridato “Vai Andreaaa!” giusto un istante prima che Bresh iniziasse a cantare (nonostante sapessi benissimo che la povera malcapitata fosse sul divano di casa sua e con il telefono a tiro per svegliarmi ad intervalli regolari, e che io la stessi costringendo a leggere un sacco di stronzate scritte da quel cretino di un lattaio).

Primo (ed ultimo) Capitolo

Una bella settantacinquesima edizione, non mi sento di dire altro.
Oltre a “quelle cinque canzoni là”, tra il dormi-veglia, ho avuto occasione di scoprire tante cose per me nuove e di ascoltare musica interessante, quindi bene così. Soddisfatto.
Soddisfatto così come pure del risultato, Olly per me si merita solo cose belle, nonostante il mio cuore (clamorosamente di parte), in segreto facesse il tifo per Bresh.
Chiedo scusa, ma ne sono completamente rapito da sempre e per sempre. Va così.
Ad ogni modo è da quei giorni la che di tanto in tanto in riproduzione sulle mie AirPods ci finiscono sia “La Tana Del Granchio” che “Balorda Nostalgia”.
La cosa non dovrebbe stupirti.
La cosa non stupisce neanche me.
Tutto come da copione, così come lo sono state tutte le cose che abbiamo letto nei giorni successivi.
Non voglio riportare niente, non mi interessa farlo.
Chiudo solo la questione dicendoti che penso sia parecchio difficile scrivere una canzone trattando per l’ennesima volta dello stesso argomento riuscendo poi a non risultare banale. E farlo con quella R poi, con il coraggio di inserire la parola “tiritera” nel testo sapendo benissimo che l’avresti pronunciata così…
Bravo Olly (che te devo di?)
Già mi garbavi, adesso hai un nuovo fan.

C’è una cosa però, una sola, che non è che non mi sia andata giù, ma che un po’ di amaro in bocca me l’ha lasciato.
Leggo qualche post qua e la, poi inciampo in una frase che pare abbia detto Cattelan durante una intervista:

“è salutare non capire i gusti o le canzoni dei figli. Altrimenti vuol dire che non sei cresciuto: mentalmente sei rimasto alla loro età.”

Presa, metabolizzata, e poi portata altrove, allargando anche un po’ il suo significato assecondando l’interpretazione che la mia mente gli ha voluto dare.

Ho sempre pensato che discutere di gusti musicali abbia poco senso, altrimenti non credo che useremmo proprio la parola “gusti” (duh?), ad ogni modo ci sono alcune cose, alcuni comportamenti, che vanno un filo oltre, che proprio non sono mai riuscito a comprendere e che forse mai capirò.
Non voglio sembrarti aggressivo, tutt’altro, e se un po’ mi conosci sai bene che non sono così.
Non sono mai stato il tipo di persona che guarda tutti gli altri dall’alto, convinto di essere nella ragione mentre il resto del mondo si sta sbagliando.
Al limite mi chiedo se quello sbagliato sia proprio io.
Al limite mi faccio qualche domanda in più.
Faccio davvero troppa fatica a comprendere il mondo delle “cariatidi” (tono volutamente scherzoso).
Parlo del mondo di tutti quegli ascoltatori un po’ attempati e con atteggiamenti da grandi esperti di musica, ma con pochissima, se non nulla, cultura musicale alle spalle.
Li riconosci perché utilizzano quasi sempre frasi ed espressioni a la “non esce un disco interessante da Led Zeppelin II” oppure “la musica di oggi è solo merda, non riesco ad ascoltare nulla”.
Faccio davvero troppa fatica a comprendere il mondo degli “intellettuali”.
Parlo di tutti quegli ascoltatori che magari una cultura musicale ce l’hanno pure, anche se spesso limitata, ma che si rifiutano di ascoltare qualsiasi cosa che per il loro palato così raffinato non sia abbastanza ricca di note “ricercate”, “virtuose” oppure “eleganti”, a seconda dei loro parametri e dei loro generi di riferimento.
Faccio davvero troppa fatica a comprendere il mondo dei “pischelletti”.
Parlo del mondo di quei giovani ascoltatori capaci di ascoltare un genere ed uno soltanto e poi basta così, disprezzando tutto il resto a prescindere che si tratti di musica di oggi o del passato.
Ascoltano esclusivamente “quello che ascoltano tutti gli altri in questo momento” in maniera completamente miope, incapaci di guardare un passo oltre al proprio recinto (e mi fermo qui per non cedere a facili ironie, che poi finisce che faccio incazzare pure loro assieme alle cariatidi ed agli intellettuali 😉).
Faccio davvero troppa fatica a comprendere anche il mondo di tutti quegli ascoltatori, appartenenti a qualsiasi generazione, privi di ogni tipo di curiosità, di stimoli a conoscere cose nuove o di voglia di capire quelle del passato, ma convinti di aver la verità in tasca e di aver già capito tutto il gioco.
Mi spiace, ma sono tutte cose che sento troppo lontane da me.
Per me non dovrebbe essere una cosa così allucinante trovare nella libreria musicale di un ragazzino anche i primi dischi di David Bowie, e non dovrebbe lasciare così tanto di stucco quando un batterista quindicenne si mette a re-interpretare in chiave punk rock “a la Travis Barker” un disco uscito stamattina.
Perché?
Perché trovo che ascoltare musica del passato abbia tutto un sapore diverso, e perché trovo che per un giovane musicista immergersi nei dischi ascoltati dalle generazioni precedenti sia un’occasione da non perdere per imparare lezioni importanti, per ampliare il proprio vocabolario, mettendo poi tutto in pratica quando scrive le sue cose pur esprimendosi con un linguaggio più attuale.
Figata.
Per me non dovrebbe essere una cosa così allucinante trovare nella libreria musicale di un adulto anche dischi di artisti appartenenti alle nuove generazioni, e non dovrebbe lasciare così tanto di stucco quando un genitore comprende e sa apprezzare anche la musica che ascolta suo figlio.
Altro che mentalmente rimasto indietro.
Perché?
Perché trovo che seguire la costante evoluzione della musica sia una cosa troppo affascinante per perdersela, per rimanere indietro.
La curiosità dovrebbe sempre essere soddisfatta, e la fame di cultura musicale dovrebbe sempre essere alimentata.
Ve lo posso giurare, a scartare musica “per partito preso”, senza prima conoscerla o aver cercato di capirla, non si fa un bell’affare.
Rischi di perderti cose davvero molto belle.
Poi è chiaro: ci saranno cose che ti piaceranno tantissimo, altre che ti piaceranno decisamente meno, altre che troverai quasi insopportabili. Quelli sono gusti, anche io ho i miei, ma disprezzare senza conoscere ha davvero poco senso.
In trentasei anni non ho ancora trovato niente di più bello della musica, non porti limiti inutili.
I Metallica continuano a suonare nonostante abbiano l’età dei miei genitori, e lo fanno con la stessa attitude e gioia di quei quattro ragazzi che nel 1981 hanno iniziato a cambiare per sempre le sorti di un movimento intero.
Aspetto le follie sperimentali di geni come Steven Wilson, spero con tutto il cuore in un nuovo disco dei Knuckle Puck che possa darmi altri motivi per continuare a respirare, e non vedo l’ora di ascoltare il disco d’esordio di Latrelle in quanto penso abbia un suono ed un flow entrambi proiettati verso strade nuove.
Benedico le piattaforme digitali, avere accesso a qualsiasi cosa in qualsiasi momento è il potere più grande che mi sia mai stato dato, allo stesso tempo adoro ascoltare e collezionare dischi. Sul mio giradischi ci finiscono sia vinili di Bresh, del Goat, o di Izi così come quelli dei Porcupine Tree, degli Explosions In The Sky, dei primi Black Sabbath, o dei fab four…

(Angelo, terrone che non sei altro, non stavo parlando della formazione guidata dal fiero Capitan Bottego, e della quale ti sei auto-diagnosticato un quarto posto. Parlavo dei Beatles, hai presente? Ok che volendovi immaginare così… il ruolo di Paul McCartney, che “gasa tantissimo” 😂, saprei già a chi assegnarlo, e so che quasi sicuramente saresti anche d’accordo con me. Ma te lo immagini un Ringo Starr così abbronzato? Non avrebbe mai potuto funzionare ❤️)

Non sei costretto a schierarti, non devi scegliere una fazione piuttosto che un’altra.
Non ci sono fazioni.
È proprio questo il bello.

Epilogo

Non lo so nemmeno io “se i miti della Grecia sono tutta verità”, ed alla Marvel ho sempre preferito la DC Comics fosse anche solo per Batman, ma ad ogni modo… grazie bresholino per aver scritto un disco davvero così bello.
Bro, con il suo accento, direbbe “se mi avessero chiesto di giocarmi un coglione, mi sarei giocato pure l’altro” che mi sarei ri-ascoltato tutto “Che Io Ci Aiuti”, e non ci ho provato nemmeno per un attimo a resistere.
Ora, se ti riesce, immaginatelo un brunino in giro con le cuffie e con un felpone della Billabong con le maniche bucherellate (un po’ dal coniglio che viveva con lui ed un po’ da alcune vecchie e cattive abitudini).
Immaginatelo mentre arriva all’ultima canzone, No Heroes, con la consapevolezza che stia per ascoltare uno dei suoi pezzi preferiti ed un po’ stia anche per farsi del male.
Immaginati le scosse lungo la sua spina dorsale, così come nelle sue braccia e nelle sue gambe, ad ogni “oh, eh-hooo”.
Immaginati un sorriso ed i suoi occhi gonfi da qualche lacrima trattenuta, mentre con le labbra ne segue tutto il testo… a memoria tipo come una bizzoca reciterebbe tutto il credo la domenica a messa.
Grazie ancora, bresholino, per avermi ispirato a scrivere queste cose…

“La musica non ha fazioni e non porta la gonna”

‘Mocc.
Your Favorite Milk Delivery Boy.



Ay Papi, Que Rico!

Il Canto Di Pungolo.

Conosci il mondo dell’ ASMR?
No, aspetta… Frena! Non correre a testa bassa verso conclusioni affrettate.
Ok, senza dubbio i miei pensieri avrebbero bisogno di una bella ristrutturazione fatta a modo, e sicuramente dovrei fare un bel po’ di lavoro sulla mia salute mentale.
Molto probabilmente poi, in una situazione come questa, anche l’aiuto esperto di “uno bravo” andrebbe davvero preso in considerazione.
(E fin qui…)
Ad ogni modo non mi ci vedo tanto ad esserci sotto con tutta quella roba lì, con tutti quei suoni e tutti quei rumori piacevoli di cui la gente si serve per curare i propri stati d’ansia.
(Forse?)
Non so se hai presente, ma parliamo tipo di voci che sussurrano parole appena percepibili, capito? Di superfici ed oggetti sfiorati con le unghie, di cose così insomma…

Come il canto di un rasoio di sicurezza?
(Non ti seguo. Dove vuoi portarmi?)
Dai, faccio un passo indietro di qualche anno e te la spiego.
(Maronn!)

Ho sempre odiato radermi, te lo giuro è una cosa che ho sempre detestato con tutto me stesso.
Non una bella idea? Concordo, vista anche la pettinatura che madre natura mi ha imposto fin da giovanissimo, e con questo look poi… che richiede una notevole familiarità con le lame.
(Cosa?)
Serviva una soluzione, ed una in grado di conquistare il cuore e la mente, entrambi così complicati, di questo povero lattaio (spennato come un pollo post skincare italo-mauriziana praticata da Sir Giovanni in persona).
Ho puntato tutto sulla mia curiosità verso le cose del passato, sul mio inesauribile animo nerd, e su quel poco che rimane tra i rimasugli del mio lato “over-sensitive”.
Il risultato?
Questo: è da qualche anno che, quando è possibile farlo, prendo del tempo per me stesso e mi concedo il piacere della rasatura con metodo tradizionale.

