Maila

Nella notte in cui fu tradito, egli prese il pane, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli, e disse: Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi.

No, non sono ancora andato giù di testa (non del tutto almeno), oggi non ho nemmeno fumato (per ora), e nemmeno sto assecondando i desideri di Tippe che vorrebbe facessi pace con il Signore. 
Ho un file su notes in continuo divenire, nominato Shall We Play A Game? in onore di un famoso film Sci-fi del 1983 che porto nel cuore, ed il suo contenuto lo conoscono bene solo mio fratello ed un’altra persona presente tra i miei lettori più affezionati. 
Alcune frasi al suo interno davvero non possono essere rese pubbliche, a meno che, ovviamente, non si desideri fare esplodere delle bombe dalla capacità distruttiva decisamente importante. 
Una di queste frasi prende ispirazione dalla preghiera eucaristica in apertura di questo post, ma come immaginate è stata presa e portata da un’altra parte, assumendo così un significato completamente diverso dall’originale.
Non ho mai avuto l’intenzione di premere il detonatore (ok, un po’ di tentazione forse la sento, ma è ancora abbastanza sopportabile) piuttosto mi garbava l’idea che tu, iniziando a leggere le prime righe, pensassi che lo stessi facendo davvero. 
Voglio dedicarti questo post. 
Un po’ perché so che queste storie ti mancheranno, ed un po’ perché mi hai sempre spronato a scriverne di più. 
O forse è solo un modo di ringraziarti per la tua infinita pazienza, e per esserci sempre nonostante ti abbia sempre detto che sono fatto male e che considerarmi un tuo amico non ti faccia proprio bene. 
Spero di essere all’altezza delle tue aspettative oggi pome.

Ragiono ancora per “anno scolastico” nonostante abbia vissuto il mio ultimo giorno di liceo diciassette anni fa (per decenza sto escludendo il mio unico e fittizio anno di università alla statale di Milano. Anche mettendomi di impegno, non credo che riuscirò mai a superare la dissolutezza di quel periodo. Vergüenza!) e per quest’anno ne ho già messe un po’ di cose in agenda, prima tra tutte un nuovo disco. 
Poi giovedì sera con i Leviosi inizieremo la seconda stagione della nostra campagna, quindi mi immagino che il tempo da ritagliare per scrivere un po’ sarà tutto per Anakis, Aüle, Olivier, e per le loro disavventure. 
Non penso che scriverò da queste parti, almeno per un po’, ma senza dubbio questa sarà l’ultima volta che mi sentirete parlare di lei.

È stata una bella mazzata, giuro, di quelle pesanti come solo altre due volte in vita mia (2007, 2014) ma la frase, proprio come tutte le altre, necessitava comunque di un punto subito dopo l’ultima parola, dopo la sua fine, e considero oggi come il primo giorno in cui ne sono fuori. 

Testa sgombra, tu non ci sei.

Non penso comunque “di restituirti” le tue canzoni. Almeno non tutte 😉.
Sei riuscita a farmi ascoltare, ed in certi casi anche a farmi apprezzare, cose prima lontanissime da me, quindi tutto sommato…
grazie?
Ne esco con una cultura musicale ancora più ampia (Anakis, non ridere! Stai zitta, e continua a leggere) e per uno come me, che respira e si nutre di musica, non è cosa da poco.

Ora, archiviato tutto sto casino, e con il cuore del sottoscritto decisamente molto più leggero, penso sia giunto il momento che vi mettiate belli comodi comodi e che “vi pigliate” questa bella stronzata che sto per raccontarvi!

Perché da quando ho iniziato a parlarvi un po’ di lei, che sia tra le pagine di questo blog, o di persona in pochissimi casi, ha collezionato tutta una serie di soprannomi invidiabile dal signore dei nove inferi in persona.
Cose del tipo “la figlia del fornaio”, o più semplicemente “la duemilaetrè” (accento lasciato volutamente), il più colorito “la toy-girl del milkboy“, il più estroso “la sciacquetta invasata con la trap”, e sicuramente, rileggendo più avanti, mi pentirò della decenza con cui ne sto lasciando indietro più di qualcuno.
Uno però… è stato davvero troppo divertente vederglielo assegnare.

Maila.

C’è stato più di qualche collega che ormai aveva deciso così.
Non importa se, in questi quasi diciassette anni di Via Conciliazione, di disastri sul lavoro non ne ho quasi mai combinati (Aüle, non ridere! Stai zitto, e continua a leggere), per alcuni di loro doveva essere per forza del negozio. 
Facilissimo: c’è solo una duemilatre in zona. È la Maila.
Inizialmente ci avevo anche provato a farli ragionare, con cose del tipo:
“Ragazzi, ma scusate un attimo… Al netto che sull’argomento sono da sempre stato molto riservato, ma se davvero avessi voluto nascondere una cosa così, non pensate che sia stato molto stupido da parte mia l’aver sempre detto a chiunque di trovare la Maila davvero molto carina, e che sia per distacco la più bella tra le nostre colleghe?”
Poi ho iniziato a trovare la cosa davvero molto divertente, ed infine ci ho buttato sopra un bel carico.
Compri una Cinquecento Dolcevita.
Vuoi non chiamarla Maila? 😂
“Perché l’hai chiamata proprio così?”
E mentre ti rispondevo “Perché lo trovo parecchio elegante, ed anche un po’ originale. Conosco solo una persona che porta quel nome”
In realtà pensavo “tanto per cominciare, per divertirmi! Ed in secondo luogo, per darti esattamente quello che vuoi, per alimentare il tuo fuoco con una bella tanica di benzina”.

Chiedo scusa alla categoria, ma di bariste anche basta.
Ho fatto crescere per un bel po’ il fatturato del Tuxedo, e potrei dire la stessa cosa per quanto riguarda il Museum (dove con un martini bianco e coca servito con amaretti e pezzi di cioccolato fondente ho anche fatto una proposta di matrimonio… immaginate la risposta!)

I Had My Share!

“Comunque, se posso permettermi, il tuo problema non sono solo le bariste”
“Cosa vorresti dire, mamma?”
“Sai già cosa voglio dire. Prima c’era quella con la piuma tatuata sul collo, lavorava da Feltrinelli, te la ricordi, sì? E come ti piacevano dischi e libri in quel periodo! Poi è stato il turno della farmacista, lì ti sei fatto venire il mal di gola, il reflusso, gli attacchi di panico, la pressione, e pure ‘e riscenzielli. Ce la siamo dimenticata la farmacista? Quell’altra mezza squinternata che ti teneva al telefono due tre ore al giorno una decina di anni fa? Come si chiamava? E quella che ti ha quasi preso a schiaffi in sala prove dopo aver scoperto la scappatella con la tipa di Milano? Te la sei fatta a piedi da Via Primo Maggio sotto il sole e con le Converse ai piedi, o mi sbaglio? E questo è solo per iniziare a sfiorare l’argomento…”
“Ho capito mamma, basta così!”
“No, tu non hai capito proprio un cazzo, figlio mio. Tu ti innamori troppo facilmente e soprattutto troppo spesso, dai retta a me. Devi metterti la testa a posto e comportarti come si deve!”
“Sai che non succederà mai.”
“Succede, succede. Ricordati queste parole: io sarò al tuo matrimonio, e quando sentirai ridere dalle panche alle tue spalle, non voltarti neanche. Già sai che quella sarò io!”
“Ok, mamma. Poi vediamo”

Una Fiat Cinquecento Dolcevita dicevamo, giusto? Bianca, tetto panoramico in vetro (così puoi farle vedere le stelle… scusa mamma, ti prego scusami!) e soprattutto: bella per sempre! Non potevo chiamarla con nessun altro nome se non Maila, c’ha proprio il musetto da Maila. 
Presa, ovviamente, da Auto-Mar, il regno di Mester (my favorite drummer and my favorite human being) e ritirata, ovviamente, con (rullo di tamburi, anche se rombo di Cuono sarebbe più adeguato) mio padre, seguendo un rituale deciso nei minimi particolari qualche giorno prima.
“Allora ripassiamo. Facciamo così. Ti vengo a prendere fuori la stazione ed andiamo da Mester, sbrighiamo la faccenda, poi tu guidi per primo la Mailazza, ed io ti riporto la Caterina fino in Via Lusardi, dove ti riconsegnerò le chiavi… Poi brindiamo con mamma, sorella, e fratello, e poi me ne vado. Dovrebbe funzionare!”

Superstizione?

Il giusto dai!
Mi piace definirmi un figlio della lupa con il cuore sabaudo, ma il sangue che scorre nelle mie vene è comunque il sangue di un terrone, e qualcosa dovevo pur prendere da quel ramo, quindi ho scelto per una buona dose di gelosia, e giusto per un piccolo assaggio di superstizione.
Ora non aspettatevi che sia uno da gesti scaramantici gratuiti, Volto Sacro Di Gesù Proteggimi Tu, corni, ferri di cavallo, cazzi e mazzi. 
Piuttosto sono uno che “non ci credo, però un pochino male non fa… e se anche non mi parli della partita prima che effettivamente venga giocata, non è che proprio mi dispiace, ecco.”
No, non sto cercando di giustificarmi per averti “trattata male” sabato, se volessi farlo ti direi che ti avevo avvisata per tempo.
“Sicura che vuoi passare da me per un saluto? Ho fumato un po’, so che poi ti da fastidio come parlo quando lo faccio”.
“Sì, sì, tranquillo. Sto arrivando!”

Ma poi…
“Va be, dai. È solo l’Empoli”
“Eh, no, eh? Dai, ma p***a ma***na! Non ti ci mettere anche tu, che già ci sono quei due stronzi che me la tirano tutte le volte. Strano che oggi non mi abbiano detto niente. Vuoi ridere? Dopo due settimane e un po’ che mangiavo solo Teneroni, ieri ci siamo incrociati e mi ha salutato con un Figa, i Campioni D’Italia! ti rendi conto? Che infame!”

“Ok, Ok, scusa, non ne parliamo più, tocca il cancello, tocca quello che vuoi, e facciamo finta di niente” 

Dai, per oggi può bastare così.

Ci siamo ragazzi, siamo ai saluti!
Come sempre, grazie per il tempo speso a leggere le mie fregnacce. 
Non lo do per scontato.
Come vi dicevo all’inizio, immagino non ci saranno altri aggiornamenti nel futuro imminente.
Cercate di non sentire troppo la mia mancanza.
Nel caso, il disco che sto apprezzando davvero tanto in questo periodo è l’ultimo dei The Story So Far, si intitola I Want To Disappear
Se proprio sentite un sacco la mia mancanza come “scrittore”, allora dategli un giro, che merita!
E non lamentatevi: a me e a Sir. Giovanni è toccato Tony Boy, quindi a voi sta andando di lusso!
😂
Grande Tony!

Alla prossima.
‘Mocc!
Your Favorite Milk Delivery Boy.

Lo Spiedo Di Sir. Giovanni

Sir. Giovanni ed il Pollo.
Illustrazione immaginata e realizzata da Umberto Farina.

