A.: “Sai già cosa sto per chiederti.”

B.: “Ma non mi dire. Aspetta, fammi indovinare… Vuoi rifare la parte di basso.”

A.: “Dai, posso fare di meglio. So che lo pensi anche tu.”

B.: “Si può sempre fare meglio, ma a me suona anche così. Un po’ maleducata.”

A.: “Possiamo rifarla?”

B.: “Sei Serio? Che sbatti!”

A.: “Dai, ti prego… Solo un altro paio di take, promesso.”

B.: “♫ puzzo d’eeerbaaa come un chilo d’eeerbaaa woo oow! ♫”

A.: “Bene, mi fa piacere, immagino tu stia meglio con lo stomaco. Chi è, il tuo amico Tony?”

B.: “Effettivamente sto molto meglio, grazie! No, non è Tony, è un pezzo dei Beatles, sta su Sgt. Pepper’s eccetera.”

A.: “Simpatico il lattaio. Dovresti riascoltartelo quel disco, vista la quantità di merda che è finita nella tua libreria musicale!”

B.: “Touche! Stamattina ho messo su qualche pezzo dei Porcupine Tree da In Absentia. È abbastanza per il tuo palato raffinato?”

A.: “Gne Gne Gne!”

B.: “Grazie per l’interesse comunque.”

A.: “Quando vuoi. In realtà non me ne frega davvero un cazzo, basta che rifacciamo il basso.”

B.: “Eccolo! Apprezzo l’onesta.”

A.: “Te lo devo succhiare?”

B.: “Anche no. Facciamo così. Questa settimana lavoro al pomeriggio. Una mattina di queste, tranne giovedì che devo scrivere per la sessione di D&D, passa in Via Carli. Facciamo colazione, diamo una riascoltata generale, ed EVENTUALMENTE rifacciamo le tracce. Non ho ancora cambiato le corde al Precision, puoi usarlo… EVENTUALMENTE.”

A.: “Grazie Brunino Mio! Ti voglio bene, davvero!”

B.: “Eh… Tua Madre!”

A.: “Cosa?”

B.: “TUA MADRE!”

A.: “Si, ho sentito! Non capisco cosa c’entri mia madre.”

B.: “Sei un po’ lentino oggi? Vuoi che te lo dica davvero, o facciamo come se?”

A.: “Facciamo come se. Meglio.”

B.: “Bravo, ottima scelta! Comunque al cioccolato, se c’è. Altrimenti fai tu.”

A.: “Ti ho perso…”

B.: “La brioche. Per me al cioccolato, grazie.”

A.: “Ma nemmeno se la ingoi tutta in un solo boccone!”

B.: “Oh, come sei dolce! Spero tu stia sempre parlando della brioche.”

A.: “Ti lascio libero di interpretare. Un po’ come la storia di mia madre.”

B.: “Devo andare. Ci sentiamo più tardi.”

A.: “Ok. Venerdì mattina può andare?”

B.: “Perfetto, non vedo l’ora. Sarò quello con il pigiama della Juve e le calze con i draghetti.”

A.: “Ma P***o D*o!”

B.: “Buona giornata, cutie pie!”

🖤

Coraggio Liquido. (quasi) Un anno dopo.

Postdatato, confesso, ma mai avrei creduto che il mercoledì sera potesse trovarmi in quelle condizioni. 
Con le ossa rotte e con forti dolori alquanto preoccupanti.
Ieri parlavamo lingue diverse, non potevi essermi d’aiuto, e comunque il mio pessimo umore ha solo reso le cose più difficili. Non sentirti in colpa, davvero non avresti potuto farci niente.
Una di quelle giornate da cancellare, che non meriterebbero di essere vissute, anche se forse non è stato proprio tutto da buttare via.
Sopravvissuto nelle vesti del lattaio come meglio si poteva, cercando di aggrapparmi a due o tre cose che sembravano essere state messe lì dall’Immacolata in persona con l’unico scopo di dare una schiarita alla mia giornata. 
Vero, forse potevo evitare di scrivere al Cavaliere Nero quando mi hanno chiesto il latte sardo, ma non potevo andare avanti a rifornire con il dubbio che sti due fenomeni me li avesse mandati proprio lui. 
Poi “da Rozzano fino a Massafra” passando per il magazzino di Via Conciliazione, c’erano due cretini che se la sono risa un sacco immaginandosi una versione cantata dal Bro (leggasi con accento siciliano… marcato… marcatissimo, Dio non sai quanto!) di un pezzo di Night Skinny, Kid Yugi, Paky. 
Perché?
Perché una volta assodato che “Rolex fa ta-ta-ta”, non puoi accontentarti di “Stronzo, senti come pompa il sub!” se prima non ti sei immaginato Angelo smistare bancali mentre delizia il suo pubblico con la sua “divido brodi, divido dadi, divido sughi nei vasetti”.

Se hai capito queste parole: molto bene.
Se non hai capito queste parole: sti cazzi!
Nemmeno io martedì sera ho capito la partita della Vecchia Signora contro il temibile VfB Stuttgart.
Ma una cosa, con il tempo, l’ho capita. E anche molto bene:

Brunino caro, non metterti a scrivere quando sei di un umore di merda.

Doveva essere una storia sulle mie dipendenze, sui miei lati d’ombra, conditi con un po’ di gusti musicali che magari non ti aspetti da me. 

Ho detto che non ne parlerai oggi. Rispetta la regola.

La cosa divertente è che non sempre ho rispettato questa regola (ma va?), e che forse la cosa più bella che ho scritto in tempi recenti nasceva proprio in un periodo non molto diverso da questo.
Liquid Bravery il suo titolo, quasi un anno di vita, la cosa che più mi rende orgoglioso e che più detesto allo stesso tempo tra quelle uscite “dalla mia penna”.
Non che fosse scritta così tanto bene, e non che me ne stia vantando (se un pochino mi conosci, sai che non lo faccio mai), ma leggere tutto quell’insieme di carinerie alla sua fine un po’ mi ha fatto sorridere e pensare.
Forse (forse) un lato umano di questo demone esiste ancora, seppellito e chissà quanto nelle profondità. 
Fa sempre ridere quando lo vedo riaffiorare, nonostante tutte le volte poi io finisca per pentirmene.

Le righe che seguono fanno proprio parte di quel post, datato 20 Dicembre 2023.
Se non hai voglia di immergerti nuovamente in quelle storie, puoi anche fermarti qui. 
Se non sai di che cosa sto parlando, o se vuoi vedere l’effetto che ti fa a distanza di un po’ di tempo, resta ancora qualche minuto con me. 
Se ti va, ovviamente.

Liquid Bravery
20 Dicembre 2023

Avrei tanto voluto essere padre.
No, non sto scherzando. E nemmeno sto lasciando volutamente una frase così a caso, sfiorando quello che in futuro sarà il mio più grande rimpianto, per poi passare a scrivere di tutt’altro. 
Mi è solo venuto di fare così.
Ti starai chiedendo “e adesso come ne esci?” 
Facile, ricomincio da capo e te la completo. 

Avrei tanto voluto essere il padre di questa espressione, la trovo magnifica. Vuoi per il forte legame con il Wizarding World della Rowling, vuoi per la mia “dipendenza” dall’alcool, vuoi per quello che ti pare, ma per me è davvero così.
Viene da una conversazione su whatsapp con una mia amica, nota insegnante di inglese, e con spiccate capacità nel preparare piatti di carne. Ammesso che tu abbia una masticazione così forte da combattere una consistenza così “tenace”, ma questa è tutta un’altra storia.
Le scrivo che avrei avuto tanto bisogno di lei. Ero ancora in negozio a fine turno e mi chiamano dall’assistenza clienti per un piccolo problema con una ragazza che non conosceva una parola di Italiano. Credevo davvero che sarei stato capace di tirare fuori il mio miglior inglese, e davvero speravo che andasse proprio così, ma se stai sperando di leggere una disavventura del lattaio con l’innamoramento facile sappi che resterai molto deluso.
Vuoi che avevo troppe persone intorno e che quel posto iniziava a sembrarmi decisamente troppo affollato, vuoi che mi stavo sentendo decisamente troppo al centro dell’attenzione, e ancora una volta: vuoi per quello che ti pare, ma non sono stato per niente all’altezza della situazione. 
Lei mi scrive di non capire, io le rispondo che ci ho capito anche meno.
Non sono il tipo di persona che si vanta di cose a caso, tutt’altro, ma non mento se dico di conoscere particolarmente bene l’inglese e che praticamente mai mi trovo in difficoltà nel doverlo comprendere, leggere, scrivere o parlare.
Mi giustifico dicendo che probabilmente non ero abbastanza ubriaco per poterlo parlare fluentemente, e lei mi risponde così:

“Sì, effettivamente il coraggio liquido aiuta molto a volte”.

Poesia.

Ora il punto della questione è che queste righe non possono diventare uno spot sull’alcool, un po’ perché penso sia troppo pericoloso raccontarti di quanto io trovi tutto molto più facile quando alzo il gomito, quando certi “blocchi” vengono superati o momentaneamente ingannati, e un po’ perché in realtà avevo voglia di allargare il discorso, portarti da un’altra parte, e di tirare in ballo anche altri rimedi per altre questioni.

Non gira bene, non va bene proprio per un cazzo, ma stamattina mentre andavo a lavorare mi sono detto “sai cosa c’è? Vai in culo” ed ho cercato su Apple Music proprio questa canzone, battezzandola come la prima della giornata. 
È con me da molti anni, da quando, in un momento imprecisato a metà dei 90s, mia nonna mi accompagnò da “Non solo musica”, negozio di dischi che se ne stava verso la fine di Via Roma a Portici, e spese trentamila lire per regalarmi Jazz dei Queen (1978).
Se ti dovesse capitare di ascoltarlo, troverai alla traccia numero dodici “Don’t stop me now”.
Anche Brian May in persona, che inizialmente detestava quella canzone a causa di tutte le cose che stava combinando Freddie Mercury in quegli anni, si è dovuto arrendere alla sua bellezza, alla capacità di farti sentire un po’ più vivo che è rimasta intatta nei decenni in quelle note. 

Freddo da dio, cappuccio tirato su, cuffie, una Marlboro. Non riuscivo a smettere di sorridere mentre me la canticchiavo a memoria, sentendomi invincibile, sulla cima del mondo, per tutti i suoi tre minuti e ventinove secondi. Guarda come ti trovo il coraggio di affrontare una giornata che non vorrei affrontare, mentre non avrei voglia di fare assolutamente nulla.