Quindi in giorni come questi va più o meno così, e lascio agire la crema pre-barba mentre preparo le mie armi.
La scelta del rasoio è uno dei momenti più importanti di tutto questo rito, ed oggi tocca a Pungolo (rasoio di sicurezza proudly made by Edwin Jagger, davvero molto old-school), mentre Narsil (shavette obviously made by Parker, con un manico in legno bello per sempre) e Goat (moderna interpretazione di Gillette e Razer con cui ho voluto omaggiare Antonio Hueber da Padova 😉) se ne stanno in tribuna a guardare.
Prelevo con un pennello un po’ di sapone ed inizio a montarlo in una ciotola, mentre respiro lentamente e lascio che questi profumi mi calmino e mi rilassino fino in fondo.
Non c’è fretta, prendo tutto il tempo che mi serve.
E mi insapono il viso gustandomi il momento, da vero esemplare di maschio alfa mai stato in vita mia, mentre già sto ridendo di me un po’ per la situazione ed un po’ per le espressioni che sto facendo o che sto per iniziare a fare.
Una delle pochissime cose che faccio senza musica, pazzesco vero? Proprio io che, come ormai già saprai, lascio anche solo un sottofondo appena appena percettibile durante le notte.
Non in questa situazione invece. Qui esigo religioso silenzio.
Mi garba che anche i suoni tipici di questo gesto senza tempo facciano parte di questa esperienza, senza di loro non sarebbe la stessa cosa.
E poi senti come canta Pungolo stamattina!
Difficile trovarti un suono simile o anche solo paragonabile a quello prodotto da una lama singola mentre lavora sulla tua barba.
Altro che ASMR, me ne sto proprio andando da un’altra parte, e tu quoque sembri finalmente sbiadire ed allontanarti piano piano dal centro della scena che ho in testa (sempre e tutti i giorni… più o meno da quando ho scoperto che esisti. Ma oggi tu non c’entri un cazzo).

Qualche goccia di sangue appena sopra le labbra.

(dai, ma che cazzo, fai attenzione! Va bene tutto, Ok staccare, ma occhio che con questa roba ti puoi fare male sul serio.)
Di riflesso, quasi senza pensarci, e con un gesto “parecchio sexy” 😂, ci passo la lingua sopra.
(Bell’idea! Ammira come le note ferrose del sangue già stanno iniziando una danza con questo trionfo di sapone dai toni legnosi.)
Ma non si bestemmia, no no, nemmeno un moccolo piccolo piccolo.
Mi fisso allo specchio, e poi con la barba fatta per metà (neanche fossi Gianmarco Tamberi) me ne esco con un…

Ay Papi, Que Rico!

Non credo di essere stato contagiato.
La sua passione per le donne provenienti dal mondo latino ormai non solo è leggenda, ma è anche da considerarsi come un abito di sartoria fatto su misura per questo bellissimo classe ’99 dai lineamenti a metà tra il terrone ed il nord-africano.
Ma la padronanza della lingua italiana?
Dobbiamo parlarne?
No, meglio di no.

Il punto è che non so come chiedergli scusa, e che non so come dirgli grazie.
Forse perché non so quale delle due cose dovrei davvero fare.
Nessuno dovrebbe vedermi in uno di quei momenti e nessuno dovrebbe ascoltare quelle cose.
Lui meno ancora degli altri.

Proprio lui che dopo averti scritto che gli manchi (e con 🐐 in riproduzione) esige la tua posizione per poi raggiungerti… con due Redbull per aiutarti ad affrontare quei kilometri, e con due cazzate e due racconti per passare qualche minuto insieme.
Lui che ti apre la porta di casa in accappatoio dicendoti “perdona il pesce in mano”, e poi guardando preoccupato il tuo viso segnato dalla febbre, prima si scusa per non avere della Tachipirina, ed a seguire te ne passa una appena appena fatta su presentandotela come medicina alternativa.
Lui che in condizioni discutibili (come anche le tue del resto) ti abbraccia dopo averti detto una stronzata pazzesca, e poi rimane qualche istante con te prima a fissare il punto esatto della ringhiera dove avrebbe dovuto ancora trovarsi quel posacenere, e poi a ridere per essere entrambi così messi male al punto da non accorgersi nemmeno di aver fatto il danno (Meli, perdonaci se puoi).
Lui che… Ti fa capire che Umberto Bossi in fondo sui terroni aveva ragione, soprattutto su quelli con un accento così illegale.
“Nord, centro, sud. Realtà differenti, con problemi differenti. Solo uno stato federale è in grado di dare risposte vere al paese. Con la Lega il paese rinasce.” 😅

Devo mettere qualcosa su questo taglio.
Brucia davvero un casino.

Conosci il mondo dell’ ASMR?
Ma Vaffanculo.
Your Favorite Milk Delivery Boy.

Further Down The Spiral / Just The Way You Are

Further Down The Spiral.

Stessa fossetta sul lato sinistro del viso.
Così simile a me.
Così completamente un’altra cosa.
Giuro, non lo posso vedere.

Occhiaie profonde, di quelle che di solito vedi disegnate in faccia a chi non sa cosa voglia dire dormire.
Sembra quasi non lo faccia mai, sembra quasi non ne sia capace.

E se ne sta con le spalle appoggiate al muro in fondo alla stanza, cappuccio tirato su, sulla sua testa rasata, a nascondergli parzialmente quei lineamenti che conosco molto bene.
Espressione divertita, da coglione, stampata su quella faccia e come dipinta da qualche demone come lui, la stessa faccia che vedo ogni volta mentre passo davanti ad una superficie in grado di riflettere le immagini.
Braccia conserte, incrociate sul petto, ma non penso affatto sia un atteggiamento di auto-difesa.

Come se potessi difendermi da lui, poi.

Parla molto lentamente, scandendo bene le parole e prendendosi diverse pause nel loro rincorrersi.
Come per dargli il giusto peso, come se studiasse a fondo la situazione per poi colpire, forte e velocemente, dove più fa male.
Ti porta al limite, ti distrugge, ti lascia quasi morto in terra senza poi farlo per davvero.
Perché alla fine ti lascia andare, rimanendo ad osservarti visibilmente compiaciuto di ciò che ti ha appena fatto, mentre tu prendi a fatica una boccata d’aria divorandotela come fosse il tuo primo respiro dopo un lungo coma.

Poi non lo vedi per qualche tempo, e le cose ricominciano a girare.
Metti insieme i pezzi, provi a capire cosa fartene di quelli irrimediabilmente rotti, di quelli che non sembrano più appartenere da nessuna parte, e riparti come meglio puoi.

Di base sto bene, so come stare a galla.
So godermi i bei momenti che ho la fortuna di vivere.
Chiaro, certi danni non li puoi riparare velocemente, e molte cose di me sono ora completamente diverse rispetto al disegno originale.
La chiamo misantropia, solo per sembrare un po’ più forte, ma la definizione del termine ha poco a che spartire con la situazione vera e propria.
Devo mantenere un po’ di distanza tra me e le persone che ho / vorrei avere intorno.
Devo farlo per proteggere entrambe le parti.
Difficile che io ti cerchi, che ti chiami o che ti scriva, tranne in casi limite in cui proprio sento che lo devo fare.
Prendo nomi costantemente anche dal mio cerchio più stretto per questo motivo.
Ma non posso farci nulla.
Non sono tanto capace di ricevere affetto o gentilezze, specialmente dalle persone che davvero mi piacciono un sacco.
Mi sale il magone, non te lo so spiegare.
So di correre il rischio di far credere che non me ne freghi un cazzo, ma non conosco altro modo.
Ripeto.
Devo mantenere un po’ di distanza tra me e le persone che ho / vorrei avere intorno.
Devo farlo per proteggere entrambe le parti.
Ma posso giurartelo: riconosco la sensazione di quando mi sento bene, di quando mi sento vivo, e so quando sono esattamente dove voglio – quando voglio – con chi voglio.
Magari non te lo faccio intuire (a meno che tu non sia Mester, ma qualcuno che riesca a leggerti e a sfotterti con le sue uscite a la “hai ancora la luce negli occhi quando suoni questa roba”, beh doveva pure esserci! 😉), ma capisco perfettamente quando sono in una situazione in cui sto costruendo dei ricordi bellissimi, so apprezzare il momento fino in fondo, respirandolo a pieni polmoni, per poi portarlo con me sotto la pelle.
Per sempre.

Perché comunque prima o poi so che lui tornerà.
Inevitabile.
Si ricomincerà da capo, ed una decina di anni non sono stati uno spazio di tempo sufficiente per capire come tenergli testa.
E lo vedrò nuovamente mentre se ne starà con le spalle appoggiate al muro in fondo alla stanza, cappuccio tirato su, sulla sua testa rasata, a nascondergli parzialmente quei lineamenti che conosco molto bene.
Espressione divertita, da coglione, stampata su quella faccia e come dipinta da qualche demone come lui, la stessa faccia che vedo ogni volta mentre passo davanti ad una superficie in grado di riflettere le immagini.
Braccia conserte, incrociate sul petto, ma non penso affatto sia un atteggiamento di auto-difesa.

Come se potessi difendermi da lui, poi.

“La faresti una cosa per me?”
“Cosa vuoi?”
“Potresti chiedere a tutto di smettere di girare così veloce? Voglio prenderti a pugni.”
“Cosa c’è che non va? Ste cose ti sono sempre piaciute fin da quando eri un pischelletto. Ti ha preso male?”
“Non sto bene. Sembra che il cuore stia battendo fortissimo ma completamente a caso, come fosse scollegato. Sento bruciare in maniera diffusa tutto il torace e non riesco a muovere le braccia. Sto facendo fatica anche solo a parlarti, è come se avessi la lingua gonfia e non fossi più capace di produrre saliva.”
“Piantala, fai ridere. Tra un po’ ti scende ed è tutto a posto.”
“No, sono serio. C’è qualcosa che non va. Via Taverna non è così lontana, forse dovrei chiedere aiuto.”
“Sarei quasi tentato di lasciartelo fare, fosse anche solo per sentire cosa racconteresti ai dottori. Sarebbe divertente.”
“Perché non ti ammazzi?”
“Ti piacerebbe, vero?? La prossima volta prova a chiedere questo mentre esprimi un desiderio con l’ultima Marlboro capovolta nel pacchetto. Se non altro non ti sentiresti costretto a buttarla in caciara con la storia del Superenalotto. Era per coprire un momento over-sensitive, oppure l’hai fatto solo per mantenere intatta la tua reputazione da brutto e cattivo anche con loro?
“L’hai detto davvero?”
“Devo rispondere o facciamo come se?”
“Facciamo come se… Dai, guarda che cazzo di faccia che ho. Come faccio a farmi vedere così?”
“Che problemi ti fai? Hai uno stomaco che fa schifo, ti basta dire che non hai dormito per colpa sua, come già fai spesso. Facile no?”
“Giusto. Facile. Così facile.”

Stessa fossetta sul lato sinistro del viso.
Così simile a me.
Così completamente un’altra cosa.
Giuro, non lo posso vedere.

Just The Way You Are.

Ehi, Ciao!
è da un sacco che non ti scrivo, non sono nemmeno sicuro di averlo fatto mai.
Forse sarebbe stato più adeguato cominciare con un “è da un sacco che non scrivo di te da queste parti”, ma ormai ho iniziato a muovere velocemente le dita sui tasti, ed ho paura che se tornassi indietro, se non scrivessi queste cose di getto, probabilmente lascerei perdere.
Lascio tutto a metà, sospeso tra un racconto ed una lettera aperta che con ogni probabilità non leggerai mai.
Ma fotte.
Come stai?
No, direi di no… non me ne frega proprio un cazzo.
Coincidenza, è stata solo una connessione tra una canzone che ho ri-ascoltato ed un nostro ricordo.
Si tratta del tuo Brunetto Mars.