Le prime luci del mattino hanno già iniziato da diversi minuti ad accarezzare la sommità delle tende dei nostri eroi.
Anakis, Olivier, ed Andrij, sembrano essersi svegliati contemporaneamente da un brutto incubo.
Si trovano esattamente al centro del loro accampamento, ancora avvolti nei loro pesanti sacchi a pelo, e sudati come non mai.
Anche Aüle, a pochi metri da loro ed in una posizione più adeguata al suo turno di guardia, sembra aver subito la stessa sorte.
Solo un veloce sguardo tra di loro, ed una espressione preoccupata e condivisa da tutta la compagnia, sono abbastanza da rendere molto chiaro che cosa sia successo qui e stanotte. 
Di certo indugiare nei sogni non è mai una buona idea, soprattutto in quelli più complicati.
Ma davvero non si è trattato di un semplice sogno come tutti gli altri. 
Completamente circondati dalla desolazione più totale, mentre un cielo grigio, privo di ogni traccia di speranza, ricopriva ogni cosa appena prima di abbattersi con tutta la sua forza su Minas Tuk, una città ormai morta, assassinata da una devastante eruzione vulcanica. 
Nei loro occhi sono ancora presenti proprio tutte quelle scene vissute. 
Prima l’attraversamento della breccia nel vulcano, e successivamente quel sentiero buio e senza una fine, mentre il caldo quasi sembrava potesse ucciderli. Quindi il percorso sottile lungo il perimetro della montagna, il ponte di pietra sospeso sul magma infuocato, e quell’assurda struttura che tanto ricordava una mano scheletrica. Poi, quel terribile battito d’ali ad annunciare l’arrivo del custode, ed infine la grande battaglia combattuta contro quel demone.
I loro sensi sono ancora così intorpiditi che quasi non si accorgono di non essere soli. 

Un profumino davvero molto invitante finalmente li riporta alla realtà.
Qualcuno ha acceso un fuoco a pochi passi dall’accampamento e sta preparando qualcosa da mangiare, mentre se la canticchia tra se e se.
Si tratta di un cavaliere dall’aspetto alquanto misterioso.

♫ Il tuo sguardo calma le ooondeee stanoootte, non ti fidi di me, sei già andata oltre, i miei idoli sbandavano, seguivo le ooormе! ♫

“Parbleu! Conosco questa chanson!”
Esordisce Olivier con il suo inconfondibile accento dai toni parecchio sensuali.
“La canta spesso anche mon frère, le laitier! È sûrement una composition di Antoine Le Garçon”
“Un vero strazio!”
Taglia corto Anakis. La nostra paladina davvero non sembra apprezzare per niente né la performance e tantomeno il brano in se.
“Ma qu’est-ce que tu dis? Parliamo di una leggenda vivente nel mondo dei cantastorie! È così tanto un fresco da indossare il Moncler anche d’estate! Oh mon dieu… Incompétent!”
“Scusate tanto, ragazzi.”
Interviene Andrij, con lo sguardo incredulo di chi vede qualcuno preoccuparsi della pagliuchella ignorando la trave.
“Non vorrei mettere in dubbio l’infinita cultura di tuo fratello il lattaio, e tantomeno interrompere il vostro dibattito sulla semiotica della musica. Odio dover essere io quello che ve lo fa notare, ma… non vi sembra che questo cavaliere misterioso sia un po’ troppo n***o?”
“Ecco che ci risiamo!”
Lo interrompe subito Anakis, con un tono decisamente forte e seccato.
“Sai che non le voglio sentire queste cose, Andrij, nemmeno per scherzo”
“Ma guarda che io non sto mica scherzando! Cazzo, guardalo! Se questo se ne andasse in giro di notte da solo finirebbe buttato sotto a qualche carro da un qualche cocchiere nemmeno poi così tanto distratto”
“Vergognati!”
Gli risponde Anakis, appena un istante prima della frase risolutiva di Aüle.
“E se questo ti dovesse sentire poi mi toccherebbe anche provare a difenderti. L’hai visto quanto è grosso? Non ce la vedremmo dentro. Di sicuro qui si finirebbe come finiscono sempre i giochi dei cani, e visto l’elemento…Se fossi in te eviterei. Che ne dici?”

“Oh, vi siete svegliati, finalmente!”
Tutto quel parlottare, nemmeno così tanto sommerso a dirvela proprio tutta, ha subito destato l’attenzione del cavaliere.
È davvero molto alto, e con il fisico di chi passa volentieri del tempo con le gambe sotto il tavolo. Capelli corti, scuri, ed una elegante barba curata gli decorano il viso, con quei suoi occhi grandi e profondi dall’aspetto incantevole. La sua pelle poi, del colore del cioccolato, gli dona un fascino esotico davvero irresistibile. Appoggiato poco distante da lui, se ne sta il suo elmo, con la cresta decorata da moltissime piume di terribili polli infilzati senza pietà dalla sua lunga… grossa… e nera… 
(Ehi, mi auguro che stiamo parlando della sua lancia, vero?)
(Ma certo!) 
…lancia, ovviamente stavamo parlando della sua lancia.
Lancia che porta uno stendardo a strisce rosso-nere, colori a lui tanto cari e che pure il vostro narratore, nonostante il suo cuore appartenga alla vecchia signora e sempre sarà devoto alla causa sabauda, ama quasi come fossero anche i suoi.

“Bonjour, mon ami” 
“Eh, buongiorno un cazzo! Iniziavo seriamente a preoccuparmi per voi. Il mio nome è Sir. Giovanni, ma chiamatemi pure Giovannino se la cosa vi aggrada”
“Molto piacere Giovannino!”
Gli fa Olivier quasi con un inchino, e con un’ombra di formalità nel suo tono.
“Noi siamo i Leviosi. Il ragazzo si chiama Andrij, un combattente molto in gamba. Il nano si chiama Aüle, sarà anche un po’ imbecille, ma di sicuro è un mago molto promettente. La Tiefling invece, so che non lo si direbbe a guardarla, è una paladina di Sehanine Moonbow, dall’animo nobile e molto gentile.”
“Piacere di conoscervi! Sentite un po’… Nemmeno con gli schiaffoni sono riuscito a tirarvi su. Si può sapere cosa cazzo vi siete mangiati ieri sera prima di coricarvi?”
“Magari fossero stati solo problemi di digestione, gentil cavalier!”
Continua il bardo Olivier, con una espressione seria a segnare i suoi lineamenti dalla chiara origine elfica.
“Non saprei nemmeno da che parte iniziare con le spiegazioni. Siamo stati vittima di un incantesimo di un malvagio necromante”
“Oh, questa è bella! Immagino debba essere stata una roba potente, vero?”
Sir Giovanni inizia ad osservare questo strano gruppo, valutandone sommariamente le condizioni fisiche.
“Certo che avete davvero un aspetto terribile. Oh, mica siete interisti vero?”
Improvvisamente e con tono quasi minaccioso.
“Occhio che vi trafiggo eh! Non me ne frega niente vi trafiggo!”
“Oh, no, sacrebleu! No.”
Risponde subito Olivier, cercando di sembrare contemporaneamente il meno offeso possibile ed il più rassicurante possibile.
“Abbiamo i nostri problemi, non lo nego, ma nessuno di noi c’ha la mère putain, je jure!”
“Ok. Dai, venite che è quasi pronto. Mangiamo qualcosa!”

Tutti insieme, attorno allo stesso fuoco, cominciano a prendere parte a questo banchetto davvero abbondante e delizioso, mentre le ore passano via in maniera piacevole, leggere come il vento. 
Sir Giovanni sembra avere sempre qualche aneddoto, qualche storia interessante da raccontare.
Qualsiasi avvenimento diventa un’occasione da cogliere per divertirsi e per farsi una risata, ed il suo buon umore è particolarmente contagioso.
Ha ascoltato con interesse i racconti dei suoi nuovi amici, prestando attenzione anche ai più piccoli dettagli, ma loro non sembrano del tutto convinti che abbia creduto all’episodio della battaglia contro la viverna.
Lui si è giustificato ammettendo che la cosa gli suona parecchio strana, e di non averne mai incontrata una nel suo vagare tra queste terre.
E sì che, va detto, lui di volatili grossi e neri, o almeno con uno tra questi, ne ha una familiarità quotidiana.

A stomaco pieno poi, eccoli raccogliere tutto il loro equipaggiamento, facendo molta attenzione a non lasciare nessuna traccia del loro passaggio, e raggiungere i loro cavalli al limitare del sentiero.

Ed è così quindi che, se mai qualcuno dovesse leggere le righe dove queste storie si raccolgono, si vedrà finire questo racconto.
Immaginandosi cinque avventurieri cavalcare insieme lungo le sponde dell’Andvari verso Sæglópur, e seguendoli con lo sguardo fino a perderli di vista.
Osservandoli così scomparire nell’orizzonte. 

‘Mocc.
Your Favorite Milk Delivery Boy.

Ma Che Film Ti Fai?

Primo Tempo.

Capisco da subito che mi trovo davanti ad una scena in qualche modo già vissuta. 
Ci sono completamente immerso e non credo che mi sveglierò nei prossimi minuti, ma una parte di me, forse ancora non abbastanza forte da, sta cercando di dirmi che dovrei ricordarmi esattamente come andrà a finire questa storia. 
Probabilmente sta solo attendendo che gli eventi effettivamente seguano il loro corso.

Siamo seduti su un muretto di cemento, giusto da parte all’edificio dove ti ho vista per la prima volta, e ce la stiamo raccontando su. 
Tu sembri rilassata, completamente a tuo agio, io sono un vero e proprio disastro. 
Poche volte siamo rimasti davvero da soli, e questa è la prima volta che ci troviamo a parlare di noi senza che qualcuno ci stia tra i piedi. 
Non riesco a parlare fluentemente, sono più concentrato sull’apparire il meno imbranato ed imbarazzato possibile, quindi mi accorgo che sto arrossendo (ma davvero?? tu non arrossisci mai, Brunino), e più cerco di fare qualcosa a riguardo e più sento che la situazione sta per sfuggirmi di mano.
E tu ovviamente te ne accorgi subito. 
Mi osservi con uno sguardo divertito, fai quasi fatica a trattenerti dal ridere. 
“Mi dici cosa ti prende? Che cos’hai?”
“Niente. Io… Non ho niente. È che ho un po’ fame.”

Apro lo zaino e mi metto a cercare nel suo interno con molta più attenzione del necessario, prendendo tempo, ed approfittandone per distogliere almeno per un attimo lo sguardo.
(È che ho un po’ fame? Ma come cazzo ti è venuto in mente di dare una risposta del genere, chiattone che non sei altro!)
“Eccola!”, detto quasi gridando, come se stessi stringendo tra le mani il tesoro più prezioso di sempre e non una semplice mela rossa.

Aspetta un secondo, io lo so che cos’è! 
L’ambientazione non coincide, dovremmo essere su una spiaggia. 
Non ci dovrebbero essere le luci del tramonto, ma dovrebbe essere già buio e ci dovrebbe essere un fuoco acceso a pochi passi da noi. 
Poi sarebbe tutto proprio come in quell’episodio di Orange Road.