Non chiedermi cosa c’è che non va. Non rispondermi “non ci credo” se ti dico “tutto ok” mentre la mia faccia dice altro. Non tentare ad indovinare quando ti dico “ok per un cazzo, ma discorso chiuso e parliamo di altro”.
Primo: non ti interessa per davvero. E secondo: ho sempre mal sopportato chi mi vomita addosso tutte le sue cose nella speranza di ottenere chissà quale beneficio, non vedo perché dovrei farti subire lo stesso trattamento.
YOUR SUFFERING IS NOT UNIQUE.
E così sia!
So bene come cercare di risolvere i miei guai, o comunque come cercare di non apparire troppo musone o di non fartelo pesare nei giorni “più neri”. Ho il coraggio liquido, ho i rimedi della nonna, e va bene così

Vuoi davvero essermi d’aiuto?

Sto bene quando mi venite a prendere alla stazione e vi trovo sul binario con un cartello con su il mio nome in stile “aeroporto”.
Sto bene quando senza nessun motivo inizi a cantare “tú y yo a la fiesta, tú y yo toda la noche” facendomi spaccare dalle risate.
Sto bene quando, vestito da studente di Durmstrang, interpreti l’ingresso nella sala grande di Viktor Krum, sottolineando la strabiliante somiglianza fisica tra te e lui.
Sto bene quando guardiamo Amici dopo aver pranzato insieme, prendendo in giro tutto e tutti e commentando come due critici musicali di grande esperienza.
Sto bene quando chiami “sto dinosauro” la renna luminosa comprata dalla tua dolce metà per rendere più natalizio il tuo balcone già illuminato peggio di Parigi di notte.
Sto bene quando mi abbracci e mi prendi in giro con il tuo “sarà mica colpa della figlia del fornaio, vero?”.
Sto bene quando ridi alle mie minacce di “scavalcare il bancone se lo rifà un’altra volta” dopo che la barista ha passato la lingua sul brillantino che ha su un dente, con quella faccia da schiaffi poi, Madonna Santa.
Sto bene quando mi sorridi e mi canti canzoni in napoletano per addolcirmi le mattinate.
Sto bene quando cerchiamo di decidere se è stato più pesante il tuo due di picche preso dal ferroviere, o il mio aver mal interpretato le intenzioni della ricciolina che non voleva “un assaggio del milk delivery boy with a small toy”, ma solo non si sa cosa.
Sto bene quando suoniamo insieme del punk-rock e quando non riusciamo a beccare lo stacco ska di “Silvia Saint”senza ridere come due idioti.
Sto bene quando vieni da me, quando “assecondi” il mio debole per i film sci-fi ed io “assecondo” il tuo trovarmi un figo e finiamo sotto le lenzuola.
Sto bene quando finiamo insieme il turno e passiamo due minuti a parlare di calcio e di stronzate per poi ridere insieme del mio aver quasi acceso una sigaretta mentre ancora non ero uscito dal negozio.

Sì, sono tutte persone diverse, avvenimenti più o meno recenti che hanno salvato la situazione senza essere troppo invadenti. Sembrava una bella idea mentre la stavo scrivendo, ora decisamente meno, ma va bene così. Almeno ho chiuso l’argomento in maniera diversa dal solito.
No, la cosa non comprende l’insulto finale tipico delle cose che scrivo, è solo che ieri sera il Napoli ha preso le sberle dal Frosinone e non vorrei urtare la sensibilità di nessuno usando la lingua dei partenopei.

Quindi “italianizzo”…
Quella grande cessa di tua madre.
Ok, può andare.
Buona Serata.
Your favorite milk delivery boy.

Maila

Nella notte in cui fu tradito, egli prese il pane, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli, e disse: Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi.

No, non sono ancora andato giù di testa (non del tutto almeno), oggi non ho nemmeno fumato (per ora), e nemmeno sto assecondando i desideri di Tippe che vorrebbe facessi pace con il Signore. 
Ho un file su notes in continuo divenire, nominato Shall We Play A Game? in onore di un famoso film Sci-fi del 1983 che porto nel cuore, ed il suo contenuto lo conoscono bene solo mio fratello ed un’altra persona presente tra i miei lettori più affezionati. 
Alcune frasi al suo interno davvero non possono essere rese pubbliche, a meno che, ovviamente, non si desideri fare esplodere delle bombe dalla capacità distruttiva decisamente importante. 
Una di queste frasi prende ispirazione dalla preghiera eucaristica in apertura di questo post, ma come immaginate è stata presa e portata da un’altra parte, assumendo così un significato completamente diverso dall’originale.
Non ho mai avuto l’intenzione di premere il detonatore (ok, un po’ di tentazione forse la sento, ma è ancora abbastanza sopportabile) piuttosto mi garbava l’idea che tu, iniziando a leggere le prime righe, pensassi che lo stessi facendo davvero. 
Voglio dedicarti questo post. 
Un po’ perché so che queste storie ti mancheranno, ed un po’ perché mi hai sempre spronato a scriverne di più. 
O forse è solo un modo di ringraziarti per la tua infinita pazienza, e per esserci sempre nonostante ti abbia sempre detto che sono fatto male e che considerarmi un tuo amico non ti faccia proprio bene. 
Spero di essere all’altezza delle tue aspettative oggi pome.

Ragiono ancora per “anno scolastico” nonostante abbia vissuto il mio ultimo giorno di liceo diciassette anni fa (per decenza sto escludendo il mio unico e fittizio anno di università alla statale di Milano. Anche mettendomi di impegno, non credo che riuscirò mai a superare la dissolutezza di quel periodo. Vergüenza!) e per quest’anno ne ho già messe un po’ di cose in agenda, prima tra tutte un nuovo disco. 
Poi giovedì sera con i Leviosi inizieremo la seconda stagione della nostra campagna, quindi mi immagino che il tempo da ritagliare per scrivere un po’ sarà tutto per Anakis, Aüle, Olivier, e per le loro disavventure. 
Non penso che scriverò da queste parti, almeno per un po’, ma senza dubbio questa sarà l’ultima volta che mi sentirete parlare di lei.

È stata una bella mazzata, giuro, di quelle pesanti come solo altre due volte in vita mia (2007, 2014) ma la frase, proprio come tutte le altre, necessitava comunque di un punto subito dopo l’ultima parola, dopo la sua fine, e considero oggi come il primo giorno in cui ne sono fuori. 

Testa sgombra, tu non ci sei.

Non penso comunque “di restituirti” le tue canzoni. Almeno non tutte 😉.
Sei riuscita a farmi ascoltare, ed in certi casi anche a farmi apprezzare, cose prima lontanissime da me, quindi tutto sommato…
grazie?
Ne esco con una cultura musicale ancora più ampia (Anakis, non ridere! Stai zitta, e continua a leggere) e per uno come me, che respira e si nutre di musica, non è cosa da poco.

Ora, archiviato tutto sto casino, e con il cuore del sottoscritto decisamente molto più leggero, penso sia giunto il momento che vi mettiate belli comodi comodi e che “vi pigliate” questa bella stronzata che sto per raccontarvi!

Perché da quando ho iniziato a parlarvi un po’ di lei, che sia tra le pagine di questo blog, o di persona in pochissimi casi, ha collezionato tutta una serie di soprannomi invidiabile dal signore dei nove inferi in persona.
Cose del tipo “la figlia del fornaio”, o più semplicemente “la duemilaetrè” (accento lasciato volutamente), il più colorito “la toy-girl del milkboy“, il più estroso “la sciacquetta invasata con la trap”, e sicuramente, rileggendo più avanti, mi pentirò della decenza con cui ne sto lasciando indietro più di qualcuno.
Uno però… è stato davvero troppo divertente vederglielo assegnare.

Maila.

C’è stato più di qualche collega che ormai aveva deciso così.
Non importa se, in questi quasi diciassette anni di Via Conciliazione, di disastri sul lavoro non ne ho quasi mai combinati (Aüle, non ridere! Stai zitto, e continua a leggere), per alcuni di loro doveva essere per forza del negozio. 
Facilissimo: c’è solo una duemilatre in zona. È la Maila.
Inizialmente ci avevo anche provato a farli ragionare, con cose del tipo:
“Ragazzi, ma scusate un attimo… Al netto che sull’argomento sono da sempre stato molto riservato, ma se davvero avessi voluto nascondere una cosa così, non pensate che sia stato molto stupido da parte mia l’aver sempre detto a chiunque di trovare la Maila davvero molto carina, e che sia per distacco la più bella tra le nostre colleghe?”
Poi ho iniziato a trovare la cosa davvero molto divertente, ed infine ci ho buttato sopra un bel carico.
Compri una Cinquecento Dolcevita.
Vuoi non chiamarla Maila? 😂
“Perché l’hai chiamata proprio così?”
E mentre ti rispondevo “Perché lo trovo parecchio elegante, ed anche un po’ originale. Conosco solo una persona che porta quel nome”
In realtà pensavo “tanto per cominciare, per divertirmi! Ed in secondo luogo, per darti esattamente quello che vuoi, per alimentare il tuo fuoco con una bella tanica di benzina”.

Chiedo scusa alla categoria, ma di bariste anche basta.
Ho fatto crescere per un bel po’ il fatturato del Tuxedo, e potrei dire la stessa cosa per quanto riguarda il Museum (dove con un martini bianco e coca servito con amaretti e pezzi di cioccolato fondente ho anche fatto una proposta di matrimonio… immaginate la risposta!)

I Had My Share!

“Comunque, se posso permettermi, il tuo problema non sono solo le bariste”
“Cosa vorresti dire, mamma?”
“Sai già cosa voglio dire. Prima c’era quella con la piuma tatuata sul collo, lavorava da Feltrinelli, te la ricordi, sì? E come ti piacevano dischi e libri in quel periodo! Poi è stato il turno della farmacista, lì ti sei fatto venire il mal di gola, il reflusso, gli attacchi di panico, la pressione, e pure ‘e riscenzielli. Ce la siamo dimenticata la farmacista? Quell’altra mezza squinternata che ti teneva al telefono due tre ore al giorno una decina di anni fa? Come si chiamava? E quella che ti ha quasi preso a schiaffi in sala prove dopo aver scoperto la scappatella con la tipa di Milano? Te la sei fatta a piedi da Via Primo Maggio sotto il sole e con le Converse ai piedi, o mi sbaglio? E questo è solo per iniziare a sfiorare l’argomento…”
“Ho capito mamma, basta così!”
“No, tu non hai capito proprio un cazzo, figlio mio. Tu ti innamori troppo facilmente e soprattutto troppo spesso, dai retta a me. Devi metterti la testa a posto e comportarti come si deve!”
“Sai che non succederà mai.”
“Succede, succede. Ricordati queste parole: io sarò al tuo matrimonio, e quando sentirai ridere dalle panche alle tue spalle, non voltarti neanche. Già sai che quella sarò io!”
“Ok, mamma. Poi vediamo”

Una Fiat Cinquecento Dolcevita dicevamo, giusto? Bianca, tetto panoramico in vetro (così puoi farle vedere le stelle… scusa mamma, ti prego scusami!) e soprattutto: bella per sempre! Non potevo chiamarla con nessun altro nome se non Maila, c’ha proprio il musetto da Maila. 
Presa, ovviamente, da Auto-Mar, il regno di Mester (my favorite drummer and my favorite human being) e ritirata, ovviamente, con (rullo di tamburi, anche se rombo di Cuono sarebbe più adeguato) mio padre, seguendo un rituale deciso nei minimi particolari qualche giorno prima.
“Allora ripassiamo. Facciamo così. Ti vengo a prendere fuori la stazione ed andiamo da Mester, sbrighiamo la faccenda, poi tu guidi per primo la Mailazza, ed io ti riporto la Caterina fino in Via Lusardi, dove ti riconsegnerò le chiavi… Poi brindiamo con mamma, sorella, e fratello, e poi me ne vado. Dovrebbe funzionare!”