L’ altro giorno ero al Toys con una mia amica, doveva sostituire un regalo per la sua nipotina, e stavamo girando tra i vari corridoi e scaffali in cerca di qualcosa… più precisamente: lei in cerca di ispirazione per scegliere un articolo, ed io in cerca di ispirazione per violentare al meglio che potevo con le mie barre la canzone che riempiva l’aria in tutto il negozio.
Primi tentativi parecchio goffi, alcuni quasi banali, ma sentivo che poco a poco stavo riuscendo a raggiungere lo scopo.
Poi l’illuminazione, giusto in chiusura della prima metà del ritornello, ed ho sganciato una punchline così forte che siamo quasi entrambi morti sul posto.
Vorrei riportarla qui, ed un po’ mi spiace non poterlo davvero fare, ma ti giuro che è stata de-vas-tan-te, ci siamo abbracciati mentre non riuscivamo a smettere di ridere, e mentre tutte le persone presenti ci guardavano come fossimo due alieni.

Camminavo da solo, musica come sempre, ed ho deciso di ri-ascoltarla per ridermela un po’, consapevole di avere un trascorso con questa canzone, consapevole che avrei rischiato di ricordarmi di te…

“Resta il fatto che ha davvero un fisico pazzesco. Non lo puoi negare.”
“Sì, ho capito. Ma di queste cose dovresti parlarne con la tua cerchia, non con me.”
“Ma sul serio sei geloso di un attore? Ce la fai?”
“Lascia stare per un attimo che sono geloso anche se è un attore, ma mettiti nei miei panni. Come faccio a sentirti starnazzare su quanto ti piacciano quelle braccia quando non entrerei in una palestra nemmeno da morto??”
“Bruno, è un cazzo di vampiro, anzi è un attore che sta interpretando un cazzo di vampiro… ed anche così e così a dirtela proprio tutta. Lui se ne sta in un film, tu sei qui seduto da parte a me.”
“Ok. Ma perché allora stai con me se ti piacciono i tipi così?”
“Oh, Madonna Santa! Ma fai sul serio?”
“Sì, faccio sul serio.”

“Pensa se mi facessi scopare da lui…”
“Brava, accomodati! Intanto ti dico due cose. La prima: stasera ci giochi da sola. E a seguire: fossi in te comincerei ad incamminarmi, che stasera torni a casa a piedi. Sta stronza!”

“Sto con te perché quando vedo il tuo viso non c’è una cosa che cambierei… Perché sei fantastico così come sei!”
“hahahahahahaha! Tre quarti d’ora per rispondere e poi te ne esci con Bruno Mars??”
“Ma daiii! hahahahahahaha. Potevi fare finta di niente e prenderla come una mia frase carina! Non rovinare sempre tutto”
“Allora potevi scegliere qualcosa di più ricercato. Sto pezzo è ovunque!”
“Come se avesse fatto qualche differenza. Potevo scegliere una B-Side di un pezzo inculato dei Cure che tanto mi avresti beccata comunque… Però le penso davvero le parole contenute in quella frase. Posso giurartelo, e so che ci credi anche se fai così.”

Davvero, è molto bello poterti ricordare senza che faccia male, e noi di male ce ne siamo fatti quanto basta.
Probabilmente è grazie a questo momento.
Sto vivendo cose bellissime, sto da Dio.
Oggi mi sento invincibile, per adesso ho isolato il demone, e mi sento leggerissimo.
C’è un cielo illegale, sembra quasi dipinto, non sono sicuro di riuscire a descrivertelo con le parole che conosco…

è come se non fosse ne giorno – ne notte.

Ora però basta, ti sei presa una buona dose di parole, righe e tempo.
Dovrei solo chiederti scusa, ed in realtà dovrei farlo anche con la mia amica del Toys.
Perché non credo che vi lascerò contendere questa canzone nei miei ricordi.
Niente di personale, è solo che questa frase non la ricordavo mica.

Non è proprio così, è sempre stata lì, e forse sarebbe più giusto dire che ho capito solo adesso il suo vero significato.

“… e quando tu sorridi, il mondo intero si ferma e resta a guardare per un po’.”

Perdonatemi se l’ho presa e se l’ho portata completamente da un’altra parte.

E se su sta cosa ci sto ridendo da solo già da qualche minuto ormai.

…finché in giro non diventa casa e la notte non diventa alba.

‘Mocc
Your Favorite Milk Delivery Boy.

/ˈmjuːzæk/2024

No, non è il mio “Replay ’24”.
Le informazioni riguardanti i miei ascolti e (soprattutto) il numero di riproduzioni sono troppo confidenziali, “intime e personali” se preferisci.
Non le condividerei con chiunque.
Tra le righe che seguono troverai la classifica dei miei dischi preferiti, tutti usciti rigorosamente nel 2024.
Si rispetta una mia antica tradizione portata avanti fino al 2019, sospesa durante gli anni in cui avevo deciso di vivere senza nessun social, glissata a fine 2023 dopo essere tornato (mettere in classifica progetti a cui avevo lavorato mi sembrava troppo), ripresa quindi quest’anno… adesso e qui.
Solita formula: massimo dieci dischi, e cinque tra ep e singoli.
Non uno di più.

Consapevole: sembra stilata da una persona con evidenti disturbi di personalità, questo lo capisco.
Non mi devo giustificare e ne lo sto facendo adesso.
Nel tempo non sono mai cambiato, la musica resta la peggiore delle mie dipendenze, e divoro dischi da trentasei anni a questa parte tutto il giorno – tutti i giorni.
I generi, così come l’ieri – oggi – domani, con me hanno poco significato.
Considero la musica come la più bella tra le forme d’arte, distesa in un unico presente, in continuo movimento e divenire.
Rimanere “bloccato” in spazi di tempo o in categorie non fa per me, preferisco lasciarmi guidare dagli stati d’animo, da quello che sento, e da ciò di cui ho bisogno appena un istante prima di premere play.

Quindi non rompete il cazzo al prossimo, ascoltate di più e parlate di meno! 😜

Ok, Basta!
Eccola…

LP

  1. 👑 – Queen I (2024 ed.)
    [Queen]
  2. 🪞 – I Want To Disappear
    [The Story So Far]
  3. 🐐 – Going Hard III
    [Tony Boy]
  4. 🍍 – It Leads To This
    [The Pineapple Thief]
  5. 🏆 – State Champs
    [State Champs]
  6. 💀Containers
    [Night Skinny]
  7. 😈 – Tutti I Nomi Del Diavolo
    [Kid Yugi]
  8. 👻 – With You In Spirit
    [Balance And Composure]
  9. 💪🏻 – To Dream Of Something Wicked
    [Mat Kerekes]
  10. 🕯️ – Māyā
    [Mace]

EP / Single

  1. 🏒 – On All Cylinders
    [Knuckle Puck]
  2. 🌅 – Ante Meridiem
    [Latrelle]
  3. ❤️ – Can You Feel The Love Tonight
    [Simple Plan]
  4. 🚀 – In Qualche Modo
    [Astro]
  5. 🪩 – No Hard Feelings
    [The Chainsmokers]

Un caro saluto a quelle bucchinare, disgraziate e disoneste, delle vostre madri.
‘mocc.
Your Favorite Milk Delivery Boy.

A.: “Sai già cosa sto per chiederti.”

B.: “Ma non mi dire. Aspetta, fammi indovinare… Vuoi rifare la parte di basso.”

A.: “Dai, posso fare di meglio. So che lo pensi anche tu.”

B.: “Si può sempre fare meglio, ma a me suona anche così. Un po’ maleducata.”

A.: “Possiamo rifarla?”

B.: “Sei Serio? Che sbatti!”

A.: “Dai, ti prego… Solo un altro paio di take, promesso.”

B.: “♫ puzzo d’eeerbaaa come un chilo d’eeerbaaa woo oow! ♫”

A.: “Bene, mi fa piacere, immagino tu stia meglio con lo stomaco. Chi è, il tuo amico Tony?”

B.: “Effettivamente sto molto meglio, grazie! No, non è Tony, è un pezzo dei Beatles, sta su Sgt. Pepper’s eccetera.”

A.: “Simpatico il lattaio. Dovresti riascoltartelo quel disco, vista la quantità di merda che è finita nella tua libreria musicale!”

B.: “Touche! Stamattina ho messo su qualche pezzo dei Porcupine Tree da In Absentia. È abbastanza per il tuo palato raffinato?”

A.: “Gne Gne Gne!”

B.: “Grazie per l’interesse comunque.”

A.: “Quando vuoi. In realtà non me ne frega davvero un cazzo, basta che rifacciamo il basso.”

B.: “Eccolo! Apprezzo l’onesta.”

A.: “Te lo devo succhiare?”

B.: “Anche no. Facciamo così. Questa settimana lavoro al pomeriggio. Una mattina di queste, tranne giovedì che devo scrivere per la sessione di D&D, passa in Via Carli. Facciamo colazione, diamo una riascoltata generale, ed EVENTUALMENTE rifacciamo le tracce. Non ho ancora cambiato le corde al Precision, puoi usarlo… EVENTUALMENTE.”

A.: “Grazie Brunino Mio! Ti voglio bene, davvero!”

B.: “Eh… Tua Madre!”

A.: “Cosa?”

B.: “TUA MADRE!”

A.: “Si, ho sentito! Non capisco cosa c’entri mia madre.”

B.: “Sei un po’ lentino oggi? Vuoi che te lo dica davvero, o facciamo come se?”

A.: “Facciamo come se. Meglio.”

B.: “Bravo, ottima scelta! Comunque al cioccolato, se c’è. Altrimenti fai tu.”

A.: “Ti ho perso…”

B.: “La brioche. Per me al cioccolato, grazie.”

A.: “Ma nemmeno se la ingoi tutta in un solo boccone!”

B.: “Oh, come sei dolce! Spero tu stia sempre parlando della brioche.”

A.: “Ti lascio libero di interpretare. Un po’ come la storia di mia madre.”

B.: “Devo andare. Ci sentiamo più tardi.”

A.: “Ok. Venerdì mattina può andare?”

B.: “Perfetto, non vedo l’ora. Sarò quello con il pigiama della Juve e le calze con i draghetti.”

A.: “Ma P***o D*o!”

B.: “Buona giornata, cutie pie!”

🖤

Coraggio Liquido. (quasi) Un anno dopo.

Postdatato, confesso, ma mai avrei creduto che il mercoledì sera potesse trovarmi in quelle condizioni. 
Con le ossa rotte e con forti dolori alquanto preoccupanti.
Ieri parlavamo lingue diverse, non potevi essermi d’aiuto, e comunque il mio pessimo umore ha solo reso le cose più difficili. Non sentirti in colpa, davvero non avresti potuto farci niente.
Una di quelle giornate da cancellare, che non meriterebbero di essere vissute, anche se forse non è stato proprio tutto da buttare via.
Sopravvissuto nelle vesti del lattaio come meglio si poteva, cercando di aggrapparmi a due o tre cose che sembravano essere state messe lì dall’Immacolata in persona con l’unico scopo di dare una schiarita alla mia giornata. 
Vero, forse potevo evitare di scrivere al Cavaliere Nero quando mi hanno chiesto il latte sardo, ma non potevo andare avanti a rifornire con il dubbio che sti due fenomeni me li avesse mandati proprio lui. 
Poi “da Rozzano fino a Massafra” passando per il magazzino di Via Conciliazione, c’erano due cretini che se la sono risa un sacco immaginandosi una versione cantata dal Bro (leggasi con accento siciliano… marcato… marcatissimo, Dio non sai quanto!) di un pezzo di Night Skinny, Kid Yugi, Paky. 
Perché?
Perché una volta assodato che “Rolex fa ta-ta-ta”, non puoi accontentarti di “Stronzo, senti come pompa il sub!” se prima non ti sei immaginato Angelo smistare bancali mentre delizia il suo pubblico con la sua “divido brodi, divido dadi, divido sughi nei vasetti”.

Se hai capito queste parole: molto bene.
Se non hai capito queste parole: sti cazzi!
Nemmeno io martedì sera ho capito la partita della Vecchia Signora contro il temibile VfB Stuttgart.
Ma una cosa, con il tempo, l’ho capita. E anche molto bene:

Brunino caro, non metterti a scrivere quando sei di un umore di merda.