Orange Road, ovvero la versione “non censurata” dalla Mediaset nei primi anni novanta del mio cartone animato preferito da piccolo. Avevano deciso di renderlo adeguato ad un pubblico più giovane, spostandone l’attenzione sui poteri magici del protagonista e distogliendola dalla sua passione per la patatina, con tutto quello che ci va dietro.
Il risultato? Molti di voi lo conosceranno come “Johnny è quasi magia”, rivisto e (finalmente) capito una decina di anni fa, rimasto nel mio olimpo personale (forse più per affetto, ricordi, legame, che per altro), e raggiunto, solo in età adulta, da Attack On Titan.
Ok, due generi e due cose completamente diverse, ma credimi se ti dico che pochissime volte in vita mia mi sono trovato immerso in una storia così bella come quella immaginata da Hajime Isayama. 
Ho una memoria a lungo termine davvero formidabile, ma non posso dire di avere dei ricordi così dettagliati di un periodo così lontano. Ad ogni modo, la donna che mi ha creato così male si è presa la premura di raccontarmi che effettivamente in quegli anni era proprio il mio cartone animato preferito, e che il mio cuoricino (oltre che per la mia famiglia, ramo Aceto incluso) allora batteva in parti eguali per Sabrina (Madoka in Orange Road), Miriana Trevisan di “Non è la Rai”, la “Fiorellaia” di Via Colombo, ed Elisa: ovvero una bimba conosciuta all’asilo e con la quale era nato un legame indissolubile (intendeva letteralmente: mi ha sempre raccontato che era impossibile anche solo tentare di mettere più di un metro tra noi due).
Il tutto contornato dall’amore più grande, ovviamente la musica.
Sempre presente, da quando aprivo gli occhi fino a quando mi addormentavo.
Se mi cercavi da qualche parte, era difficile non trovarmi ad armeggiare con qualche cassetta e con la radio gialla di mia madre, davanti lo schermo a guardare dei video di qualche concerto, facendo “air drumming” o cercando di colpire a ritmo qualsiasi cosa potesse avere un suono soddisfacente, oppure (ed ecco la cosa che più di tutte faceva incazzare quella santa donna, a detta sua per motivi di igiene) rubando il porta rotolo in bagno ed usandolo come un microfono, il tutto mentre vestivo i panni del leader dei Queen e deliziavo il mio pubblico immaginario. 
“Aaaaaaaay-hooooo!!”

Ma torniamo a noi, ci siamo dimenticati di quei due poveri stronzi sul muretto (o sulla spiaggia, è lo stesso, come preferite!)

Do un morso alla mela ed inizio a masticare voracemente, come se avessi davvero fame, assaporandola come se fosse la cosa più buona del mondo. Poi, mentre ho la bocca ancora piena, ricomincio a parlare.
“Mmm, spero solo che il Brando l’abbia almeno sciacquata prima di darmela dietro. Prima o poi finirà per avvelenarmi! Se mi dovesse succedere qualcosa, dovresti davvero andare a cercare lui come primo indiziato. Me lo prometti?”
“Va bene, te lo prometto. Però scusami, ma chi è il Brando?”
“Non lo conosci? È uno chef stellato di fama internazionale. Gestisce il bar nel negozio dove lavoro. Ogni giorno c’è pieno di gente che si prende letteralmente a calci in culo per poter assaggiare i suoi piatti. Una vera e propria leggenda vivente nel mondo della ristorazione. Perdonami, mi stavo perdendo in cazzate. Io… Io ho solo questa mela. Ne vuoi un morso?”

So che stò per svegliarmi, questa in sottofondo penso sia “Belong Together” di Mark Ambor (RTL a volume appena percettibile è sempre accesa di notte, con il solo scopo di cullarmi e di alzare il fatturato di Enel Energia sulla mia pelle. Già, ci sono così sotto che ascolto musica anche quando dormo). Cerco di lottare e di rimanere aggrappato ancora per un po’ mentre lei… Lei ha una espressione indecifrabile. Sembra voler rifiutare, poi invece inizia a guardarmi con una espressione da furba e mi strappa la mela dalle mani. So cosa sta per fare, ma non so se farò in tempo a viverlo. Poi, senza dire una sola parola, inizia a mangiarla esattamente da dove avevo smesso io di farlo.

(Il soffitto di casa, un caldo illegale, volano madonne.)

“Davvero? Stronza e Maledetta? Ok che sei più giovane di me e di un po’, ma davvero mi concedi solo un bacio indiretto tipo scuola media?” 
Sposto lo sguardo. Dovrebbe essere proprio lì accanto alla sezione imbarazzo della mia libreria sparsa per la sala. Fisso la mela rossa, probabilmente comprata nel duemilaemai da mia sorella e sicuramente da me sottratta senza consenso dalla casa dei nostri genitori
“Domani finisci nell’immondizia, sappilo!”
Mi alzo, prendo su del succo d’arancia, una Marlboro ed un accendino. Poi infilo un paio di scarpe e (dopo essermi sommariamente assicurato che il match tra i boxer e le sneakers fosse soddisfacente) me ne vado sul balcone a cercare di fare pace con il mondo.
Concedo al mio mindful moment di durare un po’ più a lungo del dovuto, poi un po’ per una voglia irresistibile di un’altra doccia, ed un po’ per non presentarmi sempre così male ogni volta che mi tocca il turno del mattino, decido di tornare in casa. Una sciacquata veloce, un rutto a pieni polmoni, ed eccomi pronto per cercare di dormire ancora un po’

Secondo Tempo.

Non conosco queste strade, non ho la più pallida idea di dove possano condurre.
Anche il “momento” mi è difficile da collocare nel tempo, e più mi guardo attorno e più tutto questo sembra assomigliare vagamente a come io mi immagino una città inglese nei primi anni del novecento. 
Sto guardando il mio riflesso in una finestra lasciata aperta.
Non ho mai portato i capelli così lunghi e disordinati se non quando avevo quindici anni, e comunque quel colore se ne era andato subito dopo i miei primi anni di vita.
Figata gli occhi di due colori diversi! Per quel blu ci morirei, il castano invece mi sembra un paio di tonalità più chiaro del colore dei miei occhi. Il suo centro poi è quasi nero, è come se la pupilla si fosse eccessivamente dilatata.
Ho una lunga e vistosa cicatrice sullo zigomo sinistro di cui non ricordo assolutamente nulla.
Mi passo una mano sul viso e riconosco solo la fossetta sul lato sinistro, tutto il resto mi è sconosciuto, incluso il senso del tatto.
È come se fosse un’altra persona a toccarmi, questo non sono io.
Non sono così alto e così eccessivamente magro.
Non ho mai posseduto questa valigia in tweed, e non vedo perché ne dovrei avere una con su inciso un nome diverso dal mio.
(Thomas.)

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.  

Ha davvero importanza? Non ho mai avuto un buon rapporto con gli specchi. Fotte. (Ricomincia a camminare!) Ricomincio a camminare.
Sono uscito di casa pochi minuti fa, e nel casino che ho dentro questi quattro passi mi sono sembrati più lunghi di una maratona intera.
Non potevo più restare, non riuscivo più a rompere quel silenzio assordante.
Non puoi urlare in quel rumore se ti sei già fottuto la voce.
(Lo sai? Per un momento, anche solo per un attimo, io ci ho anche creduto. Ho aspettato il tuo arrivo anche se sapevo benissimo che non ci saremmo incrociati. Proprio io, io che ormai dovrei aver capito da un pezzo che starei solo bene se tu non tornassi mai.)
Mi tremano le mani, sta succedendo di nuovo.
La prima volta è stato bruttissimo, poi impari a viverci sopra, proprio come con ogni altra cosa.
E mi viene quasi da sorridere, anche se davvero non avrei proprio nessun motivo per farlo.
Osservo le mie braccia, mentre sento tutto il mio corpo cambiare velocemente.
Sempre più debole, sempre più scheletrico.
Sento la pelle tirare, contorcersi, avvizzire, fino a stendersi come fosse un velo, quasi trasparente, così sottile e così fragile, sulle mie ossa esposte per chiunque voglia godersi lo spettacolo.
Mi bruciano gli occhi, intendo letteralmente, è come se venissero consumati fino a distruggersi, e che l’odio che sento scorrere senza una fine, senza un argine, prenda il loro posto nelle orbite lasciate vuote.
Sento ogni vertebra muoversi per conto suo, è come se avessero una volontà propria ed indipendente dalla mia. Stanno disegnando la mia nuova struttura: curva, piegata in avanti, e decorata da tantissime spine.
Artigli affilati al posto delle dita.
Una lunga coda ossea.
(Sono… bellissimo.)

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.  

Quasi non mi accorgo dei due anziani che stanno passeggiando nella direzione opposta, sembra siano comparsi dal nulla. Farei ancora in tempo ad evitarli, e davvero dovrei farlo: nessuno dovrebbe vedermi in queste condizioni. (Ma le gambe non rispondono, nessun muscolo sembra intenzionato a farlo, sono solo uno spettatore, e…)
Thomas continua a camminare lungo il suo percorso senza una meta.
Ormai siamo più o meno alla stessa altezza, quindi ho avuto tutto il tempo necessario per essere pronto al peggio.
Lei alza il suo sguardo stanco posandolo sul mio viso, poco dopo mi riconosce e mi dona un sorriso dolcissimo. Lui invece si limita a sfiorare leggermente la tesa del suo cappello con un movimento molto elegante, un po’ old-fashioned se vuoi, ma perfettamente adeguato al luogo ed al tempo in cui questa storia assurda si sta svolgendo.
Capisco tutto.
Non riuscite a vedere il demone. 
Siete troppo concentrati sul suo aspetto, sulla sua fossetta, sul suo arrossire, sulle sue espressioni dolci, sui suoi modi gentili, e sulla sua apparente sicurezza di se.
Tutto quel male passa in secondo piano.
Eppure il demone è proprio qui, davanti ai vostri occhi. 
Stategli accanto abbastanza a lungo e forse capirete cosa intendo dire.
(E mi lascerai indietro.)

We have lingered in the chambers of the sea
By sea-girls wreathed with seaweed red and brown
Till human voices wake us, and we drown.

(Il soffitto di casa, un caldo illegale, sensazione di forte dolore dietro lo sterno.)

Niente paura. Conosco molto bene questi sintomi, ne soffro da quando sono nato. Le cause fondamentalmente sono due: Donna Giuliana (nonostante abbia avuto ben nove mesi ed una decina di giorni per fare un lavoro fatto come si conviene ad una madre) si è dimenticata di farmi dono di uno stomaco funzionante. Per completare l’opera, ho deciso da tempo di vivere una vita dissoluta, sregolata, e forse troppo viziosa.
(Poi bell’idea il succo d’arancia bello freddo prima di coricarti, vero? Fenomeno!)
Dai, bevo un sorso d’acqua (forse servirebbe quella santa, o meglio un po’ di quell’acqua della madonna benedetta almeno due volte da un prete possibilmente terrone… dicono sia più potente) ed una bustina di Gaviscon (così per aiutare la religione con anche un po’ di scienza)
“Hai mai provato con la camomilla al finocchio? Prenderesti due piccioni con una favazza sola. La camomilla ti aiuterebbe con il sonno, mentre il finocchio ti aiuterebbe con lo stomaco.”
“Questo l’hai imparato a medicina, oppure è tutta farina del tuo sacco? Così, per capire.”
“Io voglio solo aiutarti!”
“Davvero? A me sembra una di quelle ricette del dottor Pignacca. Ma dimmi un po’, tra i tuoi vari rimedi hai anche qualcosa che si addice ad un soggetto eterosessuale? Oppure devo aspettarmi che la prossima volta mi chiederai direttamente di buttartelo nel …?”
“Ammazzati!”