Superstizione?

Il giusto dai!
Mi piace definirmi un figlio della lupa con il cuore sabaudo, ma il sangue che scorre nelle mie vene è comunque il sangue di un terrone, e qualcosa dovevo pur prendere da quel ramo, quindi ho scelto per una buona dose di gelosia, e giusto per un piccolo assaggio di superstizione.
Ora non aspettatevi che sia uno da gesti scaramantici gratuiti, Volto Sacro Di Gesù Proteggimi Tu, corni, ferri di cavallo, cazzi e mazzi. 
Piuttosto sono uno che “non ci credo, però un pochino male non fa… e se anche non mi parli della partita prima che effettivamente venga giocata, non è che proprio mi dispiace, ecco.”
No, non sto cercando di giustificarmi per averti “trattata male” sabato, se volessi farlo ti direi che ti avevo avvisata per tempo.
“Sicura che vuoi passare da me per un saluto? Ho fumato un po’, so che poi ti da fastidio come parlo quando lo faccio”.
“Sì, sì, tranquillo. Sto arrivando!”

Ma poi…
“Va be, dai. È solo l’Empoli”
“Eh, no, eh? Dai, ma p***a ma***na! Non ti ci mettere anche tu, che già ci sono quei due stronzi che me la tirano tutte le volte. Strano che oggi non mi abbiano detto niente. Vuoi ridere? Dopo due settimane e un po’ che mangiavo solo Teneroni, ieri ci siamo incrociati e mi ha salutato con un Figa, i Campioni D’Italia! ti rendi conto? Che infame!”

“Ok, Ok, scusa, non ne parliamo più, tocca il cancello, tocca quello che vuoi, e facciamo finta di niente” 

Dai, per oggi può bastare così.

Ci siamo ragazzi, siamo ai saluti!
Come sempre, grazie per il tempo speso a leggere le mie fregnacce. 
Non lo do per scontato.
Come vi dicevo all’inizio, immagino non ci saranno altri aggiornamenti nel futuro imminente.
Cercate di non sentire troppo la mia mancanza.
Nel caso, il disco che sto apprezzando davvero tanto in questo periodo è l’ultimo dei The Story So Far, si intitola I Want To Disappear
Se proprio sentite un sacco la mia mancanza come “scrittore”, allora dategli un giro, che merita!
E non lamentatevi: a me e a Sir. Giovanni è toccato Tony Boy, quindi a voi sta andando di lusso!
😂
Grande Tony!

Alla prossima.
‘Mocc!
Your Favorite Milk Delivery Boy.

Ma Che Film Ti Fai?

Primo Tempo.

Capisco da subito che mi trovo davanti ad una scena in qualche modo già vissuta. 
Ci sono completamente immerso e non credo che mi sveglierò nei prossimi minuti, ma una parte di me, forse ancora non abbastanza forte da, sta cercando di dirmi che dovrei ricordarmi esattamente come andrà a finire questa storia. 
Probabilmente sta solo attendendo che gli eventi effettivamente seguano il loro corso.

Siamo seduti su un muretto di cemento, giusto da parte all’edificio dove ti ho vista per la prima volta, e ce la stiamo raccontando su. 
Tu sembri rilassata, completamente a tuo agio, io sono un vero e proprio disastro. 
Poche volte siamo rimasti davvero da soli, e questa è la prima volta che ci troviamo a parlare di noi senza che qualcuno ci stia tra i piedi. 
Non riesco a parlare fluentemente, sono più concentrato sull’apparire il meno imbranato ed imbarazzato possibile, quindi mi accorgo che sto arrossendo (ma davvero?? tu non arrossisci mai, Brunino), e più cerco di fare qualcosa a riguardo e più sento che la situazione sta per sfuggirmi di mano.
E tu ovviamente te ne accorgi subito. 
Mi osservi con uno sguardo divertito, fai quasi fatica a trattenerti dal ridere. 
“Mi dici cosa ti prende? Che cos’hai?”
“Niente. Io… Non ho niente. È che ho un po’ fame.”

Apro lo zaino e mi metto a cercare nel suo interno con molta più attenzione del necessario, prendendo tempo, ed approfittandone per distogliere almeno per un attimo lo sguardo.
(È che ho un po’ fame? Ma come cazzo ti è venuto in mente di dare una risposta del genere, chiattone che non sei altro!)
“Eccola!”, detto quasi gridando, come se stessi stringendo tra le mani il tesoro più prezioso di sempre e non una semplice mela rossa.

Aspetta un secondo, io lo so che cos’è! 
L’ambientazione non coincide, dovremmo essere su una spiaggia. 
Non ci dovrebbero essere le luci del tramonto, ma dovrebbe essere già buio e ci dovrebbe essere un fuoco acceso a pochi passi da noi. 
Poi sarebbe tutto proprio come in quell’episodio di Orange Road.

Orange Road, ovvero la versione “non censurata” dalla Mediaset nei primi anni novanta del mio cartone animato preferito da piccolo. Avevano deciso di renderlo adeguato ad un pubblico più giovane, spostandone l’attenzione sui poteri magici del protagonista e distogliendola dalla sua passione per la patatina, con tutto quello che ci va dietro.
Il risultato? Molti di voi lo conosceranno come “Johnny è quasi magia”, rivisto e (finalmente) capito una decina di anni fa, rimasto nel mio olimpo personale (forse più per affetto, ricordi, legame, che per altro), e raggiunto, solo in età adulta, da Attack On Titan.
Ok, due generi e due cose completamente diverse, ma credimi se ti dico che pochissime volte in vita mia mi sono trovato immerso in una storia così bella come quella immaginata da Hajime Isayama. 
Ho una memoria a lungo termine davvero formidabile, ma non posso dire di avere dei ricordi così dettagliati di un periodo così lontano. Ad ogni modo, la donna che mi ha creato così male si è presa la premura di raccontarmi che effettivamente in quegli anni era proprio il mio cartone animato preferito, e che il mio cuoricino (oltre che per la mia famiglia, ramo Aceto incluso) allora batteva in parti eguali per Sabrina (Madoka in Orange Road), Miriana Trevisan di “Non è la Rai”, la “Fiorellaia” di Via Colombo, ed Elisa: ovvero una bimba conosciuta all’asilo e con la quale era nato un legame indissolubile (intendeva letteralmente: mi ha sempre raccontato che era impossibile anche solo tentare di mettere più di un metro tra noi due).
Il tutto contornato dall’amore più grande, ovviamente la musica.
Sempre presente, da quando aprivo gli occhi fino a quando mi addormentavo.
Se mi cercavi da qualche parte, era difficile non trovarmi ad armeggiare con qualche cassetta e con la radio gialla di mia madre, davanti lo schermo a guardare dei video di qualche concerto, facendo “air drumming” o cercando di colpire a ritmo qualsiasi cosa potesse avere un suono soddisfacente, oppure (ed ecco la cosa che più di tutte faceva incazzare quella santa donna, a detta sua per motivi di igiene) rubando il porta rotolo in bagno ed usandolo come un microfono, il tutto mentre vestivo i panni del leader dei Queen e deliziavo il mio pubblico immaginario. 
“Aaaaaaaay-hooooo!!”

Ma torniamo a noi, ci siamo dimenticati di quei due poveri stronzi sul muretto (o sulla spiaggia, è lo stesso, come preferite!)

Do un morso alla mela ed inizio a masticare voracemente, come se avessi davvero fame, assaporandola come se fosse la cosa più buona del mondo. Poi, mentre ho la bocca ancora piena, ricomincio a parlare.
“Mmm, spero solo che il Brando l’abbia almeno sciacquata prima di darmela dietro. Prima o poi finirà per avvelenarmi! Se mi dovesse succedere qualcosa, dovresti davvero andare a cercare lui come primo indiziato. Me lo prometti?”
“Va bene, te lo prometto. Però scusami, ma chi è il Brando?”
“Non lo conosci? È uno chef stellato di fama internazionale. Gestisce il bar nel negozio dove lavoro. Ogni giorno c’è pieno di gente che si prende letteralmente a calci in culo per poter assaggiare i suoi piatti. Una vera e propria leggenda vivente nel mondo della ristorazione. Perdonami, mi stavo perdendo in cazzate. Io… Io ho solo questa mela. Ne vuoi un morso?”

So che stò per svegliarmi, questa in sottofondo penso sia “Belong Together” di Mark Ambor (RTL a volume appena percettibile è sempre accesa di notte, con il solo scopo di cullarmi e di alzare il fatturato di Enel Energia sulla mia pelle. Già, ci sono così sotto che ascolto musica anche quando dormo). Cerco di lottare e di rimanere aggrappato ancora per un po’ mentre lei… Lei ha una espressione indecifrabile. Sembra voler rifiutare, poi invece inizia a guardarmi con una espressione da furba e mi strappa la mela dalle mani. So cosa sta per fare, ma non so se farò in tempo a viverlo. Poi, senza dire una sola parola, inizia a mangiarla esattamente da dove avevo smesso io di farlo.

(Il soffitto di casa, un caldo illegale, volano madonne.)

“Davvero? Stronza e Maledetta? Ok che sei più giovane di me e di un po’, ma davvero mi concedi solo un bacio indiretto tipo scuola media?” 
Sposto lo sguardo. Dovrebbe essere proprio lì accanto alla sezione imbarazzo della mia libreria sparsa per la sala. Fisso la mela rossa, probabilmente comprata nel duemilaemai da mia sorella e sicuramente da me sottratta senza consenso dalla casa dei nostri genitori
“Domani finisci nell’immondizia, sappilo!”
Mi alzo, prendo su del succo d’arancia, una Marlboro ed un accendino. Poi infilo un paio di scarpe e (dopo essermi sommariamente assicurato che il match tra i boxer e le sneakers fosse soddisfacente) me ne vado sul balcone a cercare di fare pace con il mondo.
Concedo al mio mindful moment di durare un po’ più a lungo del dovuto, poi un po’ per una voglia irresistibile di un’altra doccia, ed un po’ per non presentarmi sempre così male ogni volta che mi tocca il turno del mattino, decido di tornare in casa. Una sciacquata veloce, un rutto a pieni polmoni, ed eccomi pronto per cercare di dormire ancora un po’

Secondo Tempo.