Doveva essere una storia sulle mie dipendenze, sui miei lati d’ombra, conditi con un po’ di gusti musicali che magari non ti aspetti da me. 

Ho detto che non ne parlerai oggi. Rispetta la regola.

La cosa divertente è che non sempre ho rispettato questa regola (ma va?), e che forse la cosa più bella che ho scritto in tempi recenti nasceva proprio in un periodo non molto diverso da questo.
Liquid Bravery il suo titolo, quasi un anno di vita, la cosa che più mi rende orgoglioso e che più detesto allo stesso tempo tra quelle uscite “dalla mia penna”.
Non che fosse scritta così tanto bene, e non che me ne stia vantando (se un pochino mi conosci, sai che non lo faccio mai), ma leggere tutto quell’insieme di carinerie alla sua fine un po’ mi ha fatto sorridere e pensare.
Forse (forse) un lato umano di questo demone esiste ancora, seppellito e chissà quanto nelle profondità. 
Fa sempre ridere quando lo vedo riaffiorare, nonostante tutte le volte poi io finisca per pentirmene.

Le righe che seguono fanno proprio parte di quel post, datato 20 Dicembre 2023.
Se non hai voglia di immergerti nuovamente in quelle storie, puoi anche fermarti qui. 
Se non sai di che cosa sto parlando, o se vuoi vedere l’effetto che ti fa a distanza di un po’ di tempo, resta ancora qualche minuto con me. 
Se ti va, ovviamente.

Liquid Bravery
20 Dicembre 2023

Avrei tanto voluto essere padre.
No, non sto scherzando. E nemmeno sto lasciando volutamente una frase così a caso, sfiorando quello che in futuro sarà il mio più grande rimpianto, per poi passare a scrivere di tutt’altro. 
Mi è solo venuto di fare così.
Ti starai chiedendo “e adesso come ne esci?” 
Facile, ricomincio da capo e te la completo. 

Avrei tanto voluto essere il padre di questa espressione, la trovo magnifica. Vuoi per il forte legame con il Wizarding World della Rowling, vuoi per la mia “dipendenza” dall’alcool, vuoi per quello che ti pare, ma per me è davvero così.
Viene da una conversazione su whatsapp con una mia amica, nota insegnante di inglese, e con spiccate capacità nel preparare piatti di carne. Ammesso che tu abbia una masticazione così forte da combattere una consistenza così “tenace”, ma questa è tutta un’altra storia.
Le scrivo che avrei avuto tanto bisogno di lei. Ero ancora in negozio a fine turno e mi chiamano dall’assistenza clienti per un piccolo problema con una ragazza che non conosceva una parola di Italiano. Credevo davvero che sarei stato capace di tirare fuori il mio miglior inglese, e davvero speravo che andasse proprio così, ma se stai sperando di leggere una disavventura del lattaio con l’innamoramento facile sappi che resterai molto deluso.
Vuoi che avevo troppe persone intorno e che quel posto iniziava a sembrarmi decisamente troppo affollato, vuoi che mi stavo sentendo decisamente troppo al centro dell’attenzione, e ancora una volta: vuoi per quello che ti pare, ma non sono stato per niente all’altezza della situazione. 
Lei mi scrive di non capire, io le rispondo che ci ho capito anche meno.
Non sono il tipo di persona che si vanta di cose a caso, tutt’altro, ma non mento se dico di conoscere particolarmente bene l’inglese e che praticamente mai mi trovo in difficoltà nel doverlo comprendere, leggere, scrivere o parlare.
Mi giustifico dicendo che probabilmente non ero abbastanza ubriaco per poterlo parlare fluentemente, e lei mi risponde così:

“Sì, effettivamente il coraggio liquido aiuta molto a volte”.

Poesia.

Ora il punto della questione è che queste righe non possono diventare uno spot sull’alcool, un po’ perché penso sia troppo pericoloso raccontarti di quanto io trovi tutto molto più facile quando alzo il gomito, quando certi “blocchi” vengono superati o momentaneamente ingannati, e un po’ perché in realtà avevo voglia di allargare il discorso, portarti da un’altra parte, e di tirare in ballo anche altri rimedi per altre questioni.

Non gira bene, non va bene proprio per un cazzo, ma stamattina mentre andavo a lavorare mi sono detto “sai cosa c’è? Vai in culo” ed ho cercato su Apple Music proprio questa canzone, battezzandola come la prima della giornata. 
È con me da molti anni, da quando, in un momento imprecisato a metà dei 90s, mia nonna mi accompagnò da “Non solo musica”, negozio di dischi che se ne stava verso la fine di Via Roma a Portici, e spese trentamila lire per regalarmi Jazz dei Queen (1978).
Se ti dovesse capitare di ascoltarlo, troverai alla traccia numero dodici “Don’t stop me now”.
Anche Brian May in persona, che inizialmente detestava quella canzone a causa di tutte le cose che stava combinando Freddie Mercury in quegli anni, si è dovuto arrendere alla sua bellezza, alla capacità di farti sentire un po’ più vivo che è rimasta intatta nei decenni in quelle note. 

Freddo da dio, cappuccio tirato su, cuffie, una Marlboro. Non riuscivo a smettere di sorridere mentre me la canticchiavo a memoria, sentendomi invincibile, sulla cima del mondo, per tutti i suoi tre minuti e ventinove secondi. Guarda come ti trovo il coraggio di affrontare una giornata che non vorrei affrontare, mentre non avrei voglia di fare assolutamente nulla.

Non chiedermi cosa c’è che non va. Non rispondermi “non ci credo” se ti dico “tutto ok” mentre la mia faccia dice altro. Non tentare ad indovinare quando ti dico “ok per un cazzo, ma discorso chiuso e parliamo di altro”.
Primo: non ti interessa per davvero. E secondo: ho sempre mal sopportato chi mi vomita addosso tutte le sue cose nella speranza di ottenere chissà quale beneficio, non vedo perché dovrei farti subire lo stesso trattamento.
YOUR SUFFERING IS NOT UNIQUE.
E così sia!
So bene come cercare di risolvere i miei guai, o comunque come cercare di non apparire troppo musone o di non fartelo pesare nei giorni “più neri”. Ho il coraggio liquido, ho i rimedi della nonna, e va bene così

Vuoi davvero essermi d’aiuto?

Sto bene quando mi venite a prendere alla stazione e vi trovo sul binario con un cartello con su il mio nome in stile “aeroporto”.
Sto bene quando senza nessun motivo inizi a cantare “tú y yo a la fiesta, tú y yo toda la noche” facendomi spaccare dalle risate.
Sto bene quando, vestito da studente di Durmstrang, interpreti l’ingresso nella sala grande di Viktor Krum, sottolineando la strabiliante somiglianza fisica tra te e lui.
Sto bene quando guardiamo Amici dopo aver pranzato insieme, prendendo in giro tutto e tutti e commentando come due critici musicali di grande esperienza.
Sto bene quando chiami “sto dinosauro” la renna luminosa comprata dalla tua dolce metà per rendere più natalizio il tuo balcone già illuminato peggio di Parigi di notte.
Sto bene quando mi abbracci e mi prendi in giro con il tuo “sarà mica colpa della figlia del fornaio, vero?”.
Sto bene quando ridi alle mie minacce di “scavalcare il bancone se lo rifà un’altra volta” dopo che la barista ha passato la lingua sul brillantino che ha su un dente, con quella faccia da schiaffi poi, Madonna Santa.
Sto bene quando mi sorridi e mi canti canzoni in napoletano per addolcirmi le mattinate.
Sto bene quando cerchiamo di decidere se è stato più pesante il tuo due di picche preso dal ferroviere, o il mio aver mal interpretato le intenzioni della ricciolina che non voleva “un assaggio del milk delivery boy with a small toy”, ma solo non si sa cosa.
Sto bene quando suoniamo insieme del punk-rock e quando non riusciamo a beccare lo stacco ska di “Silvia Saint”senza ridere come due idioti.
Sto bene quando vieni da me, quando “assecondi” il mio debole per i film sci-fi ed io “assecondo” il tuo trovarmi un figo e finiamo sotto le lenzuola.
Sto bene quando finiamo insieme il turno e passiamo due minuti a parlare di calcio e di stronzate per poi ridere insieme del mio aver quasi acceso una sigaretta mentre ancora non ero uscito dal negozio.

Sì, sono tutte persone diverse, avvenimenti più o meno recenti che hanno salvato la situazione senza essere troppo invadenti. Sembrava una bella idea mentre la stavo scrivendo, ora decisamente meno, ma va bene così. Almeno ho chiuso l’argomento in maniera diversa dal solito.
No, la cosa non comprende l’insulto finale tipico delle cose che scrivo, è solo che ieri sera il Napoli ha preso le sberle dal Frosinone e non vorrei urtare la sensibilità di nessuno usando la lingua dei partenopei.

Quindi “italianizzo”…
Quella grande cessa di tua madre.
Ok, può andare.
Buona Serata.
Your favorite milk delivery boy.

Maila

Nella notte in cui fu tradito, egli prese il pane, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli, e disse: Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi.

No, non sono ancora andato giù di testa (non del tutto almeno), oggi non ho nemmeno fumato (per ora), e nemmeno sto assecondando i desideri di Tippe che vorrebbe facessi pace con il Signore. 
Ho un file su notes in continuo divenire, nominato Shall We Play A Game? in onore di un famoso film Sci-fi del 1983 che porto nel cuore, ed il suo contenuto lo conoscono bene solo mio fratello ed un’altra persona presente tra i miei lettori più affezionati. 
Alcune frasi al suo interno davvero non possono essere rese pubbliche, a meno che, ovviamente, non si desideri fare esplodere delle bombe dalla capacità distruttiva decisamente importante. 
Una di queste frasi prende ispirazione dalla preghiera eucaristica in apertura di questo post, ma come immaginate è stata presa e portata da un’altra parte, assumendo così un significato completamente diverso dall’originale.
Non ho mai avuto l’intenzione di premere il detonatore (ok, un po’ di tentazione forse la sento, ma è ancora abbastanza sopportabile) piuttosto mi garbava l’idea che tu, iniziando a leggere le prime righe, pensassi che lo stessi facendo davvero. 
Voglio dedicarti questo post. 
Un po’ perché so che queste storie ti mancheranno, ed un po’ perché mi hai sempre spronato a scriverne di più. 
O forse è solo un modo di ringraziarti per la tua infinita pazienza, e per esserci sempre nonostante ti abbia sempre detto che sono fatto male e che considerarmi un tuo amico non ti faccia proprio bene. 
Spero di essere all’altezza delle tue aspettative oggi pome.

Ragiono ancora per “anno scolastico” nonostante abbia vissuto il mio ultimo giorno di liceo diciassette anni fa (per decenza sto escludendo il mio unico e fittizio anno di università alla statale di Milano. Anche mettendomi di impegno, non credo che riuscirò mai a superare la dissolutezza di quel periodo. Vergüenza!) e per quest’anno ne ho già messe un po’ di cose in agenda, prima tra tutte un nuovo disco. 
Poi giovedì sera con i Leviosi inizieremo la seconda stagione della nostra campagna, quindi mi immagino che il tempo da ritagliare per scrivere un po’ sarà tutto per Anakis, Aüle, Olivier, e per le loro disavventure. 
Non penso che scriverò da queste parti, almeno per un po’, ma senza dubbio questa sarà l’ultima volta che mi sentirete parlare di lei.

È stata una bella mazzata, giuro, di quelle pesanti come solo altre due volte in vita mia (2007, 2014) ma la frase, proprio come tutte le altre, necessitava comunque di un punto subito dopo l’ultima parola, dopo la sua fine, e considero oggi come il primo giorno in cui ne sono fuori. 

Testa sgombra, tu non ci sei.

Non penso comunque “di restituirti” le tue canzoni. Almeno non tutte 😉.
Sei riuscita a farmi ascoltare, ed in certi casi anche a farmi apprezzare, cose prima lontanissime da me, quindi tutto sommato…
grazie?
Ne esco con una cultura musicale ancora più ampia (Anakis, non ridere! Stai zitta, e continua a leggere) e per uno come me, che respira e si nutre di musica, non è cosa da poco.