Però che trip! So benissimo che sarò comunque dannato, ma un sogno così me lo voglio ricordare. Entrambi i sogni in realtà.
Prendo il telefono ed inizio a scrivere un po’ di appunti, poi domani deciderò se davvero ne vale la pena di scriverci qualcosa o se lascerò perdere. 
Un ultimo sguardo alla mela rossa per poi etichettare il file.
“Ne vuoi un morso?”

Titoli Di Coda.

Io ce lo avrei anche un titolo migliore. 
Cancello “ne vuoi un morso?” e resto qualche secondo a fissare il cursore, proprio come sto facendo in questo momento.
It’s not a big deal, e comunque ho sempre cercato di proteggere con l’anonimato (quando possibile e quando aveva un senso farlo) la privacy e l’identità delle persone coinvolte nei racconti di queste storie. L’ho sempre trovato giusto, ed ho sempre dato più importanza agli avvenimenti in se piuttosto che ai protagonisti. Più facile immedesimarsi per chi legge.
In questo caso poi, è quasi impossibile che lui sia un lettore di queste pagine. Conosce a mala pena il mio nome, la mia fede calcistica e poche altre cose. (E lei invece?) Lei è una delle mie più affezionate lettrici, proprio per questo sono effettivamente un po’ indeciso.
Tuttavia credo ormai di aver già lanciato il sasso, e lei proprio non sopporta i teaser.
Stavamo mangiando assieme ad altre persone, ma erano tutti abbastanza assorbiti in altre conversazioni per notare questo episodio.
Prendevamo (giustamente) per il culo i Guns N’ Roses.
Lui finisce di mangiare il suo chicken burger, dopodiché alza gli occhi ed incrocia lo sguardo di lei.
Lei lo osserva con un’aria interrogativa.
“Le vuoi le mie patate?”
(Quasi mi strozzo) e lei:
“Davvero mi stai chiedendo se voglio le tue patate?”
Lui sembra non capire.
Escludendo gli occhi piccoli piccoli tipici di chi si è divertito alla grande la sera prima, aveva tutta l’aria di chi avrebbe volentieri risposto “ma cosa ho detto di sbagliato?”
Non gli ho mai detto che in quel momento ero davvero molto orgoglioso di lui, e che sarei stato pronto a passare il testimone assieme a tutta la conoscenza di anni ed anni di “disavventure del lattaio con l’innamoramento facile”, proprio come un Jedi farebbe con il suo Padawan.
Poi ci ho ragionato su ed ho deciso che non era il caso.
Lasciando per un attimo da parte il fatto che mi è sempre andato particolarmente a genio già da quando ho avuto la fortuna di scambiarci qualche parola per la prima volta, ho capito che sarebbe stato uno di quei casi in cui l’allievo ha già superato il maestro.
Facciamo due gare completamente diverse, non potrei mai competere.
E comunque, anche e soprattutto dopo una frase del genere, sono sicuro che il ragazzo avrà senz’altro una carriera brillante!
(Quanto a lei?) Beh, ovviamente a lei la sto ancora facendo pesare questa storia, e non penso che smetterò a breve.
Ogni volta che capita di mangiare insieme, prima o poi arriva sempre il momento giusto. Quel momento in cui la fisso negli occhi finché se ne accorge, per poi dirle (con il tono più amorevole e protettivo che posso)

“Le vuoi le mie patate?”

Rinomino. Salvo. Chiudo.
Buonanotte? Buongiorno?
Davvero non saprei.
‘Mocc ‘a mammeta?
Sempre.

Your Favorite Milk Delivery Boy.

Scena Post Credit.

“Cosa fai il 18 sera?”
“Quest’anno è capitato di domenica, quindi sarò a giocare a Dungeons And Dragons.
“Capisco. Senti, ti va se facciamo colazione insieme?”
“Mi piacerebbe davvero tanto, è solo che devo lavorare.”
“Lavori di domenica? Il giorno del tuo compleanno?”
“A questo giro è andata così, pace. Beh, puoi sempre farti trovare alle 8 all’ingresso e fare colazione insieme a me all’Atlantic.”
“Anche no?”
“Riformulo: Se QUALCUNO volesse dimostrarmi qualcosa, allora si farebbe trovare alle 8 all’ingresso per fare colazione insieme a me.”
“Ci può stare, ma sicuramente non sarò IO quel QUALCUNO. Più facile che ti venga a trovare la sera a casa di Diego, magari vestita da demone, così forse darai un po’ di attenzioni anche a me!”
“Ma sei cretina?”
“Chiedilo a tua madre.”
“Cosa, se sei cretina tu? Oppure lei?”
“…”
(Deve ancora rispondere)

Casting Couch

Consigli non richiesti per quando ti trovi davanti ad una pagina bianca, sei ispirato, ed il cursore ti sta dando il suo “bentornato” con il suo ottuso, costante, ed amichevole lampeggiare:

1. Inizia sempre con un titolo “ad effetto”, in modo da catturare subito l’attenzione, già dalla prima riga. 

2. Ottenuto il risultato, procedi rimodellando, addolcisci gli spigoli, e rassicura i tuoi lettori. 
D’altra parte non stai parlando di quel couch, non toccherai argomenti riguardanti lucidature di pomelli o tirate di cresta al gallo, non racconterai delle difficoltà avute durante il lunghissimo periodo di astinenza di qualche anno fa, e nemmeno di quanto eri diventato bravo a suonare l’intro dei video di Pornhub con la batteria. Tra queste righe ci sarà molto casting e nulla di couch, ma d’altra parte lo sai che sono un po’ stronzo, e poi proprio non mi andava di sprecare l’occasione.

3. Accompagnali dove vuoi. Se ne avranno davvero voglia, ti seguiranno.

Questi racconti avrebbero dovuto essere parte del post precedente. Esatto: proprio quel post che il futuro beneficiario di ogni mia proprietà intellettuale nel caso di una mia prematura, accidentale, ma sempre più probabile caduta in un dirupio (perdonatemi, so che si scrive senza la  “i”, ma quanto cazzo suona bene scritto così?) ha più o meno battezzato così:

“Bella da dio la storia della milfona di Milano. Ti ha più chiamato? Sei andato su? Come è andata la monta?”

Il problema si è posto quando la disavventura de Your Favorite Milk Delivery Boy With A Small Toy in terra lombarda si è presa più righe e parole del previsto.
Quindi eccomi, sto per raccontarti due belle stronzate mentre me ne sto seduto sul tappeto nella mia writing position preferita, indossando nient’altro che un paio di boxer neri, e bestemmiando più del necessario la madonna e tutti i santi per il caldo che già a Giugno sto facendo troppa fatica a sopportare.

Stronzata / Casting n.1

“Dillo!!
“Un vampiro!”

Scusami Simo. Davvero.
E faccio un appello ai nostri cari colleghi che in questo momento si trovano su questa pagina:
Accoglietela in uno a caso dei vostri reparti, e fatelo prima che lei decida di farsi accogliere nel regno dei cieli piuttosto che trovarsi ancora costretta a lavorare al mio fianco. 

Si parlava di Twilight, sgranandone le citazioni peggiori, i momenti più imbarazzanti, e perculandone la trama nella sua interezza.
Saga a cui entrambi siamo, nostro malgrado, legati.
Nel mio caso vorrei poterti dire che “le storie sui non morti mi hanno sempre affascinato”, ma ometterei il vero motivo.
Ogni volta che inciampo sull’argomento finisce poi che il mio pensiero se ne va alla ragazza che frequentavo in quegli anni, e soprattutto al suo essersi perdutamente innamorata a prima vista di Kellan Lutz nelle vesti di Emmett Cullen.

“Madonna che manzo! Ma quelle braccia? Mi ci perderei lì in mezzo!”

Hai visto sweetheart? Il tuo “bambino troppo assorbito in se stesso” scrive ancora di te di tanto in tanto, anche se sa benissimo che probabilmente non leggerai mai le sue storie.

Geloso?
Sicuramente.
Anche di un personaggio?
Certo che sì.

La gelosia è sempre stata uno dei miei difetti peggiori, uno di quei pochi casi in cui il mio sangue terrone vince sul mio essere un figlio della lupa con il cuore sabaudo.
E non parlo solo di relazioni sentimentali, non si può ridurre tutto ad un semplice “tocca la mia femmina e ti cemento in un pilone sulla Salerno – Reggio Calabria”.
È più complesso di così.
Sono geloso anche nelle amicizie, sono geloso quando dai più importanza ad altri mentre per me sei una priorità, sono geloso anche quando non avrei nessun diritto o nessun motivo di esserlo, sono geloso anche del nulla e della “rain that falls upon your skin, ‘cause it’s closer than my hands have been”.
Per farti capire quanto è grave la situazione, ti dico che nella mia testa ci sono stante anche scene del tipo:
“Brun, domani suono al Carnevale Estivo, ti va di fare un salto?”
E mentre rispondevo:
“Mi dispiace, ma proprio non riesco ad esserci”
in realtà stavo pensando:
“Ma che cazzo dici? Tu devi tornare a suonare con me! Sei il mio batterista preferito e ti voglio un bene che nemmeno ti so spiegare. Scordatelo che ti vengo a sentire!”

Torniamo a noi.

Nei nostri deliri, io e la Simo ci siamo immaginati di dover rifare i film, e dopo brevi e rapide modifiche alla storia, abbiamo cominciato con i casting.
Semplici le regole:
Attori ed attrici tutti presi dal negozio di Via Conciliazione, eventuali dolci metà ammesse, e scelti secondo due canoni: somiglianza estetica oppure somiglianza caratteriale (e grazie al cazzo, a me è toccato Edoardo. Ok che sono vizioso, ma di erba ancora non ne ho fumata abbastanza da potermi paragonare a Robert Pattinson. Qui hanno vinto i lati d’ombra del personaggio originale, e le carinerie old-fashoned della mia vita precedente).
Ce la siamo risa come due cretini per un’oretta buona mentre giocavamo a mettere degli yogurt sullo scaffale.
L’assegnazione dei ruoli si è svolta abbastanza velocemente, giusto un paio di callbacks ed una sola eccezione alle regole, per un ruolo minore, assegnato ad una attrice estranea all’azienda, ovvero la figlia del fornaio, classe duemila e tre, invasata con la trap, e “basta, ti prego! Basta!”.
La quasi totalità degli attori è stata scelta tra i reparti latticini e gastronomia, con qualche elemento dalla drogheria, ed un paio dalla panetteria, inclusa la nostra protagonista.
Resta da assegnare il ruolo di Rosalie, fondamentalmente per un paio di motivi.
Primo, abbiamo fatto davvero molta fatica a trovare qualcuno che in qualche modo la ricordasse, e secondo, abbiamo ricevuto una infinità di proposte immaginarie.
Il nostro Emmett ha da sempre riscosso un notevole successo, e quasi tutte si farebbero molto volentieri un giro di giostra.
Emmett.
Ancora lui.
Se non è una persecuzione questa, dimmi tu cos’è.

