Liquid Bravery

Avrei tanto voluto essere padre.

No, non sto scherzando. E nemmeno sto lasciando volutamente una frase così a caso, sfiorando quello che in futuro sarà il mio più grande rimpianto, per poi passare a scrivere di tutt’altro. 
Mi è solo venuto di fare così.
Ti starai chiedendo “e adesso come ne esci?” 
Facile, ricomincio da capo e te la completo. 

Avrei tanto voluto essere il padre di questa espressione, la trovo magnifica. Vuoi per il forte legame con il Wizarding World della Rowling, vuoi per la mia “dipendenza” dall’alcool, vuoi per quello che ti pare, ma per me è davvero così.
Viene da una conversazione su whatsapp con una mia amica, nota insegnante di inglese, e con spiccate capacità nel preparare piatti di carne. Ammesso che tu abbia una masticazione così forte da combattere una consistenza così “tenace”, ma questa è tutta un’altra storia.
Le scrivo che avrei avuto tanto bisogno di lei. Ero ancora in negozio a fine turno e mi chiamano dall’assistenza clienti per un piccolo problema con una ragazza che non conosceva una parola di Italiano. Credevo davvero che sarei stato capace di tirare fuori il mio miglior inglese, e davvero speravo che andasse proprio così, ma se stai sperando di leggere una disavventura del lattaio con l’innamoramento facile sappi che resterai molto deluso.
Vuoi che avevo troppe persone intorno e che quel posto iniziava a sembrarmi decisamente troppo affollato, vuoi che mi stavo sentendo decisamente troppo al centro dell’attenzione, e ancora una volta: vuoi per quello che ti pare, ma non sono stato per niente all’altezza della situazione. 
Lei mi scrive di non capire, io le rispondo che ci ho capito anche meno.
Non sono il tipo di persona che si vanta di cose a caso, tutt’altro, ma non mento se dico di conoscere particolarmente bene l’inglese e che praticamente mai mi trovo in difficoltà nel doverlo comprendere, leggere, scrivere o parlare.
Mi giustifico dicendo che probabilmente non ero abbastanza ubriaco per poterlo parlare fluentemente, e lei mi risponde così:

“Sì, effettivamente il coraggio liquido aiuta molto a volte”.

Poesia.

Ora il punto della questione è che queste righe non possono diventare uno spot sull’alcool, un po’ perché penso sia troppo pericoloso raccontarti di quanto io trovi tutto molto più facile quando alzo il gomito, quando certi “blocchi” vengono superati o momentaneamente ingannati, e un po’ perché in realtà avevo voglia di allargare il discorso, portarti da un’altra parte, e di tirare in ballo anche altri rimedi per altre questioni.

Non gira bene, non va bene proprio per un cazzo, ma stamattina mentre andavo a lavorare mi sono detto “sai cosa c’è? Vai in culo” ed ho cercato su Apple Music proprio questa canzone, battezzandola come la prima della giornata. 
È con me da molti anni, da quando, in un momento imprecisato a metà dei 90s, mia nonna mi accompagnò da “Non solo musica”, negozio di dischi che se ne stava verso la fine di Via Roma a Portici, e spese trentamila lire per regalarmi Jazz dei Queen (1977).
Se ti dovesse capitare di ascoltarlo, troverai alla traccia numero dodici “Don’t stop me now”.

Anche Brian May in persona, che inizialmente detestava quella canzone a causa di tutte le cose che stava combinando Freddie Mercury in quegli anni, si è dovuto arrendere alla sua bellezza, alla capacità di farti sentire un po’ più vivo che è rimasta intatta nei decenni in quelle note. 

Freddo da dio, cappuccio tirato su, cuffie, una Marlboro. Non riuscivo a smettere di sorridere mentre me la canticchiavo a memoria, sentendomi invincibile, sulla cima del mondo, per tutti i suoi tre minuti e ventinove secondi. Guarda come ti trovo il coraggio di affrontare una giornata che non vorrei affrontare, mentre non avrei voglia di fare assolutamente nulla.