Ora, archiviato tutto sto casino, e con il cuore del sottoscritto decisamente molto più leggero, penso sia giunto il momento che vi mettiate belli comodi comodi e che “vi pigliate” questa bella stronzata che sto per raccontarvi!

Perché da quando ho iniziato a parlarvi un po’ di lei, che sia tra le pagine di questo blog, o di persona in pochissimi casi, ha collezionato tutta una serie di soprannomi invidiabile dal signore dei nove inferi in persona.
Cose del tipo “la figlia del fornaio”, o più semplicemente “la duemilaetrè” (accento lasciato volutamente), il più colorito “la toy-girl del milkboy“, il più estroso “la sciacquetta invasata con la trap”, e sicuramente, rileggendo più avanti, mi pentirò della decenza con cui ne sto lasciando indietro più di qualcuno.
Uno però… è stato davvero troppo divertente vederglielo assegnare.

Maila.

C’è stato più di qualche collega che ormai aveva deciso così.
Non importa se, in questi quasi diciassette anni di Via Conciliazione, di disastri sul lavoro non ne ho quasi mai combinati (Aüle, non ridere! Stai zitto, e continua a leggere), per alcuni di loro doveva essere per forza del negozio. 
Facilissimo: c’è solo una duemilatre in zona. È la Maila.
Inizialmente ci avevo anche provato a farli ragionare, con cose del tipo:
“Ragazzi, ma scusate un attimo… Al netto che sull’argomento sono da sempre stato molto riservato, ma se davvero avessi voluto nascondere una cosa così, non pensate che sia stato molto stupido da parte mia l’aver sempre detto a chiunque di trovare la Maila davvero molto carina, e che sia per distacco la più bella tra le nostre colleghe?”
Poi ho iniziato a trovare la cosa davvero molto divertente, ed infine ci ho buttato sopra un bel carico.
Compri una Cinquecento Dolcevita.
Vuoi non chiamarla Maila? 😂
“Perché l’hai chiamata proprio così?”
E mentre ti rispondevo “Perché lo trovo parecchio elegante, ed anche un po’ originale. Conosco solo una persona che porta quel nome”
In realtà pensavo “tanto per cominciare, per divertirmi! Ed in secondo luogo, per darti esattamente quello che vuoi, per alimentare il tuo fuoco con una bella tanica di benzina”.

Chiedo scusa alla categoria, ma di bariste anche basta.
Ho fatto crescere per un bel po’ il fatturato del Tuxedo, e potrei dire la stessa cosa per quanto riguarda il Museum (dove con un martini bianco e coca servito con amaretti e pezzi di cioccolato fondente ho anche fatto una proposta di matrimonio… immaginate la risposta!)

I Had My Share!

“Comunque, se posso permettermi, il tuo problema non sono solo le bariste”
“Cosa vorresti dire, mamma?”
“Sai già cosa voglio dire. Prima c’era quella con la piuma tatuata sul collo, lavorava da Feltrinelli, te la ricordi, sì? E come ti piacevano dischi e libri in quel periodo! Poi è stato il turno della farmacista, lì ti sei fatto venire il mal di gola, il reflusso, gli attacchi di panico, la pressione, e pure ‘e riscenzielli. Ce la siamo dimenticata la farmacista? Quell’altra mezza squinternata che ti teneva al telefono due tre ore al giorno una decina di anni fa? Come si chiamava? E quella che ti ha quasi preso a schiaffi in sala prove dopo aver scoperto la scappatella con la tipa di Milano? Te la sei fatta a piedi da Via Primo Maggio sotto il sole e con le Converse ai piedi, o mi sbaglio? E questo è solo per iniziare a sfiorare l’argomento…”
“Ho capito mamma, basta così!”
“No, tu non hai capito proprio un cazzo, figlio mio. Tu ti innamori troppo facilmente e soprattutto troppo spesso, dai retta a me. Devi metterti la testa a posto e comportarti come si deve!”
“Sai che non succederà mai.”
“Succede, succede. Ricordati queste parole: io sarò al tuo matrimonio, e quando sentirai ridere dalle panche alle tue spalle, non voltarti neanche. Già sai che quella sarò io!”
“Ok, mamma. Poi vediamo”

Una Fiat Cinquecento Dolcevita dicevamo, giusto? Bianca, tetto panoramico in vetro (così puoi farle vedere le stelle… scusa mamma, ti prego scusami!) e soprattutto: bella per sempre! Non potevo chiamarla con nessun altro nome se non Maila, c’ha proprio il musetto da Maila. 
Presa, ovviamente, da Auto-Mar, il regno di Mester (my favorite drummer and my favorite human being) e ritirata, ovviamente, con (rullo di tamburi, anche se rombo di Cuono sarebbe più adeguato) mio padre, seguendo un rituale deciso nei minimi particolari qualche giorno prima.
“Allora ripassiamo. Facciamo così. Ti vengo a prendere fuori la stazione ed andiamo da Mester, sbrighiamo la faccenda, poi tu guidi per primo la Mailazza, ed io ti riporto la Caterina fino in Via Lusardi, dove ti riconsegnerò le chiavi… Poi brindiamo con mamma, sorella, e fratello, e poi me ne vado. Dovrebbe funzionare!”

Superstizione?

Il giusto dai!
Mi piace definirmi un figlio della lupa con il cuore sabaudo, ma il sangue che scorre nelle mie vene è comunque il sangue di un terrone, e qualcosa dovevo pur prendere da quel ramo, quindi ho scelto per una buona dose di gelosia, e giusto per un piccolo assaggio di superstizione.
Ora non aspettatevi che sia uno da gesti scaramantici gratuiti, Volto Sacro Di Gesù Proteggimi Tu, corni, ferri di cavallo, cazzi e mazzi. 
Piuttosto sono uno che “non ci credo, però un pochino male non fa… e se anche non mi parli della partita prima che effettivamente venga giocata, non è che proprio mi dispiace, ecco.”
No, non sto cercando di giustificarmi per averti “trattata male” sabato, se volessi farlo ti direi che ti avevo avvisata per tempo.
“Sicura che vuoi passare da me per un saluto? Ho fumato un po’, so che poi ti da fastidio come parlo quando lo faccio”.
“Sì, sì, tranquillo. Sto arrivando!”

Ma poi…
“Va be, dai. È solo l’Empoli”
“Eh, no, eh? Dai, ma p***a ma***na! Non ti ci mettere anche tu, che già ci sono quei due stronzi che me la tirano tutte le volte. Strano che oggi non mi abbiano detto niente. Vuoi ridere? Dopo due settimane e un po’ che mangiavo solo Teneroni, ieri ci siamo incrociati e mi ha salutato con un Figa, i Campioni D’Italia! ti rendi conto? Che infame!”

“Ok, Ok, scusa, non ne parliamo più, tocca il cancello, tocca quello che vuoi, e facciamo finta di niente” 

Dai, per oggi può bastare così.

Ci siamo ragazzi, siamo ai saluti!
Come sempre, grazie per il tempo speso a leggere le mie fregnacce. 
Non lo do per scontato.
Come vi dicevo all’inizio, immagino non ci saranno altri aggiornamenti nel futuro imminente.
Cercate di non sentire troppo la mia mancanza.
Nel caso, il disco che sto apprezzando davvero tanto in questo periodo è l’ultimo dei The Story So Far, si intitola I Want To Disappear
Se proprio sentite un sacco la mia mancanza come “scrittore”, allora dategli un giro, che merita!
E non lamentatevi: a me e a Sir. Giovanni è toccato Tony Boy, quindi a voi sta andando di lusso!
😂
Grande Tony!

Alla prossima.
‘Mocc!
Your Favorite Milk Delivery Boy.

Ma Che Film Ti Fai?

Primo Tempo.

Capisco da subito che mi trovo davanti ad una scena in qualche modo già vissuta. 
Ci sono completamente immerso e non credo che mi sveglierò nei prossimi minuti, ma una parte di me, forse ancora non abbastanza forte da, sta cercando di dirmi che dovrei ricordarmi esattamente come andrà a finire questa storia. 
Probabilmente sta solo attendendo che gli eventi effettivamente seguano il loro corso.

Siamo seduti su un muretto di cemento, giusto da parte all’edificio dove ti ho vista per la prima volta, e ce la stiamo raccontando su. 
Tu sembri rilassata, completamente a tuo agio, io sono un vero e proprio disastro. 
Poche volte siamo rimasti davvero da soli, e questa è la prima volta che ci troviamo a parlare di noi senza che qualcuno ci stia tra i piedi. 
Non riesco a parlare fluentemente, sono più concentrato sull’apparire il meno imbranato ed imbarazzato possibile, quindi mi accorgo che sto arrossendo (ma davvero?? tu non arrossisci mai, Brunino), e più cerco di fare qualcosa a riguardo e più sento che la situazione sta per sfuggirmi di mano.
E tu ovviamente te ne accorgi subito. 
Mi osservi con uno sguardo divertito, fai quasi fatica a trattenerti dal ridere. 
“Mi dici cosa ti prende? Che cos’hai?”
“Niente. Io… Non ho niente. È che ho un po’ fame.”

Apro lo zaino e mi metto a cercare nel suo interno con molta più attenzione del necessario, prendendo tempo, ed approfittandone per distogliere almeno per un attimo lo sguardo.
(È che ho un po’ fame? Ma come cazzo ti è venuto in mente di dare una risposta del genere, chiattone che non sei altro!)
“Eccola!”, detto quasi gridando, come se stessi stringendo tra le mani il tesoro più prezioso di sempre e non una semplice mela rossa.

Aspetta un secondo, io lo so che cos’è! 
L’ambientazione non coincide, dovremmo essere su una spiaggia. 
Non ci dovrebbero essere le luci del tramonto, ma dovrebbe essere già buio e ci dovrebbe essere un fuoco acceso a pochi passi da noi. 
Poi sarebbe tutto proprio come in quell’episodio di Orange Road.

Orange Road, ovvero la versione “non censurata” dalla Mediaset nei primi anni novanta del mio cartone animato preferito da piccolo. Avevano deciso di renderlo adeguato ad un pubblico più giovane, spostandone l’attenzione sui poteri magici del protagonista e distogliendola dalla sua passione per la patatina, con tutto quello che ci va dietro.
Il risultato? Molti di voi lo conosceranno come “Johnny è quasi magia”, rivisto e (finalmente) capito una decina di anni fa, rimasto nel mio olimpo personale (forse più per affetto, ricordi, legame, che per altro), e raggiunto, solo in età adulta, da Attack On Titan.
Ok, due generi e due cose completamente diverse, ma credimi se ti dico che pochissime volte in vita mia mi sono trovato immerso in una storia così bella come quella immaginata da Hajime Isayama. 
Ho una memoria a lungo termine davvero formidabile, ma non posso dire di avere dei ricordi così dettagliati di un periodo così lontano. Ad ogni modo, la donna che mi ha creato così male si è presa la premura di raccontarmi che effettivamente in quegli anni era proprio il mio cartone animato preferito, e che il mio cuoricino (oltre che per la mia famiglia, ramo Aceto incluso) allora batteva in parti eguali per Sabrina (Madoka in Orange Road), Miriana Trevisan di “Non è la Rai”, la “Fiorellaia” di Via Colombo, ed Elisa: ovvero una bimba conosciuta all’asilo e con la quale era nato un legame indissolubile (intendeva letteralmente: mi ha sempre raccontato che era impossibile anche solo tentare di mettere più di un metro tra noi due).
Il tutto contornato dall’amore più grande, ovviamente la musica.
Sempre presente, da quando aprivo gli occhi fino a quando mi addormentavo.
Se mi cercavi da qualche parte, era difficile non trovarmi ad armeggiare con qualche cassetta e con la radio gialla di mia madre, davanti lo schermo a guardare dei video di qualche concerto, facendo “air drumming” o cercando di colpire a ritmo qualsiasi cosa potesse avere un suono soddisfacente, oppure (ed ecco la cosa che più di tutte faceva incazzare quella santa donna, a detta sua per motivi di igiene) rubando il porta rotolo in bagno ed usandolo come un microfono, il tutto mentre vestivo i panni del leader dei Queen e deliziavo il mio pubblico immaginario. 
“Aaaaaaaay-hooooo!!”