Stronzata / Casting n.2

La serata è iniziata con un invito davvero molto particolare, uno di quelli che, se non fosse arrivato da mia sorella, avrebbe senz’altro ricevuto come risposta un sonoro “ma che si fotta il tuo freezer scassato male e che marcisca con tutto quello che ci tenevi dentro. Stronza!”.

Ma a Tippe non si dice mai di no.

Ciao Sarchia, stasera vieni a mangiare da me? Il menù è poco commestibile, facciamo lo svuota-freezer, quindi prevede roba scongelata, ma tutta di grandissima qualità, e con le caratteristiche organolettiche ancora quasi del tutto intatte. Dai, vieni a fare la tua parte!”

Quindi tra una deliziosa portata ed un’altra di questo banchetto proprio speciale, una piacevole serata con parte della mia famiglia trascorreva senza troppi danni (ok, magari esclusi quelli gastro-intestinali del giorno dopo. D’altra parte non lo vuoi provare il brivido di piangere seduto sulla tazza neanche fossi il re sotto la montagna seduto sul suo trono?)

Si parlava di cose da nerd, come spesso succede quando ci si incontra noi tre.
Ma è giusto così.
Tippe poi tirava fuori qualcosa da Narnia, io e Sam non avevamo idea di che cosa stesse parlando.

“Non avete mai visto Narnia? Vergüenza! Finite quella fetta di pizza che poi facciamo un cineforum.”

Ora, non voglio offendere nessuno, ma quella storia e quel film dovrebbero essere vietati ai maggiori di quattordici anni. Ci abbiamo provato, ed inizialmente ci stavamo anche riuscendo (ma questo se evitassi di raccontarvi le cose dette sul tema un po’ nazi dell’introduzione e sul ragazzino protagonista… cose del tipo “Guardalo, secondo me è polacco!”. Poi si è rivelato essere inglese. Ma fotte.)

Le scene si susseguivano, ma ormai il danno era fatto:
Sia io che mio fratello continuavamo a ridere come due stronzi facendo dei paralleli tra i personaggi del film ed i personaggi della storia che sto scrivendo e che stiamo giocando insieme come campagna di  D&D con Anto ed Umbi, sotto lo sguardo scioccato e seccato di Tippe.
Quindi ecco che la coppia di tassi / marmotte / quel cazzo che erano, improvvisamente, o meglio non appena lui si è lamentato della cucina di lei, sono diventati Anakis ed Aüle. Con il nostro Aüle sempre pronto a tessere le lodi della cucina di Anakis, in particolar modo facendo riferimento alla sua specialità:
Le patate al sangue.
Dio santo, quanto odio può contenere un tubero?
Lucy, con il suo pugnale, era diventata la nostra madame, ladruncola con spiccate capacità furtive.
Poi ecco Edmund, con il suo arco, diventare Olivier: il bardo che prova a montarsi ogni donzella sulla quale il suo sguardo si posi anche solo per un istante.
E quando si pensava che anche basta…
Ecco il momento in cui Tippe ha quasi perso la pazienza ed è andata a “preparare il dessert”.
Il giovane Peter, l’inglese/Polacco ragazzino protagonista dagli occhi blu, riceve due titoli che ci hanno fatto letteralmente spaccare.
Prima “il flagello dei lupi”, e poi “il magnifico”.
Il parallelo è stato praticamente istantaneo. Non posso dirvi il nome del personaggio, in quanto è il cognome di una persona che conosciamo, e che ancora non sa di fare parte di questa storia, ma avevamo quasi le lacrime agli occhi per la somiglianza con il nostro eroe “spada e scudo” senza paura, bello per sempre, e di cui tutta Sæglópur si è perdutamente innamorata. 

“Venite, magniamo il gelato!”
“Tippe, ma l’hai assaggiato? Sa di misto per soffritto!”
“Stavolta non è scaduto, e non è nemmeno frizzante. Mangia che è buonissimo!” 

‘Mocc.

Your Favorite Milk Delivery Boy.

“Ma a te piace proprio così tanto bagnarti?”

“Basso profilo, quasi trasparente, e cerca di levarti dal cazzo questa giornata nella maniera più rapida ed indolore possibile”.

Erano questi i presupposti, i pochi e semplici consigli non richiesti da me e da dare a me stesso per affrontare una giornata che davvero non vorresti vivere. 
E non si parla di timidezza, o di scarsa (se non assente) autostima. 
Anche se capisco che iniziare un racconto con parole messe giù in questa maniera possa quasi sembrare un omaggio ad “occhi bassi quando cammini, dentro ai piedi che tesoro hai? Occhi bassi, dritto in faccia non mi guardi mai”, ma non è nemmeno questo il caso. 
Tutta quella romanticheria portuale, tutta quella roba così “over-sensitive” (ma lo sto scrivendo davvero??) te la sei lasciata alle spalle tempo fa. E fa niente se poi quando inciampi in “quando vorrai mi trovi sotto casa con le cuffiette incasinate in tasca” ti viene un mezzo infarto. Basta non dirlo a nessuno, basta non scriverlo da nessuna parte, e basta continuare a cercare di mantenere intatta la tua nuova reputazione, con questi tuoi nuovi vestiti “così freddi”, ma che trovi decisamente più confortevoli. Semplice. 
Poco coerente? “Ci sta, ma non di brutto?” (Cit.) 
E pace, quest’anno stiamo contemplando dei fenomeni del cazzo capaci di festeggiare la seconda stella con soli diciannove scudetti vinti sul campo.
Li stai assecondando anche tu?
Molto bene.
Allora adesso mettiti comodo, e cerca di assecondare anche me, se ti riesce.

Il punto della questione è che davvero non avevo nessuna voglia di un corso di formazione, diciassette anni da sotto-sciacquino a mezzo servizio sono più che sufficienti per non avercene neanche per l’anticamera, e fotte se l’aggiornamento sull’ ottantuno è obbligatorio ogni cinque anni.
Poi, dai… Mi hanno anche aperto la macchina, la mia povera Corsa del duemila e quattro mi sta dando non pochi pensieri, proprio come un paio di altre cose nate nei primi anni duemila, ma per stavolta “facciamo come se” e glissiamo sull’argomento, che ne dici? 
Mi toccano i mezzi pubblici.
Dai proviamoci.

Inizia sempre (con un ehi come stai?) con una routine di bellezza da rispettare in ogni singolo passaggio: sveglia, funzione religiosa, acqua, cioccolato fondente, caffè amaro, OneFootball / stalking alle sciacquette, Marlboro “contemplativa”, tazza, mani/denti/viso, doccia, vestiti. 
Basso profilo avevamo detto. Quindi t-shirt nera Vans? Può andare. Quei knee-hole pants grigi sono proprio necessari? Assolutamente: con le Air Force 1 alte sono la fine del mondo. E poi quelle scarpe te le sei fatte fare custom proprio così, con quei colori messi giù quasi come a rendere omaggio ad una decade che di fatto non hai vissuto (sei un ’88), o per sentirti un figo a la Matthew Broderick in WarGames, ok, forse con meno di un quarto del suo fascino (e forse ancora meno) ma quella che conta è l’attitude, o così dicono (ripeto: ma lo sto scrivendo davvero??). Ci sarà freddo? Dai, prendi su la felpa di Star Wars e completa questo outfit al limite dell’imbarazzante. Basta che ti muovi. Il tuo socio, anche lui destinato ad una giornata milanese, è in anticipo, ed è già sotto casa che ti aspetta.
Parecheggio, stazione, lui fa il biglietto, a me basta l’app. Secondo caffè per un pelo, in quanto lui decide di mettersi lo scontrino fatto due secondi prima probabilmente nel culo, e la barista, la stessa tipa che ci ha gentilmente scontrinati, a momenti non ci voleva servire.
Aspettativa: “dai facci sti due caffè, stronza!”
Realtà: “mi scusi, non so come, ma ho proprio perso lo scontrino che mi ha appena fatto. È un problema?”
Saliamo sul treno e ci lasciamo Piacenza alle spalle. Discutiamo un po’ di quello che capita, del nostro essere nerd e senza vergogna, di quel cartone animato che probabilmente abbiamo visto solo io, lui, e Tippe, di come è facile comprarsi un posto in paradiso lavorando in una chiesa, di quanto gli skateboard possano essere pericolosi, delle nostre storie in generale.
Poi Lambrate, e scendo a prendere la verde. Ma prima lo saluto e me lo abbraccio. So che, senza nessun dubbio, avrebbe preferito la compagnia del suo robot per la pulizia pavimenti, ma faccio finta che non sia così, ed in maniera del tutto egoista me ne vado con un sorriso. Almeno l’arrivare fin qui è stato decisamente piacevole, non potevo chiedere di meglio.
So Far So Good.
Arrivo a Cernusco, ridente paesaggio abitato da tre troie e due cavalli. Piove. Seconda funzione religiosa.
Alzo il volume, chiedendomi se l’altissimo sia in grado di investirmi con un uno dei suoi fulmini attraverso le AirPods per non dover soffrire le sei ore di corso che ho davanti. Non mi accontenterà. Non lo fa mai. Non mi ha sistemato lo stomaco, la testa non ne parliamo, e nemmeno mi ha donato quei centimetri che tanto avrei desiderato 😅
Gli sto sulle palle.
Vabbè, è reciproco.
Tiro su il cappuccio e mi incammino.
Una Marlboro fumata accanto al cartello di divieto messo proprio all’ingresso. Un po’ perché mi sono svegliato ancora più punk-rock del solito, ed un po’ perché, dal momento in cui siamo all’aperto, avrei un suggerimento su dove potete mettervi quel cartello. Poi entro, saluto il signor Brandolini, e cerco l’aula. 
Basso profilo.
Fila in fondo a destra, tipo come al liceo, seduto fisso con quelli che “le uniche cose davvero importanti sono la patatina, il punk-rock, e la farmacia sempre aperta”. Questo tizio inizia a parlare, ed io ovviamente non lo sto ascoltando. Scrivo un messaggio, guardo un paio di storie, ho la testa nella musica e nel giuoco del pallone.
Poi mi giro.
Nella fila da parte a me si è seduta “una bella mammina” sui quaranta.
Molto bene.
Quasi per caso incrocio il suo sguardo.
No. Devo distogliere immediatamente, ha gli occhi blu, quel blu, proprio quel blu che a prescindere da chi li porta (scrivevo tempo fa “Irrilevante l’età, il fisico, l’etnia ed il sesso di chi li porta”) mi paralizza e mi costringe a guardarmi le scarpe.
Rassegnati, non avrai mai il coraggio di parlarle.
Le ore passano lente. Vorrei morire. Poi si fa l’ora di mangiare un boccone.
Sono all’ingresso, guardo il cielo: piove neanche fosse un pezzo degli Slayer.
Dai pace, tiro su il cappuccio, faccio per fare i primi passi quando…

“Vuoi venire sotto? Di solito giro sempre senza ombrello anche io. Quando piove sembro sempre una barbona, ma sta volta l’ho preso su. È andata bene”.

