«è solo una partita di calcetto, non dobbiamo giocare la finale di Champions.»

L’aria è satura.

Come fumo negli occhi.
Chiacchiere e giri di parole ti riempiono la mente.
Gridano così forte, lottando per non farti vedere come stanno davvero le cose.
Spaccami la testa.
Ci troveresti dentro un flusso continuo, schematico (nel suo disordine) ed ossessivo di pensieri, errori del passato, dubbi sul presente, e preoccupazioni sul futuro.
Non stasera.
Stasera è come se mi fossi arreso, mi sento distaccato, e con “come fumo negli occhi” intendo proprio il suo significato più letterale.
Parlo solo di quella nuvola densa e grigia, quella che ti fa stropicciare gli occhi fino a farti lacrimare quando una tirata ti finisce accidentalmente dritto in faccia.

L’aria è satura.

Sono seduto sul pavimento con davanti a me solo un posacenere ed una porta finestra aperta solo quanto basta, i piedi nudi contro le mattonelle fredde, ad invidiare il tasto reset tipico di quelle vecchie console di gioco.

Puoi cambiare idea, e puoi farlo più volte, puoi cambiare lavoro, città, interessi, qualsiasi cosa, ma non puoi cancellare tutto e ricominciare dall’inizio.

Dall’inizio.
Mi sto proprio immaginando il primo giorno della mia vita, in terza persona, come fossi uno spettatore.
Mi hanno appena appoggiato sul petto di mia madre.
Riesco quasi a sentire il suo profumo, mentre si mischia con quell’odore forte di disinfettante della stanza d’ospedale.
Riesco quasi a vedere la luce del sole entrare dalla finestra, per poi accarezzare quel vaso appoggiato sul comodino.
Due fiori talmente finti, di plastica rigida, che ti giuro sembra siano fatti di Lego.

«Dai Lollo, prepara sta cazzo di borsa che andiamo!»

La voce di Gabriele all’improvviso mi riporta violentemente a terra.
Questa stanza ha tutto l’aspetto di un campo di battaglia: vinili sparpagliati sul letto da rifare, una montagna di vestiti sporchi e dimenticati in un angolo del pavimento, troppo affollamento su quella scrivania.
Musica, calcio, e cultura nerd-pop sembrano fissarmi da ogni centimetro quadro racchiuso in queste quattro mura, facendo finta di trovarci un senso filosofico in tutto questo disastro.

Gabriele poi si affaccia sulla soglia, guardandomi come se fossi un alieno appena sceso da un incrociatore stellare.

«Oh, te lo giuro! Non ho mai conosciuto nessuno che si mette a fumare prima di una partita. Sei un caso clinico.»

Lollo.
Dio, quanto odio quel nomignolo.
Per me sceglierei sempre “Lore”, ma a lui non l’ho mai detto.
Una di quelle piccole battaglie che ho rinunciato a combattere da un po’ di tempo.
Potrei quasi dire che ormai inizia a suonarmi, e che spesso mi capita di sorridere quando è qualcun altro a chiamarmi così.

«Almeno se stasera prendo a calci qualcuno per sbaglio posso dire di essere stra-fatto, anziché ammettere di essere così disperatamente scoordinato.»

«Madonna quanto sei teatrale… è solo una partita di calcetto, non dobbiamo giocare la finale di Champions.»

Do un’ultima e profonda tirata appena prima di litigare con il posacenere, per poi alzarmi molto lentamente ed aprire un cassetto con un gesto deciso.
Inizio a buttare roba in borsa un po’ alla rinfusa: pantaloncini, calzettoni, parastinchi; mentre Gabriele è ancora lì che mi osserva, appoggiato allo stipite della porta.

«Perché proprio la maglia numero tre?»

Mi fermo un secondo con la maglietta ancora tra le mani.

«Paolo Maldini?»

«Ma Vaffanculo. Dai, su! Perché proprio la tre?»

«Il tre mi perseguita, Gabri. Mi hanno presentato all’esame con il tre in matematica. Ho preso tre alla seconda prova. Tre volte sono stato innamorato per davvero, e ho avuto tre migliori amici in tutta la mia vita. Può bastare? Posso continuare se vuoi…»

Silenzio.

Poi mi giro e trovo Gabriele ancora piantato sulla porta, con quel sopracciglio alzato a mezz’asta e quella sua tipica espressione che pare un invito a prenderlo a schiaffi.

«E io sarei tra questi?»

«Cosa, migliori amici?? Ma nemmeno in un’altra vita! Per te ci sono solo le tre volte in cui mi sono detto che avrei provato a lasciarti indietro, infame!»

Gabriele scoppia a ridere, poi mi fa: «Senza contare le altre trecentocinquanta, giusto?»

«Eh. In nessuna di quelle ci ho creduto davvero, pensa a come sei proprio un fortunello!»