Non chiedermi cosa c’è che non va. Non rispondermi “non ci credo” se ti dico “tutto ok” mentre la mia faccia dice altro. Non tentare ad indovinare quando ti dico “ok per un cazzo, ma discorso chiuso e parliamo di altro”.
Primo: non ti interessa per davvero. E secondo: ho sempre mal sopportato chi mi vomita addosso tutte le sue cose nella speranza di ottenere chissà quale beneficio, non vedo perché dovrei farti subire lo stesso trattamento.
YOUR SUFFERING IS NOT UNIQUE. E così sia!
So bene come cercare di risolvere i miei guai, o comunque come cercare di non apparire troppo musone o di non fartelo pesare nei giorni “più neri”. Ho il coraggio liquido, ho i rimedi della nonna, e va bene così

Vuoi davvero essermi d’aiuto?

Sto bene quando mi venite a prendere alla stazione e vi trovo sul binario con un cartello con su il mio nome in stile “aeroporto”.
Sto bene quando senza nessun motivo inizi a cantare “tú y yo a la fiesta, tú y yo toda la noche” facendomi spaccare dalle risate.
Sto bene quando, vestito da studente di Durmstrang, interpreti l’ingresso nella sala grande di Viktor Krum, sottolineando la strabiliante somiglianza fisica tra te e lui.
Sto bene quando guardiamo Amici dopo aver pranzato insieme, prendendo in giro tutto e tutti e commentando come due critici musicali di grande esperienza.
Sto bene quando chiami “sto dinosauro” la renna luminosa comprata dalla tua dolce metà per rendere più natalizio il tuo balcone già illuminato peggio di Parigi di notte.
Sto bene quando mi abbracci e mi prendi in giro con il tuo “sarà mica colpa della figlia del fornaio, vero?”.
Sto bene quando ridi alle mie minacce di “scavalcare il bancone se lo rifà un’altra volta” dopo che la barista ha passato la lingua sul brillantino che ha su un dente, con quella faccia da schiaffi poi, Madonna Santa.
Sto bene quando mi sorridi e mi canti canzoni in napoletano per addolcirmi le mattinate.
Sto bene quando cerchiamo di decidere se è stato più pesante il tuo due di picche preso dal ferroviere, o il mio aver mal interpretato le intenzioni della ricciolina che non voleva “un assaggio del milk delivery boy with a small toy”, ma solo non si sa cosa.
Sto bene quando suoniamo insieme del punk-rock e quando non riusciamo a beccare lo stacco ska di “Silvia Saint”senza ridere come due idioti.
Sto bene quando vieni da me, quando “assecondi” il mio debole per i film sci-fi ed io “assecondo” il tuo trovarmi un figo e finiamo sotto le lenzuola.
Sto bene quando finiamo insieme il turno e passiamo due minuti a parlare di calcio e di stronzate per poi ridere insieme del mio aver quasi acceso una sigaretta mentre ancora non ero uscito dal negozio.

Sì, sono tutte persone diverse, avvenimenti più o meno recenti che hanno salvato la situazione senza essere troppo invadenti. Sembrava una bella idea mentre la stavo scrivendo, ora decisamente meno, ma va bene così. Almeno ho chiuso l’argomento in maniera diversa dal solito.
No, la cosa non comprende l’insulto finale tipico delle cose che scrivo, è solo che ieri sera il Napoli ha preso le sberle dal Frosinone e non vorrei urtare la sensibilità di nessuno usando la lingua dei partenopei.

Quindi “italianizzo”…
Quella grande cessa di tua madre.
Ok, può andare.
Buona Serata.
Your favorite milk delivery boy.

So Far So Good.