Ma torniamo a noi, ci siamo dimenticati di quei due poveri stronzi sul muretto (o sulla spiaggia, è lo stesso, come preferite!)

Do un morso alla mela ed inizio a masticare voracemente, come se avessi davvero fame, assaporandola come se fosse la cosa più buona del mondo. Poi, mentre ho la bocca ancora piena, ricomincio a parlare.
“Mmm, spero solo che il Brando l’abbia almeno sciacquata prima di darmela dietro. Prima o poi finirà per avvelenarmi! Se mi dovesse succedere qualcosa, dovresti davvero andare a cercare lui come primo indiziato. Me lo prometti?”
“Va bene, te lo prometto. Però scusami, ma chi è il Brando?”
“Non lo conosci? È uno chef stellato di fama internazionale. Gestisce il bar nel negozio dove lavoro. Ogni giorno c’è pieno di gente che si prende letteralmente a calci in culo per poter assaggiare i suoi piatti. Una vera e propria leggenda vivente nel mondo della ristorazione. Perdonami, mi stavo perdendo in cazzate. Io… Io ho solo questa mela. Ne vuoi un morso?”

So che stò per svegliarmi, questa in sottofondo penso sia “Belong Together” di Mark Ambor (RTL a volume appena percettibile è sempre accesa di notte, con il solo scopo di cullarmi e di alzare il fatturato di Enel Energia sulla mia pelle. Già, ci sono così sotto che ascolto musica anche quando dormo). Cerco di lottare e di rimanere aggrappato ancora per un po’ mentre lei… Lei ha una espressione indecifrabile. Sembra voler rifiutare, poi invece inizia a guardarmi con una espressione da furba e mi strappa la mela dalle mani. So cosa sta per fare, ma non so se farò in tempo a viverlo. Poi, senza dire una sola parola, inizia a mangiarla esattamente da dove avevo smesso io di farlo.

(Il soffitto di casa, un caldo illegale, volano madonne.)

“Davvero? Stronza e Maledetta? Ok che sei più giovane di me e di un po’, ma davvero mi concedi solo un bacio indiretto tipo scuola media?” 
Sposto lo sguardo. Dovrebbe essere proprio lì accanto alla sezione imbarazzo della mia libreria sparsa per la sala. Fisso la mela rossa, probabilmente comprata nel duemilaemai da mia sorella e sicuramente da me sottratta senza consenso dalla casa dei nostri genitori
“Domani finisci nell’immondizia, sappilo!”
Mi alzo, prendo su del succo d’arancia, una Marlboro ed un accendino. Poi infilo un paio di scarpe e (dopo essermi sommariamente assicurato che il match tra i boxer e le sneakers fosse soddisfacente) me ne vado sul balcone a cercare di fare pace con il mondo.
Concedo al mio mindful moment di durare un po’ più a lungo del dovuto, poi un po’ per una voglia irresistibile di un’altra doccia, ed un po’ per non presentarmi sempre così male ogni volta che mi tocca il turno del mattino, decido di tornare in casa. Una sciacquata veloce, un rutto a pieni polmoni, ed eccomi pronto per cercare di dormire ancora un po’

Secondo Tempo.

Non conosco queste strade, non ho la più pallida idea di dove possano condurre.
Anche il “momento” mi è difficile da collocare nel tempo, e più mi guardo attorno e più tutto questo sembra assomigliare vagamente a come io mi immagino una città inglese nei primi anni del novecento. 
Sto guardando il mio riflesso in una finestra lasciata aperta.
Non ho mai portato i capelli così lunghi e disordinati se non quando avevo quindici anni, e comunque quel colore se ne era andato subito dopo i miei primi anni di vita.
Figata gli occhi di due colori diversi! Per quel blu ci morirei, il castano invece mi sembra un paio di tonalità più chiaro del colore dei miei occhi. Il suo centro poi è quasi nero, è come se la pupilla si fosse eccessivamente dilatata.
Ho una lunga e vistosa cicatrice sullo zigomo sinistro di cui non ricordo assolutamente nulla.
Mi passo una mano sul viso e riconosco solo la fossetta sul lato sinistro, tutto il resto mi è sconosciuto, incluso il senso del tatto.
È come se fosse un’altra persona a toccarmi, questo non sono io.
Non sono così alto e così eccessivamente magro.
Non ho mai posseduto questa valigia in tweed, e non vedo perché ne dovrei avere una con su inciso un nome diverso dal mio.
(Thomas.)

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.  

Ha davvero importanza? Non ho mai avuto un buon rapporto con gli specchi. Fotte. (Ricomincia a camminare!) Ricomincio a camminare.
Sono uscito di casa pochi minuti fa, e nel casino che ho dentro questi quattro passi mi sono sembrati più lunghi di una maratona intera.
Non potevo più restare, non riuscivo più a rompere quel silenzio assordante.
Non puoi urlare in quel rumore se ti sei già fottuto la voce.
(Lo sai? Per un momento, anche solo per un attimo, io ci ho anche creduto. Ho aspettato il tuo arrivo anche se sapevo benissimo che non ci saremmo incrociati. Proprio io, io che ormai dovrei aver capito da un pezzo che starei solo bene se tu non tornassi mai.)
Mi tremano le mani, sta succedendo di nuovo.
La prima volta è stato bruttissimo, poi impari a viverci sopra, proprio come con ogni altra cosa.
E mi viene quasi da sorridere, anche se davvero non avrei proprio nessun motivo per farlo.
Osservo le mie braccia, mentre sento tutto il mio corpo cambiare velocemente.
Sempre più debole, sempre più scheletrico.
Sento la pelle tirare, contorcersi, avvizzire, fino a stendersi come fosse un velo, quasi trasparente, così sottile e così fragile, sulle mie ossa esposte per chiunque voglia godersi lo spettacolo.
Mi bruciano gli occhi, intendo letteralmente, è come se venissero consumati fino a distruggersi, e che l’odio che sento scorrere senza una fine, senza un argine, prenda il loro posto nelle orbite lasciate vuote.
Sento ogni vertebra muoversi per conto suo, è come se avessero una volontà propria ed indipendente dalla mia. Stanno disegnando la mia nuova struttura: curva, piegata in avanti, e decorata da tantissime spine.
Artigli affilati al posto delle dita.
Una lunga coda ossea.
(Sono… bellissimo.)

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.  

Quasi non mi accorgo dei due anziani che stanno passeggiando nella direzione opposta, sembra siano comparsi dal nulla. Farei ancora in tempo ad evitarli, e davvero dovrei farlo: nessuno dovrebbe vedermi in queste condizioni. (Ma le gambe non rispondono, nessun muscolo sembra intenzionato a farlo, sono solo uno spettatore, e…)
Thomas continua a camminare lungo il suo percorso senza una meta.
Ormai siamo più o meno alla stessa altezza, quindi ho avuto tutto il tempo necessario per essere pronto al peggio.
Lei alza il suo sguardo stanco posandolo sul mio viso, poco dopo mi riconosce e mi dona un sorriso dolcissimo. Lui invece si limita a sfiorare leggermente la tesa del suo cappello con un movimento molto elegante, un po’ old-fashioned se vuoi, ma perfettamente adeguato al luogo ed al tempo in cui questa storia assurda si sta svolgendo.
Capisco tutto.
Non riuscite a vedere il demone. 
Siete troppo concentrati sul suo aspetto, sulla sua fossetta, sul suo arrossire, sulle sue espressioni dolci, sui suoi modi gentili, e sulla sua apparente sicurezza di se.
Tutto quel male passa in secondo piano.
Eppure il demone è proprio qui, davanti ai vostri occhi. 
Stategli accanto abbastanza a lungo e forse capirete cosa intendo dire.
(E mi lascerai indietro.)

We have lingered in the chambers of the sea
By sea-girls wreathed with seaweed red and brown
Till human voices wake us, and we drown.

(Il soffitto di casa, un caldo illegale, sensazione di forte dolore dietro lo sterno.)

Niente paura. Conosco molto bene questi sintomi, ne soffro da quando sono nato. Le cause fondamentalmente sono due: Donna Giuliana (nonostante abbia avuto ben nove mesi ed una decina di giorni per fare un lavoro fatto come si conviene ad una madre) si è dimenticata di farmi dono di uno stomaco funzionante. Per completare l’opera, ho deciso da tempo di vivere una vita dissoluta, sregolata, e forse troppo viziosa.
(Poi bell’idea il succo d’arancia bello freddo prima di coricarti, vero? Fenomeno!)
Dai, bevo un sorso d’acqua (forse servirebbe quella santa, o meglio un po’ di quell’acqua della madonna benedetta almeno due volte da un prete possibilmente terrone… dicono sia più potente) ed una bustina di Gaviscon (così per aiutare la religione con anche un po’ di scienza)
“Hai mai provato con la camomilla al finocchio? Prenderesti due piccioni con una favazza sola. La camomilla ti aiuterebbe con il sonno, mentre il finocchio ti aiuterebbe con lo stomaco.”
“Questo l’hai imparato a medicina, oppure è tutta farina del tuo sacco? Così, per capire.”
“Io voglio solo aiutarti!”
“Davvero? A me sembra una di quelle ricette del dottor Pignacca. Ma dimmi un po’, tra i tuoi vari rimedi hai anche qualcosa che si addice ad un soggetto eterosessuale? Oppure devo aspettarmi che la prossima volta mi chiederai direttamente di buttartelo nel …?”
“Ammazzati!”

Però che trip! So benissimo che sarò comunque dannato, ma un sogno così me lo voglio ricordare. Entrambi i sogni in realtà.
Prendo il telefono ed inizio a scrivere un po’ di appunti, poi domani deciderò se davvero ne vale la pena di scriverci qualcosa o se lascerò perdere. 
Un ultimo sguardo alla mela rossa per poi etichettare il file.
“Ne vuoi un morso?”

Titoli Di Coda.

Io ce lo avrei anche un titolo migliore. 
Cancello “ne vuoi un morso?” e resto qualche secondo a fissare il cursore, proprio come sto facendo in questo momento.
It’s not a big deal, e comunque ho sempre cercato di proteggere con l’anonimato (quando possibile e quando aveva un senso farlo) la privacy e l’identità delle persone coinvolte nei racconti di queste storie. L’ho sempre trovato giusto, ed ho sempre dato più importanza agli avvenimenti in se piuttosto che ai protagonisti. Più facile immedesimarsi per chi legge.
In questo caso poi, è quasi impossibile che lui sia un lettore di queste pagine. Conosce a mala pena il mio nome, la mia fede calcistica e poche altre cose. (E lei invece?) Lei è una delle mie più affezionate lettrici, proprio per questo sono effettivamente un po’ indeciso.
Tuttavia credo ormai di aver già lanciato il sasso, e lei proprio non sopporta i teaser.
Stavamo mangiando assieme ad altre persone, ma erano tutti abbastanza assorbiti in altre conversazioni per notare questo episodio.
Prendevamo (giustamente) per il culo i Guns N’ Roses.
Lui finisce di mangiare il suo chicken burger, dopodiché alza gli occhi ed incrocia lo sguardo di lei.
Lei lo osserva con un’aria interrogativa.
“Le vuoi le mie patate?”
(Quasi mi strozzo) e lei:
“Davvero mi stai chiedendo se voglio le tue patate?”
Lui sembra non capire.
Escludendo gli occhi piccoli piccoli tipici di chi si è divertito alla grande la sera prima, aveva tutta l’aria di chi avrebbe volentieri risposto “ma cosa ho detto di sbagliato?”
Non gli ho mai detto che in quel momento ero davvero molto orgoglioso di lui, e che sarei stato pronto a passare il testimone assieme a tutta la conoscenza di anni ed anni di “disavventure del lattaio con l’innamoramento facile”, proprio come un Jedi farebbe con il suo Padawan.
Poi ci ho ragionato su ed ho deciso che non era il caso.
Lasciando per un attimo da parte il fatto che mi è sempre andato particolarmente a genio già da quando ho avuto la fortuna di scambiarci qualche parola per la prima volta, ho capito che sarebbe stato uno di quei casi in cui l’allievo ha già superato il maestro.
Facciamo due gare completamente diverse, non potrei mai competere.
E comunque, anche e soprattutto dopo una frase del genere, sono sicuro che il ragazzo avrà senz’altro una carriera brillante!
(Quanto a lei?) Beh, ovviamente a lei la sto ancora facendo pesare questa storia, e non penso che smetterò a breve.
Ogni volta che capita di mangiare insieme, prima o poi arriva sempre il momento giusto. Quel momento in cui la fisso negli occhi finché se ne accorge, per poi dirle (con il tono più amorevole e protettivo che posso)

“Le vuoi le mie patate?”