«Dai, Maldini… Datti una mossa! Vado un secondo in bagno e quando torno mi aspetto che tu abbia finito con la borsa.»

Metto dentro la borsa le mie fedelissime Adidas e finalmente chiudo la cerniera.
Mi sono dimenticato qualcosa, sono più che sicuro.
Provo a fare mente locale, quando all’improvviso sento una canzoncina storpiata da quel deficiente provenire giusto dalla stanza di fianco: «Ma come terzinooo, voglio Lorenzinoooo che gioca a memoria come se fosse mio amicooo…»

Trattengo a stento una risata.
Musicisti.
Siamo proprio di un altro pianeta, noi.

«Gabri! Prenderesti su un bagnoschiuma quando esci?»

Te l’ho detto che mi stavo dimenticando qualcosa.

Pochi secondi dopo, Gabriele rientra in camera con un flacone viola in mano, guardandolo con estremo sospetto.

«Hai solo questa bella stronzata alla lavanda?»

«Dovresti provarlo anche tu ogni tanto, sai?» Gli faccio passandogli davanti, senza neanche guardarlo.

«Che vuoi dire?»

«Niente, ci mancherebbe! Voglio solo dire che o stai vivendo una seconda pubertà un po’ tardiva, o dovresti davvero provare anche tu ogni tanto questo fantastico bagnoschiuma alla lavanda. Molto rilassante.»

«Dai muoviti, coglione! Siamo già quasi in ritardo.»

Un ultimo sguardo allo specchio dell’ingresso.
Due occhiaie così profonde che sembra siano state scavate col piccone ed una massa informe di ricci scuri completamente fuori controllo.

«Guarda che faccia. Faccio schifo.»

«Secondo me hai solo l’aspetto di chi ha davvero bisogno di passare un’oretta con un calcetto tra amici» taglia corto lui, lanciandomi addosso le chiavi della macchina con molta più forza di quella necessaria.

«Posso rollarne una “per il viaggio”?» gli butto lì con un sorriso dopo essermi accorto del mio tono così sfacciatamente speranzoso.

Gabriele alza gli occhi al cielo, sospira pesantemente, e mi spinge fuori verso le scale. Poi se ne esce con un «Fai davvero schifo, lo sai? Ha fatto bene l’Eli a lasciarti.»

Colpo basso.

«Allora, primo: non stavamo insieme, ci siamo solo frequentati per tipo cinque mesi. Secondo: quella che intendi tu era soltanto una delle tante cause dei nostri troppi litigi. E terzo…

«Facciamo così: se vinciamo, ti prometto che stasera ci scassiamo insieme. Va bene così?»

«E se perdiamo?»

Gabriele scende i primi gradini due a due. «Non essere sempre così negativo.»

«E se perdiamo?» Ripeto con lo stesso tono, deciso a non mollare.

Si ferma, si volta, e poi mi guarda per un istante appena prima di sorridere.

«Waffle?»

«Wa-wa-waffle!» quasi a fargli eco, mentre lo raggiungo sullo stesso gradino.

Gli mollo un cartone affettuoso sul braccio, di quelli che dicono tutto senza bisogno di altre parole, giusto per chiudere la questione.

«Tu lo sai, Vero? Che se Ginny dovesse scoprire che abbiamo abusato di una sua frase… prima ammazza me e poi ti viene a cercare!»

«E tu non dirglielo. E soprattutto non fare lo stronzo come al tuo solito e non andare a scriverlo su Lollo Oversensitive dot com» riproponendomi lo stesso sopracciglio alzato a mezz’asta di prima e la stessa sua tipica espressione che pare un invito a prenderlo a schiaffi.

«Fanculo, Gabri! Detto proprio con l’anima.»

Salgo in macchina, mi allaccio la cintura, e prendo forse troppo tempo per scegliere qualcosa di bello da ascoltare.
I pensieri mi scivolano via, la mia testa si perde improvvisamente all’interno di un vecchio ricordo.
C’era quell’ultima Marlboro capovolta all’interno del pacchetto, e quel desiderio espresso come se fosse l’unica cosa al mondo che contasse davvero.

Potrei cambiare lavoro, città, interessi, qualsiasi cosa, ma quel desiderio resterebbe comunque lì, immutabile.

Per cose di questo tipo, così forti, così intense, il per sempre è l’unica misura del tempo possibile.
Alla fine ci sono arrivato.

«Lollo, ci siamo?»

«Sì, scusami… Sono andato un secondo da un’altra parte.»

«Metto su io la musica, tu pensa solo a guidare!»

«Daje! Niente lagne però, che non sono in vena.»

«Nemmeno una, te lo giuro. Dai, andiamo!»


la marcia della regina nera.

Il bianco riflette tutta la luce.
Il nero la assorbe completamente.