Ma forse anche no. Anzi, direi un “male male qui”.
Ad ogni modo immaginavo che prima o poi avrei voluto usare questa espressione come titolo “per qualcosa da scrivere qua”.
Se non ricordo male basta tornare indietro di qualche mese.
Me ne stavo sul balcone di casa mia, seduto a gambe incrociate sul pavimento ad assaporarmi una Marlboro post cenetta handmade. Un calice di Schiava, un filo d’aria fresca in quella che è stata una estate quasi impossibile, e con uno dei miei pezzi preferiti dei Chainsmokers sullo sfondo, all’orizzonte dei miei pensieri.
Ridevo da solo, perché mi dicevo “dai, fin qui tutto bene”, ma in realtà già sapevo che stavi diventando decisamente un problema per me. Cominciavo già a parlare troppo spesso di te, ad usare la nostra differenza d’età come scusa e, ovviamente, a scherzarci su con le persone attorno a me, dicendo cose del tipo “è nata nello stesso anno in cui i Brand New facevano uscire il disco che ho tatuato sul braccio” oppure cose del tipo “è nata nello stesso anno in cui Juventus e Milan erano sul tetto del mondo, inarrivabili” a seconda del mio voler utilizzare l’argomento musica o l’argomento giuoco del pallone. 
È passato qualche mese e, come da me previsto, la situazione non è cambiata poi così tanto. 

Non è vero. La situazione è decisamente peggiorata.

E adesso sto per raccontarti una bella stronzata così da farti capire quanto.

Perché non inguaiarsi l’agenda, già complicata di per se, cedendo alla richiesta di indossare nuovamente le vesti del Dungeon Master? 
Ero davvero titubante, e con tantissime e valide motivazioni per lasciar perdere, tipo l’essere decisamente fuori allenamento (la mia ultima sessione da DM risaliva alla fine degli anni duemila), tipo la mia dislessia non diagnosticata (molto meglio scrivere: non mi incarto e non sono costretto ad ascoltare la mia voce che per la cronaca ho sempre detestato. Bruno AUTOSTIMA De Micco), e tipo il non poter reggere il  confronto con il signor Montanari (DM di noi poveri nerd e uccisori di mostri della domenica sera, dall’esperienza e dalla competenza per me irraggiungibili, oltre che una delle persone più belle di tutto il creato).
Poi mi sono detto “dai, ma perché no?”.
È una cosa che ho sempre trovato divertente, di creatività ne ho sempre avuta da vendere, e poi un po’ mi stuzzicava l’idea di avere tre giocatori completamente nuovi a quel mondo, due amici e mio fratello.
Sta andando alla grande, Sam in particolare ci è finito sotto di brutto, e già dopo solo una manciata di sessioni avrei abbastanza cose da raccontare da riempire tutto il blog. 
Stasera però voglio solo condividere questa istantanea presa dalla nostra chat dove, per iniziare un veloce recap della sessione precedente, prima ho tirato in ballo il papà della lingua italiana in persona, e poi ho avuto il coraggio di fare questo:


Quindi, cara la mia bella e giovane figlia del fornaio, adesso ascoltami bene.
Quando anche solo un “Ciao Bruno” e pochissime altre parole diventano un problema così grande da condizionarmi così tanto, penso sia arrivato anche il momento in cui te ne devi andare anche un po’ a fare in culo.
Stronza.

Con affetto, si intende.

È pur sempre il mio blog. 
Non va preso troppo seriamente.
Ho ancora voglia di divertirmi.

‘mocc.

Your favorite milk delivery boy.

Caramello salato.

Ad essere sincero i segni che questa giornata non avesse nessuna possibilità di cominciare come tutte le altre erano ovunque, ed in grande assortimento. Pensare di stipendiare gli astrologi per sentirti dire quello che vuoi potrebbe anche suonarti come una buona idea, se solo tu credessi a queste cose e soprattutto se solo tu non avessi finito le sigarette e la base della sopravvivenza nella tua dispensa. Quindi meglio riformulare:

Ad essere sincero i segni che questa giornata non avesse nessuna possibilità di cominciare senza andare a fare la spesa erano ovunque, ed in grande assortimento. Inutile combattere il volere delle stelle, della madonna o di chi per lei.