Nemmeno te lo dico chi mi stava parlando, nemmeno te lo dico a cosa stavo pensando.
Ovviamente accetto, probabilmente rosso in faccia ed imbarazzatissimo come al mio solito, ed iniziamo a chiacchierare sotto la pioggia.
Utilissimo l’ombrello.
Siamo entrambi annaffiati. Nessuno dei due sembra preoccuparsene.
Prendiamo da mangiare e ci sediamo allo stesso tavolo con altra gente. (IO, ti rendi conto?) Un ora passata così vola, soprattutto in una giornata così lenta. Tempo di posare i vassoi, e di spegnere le sigarette che è già ora di tornare.
“Dai, fammi fare il cavaliere. Tengo io l’ombrello”.
Ok, sei molto imbranato. Ma cosa potrà mai capitare? Semplice.
Fa per schivare una pozzanghera grande come il lago di Garda che, ovviamente, non avevo visto per tempo. Non voglio farla bagnare (forse? Davvero??) e cerco di ripararla spostandomi velocemente.
Risultato?
In pratica le ho dato un cartone sulla testa.
Mi scuso, poi scoppiamo a ridere.
“Bene, prima mi fai bagnare, e poi mi prendi anche a pugni. La prossima volta giuro che dovessi conoscere qualcuno di Piacenza, scappo a gambe levate.
Altra dose di imbarazzo, ma ormai praticamente siamo in aula, e questa, assieme ad ogni altra piccola dose di hype presente ancora nelle vene, svanisce nell’esatto istante in cui ricomincia il corso.
Ma ehi! Non prima di aver esplorato il piano meno uno. Mi serviva un bagno, e quindi mi trovo davanti al secondo cartello senza senso della giornata, in cui praticamente si invitavano i dipendenti dell’azienda in cui lavoro a non usarlo, in quanto l’accesso era riservato ai dipendenti dell’atra azienda presente nell’edificio.
E Fotte?
Ovviamente entro lo stesso, pensando “che cosa c’avrà mai di speciale sto cesso?? É forse in stile Disney primi anni novanta?”
Grave errore. La mia testa malata mi ha subito fatto immaginare di venire accolto da Lumière e Tockins da Beauty And The Beast. Del tipo: “Cosa succede, cherie. Devi forse cacare? Be our guest! Be our guest! Put our service to the test”.
Rido come uno stronzo da solo, e torno di sopra.
Non sai come, ma sei arrivato alla fine. Scrivo al mio socio, dovremmo arrivare a Lambrate a distanza di pochi minuti uno dall’altro.
Ma Ti fermi per salutarla? Che senso avrebbe? Dai, lasciala in pace.
Tiro su il cappuccio e me ne vado verso la metro. Sono quasi arrivato, quando…

“Ehi, Piacenza! Ma a te piace proprio così tanto bagnarti?”

Me la rido, non avrei mai potuto risponderle come avrei voluto, ma me ne esco con un decisamente più pettinato “Non è che proprio mi dispiace, ma più che altro credevo che per oggi ne avessi avuto anche abbastanza di me”.

Finiamo il nostro incontro con un lungo viaggio insieme sulla metro, ed inspiegabilmente nessun imbarazzo, le parole mi vengono facili. Inizialmente sfottendoci per il profumo di cane bagnato che avevano le nostre felpe inzuppate, per poi passare a prendere per il culo gli altri poveri malcapitati che hanno fatto il corso con noi.
“Ma l’hai notata la tipa tutta apparecchiata con quel vestitino color pesca? Sembrava una confettina”.
Confettina! Nemmeno mia madre aveva saputo fare di meglio quando, da cliente particolarmente esigente, si era trovata l’organico del reparto gastronomia completamente rivoluzionato. Ad ognuno di loro un soprannome, ed io, per qualche tempo, ogni volta che andavo a trovarla dovevo collegare quei nomignoli affettuosi ai rispettivi proprietari. Uno spasso, giuro.

Parliamo a lungo delle nostre vite, passioni, storie passate, tanta musica, il suo figlio di quattordici anni, ed il suo Beagle di venticinque chili.
Poi sono a Lambrate, la sensazione è un po’ strana.
La saluto e la ringrazio per la giornata passata insieme.
E poco dopo raggiungo il mio socio in stazione mentre chissà quale espressione devo avere ancora addosso.

Basso profilo.
Quasi trasparente.

‘Mocc a chi t’è muort.

Con Affetto.

Your Favorite Milk Delivery Boy.

Follow The White Rabbit!


O forse sarebbe stato più adeguato un titolo del tipo “Follow The White *Pink Rabbit!”
E fidati se ti dico che oggi basterebbe anche solo questo, in quanto ho già ottenuto tutto ciò che volevo: a quest’ora lei avrà già aperto il link, magari quasi tremando, e soprattutto credendo davvero che io abbia avuto il coraggio di sganciare una bomba simile, il coraggio di raccontarvi proprio quella bella stronzata, diventata poi una bellissima favola parecchio infamante.

Ehi, Rilassati! Ok che sono una persona davvero pessima, ma non arrivo a tanto. E non per la caricata di mazzate che prenderei nel caso, che tanto si è già capito che arriverà inesorabilmente e comunque, ma più che altro volevo solo per farti subire il mezzo-infarto che un po’ sai benissimo di meritare.
Prego.
ADESSO siamo pari, ora vedi di rigare dritto.
Stronza. 😘.

Hey there, long time no see.
REO CONFESSO.
Non so quanto tempo sia passato dall’ultima volta che ho scritto da queste parti, e la cosa divertente è che in realtà sto scrivendo davvero tantissimo e quasi quotidianamente.
Come forse avrai già saputo, ho buttato in piedi una avventura di Dungeons And Dragons. Quindi ora Umberto, Antonella, e mio fratello, mi chiamano master, e nelle vesti del master ne devo passare un bel po’ di tempo “a far andare la penna”, a preparare disavventure degne dei giovedì sera passati insieme a loro. 
Ovviamente con tutte le conseguenze che questo comporta.

Scrivere non ti fa poi così tanto bene se ti piace farlo mentre sorseggi qualcosa.
Madonna santa, sento la voce del Giammi nella mia testa. Dice: “certe cose proprio non cambiano mai… ogni scusa è buona, vero dondolino??”

Scrivere non ti fa così tanto bene se poi fai fatica ad addormentarti in quanto sei ancora perso altrove e non riesci a tornare qui. Già dormi poco, e già stai facendo molta fatica a trovare una soluzione “anche” a questo problema.

Poi non so quanto la colpa sia di tutto questo D&D, ma facciamo come se, così da non dover complicare ulteriormente le cose. In fine dei conti a me stesso posso sempre mentire: lo faccio quotidianamente. E comunque poi non sono in terapia, anche perché mi hanno detto che dalla Ilariazza non ci posso andare, in quanto potrebbe essere poco salutare iniziare un percorso se parti che già sei “innamorato” della tua psicologa. 😜 Immagino che anche questa dovrò risolvermela da solo.
Il punto è: Che io ti debba sognare è scontato, non può andare diversamente, ed immagino sia già successo altre volte, anche se non te lo posso garantire a causa della mia vita decisamente “dissoluta” di questo periodo. Ma che ti debba sognare in una ambientazione così “sci-fi”, a cavallo tra gli 80s, Ender’s Game, ma con le grafiche di Robo Recall, davvero non me lo meritavo.
E poi perché così da giovani? Nemmeno siamo stati bambini negli stessi anni.
E poi perché con quegli occhi verdi quasi spettrali? I tuoi sono decisamente più scuri e confortevoli, anche se ogni volta che li incontro tu ce li hai sempre posati su quel cazzo di telefono, che sia in mezzo alla strada, in mezzo alla gente, o quando ti presenti a fare la spesa. Vergognati. Ci sono sotto da mesi, non me lo merito! 😅

Stronzate e scrittura a parte, sono ancora vivo. 

(Non ci credo. Ho scritto di nuovo “qui” con l’accento. Benedetta la correzione automatica che in ogni tempo mi fu gradita e cara. Ammazzati, Brunino. Non ci sono parole. Ammazzati.) 

Ci sono ancora sotto con il giuoco del pallone e con la vecchia signora in maniera particolare, nonostante questa sia un’altra stagione decisamente da dimenticare.
Ho ancora “gli infartini” quando guardo una partita, quindi tutto sommato posso dire di essere ancora vivo.

Ci sono ancora sotto con la musica, nonostante il disco realizzato l’anno scorso abbia messo la parola fine ad un progetto a cui tenevo davvero tanto. Almeno tu ci sei ancora, e non sai quanto mi ritengo fortunato. Inspiegabilmente non ti sei ancora stancato di me, e so benissimo di non meritarti.
Ho ancora “gli infartini” quando sei con me a suonare, e quando sei con me in generale, quindi tutto sommato posso dire di essere ancora vivo.

Sono ancora quello che dice sempre di odiarvi tutti “equally” e nella stessa maniera, apprezzando a fondo la frase e compiacendosi di tutta questa cattiveria gratuita, ma che poi è costretto a “trattenersi” osservando un Alfa commosso durante il suo concerto al forum di Assago.

I motivi?
Primo perché non sono riuscito a prendere i biglietti prima che l’evento fosse sold out, e davvero mi sarebbe piaciuto essere il tuo cavaliere per una sera ed accompagnartici in sella alla mia fiammante Opel Corsa a gasolio classe 2004.
E secondo perché se già sei venuta da me per guardarlo insieme in radio visione su RTL, e dopo aver mangiato dei PESSIMI hamburger d’asporto in quanto tempo per cucinare non ne avevamo più, vedermi anche “sciogliere” avrebbe fatto sicuramente in modo che la serata finisse in maniera decisamente peggiore.

Posso ancora dire di non essere diventato un suo fan, e che tutto questo l’ho fatto solo per te, oppure è un po’ troppo, visto che ho sempre integrato alla musica con la M maiuscola una buona e generosa dose di ascolti imbarazzanti di cui dovrei solo vergognarmi?

Ho ancora “gli infartini” quando passo serate così, quindi tutto sommato posso dire di essere ancora vivo.

Sono ancora il collezionista di figure di merda in corsia due.
Non lo faccio di proposito, è che proprio non riesco a smettere.
Ma quando la francesina mi viene a chiedere dov’è il lievito, quando sposto la confezione di pasta brisee per farglielo vedere, e quando lei mi dice con quell’accento e con quella “R”, degno del miglior Olivier in una delle migliori tra le sue serate, “non l’avrei mai visto così nascosto dai tuoi cartoni”, come potevo mai rispondere se non con un sofferto “senti, vai via prima che combini qualche guaio”?
Quando la ricciolina sotto i quaranta è disperata perché le mozze in vasca sono finite, e viene da me dicendomi che nei “frighi in corsia uno” proprio non riesce a trovarle, come potevo mai rispondere se non con un didattico “credevo che la parola frighi fosse di utilizzo esclusivo e riservato ai terroni e non ad una ragazza così carina”?
È solo andata bene che avesse voglia di scherzare, e che alla fine ci abbiamo riso sopra insieme, entrambi decisamente più imbarazzati del necessario.  
Vi racconterei anche quella della cliente “anglofona”, di quella vestita con una gonna realizzata con i colori dei Tassorosso.
Vi racconterei di come Umberto, cercando a parer suo di servirmi una palla degna degli ultimi assist del mio amato Andrea Cambiaso, sia riuscito a farmi imbarazzare a tal punto da quasi ridere in faccia a quella povera mal capitata, mentre il viso mi stava letteralmente bruciando. Ma questa ve la lascio solo immaginare, è un ricordo che voglio conservare con lui e lui soltanto. 
Ad ogni modo ho ancora gli “infartini” mentre con orgoglio mando avanti la rubrica de “Il lattaio con l’innamoramento facile”, quindi tutto sommato posso dire di essere ancora vivo. 