Queen II

Forse uno dei dischi meno conosciuti di tutta la discografia dei Queen, sicuramente uno dei più divisivi ed oggetto di grandi e moltissime discussioni.
Su questo album circolavano e circolano ancora oggi le opinioni più disparate.
Peste e corna.
Elogi sperticati.
I fan più sfegatati lo considerano come un oggetto di culto, il vero capolavoro “nascosto” della band, essenziale per comprendere tutto ciò che poi è stato negli anni a seguire.
Un disco incredibile, capace di mettere in mostra il talento, la potenza, e l’unicità.
Per altri si tratta solamente di un lavoro mediocre e decisamente troppo confusionario.
Senza profondità di suono, senz’anima.
In molti non lo hanno mai capito davvero.

8 Marzo 1974, la EMI pubblica il secondo album in studio di quattro guaglioni londinesi destinati a mangiarsi il mondo.

Una vita fa.
I miei genitori non erano ancora nemmeno dei teenager.

Ho iniziato a collezionare dischi all’età di sei anni, li pagavo circa trentamila lire l’uno, e li compravo con i pochissimi soldini di cui disponeva un ascoltatore così giovane.
Mi ci sono voluti molti anni prima di arrivare al giorno in cui tenevo stretta tra le mie mani la mia copia di questa meraviglia.
Difficile da collocare nel tempo con precisione, ma ricordo esattamente com’è che è andata.
I miei amici avevano in programma per quel giorno una partita di Warhammer, ma quei soldatini di plastica proprio non sono mai stati cosa mia.
Per carità, assistere a quelle battaglie così sanguinose aveva il suo fascino, soprattutto quando la cosa sfociava in liti, insulti e bestemmie, ma in quella occasione avevo deciso di non distrarli con la mia presenza e con le mie troppe e spietatissime prese per il culo.
Mia sorella se ne stava in camera a giocare con la Play, mio padre aveva deciso per un sonnellino di bellezza, e mia madre si era già spiaggiata sul divano (senza nemmeno aver sparecchiato) con gli occhi puntati su Ridge Forrester e su quella zoccola di sua moglie.
Me ne vado in cucina, sbusto il disco, e dopo aver passato qualche secondo a sentire quel profumo così unico ed inconfondibile, metto su le cuffie e premo play.

Così tristi gli occhi suoi.

Un suono cupo e profondo, simile ad un battito cardiaco, a dei tamburi in lontananza.
Sempre più vicino.
Poi la chitarra di Brian, sovraincisa più volte fino a creare un muro di suono, solenne, ed un brivido lungo ogni centimetro quadro di pelle a disposizione.
Un ingresso quasi cerimoniale.
Sei al cospetto della regina nera.
Senza nemmeno che te ne sia accorto sei già finito sotto il suo potente incantesimo.
«Ci siamo!»

Un lato bianco.
Un lato nero.
Campi di battaglia dove regnano contrasti violenti, dove la luce e l’oscurità sembrano sfidarsi dandosene di santa ragione a colpi di voci armonizzate, di melodie dolci e sognanti, e di riff taglienti ed incazzatissimi.

Il lato bianco è il territorio di Brian.
Etereo, riflessivo, ricco di parti di chitarra di una bellezza disarmante.
Puoi trovarci di tutto, dal rock bello ruvido fino ad atmosfere sospese nel vuoto, passando per un amore non corrisposto e del tutto irraggiungibile.
(Vai avanti a leggere e levati quel sorrisetto idiota dalla faccia. Sto “solo” parlando di un disco.😏)

Il lato nero è il territorio di Freddie.
Un viaggio senza sosta attraverso il mondo immaginario di Rhye, dove i brani si fondono l’uno con l’altro lasciandoti senza fiato.
Puro estro creativo, progressive rock in una delle sue più coraggiose rappresentazioni.
La forza di gravità è racchiusa in una suite dalla durata di poco più di sei minuti ed intitolata The March Of The Black Queen, dove cambi di tempo e di genere si rincorrono in maniera quasi compulsiva, sfacciatamente teatrale.
Rappresentano alla grande il cuore di questo sovrano e la sua anima nera, autoritaria, seducente e spietata.

Nemmeno mia madre (quando finalmente si era decisa a fare i piatti) ha avuto il coraggio di interrompere quell’udienza.
Uno sguardo veloce alla copertina appoggiata sul tavolo, una foto famosissima scattata da Mick Rock che ritrae i volti dei quattro guaglioni mentre emergono dall’oscurità, ed un sorrisetto soddisfatto e tipico di un genitore consapevole di star facendo un ottimo lavoro.
Se solo a quel tempo avesse saputo che cosa avrei aggiunto negli anni alla mia libreria musicale…
Probabilmente quei piatti me li avrebbe spaccati in testa, ma questa è tutta un’altra storia. 😅

Sicuramente non è un disco che consiglierei a chiunque, se non ad un ascoltatore dotato di una mente davvero aperta.
Oscuro, complesso, molto difficile da comprendere.
L’unico posto dall’aspetto vagamente familiare, nonché l’unico singolo estratto, è il brano messo in chiusura, Seven Seas Of Rhye.
Tutto il resto è paragonabile ad un percorso all’interno di un labirinto impossibile, un labirinto dove a perdersi ci si mette davvero un’attimo.
Ciò non di meno penso sia uno dei loro lavori più interessanti ed ambiziosi, ricco di sperimentazione pura fatta con i mezzi analogici dell’epoca.