Sono nel mio “sottocasa” di riferimento…

“Ti prego, dimmi che hai usato volutamente il termine “sottocasa” per indicare il Conad di Via Modenesi con il solo scopo di proteggerti dal conflitto di interessi che verrebbe generato dal tuo ammettere di fare la spesa alla concorrenza. E poi dimmi che stai lasciando volutamente anche l’indirizzo del punto vendita per potertela ridere quando rileggerai tutto questo in futuro”.
“Certo che sì”.

Pochi minuti, passaggi rapidi tra le corsie, tanto sai benissimo che dimenticherai più della metà delle cose di cui avevi davvero bisogno, e prima ancora di potertene accorgere ti trovi in cassa assorbito nei tuoi pensieri  nell’attesa.

Arriva lei, look decisamente alternativo ed interessante, inizia ad appoggiare le sue cose finché non finisce il nastro a disposizione e rimane con un po’ di spesa tra le braccia. La osservi per un attimo, valuti se compiere il famoso “gesto dell’imbarazzo” di mettere il divisorio tra la tua spesa e la sua, poi decidi di non farlo e aspetti che a farlo sia lei, tiri fuori il telefono e rileggi una conversazione di poco tempo prima. Lei finisce di sistemare la spesa (ma il divisorio poi ce l’ha messo?? Sì, sì… tranquilli) e quasi di riflesso si mette ad usare il telefono.

“I gelati che hai preso sono stra-buoni. A me piacciono tantissimo quelli al caramello salato, non so se li hai mai provati”

CI SIAMO.

Ora il racconto potrebbe prendere tante direzioni diverse, e farò del mio meglio per mostrartele tutte. 

La via più razionale, quella che ti farebbe rispondere “e grazie al cazzo, vita mia… ci sono poche cose al mondo che danno lo stesso livello di assuefazione del caramello salato, del caffè e delle Marlboro”.

La via più “over-sensitive”, quella che ti lascia un po’ senza parole. Non è un segreto, l’autostima non è mai stata una delle mie caratteristiche principali ed ho più di qualche problema con gli specchi, quindi un approccio che arriva direttamente dal nulla, che io non mi sia andato a cercare con una delle mie bellissime figure imbarazzanti,  mi disorienta a dire poco.

Ma questo è il mio blog, quindi il racconto non può che proseguire con la teoria delle tre categorie scritta a quattro mani con un amico che classifica il comportamento di noi “good old-fashoned lover boys” in reazione ad una situazione simile. 

Categoria uno: tutti quelli che già dalle sue prime parole stanno pensando “ma con questa ci usciresti o no?” (e vi garantisco che vi sto dando una versione decisamente più edulcorata).

Categoria due: tutti quelli che pensano esattamente le stesse cose di quelli della categoria uno, ma decidono di mentire sapendo di mentire affermando che non è così.

Categoria tre: gli omosessuali.

Appartengo orgogliosamente, ed in maniera anche pessima e/o imbarazzante, alla categoria numero uno, e quindi ecco che…

“Sì li ho provati. Vero, sono buoni da Dio. Però dai alla fine tutti i gusti che fanno sono spettacolari, io ci sono sotto di brutto”.

“Ma quelli al caramello salato di più. Punto. Mi sono anche incazzata un sacco perché avevo fatto scorta per poi venire a sapere che al Gigante dove vado di solito erano in offerta”

[…]

La cassiera mi guarda, era come se avesse scritto in faccia “ma da bon?”, quindi mi scuso ed un po’ imbarazzato dico di voler pagare con la carta ed inizio frettolosamente ad imbustare. Ringrazio la cassiera, saluto la ragazza che mi risponde con un sorriso ed esco dal negozio.