Non conosco queste strade, non ho la più pallida idea di dove possano condurre.
Anche il “momento” mi è difficile da collocare nel tempo, e più mi guardo attorno e più tutto questo sembra assomigliare vagamente a come io mi immagino una città inglese nei primi anni del novecento. 
Sto guardando il mio riflesso in una finestra lasciata aperta.
Non ho mai portato i capelli così lunghi e disordinati se non quando avevo quindici anni, e comunque quel colore se ne era andato subito dopo i miei primi anni di vita.
Figata gli occhi di due colori diversi! Per quel blu ci morirei, il castano invece mi sembra un paio di tonalità più chiaro del colore dei miei occhi. Il suo centro poi è quasi nero, è come se la pupilla si fosse eccessivamente dilatata.
Ho una lunga e vistosa cicatrice sullo zigomo sinistro di cui non ricordo assolutamente nulla.
Mi passo una mano sul viso e riconosco solo la fossetta sul lato sinistro, tutto il resto mi è sconosciuto, incluso il senso del tatto.
È come se fosse un’altra persona a toccarmi, questo non sono io.
Non sono così alto e così eccessivamente magro.
Non ho mai posseduto questa valigia in tweed, e non vedo perché ne dovrei avere una con su inciso un nome diverso dal mio.
(Thomas.)

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.  

Ha davvero importanza? Non ho mai avuto un buon rapporto con gli specchi. Fotte. (Ricomincia a camminare!) Ricomincio a camminare.
Sono uscito di casa pochi minuti fa, e nel casino che ho dentro questi quattro passi mi sono sembrati più lunghi di una maratona intera.
Non potevo più restare, non riuscivo più a rompere quel silenzio assordante.
Non puoi urlare in quel rumore se ti sei già fottuto la voce.
(Lo sai? Per un momento, anche solo per un attimo, io ci ho anche creduto. Ho aspettato il tuo arrivo anche se sapevo benissimo che non ci saremmo incrociati. Proprio io, io che ormai dovrei aver capito da un pezzo che starei solo bene se tu non tornassi mai.)
Mi tremano le mani, sta succedendo di nuovo.
La prima volta è stato bruttissimo, poi impari a viverci sopra, proprio come con ogni altra cosa.
E mi viene quasi da sorridere, anche se davvero non avrei proprio nessun motivo per farlo.
Osservo le mie braccia, mentre sento tutto il mio corpo cambiare velocemente.
Sempre più debole, sempre più scheletrico.
Sento la pelle tirare, contorcersi, avvizzire, fino a stendersi come fosse un velo, quasi trasparente, così sottile e così fragile, sulle mie ossa esposte per chiunque voglia godersi lo spettacolo.
Mi bruciano gli occhi, intendo letteralmente, è come se venissero consumati fino a distruggersi, e che l’odio che sento scorrere senza una fine, senza un argine, prenda il loro posto nelle orbite lasciate vuote.
Sento ogni vertebra muoversi per conto suo, è come se avessero una volontà propria ed indipendente dalla mia. Stanno disegnando la mia nuova struttura: curva, piegata in avanti, e decorata da tantissime spine.
Artigli affilati al posto delle dita.
Una lunga coda ossea.
(Sono… bellissimo.)

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.  

Quasi non mi accorgo dei due anziani che stanno passeggiando nella direzione opposta, sembra siano comparsi dal nulla. Farei ancora in tempo ad evitarli, e davvero dovrei farlo: nessuno dovrebbe vedermi in queste condizioni. (Ma le gambe non rispondono, nessun muscolo sembra intenzionato a farlo, sono solo uno spettatore, e…)
Thomas continua a camminare lungo il suo percorso senza una meta.
Ormai siamo più o meno alla stessa altezza, quindi ho avuto tutto il tempo necessario per essere pronto al peggio.
Lei alza il suo sguardo stanco posandolo sul mio viso, poco dopo mi riconosce e mi dona un sorriso dolcissimo. Lui invece si limita a sfiorare leggermente la tesa del suo cappello con un movimento molto elegante, un po’ old-fashioned se vuoi, ma perfettamente adeguato al luogo ed al tempo in cui questa storia assurda si sta svolgendo.
Capisco tutto.
Non riuscite a vedere il demone. 
Siete troppo concentrati sul suo aspetto, sulla sua fossetta, sul suo arrossire, sulle sue espressioni dolci, sui suoi modi gentili, e sulla sua apparente sicurezza di se.
Tutto quel male passa in secondo piano.
Eppure il demone è proprio qui, davanti ai vostri occhi. 
Stategli accanto abbastanza a lungo e forse capirete cosa intendo dire.
(E mi lascerai indietro.)

We have lingered in the chambers of the sea
By sea-girls wreathed with seaweed red and brown
Till human voices wake us, and we drown.

(Il soffitto di casa, un caldo illegale, sensazione di forte dolore dietro lo sterno.)

Niente paura. Conosco molto bene questi sintomi, ne soffro da quando sono nato. Le cause fondamentalmente sono due: Donna Giuliana (nonostante abbia avuto ben nove mesi ed una decina di giorni per fare un lavoro fatto come si conviene ad una madre) si è dimenticata di farmi dono di uno stomaco funzionante. Per completare l’opera, ho deciso da tempo di vivere una vita dissoluta, sregolata, e forse troppo viziosa.
(Poi bell’idea il succo d’arancia bello freddo prima di coricarti, vero? Fenomeno!)
Dai, bevo un sorso d’acqua (forse servirebbe quella santa, o meglio un po’ di quell’acqua della madonna benedetta almeno due volte da un prete possibilmente terrone… dicono sia più potente) ed una bustina di Gaviscon (così per aiutare la religione con anche un po’ di scienza)
“Hai mai provato con la camomilla al finocchio? Prenderesti due piccioni con una favazza sola. La camomilla ti aiuterebbe con il sonno, mentre il finocchio ti aiuterebbe con lo stomaco.”
“Questo l’hai imparato a medicina, oppure è tutta farina del tuo sacco? Così, per capire.”
“Io voglio solo aiutarti!”
“Davvero? A me sembra una di quelle ricette del dottor Pignacca. Ma dimmi un po’, tra i tuoi vari rimedi hai anche qualcosa che si addice ad un soggetto eterosessuale? Oppure devo aspettarmi che la prossima volta mi chiederai direttamente di buttartelo nel …?”
“Ammazzati!”

Però che trip! So benissimo che sarò comunque dannato, ma un sogno così me lo voglio ricordare. Entrambi i sogni in realtà.
Prendo il telefono ed inizio a scrivere un po’ di appunti, poi domani deciderò se davvero ne vale la pena di scriverci qualcosa o se lascerò perdere. 
Un ultimo sguardo alla mela rossa per poi etichettare il file.
“Ne vuoi un morso?”

Titoli Di Coda.

Io ce lo avrei anche un titolo migliore. 
Cancello “ne vuoi un morso?” e resto qualche secondo a fissare il cursore, proprio come sto facendo in questo momento.
It’s not a big deal, e comunque ho sempre cercato di proteggere con l’anonimato (quando possibile e quando aveva un senso farlo) la privacy e l’identità delle persone coinvolte nei racconti di queste storie. L’ho sempre trovato giusto, ed ho sempre dato più importanza agli avvenimenti in se piuttosto che ai protagonisti. Più facile immedesimarsi per chi legge.
In questo caso poi, è quasi impossibile che lui sia un lettore di queste pagine. Conosce a mala pena il mio nome, la mia fede calcistica e poche altre cose. (E lei invece?) Lei è una delle mie più affezionate lettrici, proprio per questo sono effettivamente un po’ indeciso.
Tuttavia credo ormai di aver già lanciato il sasso, e lei proprio non sopporta i teaser.
Stavamo mangiando assieme ad altre persone, ma erano tutti abbastanza assorbiti in altre conversazioni per notare questo episodio.
Prendevamo (giustamente) per il culo i Guns N’ Roses.
Lui finisce di mangiare il suo chicken burger, dopodiché alza gli occhi ed incrocia lo sguardo di lei.
Lei lo osserva con un’aria interrogativa.
“Le vuoi le mie patate?”
(Quasi mi strozzo) e lei:
“Davvero mi stai chiedendo se voglio le tue patate?”
Lui sembra non capire.
Escludendo gli occhi piccoli piccoli tipici di chi si è divertito alla grande la sera prima, aveva tutta l’aria di chi avrebbe volentieri risposto “ma cosa ho detto di sbagliato?”
Non gli ho mai detto che in quel momento ero davvero molto orgoglioso di lui, e che sarei stato pronto a passare il testimone assieme a tutta la conoscenza di anni ed anni di “disavventure del lattaio con l’innamoramento facile”, proprio come un Jedi farebbe con il suo Padawan.
Poi ci ho ragionato su ed ho deciso che non era il caso.
Lasciando per un attimo da parte il fatto che mi è sempre andato particolarmente a genio già da quando ho avuto la fortuna di scambiarci qualche parola per la prima volta, ho capito che sarebbe stato uno di quei casi in cui l’allievo ha già superato il maestro.
Facciamo due gare completamente diverse, non potrei mai competere.
E comunque, anche e soprattutto dopo una frase del genere, sono sicuro che il ragazzo avrà senz’altro una carriera brillante!
(Quanto a lei?) Beh, ovviamente a lei la sto ancora facendo pesare questa storia, e non penso che smetterò a breve.
Ogni volta che capita di mangiare insieme, prima o poi arriva sempre il momento giusto. Quel momento in cui la fisso negli occhi finché se ne accorge, per poi dirle (con il tono più amorevole e protettivo che posso)

“Le vuoi le mie patate?”

Rinomino. Salvo. Chiudo.
Buonanotte? Buongiorno?
Davvero non saprei.
‘Mocc ‘a mammeta?
Sempre.

Your Favorite Milk Delivery Boy.

Scena Post Credit.