Spero di non averti annoiato troppo con questi racconti.
Non era mia intenzione farti una recensione di questo disco, primo perché non penso di averne le competenze necessarie, e secondo perché il mio scopo era completamente un altro.
Questa potrebbe essere la mia ultima occasione, voglio cercare di rimanere aggrappato come meglio posso a tutti questi ricordi.
Tra poco andrò a dormire.
Quando mi sarò svegliato Brian e Roger avranno già fatto uscire da qualche ora una nuova edizione di questo album.
Non si tratta di un semplice remaster, ma di un nuovo mix costruito dai nastri multitraccia originali, arricchito con nuovi contenuti, demo, ed un buon quantitativo di out-takes, versioni alternative, e versioni live.
Se una parte di me non vede l’ora di immergersi nuovamente in quel capolavoro e di scoprire alcune sue nuove sfaccettature, l’altra parte ha un po’ di giustissima e sacrosanta paura.
Paura che un’eccessiva pulizia di quei suoni possa portare via un po’ della magia che scorre invincibile in quelle canzoni da oltre cinquant’anni.

Ad ogni modo può anche bastare così, non ho intenzione di tirarla troppo per le lunghe.
Sono abbastanza frusto e sto facendo una fatica bestia a tenere gli occhi aperti.

Buonanotte, stronzi!

A presto.

‘Mocc.
Your Favorite Milk Delivery Boy.


regno con la mano sinistra, comando con la mano destra.
sono il signore di ogni tenebra, sono la regina della notte.
dimenticate le vostre canzoncine e le vostre ninnenanne.
arrendetevi alla città delle lucciole.
danzate con il diavolo al ritmo della band.
all’inferno con tutti voi, mano nella mano.
per sempre.
per sempre.

per sempre.

per sempre.


per sempre.


diari di un manigoldo. (prefazione)

Inizio del nuovo millennio, pettinatura decisamente da rivedere, primi segnali di una futura ed inevitabile deriva nerd.

Era scritto nelle stelle.

Un gioco che per me ancora non aveva un nome.
Manuali stampati di straforo in università dal fratello di un mio amico di infanzia, il mio primo master, rigorosamente in inglese e tenuti insieme da un vecchio raccoglitore dall’aspetto molto vissuto.
Parliamo di un ammasso di regole comprensibili solo fino ad un certo punto, e di una storia tra le cui parole avrei mosso i miei primi passi da gamer.
Nel giro di qualche minuto era diventata quella la mia realtà, ero completamente immerso in quei racconti che stavamo scrivendo insieme in quel pomeriggio ormai così lontano nei miei ricordi.

Poi il profumo di quella fumetteria.
Elettrizzante.
Un blend di carta stampata, di plastica di bustine protettive e di ogni altro ben di Odino.
Su quegli scaffali sembravano riposare indisturbati e disposti in maniera ordinata una marea senza fine di sogni ad occhi aperti.
Quel gioco aveva un nome, Dungeons And Dragons, esisteva dal 1974 e si era arrivati da poco alla sua terza edizione.
Sfogliavo le pagine di quei manuali con lo stesso rispetto che avrei riservato ad un tomo proibito e dimenticato da secoli.
Sfioravo con le dita ogni illustrazione, incubi, tesori, armi ed armature, incantesimi ed oggetti magici, e nella mia mente stavano già prendendo vita un sacco di incontri e sfide future.
Agosto se ne stava andando, ma ero contentissimo di aver preso su una felpa quella mattina.
Uscivo dal negozio con i tre manuali base ed un set di dadi nello zaino, mettevo su le cuffie, premevo play su di un lettore cd, e respiravo a pieni polmoni l’odore della pioggia che le strade bagnate di Piacenza mi stavano dolcemente donando.

«Tirate l’iniziativa!»