Ora so benissimo che vorreste che il mio racconto proseguisse, che vi raccontassi di come abbia presto tutto il tempo necessario per allacciarmi bene la cintura, per aver cercato con calma la temperatura confortevole, e che la sintonizzazione con RTL 102.5 fosse perfetta con il solo scopo di aspettare che lei uscisse dal supermercato, che mettesse la sua spesa nel cestello della bicicletta e tutto quello che sarebbe potuto succedere / è successo dopo. Ma questa è a tutti gli effetti una puntata de “le disavventure del lattaio con l’innamoramento facile” quindi già lo sapete: non verrete accontentati.

Prometto che non tradirò mai il format di questa rubrica. 😂 

E quanto a te, ti prometto che ogni volta che starò assaggiando qualcosa al caramello salato un po’ ti starò pensando, ripenserò a questo incontro e soprattutto ripenserò alle calze allucinanti ed improbabili che indossavi stamattina. Ti giuro, ora la mia collezione ha assunto tutto un nuovo significato.

‘Mocc.

Yours.

Brun-eee-no

(Yes, it’s the Milk Boy, a questo giro con il gettone trasferta).

È la domanda il nostro chiodo fisso, Neo.

… ma perché ti devi soffrire??

Perla tra le perle di infinita saggezza, estratta a freddo e non filtrata direttamente dal retaggio culturale della mia famiglia. Famiglia di poeti e famiglia di linguisti, cinque vite intere dedicate allo studio della comunicazione e della sua esplorazione fino alle zone più oscure, sperimentazione, neologismi da far girare la testa.

Che poi scrivere tutto questo “fa molto più figo” rispetto al raccontarvi della nostra dislessia ancora non diagnosticata, e che poi tutto questo fa parte di un articolo del mio blog. 

Davvero pensavi che avrei perso l’occasione di cominciare proprio così? 

Mettiti comodo. 

In breve.

Predico malissimo e razzolo ancora peggio. Punto. Nonostante tutto questo, è il quesito che mi faccio quasi quotidianamente ad ogni litigata con me stesso. Forse il principale tra i dilemmi esistenziali, forse la domanda più pertinente che ogni terapista dovrebbe farti all’inizio di ogni seduta, o comunque sicuramente la domanda che ti farei io all’inizio di ogni seduta se vestissi i panni del tuo terapista. Copi, se mi stai leggendo prendi nota.

Perché “alla fine de la fava” il nocciolo di molte questioni lo si può davvero trovare tra i caratteri di queste cinque parole con un punto interrogativo in chiusura. 

Ma perché ti devi soffrire?

Qual’è il punto di rispondere “non so di cosa stai parlando” quando guardando un film ti chiedono se il co-protagonista “è lo stesso tipo che ha fatto R in Warm Bodies” e quando sai benissimo di essere sul divano di casa tua e quindi a rischio? E non puoi reagire male se lei poi ti dice “ma che cazzo dici, ho visto che hai il libro nella sezione imbarazzo”. Non cercare di fare il figo a caso, non ne sei capace, e poi che senso ha provare a nascondere le parti più imbarazzanti di te quando per molti anni hai fatto del comportamento opposto il tuo trademark? Molto meglio restare orgogliosamente un nerd, anche a costo di correre il rischio che l’intimità di quella conversazione diventi l’unica cosa di intimo che vedrai durante tutta la serata.

Qual’è il punto di “andare a guardare le stelle a Carpaneto perché si vedono meglio”, o anche “a raccogliere le margherite nei campi” (per citare in maniera anonima come da tradizione una persona per me molto importante) se sai benissimo che si tratta solamente di un’altra di quelle situazioni dalle quali ormai avresti dovuto imparare da molto tempo di stare alla larga, di smetterla e di crescere?