Rinomino. Salvo. Chiudo.
Buonanotte? Buongiorno?
Davvero non saprei.
‘Mocc ‘a mammeta?
Sempre.

Your Favorite Milk Delivery Boy.

Scena Post Credit.

“Cosa fai il 18 sera?”
“Quest’anno è capitato di domenica, quindi sarò a giocare a Dungeons And Dragons.
“Capisco. Senti, ti va se facciamo colazione insieme?”
“Mi piacerebbe davvero tanto, è solo che devo lavorare.”
“Lavori di domenica? Il giorno del tuo compleanno?”
“A questo giro è andata così, pace. Beh, puoi sempre farti trovare alle 8 all’ingresso e fare colazione insieme a me all’Atlantic.”
“Anche no?”
“Riformulo: Se QUALCUNO volesse dimostrarmi qualcosa, allora si farebbe trovare alle 8 all’ingresso per fare colazione insieme a me.”
“Ci può stare, ma sicuramente non sarò IO quel QUALCUNO. Più facile che ti venga a trovare la sera a casa di Diego, magari vestita da demone, così forse darai un po’ di attenzioni anche a me!”
“Ma sei cretina?”
“Chiedilo a tua madre.”
“Cosa, se sei cretina tu? Oppure lei?”
“…”
(Deve ancora rispondere)

Casting Couch

Consigli non richiesti per quando ti trovi davanti ad una pagina bianca, sei ispirato, ed il cursore ti sta dando il suo “bentornato” con il suo ottuso, costante, ed amichevole lampeggiare:

1. Inizia sempre con un titolo “ad effetto”, in modo da catturare subito l’attenzione, già dalla prima riga. 

2. Ottenuto il risultato, procedi rimodellando, addolcisci gli spigoli, e rassicura i tuoi lettori. 
D’altra parte non stai parlando di quel couch, non toccherai argomenti riguardanti lucidature di pomelli o tirate di cresta al gallo, non racconterai delle difficoltà avute durante il lunghissimo periodo di astinenza di qualche anno fa, e nemmeno di quanto eri diventato bravo a suonare l’intro dei video di Pornhub con la batteria. Tra queste righe ci sarà molto casting e nulla di couch, ma d’altra parte lo sai che sono un po’ stronzo, e poi proprio non mi andava di sprecare l’occasione.

3. Accompagnali dove vuoi. Se ne avranno davvero voglia, ti seguiranno.

Questi racconti avrebbero dovuto essere parte del post precedente. Esatto: proprio quel post che il futuro beneficiario di ogni mia proprietà intellettuale nel caso di una mia prematura, accidentale, ma sempre più probabile caduta in un dirupio (perdonatemi, so che si scrive senza la  “i”, ma quanto cazzo suona bene scritto così?) ha più o meno battezzato così:

“Bella da dio la storia della milfona di Milano. Ti ha più chiamato? Sei andato su? Come è andata la monta?”

Il problema si è posto quando la disavventura de Your Favorite Milk Delivery Boy With A Small Toy in terra lombarda si è presa più righe e parole del previsto.
Quindi eccomi, sto per raccontarti due belle stronzate mentre me ne sto seduto sul tappeto nella mia writing position preferita, indossando nient’altro che un paio di boxer neri, e bestemmiando più del necessario la madonna e tutti i santi per il caldo che già a Giugno sto facendo troppa fatica a sopportare.

Stronzata / Casting n.1

“Dillo!!
“Un vampiro!”

Scusami Simo. Davvero.
E faccio un appello ai nostri cari colleghi che in questo momento si trovano su questa pagina:
Accoglietela in uno a caso dei vostri reparti, e fatelo prima che lei decida di farsi accogliere nel regno dei cieli piuttosto che trovarsi ancora costretta a lavorare al mio fianco. 

Si parlava di Twilight, sgranandone le citazioni peggiori, i momenti più imbarazzanti, e perculandone la trama nella sua interezza.
Saga a cui entrambi siamo, nostro malgrado, legati.
Nel mio caso vorrei poterti dire che “le storie sui non morti mi hanno sempre affascinato”, ma ometterei il vero motivo.
Ogni volta che inciampo sull’argomento finisce poi che il mio pensiero se ne va alla ragazza che frequentavo in quegli anni, e soprattutto al suo essersi perdutamente innamorata a prima vista di Kellan Lutz nelle vesti di Emmett Cullen.

“Madonna che manzo! Ma quelle braccia? Mi ci perderei lì in mezzo!”

Hai visto sweetheart? Il tuo “bambino troppo assorbito in se stesso” scrive ancora di te di tanto in tanto, anche se sa benissimo che probabilmente non leggerai mai le sue storie.

Geloso?
Sicuramente.
Anche di un personaggio?
Certo che sì.

La gelosia è sempre stata uno dei miei difetti peggiori, uno di quei pochi casi in cui il mio sangue terrone vince sul mio essere un figlio della lupa con il cuore sabaudo.
E non parlo solo di relazioni sentimentali, non si può ridurre tutto ad un semplice “tocca la mia femmina e ti cemento in un pilone sulla Salerno – Reggio Calabria”.
È più complesso di così.
Sono geloso anche nelle amicizie, sono geloso quando dai più importanza ad altri mentre per me sei una priorità, sono geloso anche quando non avrei nessun diritto o nessun motivo di esserlo, sono geloso anche del nulla e della “rain that falls upon your skin, ‘cause it’s closer than my hands have been”.
Per farti capire quanto è grave la situazione, ti dico che nella mia testa ci sono stante anche scene del tipo:
“Brun, domani suono al Carnevale Estivo, ti va di fare un salto?”
E mentre rispondevo:
“Mi dispiace, ma proprio non riesco ad esserci”
in realtà stavo pensando:
“Ma che cazzo dici? Tu devi tornare a suonare con me! Sei il mio batterista preferito e ti voglio un bene che nemmeno ti so spiegare. Scordatelo che ti vengo a sentire!”

Torniamo a noi.

Nei nostri deliri, io e la Simo ci siamo immaginati di dover rifare i film, e dopo brevi e rapide modifiche alla storia, abbiamo cominciato con i casting.
Semplici le regole:
Attori ed attrici tutti presi dal negozio di Via Conciliazione, eventuali dolci metà ammesse, e scelti secondo due canoni: somiglianza estetica oppure somiglianza caratteriale (e grazie al cazzo, a me è toccato Edoardo. Ok che sono vizioso, ma di erba ancora non ne ho fumata abbastanza da potermi paragonare a Robert Pattinson. Qui hanno vinto i lati d’ombra del personaggio originale, e le carinerie old-fashoned della mia vita precedente).
Ce la siamo risa come due cretini per un’oretta buona mentre giocavamo a mettere degli yogurt sullo scaffale.
L’assegnazione dei ruoli si è svolta abbastanza velocemente, giusto un paio di callbacks ed una sola eccezione alle regole, per un ruolo minore, assegnato ad una attrice estranea all’azienda, ovvero la figlia del fornaio, classe duemila e tre, invasata con la trap, e “basta, ti prego! Basta!”.
La quasi totalità degli attori è stata scelta tra i reparti latticini e gastronomia, con qualche elemento dalla drogheria, ed un paio dalla panetteria, inclusa la nostra protagonista.
Resta da assegnare il ruolo di Rosalie, fondamentalmente per un paio di motivi.
Primo, abbiamo fatto davvero molta fatica a trovare qualcuno che in qualche modo la ricordasse, e secondo, abbiamo ricevuto una infinità di proposte immaginarie.
Il nostro Emmett ha da sempre riscosso un notevole successo, e quasi tutte si farebbero molto volentieri un giro di giostra.
Emmett.
Ancora lui.
Se non è una persecuzione questa, dimmi tu cos’è.

Stronzata / Casting n.2

La serata è iniziata con un invito davvero molto particolare, uno di quelli che, se non fosse arrivato da mia sorella, avrebbe senz’altro ricevuto come risposta un sonoro “ma che si fotta il tuo freezer scassato male e che marcisca con tutto quello che ci tenevi dentro. Stronza!”.

Ma a Tippe non si dice mai di no.

Ciao Sarchia, stasera vieni a mangiare da me? Il menù è poco commestibile, facciamo lo svuota-freezer, quindi prevede roba scongelata, ma tutta di grandissima qualità, e con le caratteristiche organolettiche ancora quasi del tutto intatte. Dai, vieni a fare la tua parte!”

Quindi tra una deliziosa portata ed un’altra di questo banchetto proprio speciale, una piacevole serata con parte della mia famiglia trascorreva senza troppi danni (ok, magari esclusi quelli gastro-intestinali del giorno dopo. D’altra parte non lo vuoi provare il brivido di piangere seduto sulla tazza neanche fossi il re sotto la montagna seduto sul suo trono?)

Si parlava di cose da nerd, come spesso succede quando ci si incontra noi tre.
Ma è giusto così.
Tippe poi tirava fuori qualcosa da Narnia, io e Sam non avevamo idea di che cosa stesse parlando.

“Non avete mai visto Narnia? Vergüenza! Finite quella fetta di pizza che poi facciamo un cineforum.”

Ora, non voglio offendere nessuno, ma quella storia e quel film dovrebbero essere vietati ai maggiori di quattordici anni. Ci abbiamo provato, ed inizialmente ci stavamo anche riuscendo (ma questo se evitassi di raccontarvi le cose dette sul tema un po’ nazi dell’introduzione e sul ragazzino protagonista… cose del tipo “Guardalo, secondo me è polacco!”. Poi si è rivelato essere inglese. Ma fotte.)

Le scene si susseguivano, ma ormai il danno era fatto:
Sia io che mio fratello continuavamo a ridere come due stronzi facendo dei paralleli tra i personaggi del film ed i personaggi della storia che sto scrivendo e che stiamo giocando insieme come campagna di  D&D con Anto ed Umbi, sotto lo sguardo scioccato e seccato di Tippe.
Quindi ecco che la coppia di tassi / marmotte / quel cazzo che erano, improvvisamente, o meglio non appena lui si è lamentato della cucina di lei, sono diventati Anakis ed Aüle. Con il nostro Aüle sempre pronto a tessere le lodi della cucina di Anakis, in particolar modo facendo riferimento alla sua specialità:
Le patate al sangue.
Dio santo, quanto odio può contenere un tubero?
Lucy, con il suo pugnale, era diventata la nostra madame, ladruncola con spiccate capacità furtive.
Poi ecco Edmund, con il suo arco, diventare Olivier: il bardo che prova a montarsi ogni donzella sulla quale il suo sguardo si posi anche solo per un istante.
E quando si pensava che anche basta…
Ecco il momento in cui Tippe ha quasi perso la pazienza ed è andata a “preparare il dessert”.
Il giovane Peter, l’inglese/Polacco ragazzino protagonista dagli occhi blu, riceve due titoli che ci hanno fatto letteralmente spaccare.
Prima “il flagello dei lupi”, e poi “il magnifico”.
Il parallelo è stato praticamente istantaneo. Non posso dirvi il nome del personaggio, in quanto è il cognome di una persona che conosciamo, e che ancora non sa di fare parte di questa storia, ma avevamo quasi le lacrime agli occhi per la somiglianza con il nostro eroe “spada e scudo” senza paura, bello per sempre, e di cui tutta Sæglópur si è perdutamente innamorata. 