Sono ancora vivo.

E vediamo di farcelo bastare.

Potrei anche promettere di cambiare, di crescere e mettermi in bolla, palestra e musica trap come quelli bellissimi del momento 😂 (scusami Simo, scusami scusami scusami!) ma la vedo molto molto complicata, quindi a posto così.

Ora, nel caso tu sia “un aficionado” di queste pagine, sai già come sta per finire tutto questo. Mi limito solo a dirti un sentito “grazie” prima di salutarti come si conviene, grazie per continuare a perdere parte del tuo tempo leggendo il peggio di me, spero come sempre di averti strappato un sorriso accompagnandoti tra queste righe. 
Nel caso invece tu sia nuovo da queste parti, non preoccuparti… niente di personale.
Chiudo sempre nella stessa maniera, più o meno.

‘a bucchina ‘e mammeta,
chella scassata.

Con affetto,
Your Favorite Milk Delivery Boy.

Liquid Bravery

Avrei tanto voluto essere padre.

No, non sto scherzando. E nemmeno sto lasciando volutamente una frase così a caso, sfiorando quello che in futuro sarà il mio più grande rimpianto, per poi passare a scrivere di tutt’altro. 
Mi è solo venuto di fare così.
Ti starai chiedendo “e adesso come ne esci?” 
Facile, ricomincio da capo e te la completo. 

Avrei tanto voluto essere il padre di questa espressione, la trovo magnifica. Vuoi per il forte legame con il Wizarding World della Rowling, vuoi per la mia “dipendenza” dall’alcool, vuoi per quello che ti pare, ma per me è davvero così.
Viene da una conversazione su whatsapp con una mia amica, nota insegnante di inglese, e con spiccate capacità nel preparare piatti di carne. Ammesso che tu abbia una masticazione così forte da combattere una consistenza così “tenace”, ma questa è tutta un’altra storia.
Le scrivo che avrei avuto tanto bisogno di lei. Ero ancora in negozio a fine turno e mi chiamano dall’assistenza clienti per un piccolo problema con una ragazza che non conosceva una parola di Italiano. Credevo davvero che sarei stato capace di tirare fuori il mio miglior inglese, e davvero speravo che andasse proprio così, ma se stai sperando di leggere una disavventura del lattaio con l’innamoramento facile sappi che resterai molto deluso.
Vuoi che avevo troppe persone intorno e che quel posto iniziava a sembrarmi decisamente troppo affollato, vuoi che mi stavo sentendo decisamente troppo al centro dell’attenzione, e ancora una volta: vuoi per quello che ti pare, ma non sono stato per niente all’altezza della situazione. 
Lei mi scrive di non capire, io le rispondo che ci ho capito anche meno.
Non sono il tipo di persona che si vanta di cose a caso, tutt’altro, ma non mento se dico di conoscere particolarmente bene l’inglese e che praticamente mai mi trovo in difficoltà nel doverlo comprendere, leggere, scrivere o parlare.
Mi giustifico dicendo che probabilmente non ero abbastanza ubriaco per poterlo parlare fluentemente, e lei mi risponde così:

“Sì, effettivamente il coraggio liquido aiuta molto a volte”.

Poesia.

Ora il punto della questione è che queste righe non possono diventare uno spot sull’alcool, un po’ perché penso sia troppo pericoloso raccontarti di quanto io trovi tutto molto più facile quando alzo il gomito, quando certi “blocchi” vengono superati o momentaneamente ingannati, e un po’ perché in realtà avevo voglia di allargare il discorso, portarti da un’altra parte, e di tirare in ballo anche altri rimedi per altre questioni.

Non gira bene, non va bene proprio per un cazzo, ma stamattina mentre andavo a lavorare mi sono detto “sai cosa c’è? Vai in culo” ed ho cercato su Apple Music proprio questa canzone, battezzandola come la prima della giornata. 
È con me da molti anni, da quando, in un momento imprecisato a metà dei 90s, mia nonna mi accompagnò da “Non solo musica”, negozio di dischi che se ne stava verso la fine di Via Roma a Portici, e spese trentamila lire per regalarmi Jazz dei Queen (1977).
Se ti dovesse capitare di ascoltarlo, troverai alla traccia numero dodici “Don’t stop me now”.

Anche Brian May in persona, che inizialmente detestava quella canzone a causa di tutte le cose che stava combinando Freddie Mercury in quegli anni, si è dovuto arrendere alla sua bellezza, alla capacità di farti sentire un po’ più vivo che è rimasta intatta nei decenni in quelle note. 

Freddo da dio, cappuccio tirato su, cuffie, una Marlboro. Non riuscivo a smettere di sorridere mentre me la canticchiavo a memoria, sentendomi invincibile, sulla cima del mondo, per tutti i suoi tre minuti e ventinove secondi. Guarda come ti trovo il coraggio di affrontare una giornata che non vorrei affrontare, mentre non avrei voglia di fare assolutamente nulla.

Non chiedermi cosa c’è che non va. Non rispondermi “non ci credo” se ti dico “tutto ok” mentre la mia faccia dice altro. Non tentare ad indovinare quando ti dico “ok per un cazzo, ma discorso chiuso e parliamo di altro”.
Primo: non ti interessa per davvero. E secondo: ho sempre mal sopportato chi mi vomita addosso tutte le sue cose nella speranza di ottenere chissà quale beneficio, non vedo perché dovrei farti subire lo stesso trattamento.
YOUR SUFFERING IS NOT UNIQUE. E così sia!
So bene come cercare di risolvere i miei guai, o comunque come cercare di non apparire troppo musone o di non fartelo pesare nei giorni “più neri”. Ho il coraggio liquido, ho i rimedi della nonna, e va bene così

Vuoi davvero essermi d’aiuto?

Sto bene quando mi venite a prendere alla stazione e vi trovo sul binario con un cartello con su il mio nome in stile “aeroporto”.
Sto bene quando senza nessun motivo inizi a cantare “tú y yo a la fiesta, tú y yo toda la noche” facendomi spaccare dalle risate.
Sto bene quando, vestito da studente di Durmstrang, interpreti l’ingresso nella sala grande di Viktor Krum, sottolineando la strabiliante somiglianza fisica tra te e lui.
Sto bene quando guardiamo Amici dopo aver pranzato insieme, prendendo in giro tutto e tutti e commentando come due critici musicali di grande esperienza.
Sto bene quando chiami “sto dinosauro” la renna luminosa comprata dalla tua dolce metà per rendere più natalizio il tuo balcone già illuminato peggio di Parigi di notte.
Sto bene quando mi abbracci e mi prendi in giro con il tuo “sarà mica colpa della figlia del fornaio, vero?”.
Sto bene quando ridi alle mie minacce di “scavalcare il bancone se lo rifà un’altra volta” dopo che la barista ha passato la lingua sul brillantino che ha su un dente, con quella faccia da schiaffi poi, Madonna Santa.
Sto bene quando mi sorridi e mi canti canzoni in napoletano per addolcirmi le mattinate.
Sto bene quando cerchiamo di decidere se è stato più pesante il tuo due di picche preso dal ferroviere, o il mio aver mal interpretato le intenzioni della ricciolina che non voleva “un assaggio del milk delivery boy with a small toy”, ma solo non si sa cosa.
Sto bene quando suoniamo insieme del punk-rock e quando non riusciamo a beccare lo stacco ska di “Silvia Saint”senza ridere come due idioti.
Sto bene quando vieni da me, quando “assecondi” il mio debole per i film sci-fi ed io “assecondo” il tuo trovarmi un figo e finiamo sotto le lenzuola.
Sto bene quando finiamo insieme il turno e passiamo due minuti a parlare di calcio e di stronzate per poi ridere insieme del mio aver quasi acceso una sigaretta mentre ancora non ero uscito dal negozio.

Sì, sono tutte persone diverse, avvenimenti più o meno recenti che hanno salvato la situazione senza essere troppo invadenti. Sembrava una bella idea mentre la stavo scrivendo, ora decisamente meno, ma va bene così. Almeno ho chiuso l’argomento in maniera diversa dal solito.
No, la cosa non comprende l’insulto finale tipico delle cose che scrivo, è solo che ieri sera il Napoli ha preso le sberle dal Frosinone e non vorrei urtare la sensibilità di nessuno usando la lingua dei partenopei.

Quindi “italianizzo”…
Quella grande cessa di tua madre.
Ok, può andare.
Buona Serata.
Your favorite milk delivery boy.

So Far So Good.

Ma forse anche no. Anzi, direi un “male male qui”.
Ad ogni modo immaginavo che prima o poi avrei voluto usare questa espressione come titolo “per qualcosa da scrivere qua”.
Se non ricordo male basta tornare indietro di qualche mese.
Me ne stavo sul balcone di casa mia, seduto a gambe incrociate sul pavimento ad assaporarmi una Marlboro post cenetta handmade. Un calice di Schiava, un filo d’aria fresca in quella che è stata una estate quasi impossibile, e con uno dei miei pezzi preferiti dei Chainsmokers sullo sfondo, all’orizzonte dei miei pensieri.
Ridevo da solo, perché mi dicevo “dai, fin qui tutto bene”, ma in realtà già sapevo che stavi diventando decisamente un problema per me. Cominciavo già a parlare troppo spesso di te, ad usare la nostra differenza d’età come scusa e, ovviamente, a scherzarci su con le persone attorno a me, dicendo cose del tipo “è nata nello stesso anno in cui i Brand New facevano uscire il disco che ho tatuato sul braccio” oppure cose del tipo “è nata nello stesso anno in cui Juventus e Milan erano sul tetto del mondo, inarrivabili” a seconda del mio voler utilizzare l’argomento musica o l’argomento giuoco del pallone. 
È passato qualche mese e, come da me previsto, la situazione non è cambiata poi così tanto. 

Non è vero. La situazione è decisamente peggiorata.

E adesso sto per raccontarti una bella stronzata così da farti capire quanto.