Qual’è il punto di stare male, male per davvero, al punto di non riuscire quasi a formulare frasi se costretto a parlare, di rischiare anche di ammazzarti al volante perché non riesci a concentrarti se sai che comunque questa serata che passerai sotto ad un gazebo, mangiando luganiga e patate homemade, chiedendosi se sia più corretto passare prima al gelato oppure al gin tonic, parlando di cose per le quali è previsto l’arresto in quanto l’ammenda non te la puoi permettere che sei povero da dovertene vergognare, riuscirà comunque a raddrizzare questa giornata storta e a rendere questo periodo sicuramente più sopportabile?
Sei già stato in posti pericolosi con la testa e ci sei già stato nemmeno troppi anni fa. Davvero hai voglia di tornare lì? 

Qual’è il punto di riuscire sempre a distruggere le cose a cui tieni, di non aver ancora imparato che spesso provare a parlare prima che esplodano le bombe potrebbe risolvere le cose e far sopravvivere progetti per te importanti? Perché ti giustifichi dicendo che non ne sei capace?

Qual’è il punto di non capirci più niente per quel sorriso, quando è nata nello stesso anno in cui i Brand New facevano nascere il disco che hai tatuato sul braccio, quando per te la differenza d’età è abbastanza da farti dire “non pensarci nemmeno per un secondo, lasciala stare”. 😂

Non ho buoni propositi, I solemnly swear that I am up to no good, e sono consapevolissimo di non funzionare e di non poter essere riparato. Volevo solo fare alcuni esempi tratti da avvenimenti recenti che potrebbero servirti per fare esattamente l’opposto e comportarti come si conviene, o come sempre anche solo per riuscire a strapparti un sorriso con le mie disavventure. 

In ultimo, volevo chiudere con un sentitissimo grazie a Donna Giuliana per essere stata la madre di questa magnifica espressione. La tua saggezza è lì, ai livelli degli assist di Kevin De Bruyne e dei riff di chitarra di James Hetfield.

Ma perché ti devi soffrire?

‘mocc a chi t’è muort.

Yours.

Brun-eee-no.

La “fiorellaia” di Via Colombo.

Lei passa ogni mattina con puntualità
Ed io corro come un matto per essere là
Succede il finimondo in mezzo a quell’incrocio
Ogni volta che passa lei, lei.

Mi hanno già tamponato, la macchina sfasciato
Ma devo esser sempre là
Due costole incrinato e un braccio fratturato
Ma voglio esser sempre là.

Nel mio mondo ideale Sebastiano dei Derozer dovrebbe essere riconosciuto come uno dei migliori tra i poeti mai esistiti.
Poi se un po’ sto scherzando, e se un po’ mi dispiace per te, nel caso tu non sappia di cosa sto parlando, poco importa.

Ma voglio esser sempre la.

Grazie a Dio non dovevo guidare per andare all’asilo. Sì, all’asilo, hai capito bene. Non è un mio ricordo, ma di una fonte attendibilissima. Parlo di un piccolo Brunino di quasi trent’anni fa, una pettinatura di quelle che quando ti riguardi in foto stramaledici i tuoi genitori che ti facevano andare in giro conciato così, la sua caratteristica fossetta sulla guancia sinistra, il suo walkman sempre con se. 

Impossibile andare all’asilo se prima non si passa dalla “fiorellaia” di Via Colombo. 

E così quella santa donna di mia madre mi permetteva di incontrare il mio primo amore, ed il mio primo tra gli amori impossibili. Chi ben comincia…
E se non esiste nessun amore che possa definirsi tale se non ti lascia un segno, guarda cosa cazzo doveva capitare a me.

Onestamente non so se esiste un nome per questa “patologia”, per il mio sentirmi costretto a guardarmi le scarpe pur di non incontrare il tuo sguardo anche solo per un attimo, per il mio rischiare di arrossire apparentemente senza un motivo, per la mia difficoltà a pronunciare anche solo le parole con le sillabe più semplici.

O forse è solo tutta colpa tua, per quale motivo devi avere gli occhi blu?