“Cosa fai il 18 sera?”
“Quest’anno è capitato di domenica, quindi sarò a giocare a Dungeons And Dragons.
“Capisco. Senti, ti va se facciamo colazione insieme?”
“Mi piacerebbe davvero tanto, è solo che devo lavorare.”
“Lavori di domenica? Il giorno del tuo compleanno?”
“A questo giro è andata così, pace. Beh, puoi sempre farti trovare alle 8 all’ingresso e fare colazione insieme a me all’Atlantic.”
“Anche no?”
“Riformulo: Se QUALCUNO volesse dimostrarmi qualcosa, allora si farebbe trovare alle 8 all’ingresso per fare colazione insieme a me.”
“Ci può stare, ma sicuramente non sarò IO quel QUALCUNO. Più facile che ti venga a trovare la sera a casa di Diego, magari vestita da demone, così forse darai un po’ di attenzioni anche a me!”
“Ma sei cretina?”
“Chiedilo a tua madre.”
“Cosa, se sei cretina tu? Oppure lei?”
“…”
(Deve ancora rispondere)

Casting Couch

Consigli non richiesti per quando ti trovi davanti ad una pagina bianca, sei ispirato, ed il cursore ti sta dando il suo “bentornato” con il suo ottuso, costante, ed amichevole lampeggiare:

1. Inizia sempre con un titolo “ad effetto”, in modo da catturare subito l’attenzione, già dalla prima riga. 

2. Ottenuto il risultato, procedi rimodellando, addolcisci gli spigoli, e rassicura i tuoi lettori. 
D’altra parte non stai parlando di quel couch, non toccherai argomenti riguardanti lucidature di pomelli o tirate di cresta al gallo, non racconterai delle difficoltà avute durante il lunghissimo periodo di astinenza di qualche anno fa, e nemmeno di quanto eri diventato bravo a suonare l’intro dei video di Pornhub con la batteria. Tra queste righe ci sarà molto casting e nulla di couch, ma d’altra parte lo sai che sono un po’ stronzo, e poi proprio non mi andava di sprecare l’occasione.

3. Accompagnali dove vuoi. Se ne avranno davvero voglia, ti seguiranno.

Questi racconti avrebbero dovuto essere parte del post precedente. Esatto: proprio quel post che il futuro beneficiario di ogni mia proprietà intellettuale nel caso di una mia prematura, accidentale, ma sempre più probabile caduta in un dirupio (perdonatemi, so che si scrive senza la  “i”, ma quanto cazzo suona bene scritto così?) ha più o meno battezzato così:

“Bella da dio la storia della milfona di Milano. Ti ha più chiamato? Sei andato su? Come è andata la monta?”

Il problema si è posto quando la disavventura de Your Favorite Milk Delivery Boy With A Small Toy in terra lombarda si è presa più righe e parole del previsto.
Quindi eccomi, sto per raccontarti due belle stronzate mentre me ne sto seduto sul tappeto nella mia writing position preferita, indossando nient’altro che un paio di boxer neri, e bestemmiando più del necessario la madonna e tutti i santi per il caldo che già a Giugno sto facendo troppa fatica a sopportare.

Stronzata / Casting n.1

“Dillo!!
“Un vampiro!”

Scusami Simo. Davvero.
E faccio un appello ai nostri cari colleghi che in questo momento si trovano su questa pagina:
Accoglietela in uno a caso dei vostri reparti, e fatelo prima che lei decida di farsi accogliere nel regno dei cieli piuttosto che trovarsi ancora costretta a lavorare al mio fianco. 

Si parlava di Twilight, sgranandone le citazioni peggiori, i momenti più imbarazzanti, e perculandone la trama nella sua interezza.
Saga a cui entrambi siamo, nostro malgrado, legati.
Nel mio caso vorrei poterti dire che “le storie sui non morti mi hanno sempre affascinato”, ma ometterei il vero motivo.
Ogni volta che inciampo sull’argomento finisce poi che il mio pensiero se ne va alla ragazza che frequentavo in quegli anni, e soprattutto al suo essersi perdutamente innamorata a prima vista di Kellan Lutz nelle vesti di Emmett Cullen.

“Madonna che manzo! Ma quelle braccia? Mi ci perderei lì in mezzo!”

Hai visto sweetheart? Il tuo “bambino troppo assorbito in se stesso” scrive ancora di te di tanto in tanto, anche se sa benissimo che probabilmente non leggerai mai le sue storie.

Geloso?
Sicuramente.
Anche di un personaggio?
Certo che sì.

La gelosia è sempre stata uno dei miei difetti peggiori, uno di quei pochi casi in cui il mio sangue terrone vince sul mio essere un figlio della lupa con il cuore sabaudo.
E non parlo solo di relazioni sentimentali, non si può ridurre tutto ad un semplice “tocca la mia femmina e ti cemento in un pilone sulla Salerno – Reggio Calabria”.
È più complesso di così.
Sono geloso anche nelle amicizie, sono geloso quando dai più importanza ad altri mentre per me sei una priorità, sono geloso anche quando non avrei nessun diritto o nessun motivo di esserlo, sono geloso anche del nulla e della “rain that falls upon your skin, ‘cause it’s closer than my hands have been”.
Per farti capire quanto è grave la situazione, ti dico che nella mia testa ci sono stante anche scene del tipo:
“Brun, domani suono al Carnevale Estivo, ti va di fare un salto?”
E mentre rispondevo:
“Mi dispiace, ma proprio non riesco ad esserci”
in realtà stavo pensando:
“Ma che cazzo dici? Tu devi tornare a suonare con me! Sei il mio batterista preferito e ti voglio un bene che nemmeno ti so spiegare. Scordatelo che ti vengo a sentire!”

Torniamo a noi.

Nei nostri deliri, io e la Simo ci siamo immaginati di dover rifare i film, e dopo brevi e rapide modifiche alla storia, abbiamo cominciato con i casting.
Semplici le regole:
Attori ed attrici tutti presi dal negozio di Via Conciliazione, eventuali dolci metà ammesse, e scelti secondo due canoni: somiglianza estetica oppure somiglianza caratteriale (e grazie al cazzo, a me è toccato Edoardo. Ok che sono vizioso, ma di erba ancora non ne ho fumata abbastanza da potermi paragonare a Robert Pattinson. Qui hanno vinto i lati d’ombra del personaggio originale, e le carinerie old-fashoned della mia vita precedente).
Ce la siamo risa come due cretini per un’oretta buona mentre giocavamo a mettere degli yogurt sullo scaffale.
L’assegnazione dei ruoli si è svolta abbastanza velocemente, giusto un paio di callbacks ed una sola eccezione alle regole, per un ruolo minore, assegnato ad una attrice estranea all’azienda, ovvero la figlia del fornaio, classe duemila e tre, invasata con la trap, e “basta, ti prego! Basta!”.
La quasi totalità degli attori è stata scelta tra i reparti latticini e gastronomia, con qualche elemento dalla drogheria, ed un paio dalla panetteria, inclusa la nostra protagonista.
Resta da assegnare il ruolo di Rosalie, fondamentalmente per un paio di motivi.
Primo, abbiamo fatto davvero molta fatica a trovare qualcuno che in qualche modo la ricordasse, e secondo, abbiamo ricevuto una infinità di proposte immaginarie.
Il nostro Emmett ha da sempre riscosso un notevole successo, e quasi tutte si farebbero molto volentieri un giro di giostra.
Emmett.
Ancora lui.
Se non è una persecuzione questa, dimmi tu cos’è.

Stronzata / Casting n.2

La serata è iniziata con un invito davvero molto particolare, uno di quelli che, se non fosse arrivato da mia sorella, avrebbe senz’altro ricevuto come risposta un sonoro “ma che si fotta il tuo freezer scassato male e che marcisca con tutto quello che ci tenevi dentro. Stronza!”.

Ma a Tippe non si dice mai di no.

Ciao Sarchia, stasera vieni a mangiare da me? Il menù è poco commestibile, facciamo lo svuota-freezer, quindi prevede roba scongelata, ma tutta di grandissima qualità, e con le caratteristiche organolettiche ancora quasi del tutto intatte. Dai, vieni a fare la tua parte!”

Quindi tra una deliziosa portata ed un’altra di questo banchetto proprio speciale, una piacevole serata con parte della mia famiglia trascorreva senza troppi danni (ok, magari esclusi quelli gastro-intestinali del giorno dopo. D’altra parte non lo vuoi provare il brivido di piangere seduto sulla tazza neanche fossi il re sotto la montagna seduto sul suo trono?)

Si parlava di cose da nerd, come spesso succede quando ci si incontra noi tre.
Ma è giusto così.
Tippe poi tirava fuori qualcosa da Narnia, io e Sam non avevamo idea di che cosa stesse parlando.

“Non avete mai visto Narnia? Vergüenza! Finite quella fetta di pizza che poi facciamo un cineforum.”

Ora, non voglio offendere nessuno, ma quella storia e quel film dovrebbero essere vietati ai maggiori di quattordici anni. Ci abbiamo provato, ed inizialmente ci stavamo anche riuscendo (ma questo se evitassi di raccontarvi le cose dette sul tema un po’ nazi dell’introduzione e sul ragazzino protagonista… cose del tipo “Guardalo, secondo me è polacco!”. Poi si è rivelato essere inglese. Ma fotte.)

Le scene si susseguivano, ma ormai il danno era fatto:
Sia io che mio fratello continuavamo a ridere come due stronzi facendo dei paralleli tra i personaggi del film ed i personaggi della storia che sto scrivendo e che stiamo giocando insieme come campagna di  D&D con Anto ed Umbi, sotto lo sguardo scioccato e seccato di Tippe.
Quindi ecco che la coppia di tassi / marmotte / quel cazzo che erano, improvvisamente, o meglio non appena lui si è lamentato della cucina di lei, sono diventati Anakis ed Aüle. Con il nostro Aüle sempre pronto a tessere le lodi della cucina di Anakis, in particolar modo facendo riferimento alla sua specialità:
Le patate al sangue.
Dio santo, quanto odio può contenere un tubero?
Lucy, con il suo pugnale, era diventata la nostra madame, ladruncola con spiccate capacità furtive.
Poi ecco Edmund, con il suo arco, diventare Olivier: il bardo che prova a montarsi ogni donzella sulla quale il suo sguardo si posi anche solo per un istante.
E quando si pensava che anche basta…
Ecco il momento in cui Tippe ha quasi perso la pazienza ed è andata a “preparare il dessert”.
Il giovane Peter, l’inglese/Polacco ragazzino protagonista dagli occhi blu, riceve due titoli che ci hanno fatto letteralmente spaccare.
Prima “il flagello dei lupi”, e poi “il magnifico”.
Il parallelo è stato praticamente istantaneo. Non posso dirvi il nome del personaggio, in quanto è il cognome di una persona che conosciamo, e che ancora non sa di fare parte di questa storia, ma avevamo quasi le lacrime agli occhi per la somiglianza con il nostro eroe “spada e scudo” senza paura, bello per sempre, e di cui tutta Sæglópur si è perdutamente innamorata. 

“Venite, magniamo il gelato!”
“Tippe, ma l’hai assaggiato? Sa di misto per soffritto!”
“Stavolta non è scaduto, e non è nemmeno frizzante. Mangia che è buonissimo!” 

‘Mocc.

Your Favorite Milk Delivery Boy.

“Ma a te piace proprio così tanto bagnarti?”