Cominciavano così le primissime campagne con il mio gruppo di amici.
Storie semplici, forse un po’ acerbe, ovviamente piene imballate dei caratteristici cliché.
Passaggio obbligato.
“All’interno della locanda si respira un’aria così densa di fumo di pipa e di profumo di stufato che la si può quasi tagliare”.
Suona familiare, vero?
C’è sempre quel ranger incappucciato e seduto in un tavolo un po’ in ombra, non può mancare.
Sta fissando il suo boccale così intensamente che sembra quasi parlarci, neanche gli avesse appena detto che sua madre fa tanti, belli, significativi ed affettuosi pompini proprio come se il mondo dovesse finire da un momento all’altro.
Il portone di quercia poi si spalanca ed il paladino fa il suo ingresso, sempre molto teatrale, con la sua armatura così scintillante da accecare la quasi totalità degli avventori.
Emana un senso di giustizia così radicale che, se si ascolta con attenzione, si può percepire il tremore delle ossa di tutti i terroni presenti nella sala grande.
Prima il nord.
Immancabile il bardo, tutto preso nell’accordare il suo liuto.
Conviene stare attenti, questo cantastorie da quattro soldi è sempre pronto a montarsi qualunque cosa sia dotata di un battito cardiaco.
Madre del ranger inclusa.
Il mago se ne sta in disparte, ha la puzza sotto il naso e lo sanno tutti, di certo non si abbassa a stare in mezzo a tutta quella marmaglia.
Tutto il contrario del chierico, personaggio di rara bontà d’animo.
Se ne sta vicino al camino alle prese con un ginocchio sbucciato di un povero pischelletto in lacrime.
«Siete qui per l’incarico?»
Tipica frase di un oste di solito pronunciata mentre si trova ad asciugare lo stesso boccale sporco da un tempo indefinito ed impossibilmente lungo.
Neanche il tempo di rispondere.
Alle loro spalle appare finalmente dal nulla il ladro, facendo saltare dalla sedia il povero ranger (costretto a fingere di averlo visto arrivare… passi la mamma un po’ puttana, ma un minimo di reputazione…)
La compagnia è così al completo, ed ecco messi insieme un manipolo di stronzi con passati tragici e storie commoventi che non si conoscevano fino ad un minuto prima.
C’è questo maniero infestato, questo tesoro che per chissà quale stra-cazzo di motivo nessuno si è mai portato a casa, e questo incarico accettato in una ventina di secondi senza che nessuno ponesse l’unica e la sola domanda che davvero avrebbe un senso in una situazione del genere…
«Perché non ci vai tu?»

Fast-Forward fino alla fine degli anni duemila.
La svolta.
Mi sono unito alla Bisca, e tutto il resto è storia.
Perché di storie su di noi ne avrei così tante da raccontare che probabilmente WordPress mi aumenterebbe i costi di gestione di aprilseventeen.com in maniera esponenziale (e davvero non me lo potrei permettere).
Ho trovato persone splendide e soprattutto invasate almeno quanto me, ho giocato le mie campagne più belle, ed ho costruito ricordi indelebili che mi porterò sotto la pelle per sempre.

Dopo la chiusura di una lunghissima campagna abbiamo deciso di voltare pagina.
Diego ha chiesto un po’ di meritate ferie dal suo ruolo di Master, e la patata bollente è passata al Dan.
Novità assoluta, non ha mai scritto una campagna in tutta la sua vita.
L’ispirazione parte proprio da questo.
Ho deciso che avrei provato a scrivere dei racconti basandomi sulle avventure disegnate da un Dungeon Master alle primissime armi, arricchendole magari con aneddoti divertenti, cazzate, e con tutto ciò che potrebbe capitare in una sessione giocata da quegli scappati di casa della Bisca.
Vorrei provare a portarvi da un’altra parte, a farvi dare un’occhiata al nostro mondo di uccisori di mostri della domenica sera, cercando di rendere questi racconti accessibili anche “ai non addetti ai lavori”.

Seguiranno le disavventure di Ryoga, un elfo dei boschi (con un outfit discutibile) che maneggia il suo arco lungo come fosse un’estensione del suo corpo e frecce appuntite come fossero l’espressione della sua volontà, e di Manigoldo, il suo inseparabile Gufo dal carattere fumantino e modi spesso poco carini.

Sì riparte da Welderos, città disegnata da Diego nella precedente campagna, diversi anni dopo gli eventi vissuti dai nostri vecchi personaggi.

Il primo episodio si trova giusto al di là di questa pagina.


«Ehi Manigoldo, perché non ti fai una svolazzata qui intorno tanto da capire un po’ la situazione?»

«Ma nemmeno se mi soffi sulle piume!
Non hai sentito le parole di Volmer?
Questo maniero è infestato, non ci penso neanche!»

«Certo che il coraggio proprio non ti manca.
La prima impressione è tutto, e ti posso garantire che davvero non ci stai facendo una bella figura.»

«Fotte?
E detto da te poi…»

«E perché, se lo posso sapere?»

«Fai sul serio?
Un elfo dei boschi che se ne va in giro in calze e ciabatte davvero non si può vedere!»

«Ma che cazzo dici?
Troppo swag queste calze!»

«Sto per vomitare!»

«I gufi possono farlo?»

«Prova a chiederlo a tua madre…»

D’altronde si sa:
La mamma del ranger…

A Presto.

in ordine sparso.