E non parlo di attrazione fisica, tutti abbiamo le nostre preferenze, ed il mio debole per le donne un po’ curvy non mi ha mai creato problemi di nessun tipo, al limite lo ha creato ai loro morosi, mariti e/o compagni.
Ma questa è tutta un’altra storia.
Irrilevante l’età, il fisico, l’etnia ed il sesso di chi li porta, qui sto parlando di qualcosa che un po’ mi uccide tutte le volte, di una delle cose che più amo e detesto allo stesso modo di tutto il creato, bella come camminare sotto la pioggia, come il profumo del caffè, come fare musica… qualcosa di così bello che mi fa letteralmente andare giù di testa.

La più bella tra le opere d’arte.
Il mio tallone d’Achille.
E sembra che davvero non riesca a guarire.

Quindi adesso ascoltami, se fai parte di quella piccola percentuale di persone al mondo dotata di occhi blu allora scusami se mi fisso le scarpe, scusami se parlo poco e se cerco di evitarti, è solo che mi sento a disagio. 
E se invece abbiamo (o abbiamo avuto) un rapporto di qualsiasi tipo, sappi che avrò sicuramente cercato in ogni modo e con ogni mezzo di tenerti a debita distanza.
Se poi mi sono arreso, devo per forza di cose avere visto qualcos’altro di speciale in te per la quale valga la pena di sentirsi così. Sicuro. 

E niente, grazie tante cara la mia fiorellaia.
‘Mocc a mammeta? 
Sì, sempre.

Yours.
brun-eee-no.

Farewell Mr. Zuckerberg…

…We both knew we couldn’t last forever.


Quale può essere un modo molto figo per scrivere un discorso di commiato?
Si dice che iniziare con qualcosa di divertente sia una scelta vincente, e già dare “tutta questa importanza” ad un gesto in realtà molto semplice un po’ mi fa sorridere, ma ci siamo:

Questo è l’ultimo post con il quale ho deciso di interagire con voi su questa creatura di Zuckerberg.

Non c’è bisogno e non ho voglia di dare spiegazioni, non sono davvero importanti, non interessano, e non ho voglia di scrivere cattiverie o di essere spietato con nessuno.
Semplicemente è arrivato il momento che “ok, dai… può bastare così”.
Quindi grazie a tutti quelli che hanno perso un po’ di tempo per ridere con me di me, ai lettori e lettrici “de la rubrica” (e parlo ovviamente delle disavventure del lattaio con l’innamoramento facile), grazie per la vostra pazienza verso la pochezza dei contenuti condivisi, sono una persona “monotona” dunque si è quasi sempre e solo parlato di musica, tanta tanta musica, Juventus e calcio in generale, Dungeons And Dragons, armi e tiro, cattiveria gratuita e voluta, trascorsi di vita e conversazioni più o meno imbarazzanti…
Non ho saputo fare di meglio, ma se qualcuno si è fatto due risate a me va già bene così.
Sarò qui ancora qualche giorno, il tempo necessario per recuperare qualche contenuto e trasferire un po’ di cose sul mio blog, dopodiché il profilo verrà eliminato.
Un saluto a tutti e (ovviamente non posso trattenermi dal chiudere il tutto con un ultimissimo…)
‘A BUCCHINA E’ MAMMETA 😜

Yours.
Brun-eee-no

/shkù·ṣa/, dove sta il lievito?

/shkù·ṣa/ (forma regionale di “scusa”, espressione usata per attirare l’attenzione), dove sta il lievito?”
“Il lievito sta nel settore delle spremute ad altezza occhi”.
Prende su e va verso la macelleria, non caga minimamente le spremute, si ferma, agita le mani con fare teatrale, seccato, poi torna verso il malcapitato lattaio.
“Senti ma io non le ho viste ste shpremute, fammi vedere, ja
Jamm ‘a vrè
(sospirato, non audibile) guardi, qua stanno le premute e ad altezza occhi, come dicevo, troviamo il lievito”
“Eh, ma così mica lo vedevo, io mi aspettavo gli scatoli, non vedevo gli scatoli
“Anche perché gli scatoli non esistono”
“Cosa?”
“Niente… forza napoli!!”
“SEMPRE!! Arrivederci e grazie, cià cià.”