“Venite, magniamo il gelato!”
“Tippe, ma l’hai assaggiato? Sa di misto per soffritto!”
“Stavolta non è scaduto, e non è nemmeno frizzante. Mangia che è buonissimo!” 

‘Mocc.

Your Favorite Milk Delivery Boy.

“Ma a te piace proprio così tanto bagnarti?”

“Basso profilo, quasi trasparente, e cerca di levarti dal cazzo questa giornata nella maniera più rapida ed indolore possibile”.

Erano questi i presupposti, i pochi e semplici consigli non richiesti da me e da dare a me stesso per affrontare una giornata che davvero non vorresti vivere. 
E non si parla di timidezza, o di scarsa (se non assente) autostima. 
Anche se capisco che iniziare un racconto con parole messe giù in questa maniera possa quasi sembrare un omaggio ad “occhi bassi quando cammini, dentro ai piedi che tesoro hai? Occhi bassi, dritto in faccia non mi guardi mai”, ma non è nemmeno questo il caso. 
Tutta quella romanticheria portuale, tutta quella roba così “over-sensitive” (ma lo sto scrivendo davvero??) te la sei lasciata alle spalle tempo fa. E fa niente se poi quando inciampi in “quando vorrai mi trovi sotto casa con le cuffiette incasinate in tasca” ti viene un mezzo infarto. Basta non dirlo a nessuno, basta non scriverlo da nessuna parte, e basta continuare a cercare di mantenere intatta la tua nuova reputazione, con questi tuoi nuovi vestiti “così freddi”, ma che trovi decisamente più confortevoli. Semplice. 
Poco coerente? “Ci sta, ma non di brutto?” (Cit.) 
E pace, quest’anno stiamo contemplando dei fenomeni del cazzo capaci di festeggiare la seconda stella con soli diciannove scudetti vinti sul campo.
Li stai assecondando anche tu?
Molto bene.
Allora adesso mettiti comodo, e cerca di assecondare anche me, se ti riesce.

Il punto della questione è che davvero non avevo nessuna voglia di un corso di formazione, diciassette anni da sotto-sciacquino a mezzo servizio sono più che sufficienti per non avercene neanche per l’anticamera, e fotte se l’aggiornamento sull’ ottantuno è obbligatorio ogni cinque anni.
Poi, dai… Mi hanno anche aperto la macchina, la mia povera Corsa del duemila e quattro mi sta dando non pochi pensieri, proprio come un paio di altre cose nate nei primi anni duemila, ma per stavolta “facciamo come se” e glissiamo sull’argomento, che ne dici? 
Mi toccano i mezzi pubblici.
Dai proviamoci.

Inizia sempre (con un ehi come stai?) con una routine di bellezza da rispettare in ogni singolo passaggio: sveglia, funzione religiosa, acqua, cioccolato fondente, caffè amaro, OneFootball / stalking alle sciacquette, Marlboro “contemplativa”, tazza, mani/denti/viso, doccia, vestiti. 
Basso profilo avevamo detto. Quindi t-shirt nera Vans? Può andare. Quei knee-hole pants grigi sono proprio necessari? Assolutamente: con le Air Force 1 alte sono la fine del mondo. E poi quelle scarpe te le sei fatte fare custom proprio così, con quei colori messi giù quasi come a rendere omaggio ad una decade che di fatto non hai vissuto (sei un ’88), o per sentirti un figo a la Matthew Broderick in WarGames, ok, forse con meno di un quarto del suo fascino (e forse ancora meno) ma quella che conta è l’attitude, o così dicono (ripeto: ma lo sto scrivendo davvero??). Ci sarà freddo? Dai, prendi su la felpa di Star Wars e completa questo outfit al limite dell’imbarazzante. Basta che ti muovi. Il tuo socio, anche lui destinato ad una giornata milanese, è in anticipo, ed è già sotto casa che ti aspetta.
Parecheggio, stazione, lui fa il biglietto, a me basta l’app. Secondo caffè per un pelo, in quanto lui decide di mettersi lo scontrino fatto due secondi prima probabilmente nel culo, e la barista, la stessa tipa che ci ha gentilmente scontrinati, a momenti non ci voleva servire.
Aspettativa: “dai facci sti due caffè, stronza!”
Realtà: “mi scusi, non so come, ma ho proprio perso lo scontrino che mi ha appena fatto. È un problema?”
Saliamo sul treno e ci lasciamo Piacenza alle spalle. Discutiamo un po’ di quello che capita, del nostro essere nerd e senza vergogna, di quel cartone animato che probabilmente abbiamo visto solo io, lui, e Tippe, di come è facile comprarsi un posto in paradiso lavorando in una chiesa, di quanto gli skateboard possano essere pericolosi, delle nostre storie in generale.
Poi Lambrate, e scendo a prendere la verde. Ma prima lo saluto e me lo abbraccio. So che, senza nessun dubbio, avrebbe preferito la compagnia del suo robot per la pulizia pavimenti, ma faccio finta che non sia così, ed in maniera del tutto egoista me ne vado con un sorriso. Almeno l’arrivare fin qui è stato decisamente piacevole, non potevo chiedere di meglio.
So Far So Good.
Arrivo a Cernusco, ridente paesaggio abitato da tre troie e due cavalli. Piove. Seconda funzione religiosa.
Alzo il volume, chiedendomi se l’altissimo sia in grado di investirmi con un uno dei suoi fulmini attraverso le AirPods per non dover soffrire le sei ore di corso che ho davanti. Non mi accontenterà. Non lo fa mai. Non mi ha sistemato lo stomaco, la testa non ne parliamo, e nemmeno mi ha donato quei centimetri che tanto avrei desiderato 😅
Gli sto sulle palle.
Vabbè, è reciproco.
Tiro su il cappuccio e mi incammino.
Una Marlboro fumata accanto al cartello di divieto messo proprio all’ingresso. Un po’ perché mi sono svegliato ancora più punk-rock del solito, ed un po’ perché, dal momento in cui siamo all’aperto, avrei un suggerimento su dove potete mettervi quel cartello. Poi entro, saluto il signor Brandolini, e cerco l’aula. 
Basso profilo.
Fila in fondo a destra, tipo come al liceo, seduto fisso con quelli che “le uniche cose davvero importanti sono la patatina, il punk-rock, e la farmacia sempre aperta”. Questo tizio inizia a parlare, ed io ovviamente non lo sto ascoltando. Scrivo un messaggio, guardo un paio di storie, ho la testa nella musica e nel giuoco del pallone.
Poi mi giro.
Nella fila da parte a me si è seduta “una bella mammina” sui quaranta.
Molto bene.
Quasi per caso incrocio il suo sguardo.
No. Devo distogliere immediatamente, ha gli occhi blu, quel blu, proprio quel blu che a prescindere da chi li porta (scrivevo tempo fa “Irrilevante l’età, il fisico, l’etnia ed il sesso di chi li porta”) mi paralizza e mi costringe a guardarmi le scarpe.
Rassegnati, non avrai mai il coraggio di parlarle.
Le ore passano lente. Vorrei morire. Poi si fa l’ora di mangiare un boccone.
Sono all’ingresso, guardo il cielo: piove neanche fosse un pezzo degli Slayer.
Dai pace, tiro su il cappuccio, faccio per fare i primi passi quando…

“Vuoi venire sotto? Di solito giro sempre senza ombrello anche io. Quando piove sembro sempre una barbona, ma sta volta l’ho preso su. È andata bene”.

Nemmeno te lo dico chi mi stava parlando, nemmeno te lo dico a cosa stavo pensando.
Ovviamente accetto, probabilmente rosso in faccia ed imbarazzatissimo come al mio solito, ed iniziamo a chiacchierare sotto la pioggia.
Utilissimo l’ombrello.
Siamo entrambi annaffiati. Nessuno dei due sembra preoccuparsene.
Prendiamo da mangiare e ci sediamo allo stesso tavolo con altra gente. (IO, ti rendi conto?) Un ora passata così vola, soprattutto in una giornata così lenta. Tempo di posare i vassoi, e di spegnere le sigarette che è già ora di tornare.
“Dai, fammi fare il cavaliere. Tengo io l’ombrello”.
Ok, sei molto imbranato. Ma cosa potrà mai capitare? Semplice.
Fa per schivare una pozzanghera grande come il lago di Garda che, ovviamente, non avevo visto per tempo. Non voglio farla bagnare (forse? Davvero??) e cerco di ripararla spostandomi velocemente.
Risultato?
In pratica le ho dato un cartone sulla testa.
Mi scuso, poi scoppiamo a ridere.
“Bene, prima mi fai bagnare, e poi mi prendi anche a pugni. La prossima volta giuro che dovessi conoscere qualcuno di Piacenza, scappo a gambe levate.
Altra dose di imbarazzo, ma ormai praticamente siamo in aula, e questa, assieme ad ogni altra piccola dose di hype presente ancora nelle vene, svanisce nell’esatto istante in cui ricomincia il corso.
Ma ehi! Non prima di aver esplorato il piano meno uno. Mi serviva un bagno, e quindi mi trovo davanti al secondo cartello senza senso della giornata, in cui praticamente si invitavano i dipendenti dell’azienda in cui lavoro a non usarlo, in quanto l’accesso era riservato ai dipendenti dell’atra azienda presente nell’edificio.
E Fotte?
Ovviamente entro lo stesso, pensando “che cosa c’avrà mai di speciale sto cesso?? É forse in stile Disney primi anni novanta?”
Grave errore. La mia testa malata mi ha subito fatto immaginare di venire accolto da Lumière e Tockins da Beauty And The Beast. Del tipo: “Cosa succede, cherie. Devi forse cacare? Be our guest! Be our guest! Put our service to the test”.
Rido come uno stronzo da solo, e torno di sopra.
Non sai come, ma sei arrivato alla fine. Scrivo al mio socio, dovremmo arrivare a Lambrate a distanza di pochi minuti uno dall’altro.
Ma Ti fermi per salutarla? Che senso avrebbe? Dai, lasciala in pace.
Tiro su il cappuccio e me ne vado verso la metro. Sono quasi arrivato, quando…

“Ehi, Piacenza! Ma a te piace proprio così tanto bagnarti?”

Me la rido, non avrei mai potuto risponderle come avrei voluto, ma me ne esco con un decisamente più pettinato “Non è che proprio mi dispiace, ma più che altro credevo che per oggi ne avessi avuto anche abbastanza di me”.

Finiamo il nostro incontro con un lungo viaggio insieme sulla metro, ed inspiegabilmente nessun imbarazzo, le parole mi vengono facili. Inizialmente sfottendoci per il profumo di cane bagnato che avevano le nostre felpe inzuppate, per poi passare a prendere per il culo gli altri poveri malcapitati che hanno fatto il corso con noi.
“Ma l’hai notata la tipa tutta apparecchiata con quel vestitino color pesca? Sembrava una confettina”.
Confettina! Nemmeno mia madre aveva saputo fare di meglio quando, da cliente particolarmente esigente, si era trovata l’organico del reparto gastronomia completamente rivoluzionato. Ad ognuno di loro un soprannome, ed io, per qualche tempo, ogni volta che andavo a trovarla dovevo collegare quei nomignoli affettuosi ai rispettivi proprietari. Uno spasso, giuro.

Parliamo a lungo delle nostre vite, passioni, storie passate, tanta musica, il suo figlio di quattordici anni, ed il suo Beagle di venticinque chili.
Poi sono a Lambrate, la sensazione è un po’ strana.
La saluto e la ringrazio per la giornata passata insieme.
E poco dopo raggiungo il mio socio in stazione mentre chissà quale espressione devo avere ancora addosso.

Basso profilo.
Quasi trasparente.

‘Mocc a chi t’è muort.

Con Affetto.

Your Favorite Milk Delivery Boy.