«Ma l’hai vista? Devastante!»

«Io mi fermerei a carina.
Se le togli il tacco, il profumo e l’attitude da sbarazzina, non è che resta molto…»

«I tuoi lo sanno di avere un figlio ric***one?»

«Entriamo un secondo che in questi giorni dovrebbe uscire Kagurabachi, ti va?»

«Lo vedi che sei ric***one?»


«Ma cos’è sta roba??»

«C***o ne so, a chi inventa ste cose non gli arriva l’autobus a casa.»


«Va bene con il Tanqueray?»

«In alternativa?»

«In alternativa posso proporti un ottimo London Dry Gin, considerato un grande classico.»

«Daje, come si chiama?»

«Tanqueray!»

«Afferrato il concetto.
Mi hai convinto!»

«Hai visto? Sono troppo brava!»


«E poi che c***o, adesso va bene tutto, ma ho passato anni ed anni a costruire il mio vestito da demone e la mia reputazione da freddo ed insensibile e vorrei mantenerla tale.
Invece tutti stavano cercando oggi di farmi tornare al brunello di qualche tempo fa e non va mica bene…
Non mi avrete mai, umani bastardi!»


«Oh, ma la puoi smettere di ruttare, per favore??»

«Reflussino…»

«Ho capito, ma puoi anche provare a trattenerti ogni tanto, no?»

«Eh, mi sono emozionato.»


diari di un manigoldo. (prologo)

Carbone, incenso, ed erbe dal valore di circa una decina di monete d’oro e mezzo (in giro tutto meeessooo wooo-oooah!) da bruciare in un braciere (I saw a kitten eating chicken in the kitchen / Wa-Wa-Wa-Waffle??) fatto ri-go-ro-sa-men-te d’ottone (e non chiedermi il perché… non ne ho la minima idea!)
Una volta terminato questo breve rituale, l’incantatore ottiene così il servizio di un famiglio, uno spirito che assume una forma animale a suo piacimento.
(E per suo… intendo dell’incantatore, ovvio!)

Tra tutte le bestie che trovarono rifugio nell’Arca in quei giorni piovosi dove l’onnipotente decise di donare ad ogni cosa una bella sciacquata, la mia metà dalle orecchie a punta ha scelto proprio un gufo, il suo gufo.

Per carità, possedere i tratti del migliore tra tutti i predatori notturni ha sicuramente i suoi vantaggi, non lo nego.
Le mie piume sono state disegnate dal silenzio assoluto in persona, con quei bordi sfrangiati che sembrano accarezzare l’aria prevenendo ogni minimo fruscio.
Not Bad.
Comodo non essere percepiti quando la situazione lo richiede.
Peccato solo che questa situazione sia giusto un po’ diversa, e che questo mio dono stasera mi stia mostrando il suo lato peggiore.
Hai già capito, non è vero?
Le mie piume non respingono l’acqua, nemmeno un pochino, e tendono a inzupparsi molto facilmente.

Hai mai visto un gufo volare sotto la pioggia?

Ogni colpo d’ala mi sta richiedendo più del doppio delle solite energie necessarie.
Sto lottando e perdendo la mia battaglia contro la forza di gravità.
Il freddo e l’umidità stanno provando a prendersi anche il mio cuore.
Sperare di trovare un cavo di un tronco dove poter rifiatare anche solo per un attimo sembra quasi come sperare nell’uscita di un nuovo disco di Izi.
(Anche se devo ammetterlo… la mia bussola al momento punta dritto verso VT3SOR in uscita il 13! SCUSA MESTER 😅❤️)

E poi c’è questa cosa.

Più una suggestione che una certezza.
Non riesco ad esserne sicuro, ma mi sento addosso quella odiosa sensazione che si prova solo quando si viene seguiti da qualcuno.
Eseguo numerosi e rapidi cambi di direzione, mi volto e cerco di catturare ogni minimo dettaglio delle immagini davanti ai miei occhi, ma niente.
I miei sensi sono particolarmente sviluppati, sono in grado di disegnare velocemente e facilmente sentieri e rotte invisibili tra queste gocce che cadono senza una sosta, ma niente, e ancora niente.
Se c’è qualcosa, si sta muovendo esattamente al limitare della mia capacità di percezione, sul confine dei miei sensi, fuori dalla portata dei miei artigli.

Davvero frustrante.

Poi decido che può anche bastare così, e chiudo questa mia esplorazione con un ultimo sguardo rassegnato verso le ombre bagnate di queste antiche rovine.
Vorrei tornare da orecchie a punta, e vorrei farlo prima che possa cacciarsi nei guai.
Solitamente siamo in grado di comunicare con il pensiero, il nostro legame è così forte da poterci trasmettere ogni tipo di emozione, di utilizzare l’uno i sensi dell’altro, ma non stasera.
Qualcosa si sta muovendo nella trama magica, lo puoi sentire mentre lentamente scivola come fosse un serpente, ed ogni incantesimo, anche il più semplice e banale, sembra piegarsi e distorcersi seguendo la sinuosità di quei movimenti…

«Manigoldo, sei tu??»