Buon Anno. ‘A bucchina e’ mammeta.

Nessuna classifica dei miei dischi preferiti usciti quest’anno, nessun elenco di buoni propositi, o peggio, nessuna lamentela di quanto quest’anno abbia fatto schifo “per me in particolare” /in culo al duemilaventi /uni e punti esclamativi vari…
Ci sono già i vostri post e bastano così.
Stasera sto bevendo alla vostra, forse decisamente troppo.
Magari domattina mi passerà.
Stasera odio un po’ tutto, indistintamente.
Stasera vi odio un po’ tutti, indistintamente.
Ho provato a scappare tra qualche serata passata a suonare con gli Hochos e con i Balamb Kids, quando si poteva, perché è l’unica cosa che davvero mi tiene qui quando la testa se ne va pericolosamente da un’altra parte.
Ho provato a scappare tra le canzoni di qualche disco, cantandole anche se non sono capace, perché avevo bisogno di “sentire addosso” qualcosa di diverso.
Ho provato a scappare tra le pochissime serate passate con la mia famiglia e con le pochissime persone che ho deciso di avere intorno, ma questo quando non ero troppo preoccupato di portare in giro chissà cosa mentre voi, sbattendovene di tutto, con comportamenti inaccettabili ed incazzandovi anche quando gentilmente ve lo si faceva notare, prendevate d’assalto il supermercato.
Ho provato a scappare tra qualche partita di calcio, quando si giocava, perché la Juventus sa farmi sentire ancora un romantico nonostante tutto.
Ho provato a scappare tra qualche sessione di dungeons and dragons, fino a quando non mi sono rotto il cazzo di giocare in conferenza a qualcosa che va fatto attorno ad un tavolo con i tuoi amici nerd tra fogli di carta, matite, dadi, birre e cazzate.
Ho provato a scappare anche tra alcool, buona cucina ed altre sostanze, ma se sono qui a mandarvi tutti in culo assieme a tutto quello che “pensate”, scrivete o fate, significa che non sono riuscito a scappare lontano quanto volevo.
Stasera sto bevendo alla vostra, forse decisamente troppo.
Magari domattina mi passerà.
Stasera odio un po’ tutto, indistintamente.
Stasera vi odio un po’ tutti, indistintamente.

Buon Anno.
‘A bucchina ‘e mammeta.

“Ma stai zitta, cessa!”

Scrolling sui social e parte un “ma stai zitta, cessa!”
E basta, tutto qui, 20 minuti sul divano a ridere da solo.
L’italiano e la totalità dei suoi dialetti sono sempre di una bellezza unica, in ogni contesto.
Anche se niente, NIENTE in ogni lingua del creato può essere più efficace o ti riempie meglio la bocca di un sonoro ‘a bucchina e’ mammeta
Sia chiaro!

SCIAMBOLA!!

La prima moka della giornata è quella che ti permette di capire dove ti trovi…
Quando il caffè poi inspiegabilmente non esce tutto (sì, sono nato e cresciuto a Piacenza quindi, come dicono i nostri vecchi saggi, le ho già “bagnato il culo” ma stamattina non c’è verso) ecco che ti ricordi del perché della tua storica frase “il mattino c’ha le bestemmie in bocca”.
Solo che stamattina, anziché prendermela con il creatore e con tutto il suo creato, rompo il silenzio ad alta voce uscendo la storica ed imbruttita:
“Ma quanto ci metti ad arrivare a Piacenza??”
“Un giro di Rolex e sono arrivato”.
SCIAMBOLA!!