“Basso profilo, quasi trasparente, e cerca di levarti dal cazzo questa giornata nella maniera più rapida ed indolore possibile”.

Erano questi i presupposti, i pochi e semplici consigli non richiesti da me e da dare a me stesso per affrontare una giornata che davvero non vorresti vivere. 
E non si parla di timidezza, o di scarsa (se non assente) autostima. 
Anche se capisco che iniziare un racconto con parole messe giù in questa maniera possa quasi sembrare un omaggio ad “occhi bassi quando cammini, dentro ai piedi che tesoro hai? Occhi bassi, dritto in faccia non mi guardi mai”, ma non è nemmeno questo il caso. 
Tutta quella romanticheria portuale, tutta quella roba così “over-sensitive” (ma lo sto scrivendo davvero??) te la sei lasciata alle spalle tempo fa. E fa niente se poi quando inciampi in “quando vorrai mi trovi sotto casa con le cuffiette incasinate in tasca” ti viene un mezzo infarto. Basta non dirlo a nessuno, basta non scriverlo da nessuna parte, e basta continuare a cercare di mantenere intatta la tua nuova reputazione, con questi tuoi nuovi vestiti “così freddi”, ma che trovi decisamente più confortevoli. Semplice. 
Poco coerente? “Ci sta, ma non di brutto?” (Cit.) 
E pace, quest’anno stiamo contemplando dei fenomeni del cazzo capaci di festeggiare la seconda stella con soli diciannove scudetti vinti sul campo.
Li stai assecondando anche tu?
Molto bene.
Allora adesso mettiti comodo, e cerca di assecondare anche me, se ti riesce.

Il punto della questione è che davvero non avevo nessuna voglia di un corso di formazione, diciassette anni da sotto-sciacquino a mezzo servizio sono più che sufficienti per non avercene neanche per l’anticamera, e fotte se l’aggiornamento sull’ ottantuno è obbligatorio ogni cinque anni.
Poi, dai… Mi hanno anche aperto la macchina, la mia povera Corsa del duemila e quattro mi sta dando non pochi pensieri, proprio come un paio di altre cose nate nei primi anni duemila, ma per stavolta “facciamo come se” e glissiamo sull’argomento, che ne dici? 
Mi toccano i mezzi pubblici.
Dai proviamoci.

Inizia sempre (con un ehi come stai?) con una routine di bellezza da rispettare in ogni singolo passaggio: sveglia, funzione religiosa, acqua, cioccolato fondente, caffè amaro, OneFootball / stalking alle sciacquette, Marlboro “contemplativa”, tazza, mani/denti/viso, doccia, vestiti. 
Basso profilo avevamo detto. Quindi t-shirt nera Vans? Può andare. Quei knee-hole pants grigi sono proprio necessari? Assolutamente: con le Air Force 1 alte sono la fine del mondo. E poi quelle scarpe te le sei fatte fare custom proprio così, con quei colori messi giù quasi come a rendere omaggio ad una decade che di fatto non hai vissuto (sei un ’88), o per sentirti un figo a la Matthew Broderick in WarGames, ok, forse con meno di un quarto del suo fascino (e forse ancora meno) ma quella che conta è l’attitude, o così dicono (ripeto: ma lo sto scrivendo davvero??). Ci sarà freddo? Dai, prendi su la felpa di Star Wars e completa questo outfit al limite dell’imbarazzante. Basta che ti muovi. Il tuo socio, anche lui destinato ad una giornata milanese, è in anticipo, ed è già sotto casa che ti aspetta.
Parecheggio, stazione, lui fa il biglietto, a me basta l’app. Secondo caffè per un pelo, in quanto lui decide di mettersi lo scontrino fatto due secondi prima probabilmente nel culo, e la barista, la stessa tipa che ci ha gentilmente scontrinati, a momenti non ci voleva servire.
Aspettativa: “dai facci sti due caffè, stronza!”
Realtà: “mi scusi, non so come, ma ho proprio perso lo scontrino che mi ha appena fatto. È un problema?”
Saliamo sul treno e ci lasciamo Piacenza alle spalle. Discutiamo un po’ di quello che capita, del nostro essere nerd e senza vergogna, di quel cartone animato che probabilmente abbiamo visto solo io, lui, e Tippe, di come è facile comprarsi un posto in paradiso lavorando in una chiesa, di quanto gli skateboard possano essere pericolosi, delle nostre storie in generale.
Poi Lambrate, e scendo a prendere la verde. Ma prima lo saluto e me lo abbraccio. So che, senza nessun dubbio, avrebbe preferito la compagnia del suo robot per la pulizia pavimenti, ma faccio finta che non sia così, ed in maniera del tutto egoista me ne vado con un sorriso. Almeno l’arrivare fin qui è stato decisamente piacevole, non potevo chiedere di meglio.
So Far So Good.
Arrivo a Cernusco, ridente paesaggio abitato da tre troie e due cavalli. Piove. Seconda funzione religiosa.
Alzo il volume, chiedendomi se l’altissimo sia in grado di investirmi con un uno dei suoi fulmini attraverso le AirPods per non dover soffrire le sei ore di corso che ho davanti. Non mi accontenterà. Non lo fa mai. Non mi ha sistemato lo stomaco, la testa non ne parliamo, e nemmeno mi ha donato quei centimetri che tanto avrei desiderato 😅
Gli sto sulle palle.
Vabbè, è reciproco.
Tiro su il cappuccio e mi incammino.
Una Marlboro fumata accanto al cartello di divieto messo proprio all’ingresso. Un po’ perché mi sono svegliato ancora più punk-rock del solito, ed un po’ perché, dal momento in cui siamo all’aperto, avrei un suggerimento su dove potete mettervi quel cartello. Poi entro, saluto il signor Brandolini, e cerco l’aula. 
Basso profilo.
Fila in fondo a destra, tipo come al liceo, seduto fisso con quelli che “le uniche cose davvero importanti sono la patatina, il punk-rock, e la farmacia sempre aperta”. Questo tizio inizia a parlare, ed io ovviamente non lo sto ascoltando. Scrivo un messaggio, guardo un paio di storie, ho la testa nella musica e nel giuoco del pallone.
Poi mi giro.
Nella fila da parte a me si è seduta “una bella mammina” sui quaranta.
Molto bene.
Quasi per caso incrocio il suo sguardo.
No. Devo distogliere immediatamente, ha gli occhi blu, quel blu, proprio quel blu che a prescindere da chi li porta (scrivevo tempo fa “Irrilevante l’età, il fisico, l’etnia ed il sesso di chi li porta”) mi paralizza e mi costringe a guardarmi le scarpe.
Rassegnati, non avrai mai il coraggio di parlarle.
Le ore passano lente. Vorrei morire. Poi si fa l’ora di mangiare un boccone.
Sono all’ingresso, guardo il cielo: piove neanche fosse un pezzo degli Slayer.
Dai pace, tiro su il cappuccio, faccio per fare i primi passi quando…

“Vuoi venire sotto? Di solito giro sempre senza ombrello anche io. Quando piove sembro sempre una barbona, ma sta volta l’ho preso su. È andata bene”.

Nemmeno te lo dico chi mi stava parlando, nemmeno te lo dico a cosa stavo pensando.
Ovviamente accetto, probabilmente rosso in faccia ed imbarazzatissimo come al mio solito, ed iniziamo a chiacchierare sotto la pioggia.
Utilissimo l’ombrello.
Siamo entrambi annaffiati. Nessuno dei due sembra preoccuparsene.
Prendiamo da mangiare e ci sediamo allo stesso tavolo con altra gente. (IO, ti rendi conto?) Un ora passata così vola, soprattutto in una giornata così lenta. Tempo di posare i vassoi, e di spegnere le sigarette che è già ora di tornare.
“Dai, fammi fare il cavaliere. Tengo io l’ombrello”.
Ok, sei molto imbranato. Ma cosa potrà mai capitare? Semplice.
Fa per schivare una pozzanghera grande come il lago di Garda che, ovviamente, non avevo visto per tempo. Non voglio farla bagnare (forse? Davvero??) e cerco di ripararla spostandomi velocemente.
Risultato?
In pratica le ho dato un cartone sulla testa.
Mi scuso, poi scoppiamo a ridere.
“Bene, prima mi fai bagnare, e poi mi prendi anche a pugni. La prossima volta giuro che dovessi conoscere qualcuno di Piacenza, scappo a gambe levate.
Altra dose di imbarazzo, ma ormai praticamente siamo in aula, e questa, assieme ad ogni altra piccola dose di hype presente ancora nelle vene, svanisce nell’esatto istante in cui ricomincia il corso.
Ma ehi! Non prima di aver esplorato il piano meno uno. Mi serviva un bagno, e quindi mi trovo davanti al secondo cartello senza senso della giornata, in cui praticamente si invitavano i dipendenti dell’azienda in cui lavoro a non usarlo, in quanto l’accesso era riservato ai dipendenti dell’atra azienda presente nell’edificio.
E Fotte?
Ovviamente entro lo stesso, pensando “che cosa c’avrà mai di speciale sto cesso?? É forse in stile Disney primi anni novanta?”
Grave errore. La mia testa malata mi ha subito fatto immaginare di venire accolto da Lumière e Tockins da Beauty And The Beast. Del tipo: “Cosa succede, cherie. Devi forse cacare? Be our guest! Be our guest! Put our service to the test”.
Rido come uno stronzo da solo, e torno di sopra.
Non sai come, ma sei arrivato alla fine. Scrivo al mio socio, dovremmo arrivare a Lambrate a distanza di pochi minuti uno dall’altro.
Ma Ti fermi per salutarla? Che senso avrebbe? Dai, lasciala in pace.
Tiro su il cappuccio e me ne vado verso la metro. Sono quasi arrivato, quando…

“Ehi, Piacenza! Ma a te piace proprio così tanto bagnarti?”

Me la rido, non avrei mai potuto risponderle come avrei voluto, ma me ne esco con un decisamente più pettinato “Non è che proprio mi dispiace, ma più che altro credevo che per oggi ne avessi avuto anche abbastanza di me”.

Finiamo il nostro incontro con un lungo viaggio insieme sulla metro, ed inspiegabilmente nessun imbarazzo, le parole mi vengono facili. Inizialmente sfottendoci per il profumo di cane bagnato che avevano le nostre felpe inzuppate, per poi passare a prendere per il culo gli altri poveri malcapitati che hanno fatto il corso con noi.
“Ma l’hai notata la tipa tutta apparecchiata con quel vestitino color pesca? Sembrava una confettina”.
Confettina! Nemmeno mia madre aveva saputo fare di meglio quando, da cliente particolarmente esigente, si era trovata l’organico del reparto gastronomia completamente rivoluzionato. Ad ognuno di loro un soprannome, ed io, per qualche tempo, ogni volta che andavo a trovarla dovevo collegare quei nomignoli affettuosi ai rispettivi proprietari. Uno spasso, giuro.