«Cazzo ti gridi??

Tra tutte le bestie che trovarono rifugio nell’Arca in quei giorni piovosi dove l’onnipotente decise di donare ad ogni cosa una bella sciacquata, ho scelto proprio un gufo, il mio gufo, Manigoldo.
Ho capito, ho capito, visto in queste condizioni non gli daresti due monete d’oro.
Sotto la pioggia battente tutta la sua maestosità va a farsi benedire, tutta la sua regale palla di piume svanisce come per magia.
Guardalo.
Il temibile fantasma dei boschi, ora solo una figura così fragile, così sottile.
Mi fa morire.
E senti come è incazzato…

«Eh, ma che brutto carattere!»

«Tua madre? Che lavoro fa tua madre oltre ad essere la mia donna di servizio?
E menomale che hai preso stealth come abilità al primo livello.
Vuoi anche assoldare un araldo che ci annunci a soffi di trombe o facciamo come se?»


«Dai vieni qui, patatone, così ti asciughi e ti dai una sistemata…»

«Pa-ta-to-neeeeeee?? Pa-ta-to-neeeeeee??
Patatone ci chiami Mester, ammesso che ti conceda questo privilegio, e conoscendolo ho parecchi dubbi a riguardo!»


«…»

«Pa-ta-to-ne… neanche fossi il tuo cane!
Già Manigoldo è parecchio imbarazzante, fanculo a te e a quell’altro ciabattaro che ti ha dato questa bella idea!»


«Dai basta, ho capito. Niente più giri di ricognizione mentre piove, promesso! Contento?»


«Ammazzati!»

Inizialmente solo un puntino.
Poi un’ombra, appoggiata come se fosse dipinta su quel poco che resta di un edificio crollato.
Sembra aspettare perfettamente immobile l’arrivo di qualcosa o di qualcuno, e sembra che la pioggia non gli dia nessun fastidio.

«Ha deciso di palesarsi alla fine!
La nostra caccia è finita, amico mio.
Tieniti pronto!»

Succede tutto nel giro di qualche istante.
Prima lo scricchiolio del legno.
Sembra quasi che il mio arco abbia appena cantato un lamento soffocato sotto la tensione, appena prima del silenzio del mio respiro trattenuto.
Poi i suoi primi passi, lenti e strascicati verso di me.
Il suono delle sue ossa e delle sue carni marce in movimento è rivoltante, ti giuro che posso sentire l’odore di morte anche a questa distanza.
Vedo tutto il resto del mondo sbiadire lentamente in una danza di ombre, mentre il mio nemico è l’unica cosa che rimane a fuoco.
Dritto davanti a me, al centro della scena.

«Andiamo, blastalo!
Cosa stai aspettando?»


«Che cazzo hai detto?»

Un ultimo sguardo al mio bersaglio, giusto un istante prima di lasciare che le dita mi scivolino dalla corda.
Un sibilo, quel suono che ho imparato a conoscere molto bene.
Poi l’impatto.

what the fox.

«Hai ancora qualcosa da spendere…»

«Ok, allora prendo un bacio per il mio socio!»

«Aww, you’re sooo sweet! Can I suck it?»

«Hahaha, coglione! Almeno leggimi la frase.»

«Subito, dammi solo un momento per trovare il tono giusto.»

«Fai con calma, non ho fretta.»

«Era solo una volpe come centomila altre, ma ne ho fatto il mio amico, ed ora è unica al mondo.»

«Ma che spettacolo!
Questa la devi conservare e mettere in sala prove, magari vicino alla foto scattata mentre infilzo i polli.»

«Non mancherò!»

«Bellissimo poi che sia saltata fuori da un bacio che ti ho dato io…»

«Sì, ma anche meno, non sconfinare!
Non fare finta di amarmi così tanto, che non ci crede nessuno!»

«Guarda che sei tu quello che ama di più qualcun altro, mica io…»

«Eccolo che comincia con la solita lagna, stavi male se non lo dicevi anche stavolta?
Lo sai che sono freddo, del tutto incapace di provare qualsiasi forma di amore, e che mi state tutti quanti sul cazzo in maniera equa, senza distinzioni.»

«Certo, come no…»

[…]

«Dai, abbracciami!
Era solo una volpe come centomila altre, ma ne ho fatto il mio amico, ed ora è unica al mondo.»

«Il mio volpone pelato!»

«Il mio volpone negro!»

«My dawg.»

«My dawg.»

Tratto da “what the fox.” di Bruno De Micco e Giovanni Marday.
2026, April Seventeen Publications.

La Cura, in nome di Miria.