Perché non inguaiarsi l’agenda, già complicata di per se, cedendo alla richiesta di indossare nuovamente le vesti del Dungeon Master? 
Ero davvero titubante, e con tantissime e valide motivazioni per lasciar perdere, tipo l’essere decisamente fuori allenamento (la mia ultima sessione da DM risaliva alla fine degli anni duemila), tipo la mia dislessia non diagnosticata (molto meglio scrivere: non mi incarto e non sono costretto ad ascoltare la mia voce che per la cronaca ho sempre detestato. Bruno AUTOSTIMA De Micco), e tipo il non poter reggere il  confronto con il signor Montanari (DM di noi poveri nerd e uccisori di mostri della domenica sera, dall’esperienza e dalla competenza per me irraggiungibili, oltre che una delle persone più belle di tutto il creato).
Poi mi sono detto “dai, ma perché no?”.
È una cosa che ho sempre trovato divertente, di creatività ne ho sempre avuta da vendere, e poi un po’ mi stuzzicava l’idea di avere tre giocatori completamente nuovi a quel mondo, due amici e mio fratello.
Sta andando alla grande, Sam in particolare ci è finito sotto di brutto, e già dopo solo una manciata di sessioni avrei abbastanza cose da raccontare da riempire tutto il blog. 
Stasera però voglio solo condividere questa istantanea presa dalla nostra chat dove, per iniziare un veloce recap della sessione precedente, prima ho tirato in ballo il papà della lingua italiana in persona, e poi ho avuto il coraggio di fare questo:


Quindi, cara la mia bella e giovane figlia del fornaio, adesso ascoltami bene.
Quando anche solo un “Ciao Bruno” e pochissime altre parole diventano un problema così grande da condizionarmi così tanto, penso sia arrivato anche il momento in cui te ne devi andare anche un po’ a fare in culo.
Stronza.

Con affetto, si intende.

È pur sempre il mio blog. 
Non va preso troppo seriamente.
Ho ancora voglia di divertirmi.

‘mocc.

Your favorite milk delivery boy.

Caramello salato.

Ad essere sincero i segni che questa giornata non avesse nessuna possibilità di cominciare come tutte le altre erano ovunque, ed in grande assortimento. Pensare di stipendiare gli astrologi per sentirti dire quello che vuoi potrebbe anche suonarti come una buona idea, se solo tu credessi a queste cose e soprattutto se solo tu non avessi finito le sigarette e la base della sopravvivenza nella tua dispensa. Quindi meglio riformulare:

Ad essere sincero i segni che questa giornata non avesse nessuna possibilità di cominciare senza andare a fare la spesa erano ovunque, ed in grande assortimento. Inutile combattere il volere delle stelle, della madonna o di chi per lei.

Sono nel mio “sottocasa” di riferimento…

“Ti prego, dimmi che hai usato volutamente il termine “sottocasa” per indicare il Conad di Via Modenesi con il solo scopo di proteggerti dal conflitto di interessi che verrebbe generato dal tuo ammettere di fare la spesa alla concorrenza. E poi dimmi che stai lasciando volutamente anche l’indirizzo del punto vendita per potertela ridere quando rileggerai tutto questo in futuro”.
“Certo che sì”.

Pochi minuti, passaggi rapidi tra le corsie, tanto sai benissimo che dimenticherai più della metà delle cose di cui avevi davvero bisogno, e prima ancora di potertene accorgere ti trovi in cassa assorbito nei tuoi pensieri  nell’attesa.

Arriva lei, look decisamente alternativo ed interessante, inizia ad appoggiare le sue cose finché non finisce il nastro a disposizione e rimane con un po’ di spesa tra le braccia. La osservi per un attimo, valuti se compiere il famoso “gesto dell’imbarazzo” di mettere il divisorio tra la tua spesa e la sua, poi decidi di non farlo e aspetti che a farlo sia lei, tiri fuori il telefono e rileggi una conversazione di poco tempo prima. Lei finisce di sistemare la spesa (ma il divisorio poi ce l’ha messo?? Sì, sì… tranquilli) e quasi di riflesso si mette ad usare il telefono.

“I gelati che hai preso sono stra-buoni. A me piacciono tantissimo quelli al caramello salato, non so se li hai mai provati”

CI SIAMO.

Ora il racconto potrebbe prendere tante direzioni diverse, e farò del mio meglio per mostrartele tutte. 

La via più razionale, quella che ti farebbe rispondere “e grazie al cazzo, vita mia… ci sono poche cose al mondo che danno lo stesso livello di assuefazione del caramello salato, del caffè e delle Marlboro”.

La via più “over-sensitive”, quella che ti lascia un po’ senza parole. Non è un segreto, l’autostima non è mai stata una delle mie caratteristiche principali ed ho più di qualche problema con gli specchi, quindi un approccio che arriva direttamente dal nulla, che io non mi sia andato a cercare con una delle mie bellissime figure imbarazzanti,  mi disorienta a dire poco.

Ma questo è il mio blog, quindi il racconto non può che proseguire con la teoria delle tre categorie scritta a quattro mani con un amico che classifica il comportamento di noi “good old-fashoned lover boys” in reazione ad una situazione simile. 

Categoria uno: tutti quelli che già dalle sue prime parole stanno pensando “ma con questa ci usciresti o no?” (e vi garantisco che vi sto dando una versione decisamente più edulcorata).

Categoria due: tutti quelli che pensano esattamente le stesse cose di quelli della categoria uno, ma decidono di mentire sapendo di mentire affermando che non è così.

Categoria tre: gli omosessuali.

Appartengo orgogliosamente, ed in maniera anche pessima e/o imbarazzante, alla categoria numero uno, e quindi ecco che…

“Sì li ho provati. Vero, sono buoni da Dio. Però dai alla fine tutti i gusti che fanno sono spettacolari, io ci sono sotto di brutto”.

“Ma quelli al caramello salato di più. Punto. Mi sono anche incazzata un sacco perché avevo fatto scorta per poi venire a sapere che al Gigante dove vado di solito erano in offerta”

[…]

La cassiera mi guarda, era come se avesse scritto in faccia “ma da bon?”, quindi mi scuso ed un po’ imbarazzato dico di voler pagare con la carta ed inizio frettolosamente ad imbustare. Ringrazio la cassiera, saluto la ragazza che mi risponde con un sorriso ed esco dal negozio.

Ora so benissimo che vorreste che il mio racconto proseguisse, che vi raccontassi di come abbia presto tutto il tempo necessario per allacciarmi bene la cintura, per aver cercato con calma la temperatura confortevole, e che la sintonizzazione con RTL 102.5 fosse perfetta con il solo scopo di aspettare che lei uscisse dal supermercato, che mettesse la sua spesa nel cestello della bicicletta e tutto quello che sarebbe potuto succedere / è successo dopo. Ma questa è a tutti gli effetti una puntata de “le disavventure del lattaio con l’innamoramento facile” quindi già lo sapete: non verrete accontentati.

Prometto che non tradirò mai il format di questa rubrica. 😂 

E quanto a te, ti prometto che ogni volta che starò assaggiando qualcosa al caramello salato un po’ ti starò pensando, ripenserò a questo incontro e soprattutto ripenserò alle calze allucinanti ed improbabili che indossavi stamattina. Ti giuro, ora la mia collezione ha assunto tutto un nuovo significato.

‘Mocc.

Yours.

Brun-eee-no

(Yes, it’s the Milk Boy, a questo giro con il gettone trasferta).

È la domanda il nostro chiodo fisso, Neo.

… ma perché ti devi soffrire??

Perla tra le perle di infinita saggezza, estratta a freddo e non filtrata direttamente dal retaggio culturale della mia famiglia. Famiglia di poeti e famiglia di linguisti, cinque vite intere dedicate allo studio della comunicazione e della sua esplorazione fino alle zone più oscure, sperimentazione, neologismi da far girare la testa.

Che poi scrivere tutto questo “fa molto più figo” rispetto al raccontarvi della nostra dislessia ancora non diagnosticata, e che poi tutto questo fa parte di un articolo del mio blog. 

Davvero pensavi che avrei perso l’occasione di cominciare proprio così? 

Mettiti comodo. 

In breve.

Predico malissimo e razzolo ancora peggio. Punto. Nonostante tutto questo, è il quesito che mi faccio quasi quotidianamente ad ogni litigata con me stesso. Forse il principale tra i dilemmi esistenziali, forse la domanda più pertinente che ogni terapista dovrebbe farti all’inizio di ogni seduta, o comunque sicuramente la domanda che ti farei io all’inizio di ogni seduta se vestissi i panni del tuo terapista. Copi, se mi stai leggendo prendi nota.

Perché “alla fine de la fava” il nocciolo di molte questioni lo si può davvero trovare tra i caratteri di queste cinque parole con un punto interrogativo in chiusura. 

Ma perché ti devi soffrire?

Qual’è il punto di rispondere “non so di cosa stai parlando” quando guardando un film ti chiedono se il co-protagonista “è lo stesso tipo che ha fatto R in Warm Bodies” e quando sai benissimo di essere sul divano di casa tua e quindi a rischio? E non puoi reagire male se lei poi ti dice “ma che cazzo dici, ho visto che hai il libro nella sezione imbarazzo”. Non cercare di fare il figo a caso, non ne sei capace, e poi che senso ha provare a nascondere le parti più imbarazzanti di te quando per molti anni hai fatto del comportamento opposto il tuo trademark? Molto meglio restare orgogliosamente un nerd, anche a costo di correre il rischio che l’intimità di quella conversazione diventi l’unica cosa di intimo che vedrai durante tutta la serata.

Qual’è il punto di “andare a guardare le stelle a Carpaneto perché si vedono meglio”, o anche “a raccogliere le margherite nei campi” (per citare in maniera anonima come da tradizione una persona per me molto importante) se sai benissimo che si tratta solamente di un’altra di quelle situazioni dalle quali ormai avresti dovuto imparare da molto tempo di stare alla larga, di smetterla e di crescere?

Qual’è il punto di stare male, male per davvero, al punto di non riuscire quasi a formulare frasi se costretto a parlare, di rischiare anche di ammazzarti al volante perché non riesci a concentrarti se sai che comunque questa serata che passerai sotto ad un gazebo, mangiando luganiga e patate homemade, chiedendosi se sia più corretto passare prima al gelato oppure al gin tonic, parlando di cose per le quali è previsto l’arresto in quanto l’ammenda non te la puoi permettere che sei povero da dovertene vergognare, riuscirà comunque a raddrizzare questa giornata storta e a rendere questo periodo sicuramente più sopportabile?
Sei già stato in posti pericolosi con la testa e ci sei già stato nemmeno troppi anni fa. Davvero hai voglia di tornare lì? 

Qual’è il punto di riuscire sempre a distruggere le cose a cui tieni, di non aver ancora imparato che spesso provare a parlare prima che esplodano le bombe potrebbe risolvere le cose e far sopravvivere progetti per te importanti? Perché ti giustifichi dicendo che non ne sei capace?

Qual’è il punto di non capirci più niente per quel sorriso, quando è nata nello stesso anno in cui i Brand New facevano nascere il disco che hai tatuato sul braccio, quando per te la differenza d’età è abbastanza da farti dire “non pensarci nemmeno per un secondo, lasciala stare”. 😂

Non ho buoni propositi, I solemnly swear that I am up to no good, e sono consapevolissimo di non funzionare e di non poter essere riparato. Volevo solo fare alcuni esempi tratti da avvenimenti recenti che potrebbero servirti per fare esattamente l’opposto e comportarti come si conviene, o come sempre anche solo per riuscire a strapparti un sorriso con le mie disavventure. 

In ultimo, volevo chiudere con un sentitissimo grazie a Donna Giuliana per essere stata la madre di questa magnifica espressione. La tua saggezza è lì, ai livelli degli assist di Kevin De Bruyne e dei riff di chitarra di James Hetfield.

Ma perché ti devi soffrire?

‘mocc a chi t’è muort.

Yours.

Brun-eee-no.