Parliamo a lungo delle nostre vite, passioni, storie passate, tanta musica, il suo figlio di quattordici anni, ed il suo Beagle di venticinque chili.
Poi sono a Lambrate, la sensazione è un po’ strana.
La saluto e la ringrazio per la giornata passata insieme.
E poco dopo raggiungo il mio socio in stazione mentre chissà quale espressione devo avere ancora addosso.

Basso profilo.
Quasi trasparente.

‘Mocc a chi t’è muort.

Con Affetto.

Your Favorite Milk Delivery Boy.

Liquid Bravery

Avrei tanto voluto essere padre.

No, non sto scherzando. E nemmeno sto lasciando volutamente una frase così a caso, sfiorando quello che in futuro sarà il mio più grande rimpianto, per poi passare a scrivere di tutt’altro. 
Mi è solo venuto di fare così.
Ti starai chiedendo “e adesso come ne esci?” 
Facile, ricomincio da capo e te la completo. 

Avrei tanto voluto essere il padre di questa espressione, la trovo magnifica. Vuoi per il forte legame con il Wizarding World della Rowling, vuoi per la mia “dipendenza” dall’alcool, vuoi per quello che ti pare, ma per me è davvero così.
Viene da una conversazione su whatsapp con una mia amica, nota insegnante di inglese, e con spiccate capacità nel preparare piatti di carne. Ammesso che tu abbia una masticazione così forte da combattere una consistenza così “tenace”, ma questa è tutta un’altra storia.
Le scrivo che avrei avuto tanto bisogno di lei. Ero ancora in negozio a fine turno e mi chiamano dall’assistenza clienti per un piccolo problema con una ragazza che non conosceva una parola di Italiano. Credevo davvero che sarei stato capace di tirare fuori il mio miglior inglese, e davvero speravo che andasse proprio così, ma se stai sperando di leggere una disavventura del lattaio con l’innamoramento facile sappi che resterai molto deluso.
Vuoi che avevo troppe persone intorno e che quel posto iniziava a sembrarmi decisamente troppo affollato, vuoi che mi stavo sentendo decisamente troppo al centro dell’attenzione, e ancora una volta: vuoi per quello che ti pare, ma non sono stato per niente all’altezza della situazione. 
Lei mi scrive di non capire, io le rispondo che ci ho capito anche meno.
Non sono il tipo di persona che si vanta di cose a caso, tutt’altro, ma non mento se dico di conoscere particolarmente bene l’inglese e che praticamente mai mi trovo in difficoltà nel doverlo comprendere, leggere, scrivere o parlare.
Mi giustifico dicendo che probabilmente non ero abbastanza ubriaco per poterlo parlare fluentemente, e lei mi risponde così:

“Sì, effettivamente il coraggio liquido aiuta molto a volte”.

Poesia.

Ora il punto della questione è che queste righe non possono diventare uno spot sull’alcool, un po’ perché penso sia troppo pericoloso raccontarti di quanto io trovi tutto molto più facile quando alzo il gomito, quando certi “blocchi” vengono superati o momentaneamente ingannati, e un po’ perché in realtà avevo voglia di allargare il discorso, portarti da un’altra parte, e di tirare in ballo anche altri rimedi per altre questioni.

Non gira bene, non va bene proprio per un cazzo, ma stamattina mentre andavo a lavorare mi sono detto “sai cosa c’è? Vai in culo” ed ho cercato su Apple Music proprio questa canzone, battezzandola come la prima della giornata. 
È con me da molti anni, da quando, in un momento imprecisato a metà dei 90s, mia nonna mi accompagnò da “Non solo musica”, negozio di dischi che se ne stava verso la fine di Via Roma a Portici, e spese trentamila lire per regalarmi Jazz dei Queen (1977).
Se ti dovesse capitare di ascoltarlo, troverai alla traccia numero dodici “Don’t stop me now”.

Anche Brian May in persona, che inizialmente detestava quella canzone a causa di tutte le cose che stava combinando Freddie Mercury in quegli anni, si è dovuto arrendere alla sua bellezza, alla capacità di farti sentire un po’ più vivo che è rimasta intatta nei decenni in quelle note. 

Freddo da dio, cappuccio tirato su, cuffie, una Marlboro. Non riuscivo a smettere di sorridere mentre me la canticchiavo a memoria, sentendomi invincibile, sulla cima del mondo, per tutti i suoi tre minuti e ventinove secondi. Guarda come ti trovo il coraggio di affrontare una giornata che non vorrei affrontare, mentre non avrei voglia di fare assolutamente nulla.

Non chiedermi cosa c’è che non va. Non rispondermi “non ci credo” se ti dico “tutto ok” mentre la mia faccia dice altro. Non tentare ad indovinare quando ti dico “ok per un cazzo, ma discorso chiuso e parliamo di altro”.
Primo: non ti interessa per davvero. E secondo: ho sempre mal sopportato chi mi vomita addosso tutte le sue cose nella speranza di ottenere chissà quale beneficio, non vedo perché dovrei farti subire lo stesso trattamento.
YOUR SUFFERING IS NOT UNIQUE. E così sia!
So bene come cercare di risolvere i miei guai, o comunque come cercare di non apparire troppo musone o di non fartelo pesare nei giorni “più neri”. Ho il coraggio liquido, ho i rimedi della nonna, e va bene così

Vuoi davvero essermi d’aiuto?

Sto bene quando mi venite a prendere alla stazione e vi trovo sul binario con un cartello con su il mio nome in stile “aeroporto”.
Sto bene quando senza nessun motivo inizi a cantare “tú y yo a la fiesta, tú y yo toda la noche” facendomi spaccare dalle risate.
Sto bene quando, vestito da studente di Durmstrang, interpreti l’ingresso nella sala grande di Viktor Krum, sottolineando la strabiliante somiglianza fisica tra te e lui.
Sto bene quando guardiamo Amici dopo aver pranzato insieme, prendendo in giro tutto e tutti e commentando come due critici musicali di grande esperienza.
Sto bene quando chiami “sto dinosauro” la renna luminosa comprata dalla tua dolce metà per rendere più natalizio il tuo balcone già illuminato peggio di Parigi di notte.
Sto bene quando mi abbracci e mi prendi in giro con il tuo “sarà mica colpa della figlia del fornaio, vero?”.
Sto bene quando ridi alle mie minacce di “scavalcare il bancone se lo rifà un’altra volta” dopo che la barista ha passato la lingua sul brillantino che ha su un dente, con quella faccia da schiaffi poi, Madonna Santa.
Sto bene quando mi sorridi e mi canti canzoni in napoletano per addolcirmi le mattinate.
Sto bene quando cerchiamo di decidere se è stato più pesante il tuo due di picche preso dal ferroviere, o il mio aver mal interpretato le intenzioni della ricciolina che non voleva “un assaggio del milk delivery boy with a small toy”, ma solo non si sa cosa.
Sto bene quando suoniamo insieme del punk-rock e quando non riusciamo a beccare lo stacco ska di “Silvia Saint”senza ridere come due idioti.
Sto bene quando vieni da me, quando “assecondi” il mio debole per i film sci-fi ed io “assecondo” il tuo trovarmi un figo e finiamo sotto le lenzuola.
Sto bene quando finiamo insieme il turno e passiamo due minuti a parlare di calcio e di stronzate per poi ridere insieme del mio aver quasi acceso una sigaretta mentre ancora non ero uscito dal negozio.

Sì, sono tutte persone diverse, avvenimenti più o meno recenti che hanno salvato la situazione senza essere troppo invadenti. Sembrava una bella idea mentre la stavo scrivendo, ora decisamente meno, ma va bene così. Almeno ho chiuso l’argomento in maniera diversa dal solito.
No, la cosa non comprende l’insulto finale tipico delle cose che scrivo, è solo che ieri sera il Napoli ha preso le sberle dal Frosinone e non vorrei urtare la sensibilità di nessuno usando la lingua dei partenopei.

Quindi “italianizzo”…
Quella grande cessa di tua madre.
Ok, può andare.
Buona Serata.
Your favorite milk delivery boy.

So Far So Good.

Ma forse anche no. Anzi, direi un “male male qui”.
Ad ogni modo immaginavo che prima o poi avrei voluto usare questa espressione come titolo “per qualcosa da scrivere qua”.
Se non ricordo male basta tornare indietro di qualche mese.
Me ne stavo sul balcone di casa mia, seduto a gambe incrociate sul pavimento ad assaporarmi una Marlboro post cenetta handmade. Un calice di Schiava, un filo d’aria fresca in quella che è stata una estate quasi impossibile, e con uno dei miei pezzi preferiti dei Chainsmokers sullo sfondo, all’orizzonte dei miei pensieri.
Ridevo da solo, perché mi dicevo “dai, fin qui tutto bene”, ma in realtà già sapevo che stavi diventando decisamente un problema per me. Cominciavo già a parlare troppo spesso di te, ad usare la nostra differenza d’età come scusa e, ovviamente, a scherzarci su con le persone attorno a me, dicendo cose del tipo “è nata nello stesso anno in cui i Brand New facevano uscire il disco che ho tatuato sul braccio” oppure cose del tipo “è nata nello stesso anno in cui Juventus e Milan erano sul tetto del mondo, inarrivabili” a seconda del mio voler utilizzare l’argomento musica o l’argomento giuoco del pallone. 
È passato qualche mese e, come da me previsto, la situazione non è cambiata poi così tanto. 

Non è vero. La situazione è decisamente peggiorata.

E adesso sto per raccontarti una bella stronzata così da farti capire quanto.

Perché non inguaiarsi l’agenda, già complicata di per se, cedendo alla richiesta di indossare nuovamente le vesti del Dungeon Master? 
Ero davvero titubante, e con tantissime e valide motivazioni per lasciar perdere, tipo l’essere decisamente fuori allenamento (la mia ultima sessione da DM risaliva alla fine degli anni duemila), tipo la mia dislessia non diagnosticata (molto meglio scrivere: non mi incarto e non sono costretto ad ascoltare la mia voce che per la cronaca ho sempre detestato. Bruno AUTOSTIMA De Micco), e tipo il non poter reggere il  confronto con il signor Montanari (DM di noi poveri nerd e uccisori di mostri della domenica sera, dall’esperienza e dalla competenza per me irraggiungibili, oltre che una delle persone più belle di tutto il creato).
Poi mi sono detto “dai, ma perché no?”.
È una cosa che ho sempre trovato divertente, di creatività ne ho sempre avuta da vendere, e poi un po’ mi stuzzicava l’idea di avere tre giocatori completamente nuovi a quel mondo, due amici e mio fratello.
Sta andando alla grande, Sam in particolare ci è finito sotto di brutto, e già dopo solo una manciata di sessioni avrei abbastanza cose da raccontare da riempire tutto il blog. 
Stasera però voglio solo condividere questa istantanea presa dalla nostra chat dove, per iniziare un veloce recap della sessione precedente, prima ho tirato in ballo il papà della lingua italiana in persona, e poi ho avuto il coraggio di fare questo:


Quindi, cara la mia bella e giovane figlia del fornaio, adesso ascoltami bene.
Quando anche solo un “Ciao Bruno” e pochissime altre parole diventano un problema così grande da condizionarmi così tanto, penso sia arrivato anche il momento in cui te ne devi andare anche un po’ a fare in culo.
Stronza.

Con affetto, si intende.

È pur sempre il mio blog. 
Non va preso troppo seriamente.
Ho ancora voglia di divertirmi.

‘mocc.

Your favorite milk delivery boy.

Caramello salato.

Ad essere sincero i segni che questa giornata non avesse nessuna possibilità di cominciare come tutte le altre erano ovunque, ed in grande assortimento. Pensare di stipendiare gli astrologi per sentirti dire quello che vuoi potrebbe anche suonarti come una buona idea, se solo tu credessi a queste cose e soprattutto se solo tu non avessi finito le sigarette e la base della sopravvivenza nella tua dispensa. Quindi meglio riformulare:

Ad essere sincero i segni che questa giornata non avesse nessuna possibilità di cominciare senza andare a fare la spesa erano ovunque, ed in grande assortimento. Inutile combattere il volere delle stelle, della madonna o di chi per lei.

Sono nel mio “sottocasa” di riferimento…

“Ti prego, dimmi che hai usato volutamente il termine “sottocasa” per indicare il Conad di Via Modenesi con il solo scopo di proteggerti dal conflitto di interessi che verrebbe generato dal tuo ammettere di fare la spesa alla concorrenza. E poi dimmi che stai lasciando volutamente anche l’indirizzo del punto vendita per potertela ridere quando rileggerai tutto questo in futuro”.
“Certo che sì”.

Pochi minuti, passaggi rapidi tra le corsie, tanto sai benissimo che dimenticherai più della metà delle cose di cui avevi davvero bisogno, e prima ancora di potertene accorgere ti trovi in cassa assorbito nei tuoi pensieri  nell’attesa.

Arriva lei, look decisamente alternativo ed interessante, inizia ad appoggiare le sue cose finché non finisce il nastro a disposizione e rimane con un po’ di spesa tra le braccia. La osservi per un attimo, valuti se compiere il famoso “gesto dell’imbarazzo” di mettere il divisorio tra la tua spesa e la sua, poi decidi di non farlo e aspetti che a farlo sia lei, tiri fuori il telefono e rileggi una conversazione di poco tempo prima. Lei finisce di sistemare la spesa (ma il divisorio poi ce l’ha messo?? Sì, sì… tranquilli) e quasi di riflesso si mette ad usare il telefono.

“I gelati che hai preso sono stra-buoni. A me piacciono tantissimo quelli al caramello salato, non so se li hai mai provati”

CI SIAMO.

Ora il racconto potrebbe prendere tante direzioni diverse, e farò del mio meglio per mostrartele tutte. 

La via più razionale, quella che ti farebbe rispondere “e grazie al cazzo, vita mia… ci sono poche cose al mondo che danno lo stesso livello di assuefazione del caramello salato, del caffè e delle Marlboro”.

La via più “over-sensitive”, quella che ti lascia un po’ senza parole. Non è un segreto, l’autostima non è mai stata una delle mie caratteristiche principali ed ho più di qualche problema con gli specchi, quindi un approccio che arriva direttamente dal nulla, che io non mi sia andato a cercare con una delle mie bellissime figure imbarazzanti,  mi disorienta a dire poco.

Ma questo è il mio blog, quindi il racconto non può che proseguire con la teoria delle tre categorie scritta a quattro mani con un amico che classifica il comportamento di noi “good old-fashoned lover boys” in reazione ad una situazione simile. 

Categoria uno: tutti quelli che già dalle sue prime parole stanno pensando “ma con questa ci usciresti o no?” (e vi garantisco che vi sto dando una versione decisamente più edulcorata).

Categoria due: tutti quelli che pensano esattamente le stesse cose di quelli della categoria uno, ma decidono di mentire sapendo di mentire affermando che non è così.

Categoria tre: gli omosessuali.

Appartengo orgogliosamente, ed in maniera anche pessima e/o imbarazzante, alla categoria numero uno, e quindi ecco che…

“Sì li ho provati. Vero, sono buoni da Dio. Però dai alla fine tutti i gusti che fanno sono spettacolari, io ci sono sotto di brutto”.

“Ma quelli al caramello salato di più. Punto. Mi sono anche incazzata un sacco perché avevo fatto scorta per poi venire a sapere che al Gigante dove vado di solito erano in offerta”

[…]

La cassiera mi guarda, era come se avesse scritto in faccia “ma da bon?”, quindi mi scuso ed un po’ imbarazzato dico di voler pagare con la carta ed inizio frettolosamente ad imbustare. Ringrazio la cassiera, saluto la ragazza che mi risponde con un sorriso ed esco dal negozio.

Ora so benissimo che vorreste che il mio racconto proseguisse, che vi raccontassi di come abbia presto tutto il tempo necessario per allacciarmi bene la cintura, per aver cercato con calma la temperatura confortevole, e che la sintonizzazione con RTL 102.5 fosse perfetta con il solo scopo di aspettare che lei uscisse dal supermercato, che mettesse la sua spesa nel cestello della bicicletta e tutto quello che sarebbe potuto succedere / è successo dopo. Ma questa è a tutti gli effetti una puntata de “le disavventure del lattaio con l’innamoramento facile” quindi già lo sapete: non verrete accontentati.

Prometto che non tradirò mai il format di questa rubrica. 😂 

E quanto a te, ti prometto che ogni volta che starò assaggiando qualcosa al caramello salato un po’ ti starò pensando, ripenserò a questo incontro e soprattutto ripenserò alle calze allucinanti ed improbabili che indossavi stamattina. Ti giuro, ora la mia collezione ha assunto tutto un nuovo significato.

‘Mocc.

Yours.

Brun-eee-no

(Yes, it’s the Milk Boy, a questo giro con il gettone trasferta).

È la domanda il nostro chiodo fisso, Neo.

… ma perché ti devi soffrire??

Perla tra le perle di infinita saggezza, estratta a freddo e non filtrata direttamente dal retaggio culturale della mia famiglia. Famiglia di poeti e famiglia di linguisti, cinque vite intere dedicate allo studio della comunicazione e della sua esplorazione fino alle zone più oscure, sperimentazione, neologismi da far girare la testa.

Che poi scrivere tutto questo “fa molto più figo” rispetto al raccontarvi della nostra dislessia ancora non diagnosticata, e che poi tutto questo fa parte di un articolo del mio blog. 

Davvero pensavi che avrei perso l’occasione di cominciare proprio così? 

Mettiti comodo. 

In breve.

Predico malissimo e razzolo ancora peggio. Punto. Nonostante tutto questo, è il quesito che mi faccio quasi quotidianamente ad ogni litigata con me stesso. Forse il principale tra i dilemmi esistenziali, forse la domanda più pertinente che ogni terapista dovrebbe farti all’inizio di ogni seduta, o comunque sicuramente la domanda che ti farei io all’inizio di ogni seduta se vestissi i panni del tuo terapista. Copi, se mi stai leggendo prendi nota.

Perché “alla fine de la fava” il nocciolo di molte questioni lo si può davvero trovare tra i caratteri di queste cinque parole con un punto interrogativo in chiusura. 

Ma perché ti devi soffrire?

Qual’è il punto di rispondere “non so di cosa stai parlando” quando guardando un film ti chiedono se il co-protagonista “è lo stesso tipo che ha fatto R in Warm Bodies” e quando sai benissimo di essere sul divano di casa tua e quindi a rischio? E non puoi reagire male se lei poi ti dice “ma che cazzo dici, ho visto che hai il libro nella sezione imbarazzo”. Non cercare di fare il figo a caso, non ne sei capace, e poi che senso ha provare a nascondere le parti più imbarazzanti di te quando per molti anni hai fatto del comportamento opposto il tuo trademark? Molto meglio restare orgogliosamente un nerd, anche a costo di correre il rischio che l’intimità di quella conversazione diventi l’unica cosa di intimo che vedrai durante tutta la serata.

Qual’è il punto di “andare a guardare le stelle a Carpaneto perché si vedono meglio”, o anche “a raccogliere le margherite nei campi” (per citare in maniera anonima come da tradizione una persona per me molto importante) se sai benissimo che si tratta solamente di un’altra di quelle situazioni dalle quali ormai avresti dovuto imparare da molto tempo di stare alla larga, di smetterla e di crescere?

Qual’è il punto di stare male, male per davvero, al punto di non riuscire quasi a formulare frasi se costretto a parlare, di rischiare anche di ammazzarti al volante perché non riesci a concentrarti se sai che comunque questa serata che passerai sotto ad un gazebo, mangiando luganiga e patate homemade, chiedendosi se sia più corretto passare prima al gelato oppure al gin tonic, parlando di cose per le quali è previsto l’arresto in quanto l’ammenda non te la puoi permettere che sei povero da dovertene vergognare, riuscirà comunque a raddrizzare questa giornata storta e a rendere questo periodo sicuramente più sopportabile?
Sei già stato in posti pericolosi con la testa e ci sei già stato nemmeno troppi anni fa. Davvero hai voglia di tornare lì? 

Qual’è il punto di riuscire sempre a distruggere le cose a cui tieni, di non aver ancora imparato che spesso provare a parlare prima che esplodano le bombe potrebbe risolvere le cose e far sopravvivere progetti per te importanti? Perché ti giustifichi dicendo che non ne sei capace?

Qual’è il punto di non capirci più niente per quel sorriso, quando è nata nello stesso anno in cui i Brand New facevano nascere il disco che hai tatuato sul braccio, quando per te la differenza d’età è abbastanza da farti dire “non pensarci nemmeno per un secondo, lasciala stare”. 😂

Non ho buoni propositi, I solemnly swear that I am up to no good, e sono consapevolissimo di non funzionare e di non poter essere riparato. Volevo solo fare alcuni esempi tratti da avvenimenti recenti che potrebbero servirti per fare esattamente l’opposto e comportarti come si conviene, o come sempre anche solo per riuscire a strapparti un sorriso con le mie disavventure. 

In ultimo, volevo chiudere con un sentitissimo grazie a Donna Giuliana per essere stata la madre di questa magnifica espressione. La tua saggezza è lì, ai livelli degli assist di Kevin De Bruyne e dei riff di chitarra di James Hetfield.

Ma perché ti devi soffrire?

‘mocc a chi t’è muort.

Yours.

Brun-eee-no.