Se ne dovessi scegliere uno tra tutti i santi che in ogni tempo ti furono graditi, segno della croce con tanto di bacino sull’indice destro in chiusura di questa famosissima citazione, oggi davvero non potrei esimermi dal tirare in ballo Sua Eccellenza Reverendissima Valentino di Terni.

Eroe di tutti gli innamorati.

La storia ci racconta che quando l’imperatore Claudio II decise di proibire i matrimoni ai giovani soldati, credendo per chissà quale motivo che gli uomini non sposati fossero guerrieri decisamente migliori, il buon Valentino non ne avesse neanche per l’anticamera del cervello di sottostare a questa nuova legge.
Legge per lui del tutto assurda e priva di ogni tipo di significato.
Si mise così a celebrare matrimoni in segreto, sfidando tutto e tutti in nome di una causa che riteneva più importante di se stesso, dell’imperatore, e di chiunque altro.

Ancora oggi viene considerato più o meno ovunque e da chiunque come il protettore del concetto universale dell’amore in ogni sua forma, partendo da quello romantico fino ad arrivare all’affetto reciproco tra amici.

«Mamma mia quanto gasi, Vale!»

(e questa era solo per te, Mester! 😅😘)

Da pischelletto sicuramente non immaginavo che avrei condotto questo tipo di vita.

«Eh?»
«Riformulo!»


Sicuramente non è questo il tipo di vita che avrebbe scelto per se un Brunino di tanti anni fa, così romantico ed over-sensitive a livelli meritevoli di vergogna, ciò non di meno non credo che mi sarei mai sposato.
Un matrimonio celebrato da un vescovo ribelle sicuramente sarebbe stata una cosa incredibile, non lo nego, ma…
Se proprio fossi stato costretto ad aspettarla sull’altare, probabilmente le avrei almeno chiesto qualcosa di diverso.

Qualcosa tipo a la Elizabeth Swann e William Turner Jr.

Una nave con vele nere, una ciurma di dannati, e comandata da un uomo così malvagio che anche l’Inferno lo ha risputato.

Avrei chiesto Capitan Barbossa.

Fast-Forward fino al presente, dove mi trovo in una situazione del tutto differente.
Sono ancora innamorato, e ti giuro non sai quanto, ma vivo con un concetto di amore che poco si allinea a quello che ha in mente la quasi totalità del resto del mondo.
Non ti sto a spiegare, non avrebbe senso farlo.
Non ho una data fissata, puoi aspettare per prendere il vestito, ma sicuramente oggi sceglierei un’altra nave tra tutte quelle presenti nella cultura nerd-pop.

E ti direi anche quale, fosse anche solo per immaginarmi l’espressione di una mia affezionata lettrice, ma forse meglio virare verso acque più sicure di queste.

Probabilmente chiederei al temibile Capitan Bottego di celebrare il mio matrimonio a bordo de Las Fabulosas.
Parliamo di un famigerato vascello in semi-rovina pieno imballato di signorine un po’ attempate e con una spiccata passione per i pendagli.
Già ce lo vedo a fare del sabrage con la sua spada leggendaria.
Lama una volta appartenuta a Vittorio Bottego in persona, lama che ne ha infilzati così tanti che nemmeno Umberto Bossi nei suoi sogni più audaci.
Sarebbe davvero un grande onore.

Ok, può bastare.

In realtà oggi ho intenzione di parlarti di un’altra tra tutte le forme di amore esistenti, e voglio portare al centro della scena un disco che mi sento addosso ormai da un po’.

Disco che ha retto botta, nel mio cuore così come nei miei ascolti, nonostante le uscite recenti di questi quasi due mesi di venti-ventisei.

In questi giorni ho avuto il piacere e l’onore di ascoltare l’eponimo dei Megadeth.
Disco che mette un punto alla carriera quarantennale di una vera e propria leggenda del Thrash Metal from the 80s, Dave Mustaine.
Disco che porta come ultima traccia una sua versione di Ride The Lightning, brano scritto con i Metallica agli esordi, messa lì quasi come a chiudere un cerchio, proprio sul finire dell’ultimo capitolo di una storia favolosa.

In questi giorni ho avuto il piacere e l’onore di ascoltare Before I Forget di The Kid Laroi.
Disco che ha quasi le sembianze di un diario, pieno di momenti vulnerabili, riflessivi e malinconici.
Ogni suo brano sembra assumere il ruolo di una sosta all’interno di un viaggio attraverso la fine di una relazione.
Anche qui non mancano richiami un po’ 80s, sapientemente uniti a suoni ed inclinazioni pop-rap decisamente più attuali.

In questi giorni ho avuto il piacere e l’onore di ascoltare Anche Gli Eroi Muoiono di Kid Yugi.
Il nostro antieroe se ne è uscito con un lavoro davvero ambizioso, neanche una virgola fuori posto.
Gli ingredienti con i quali ci ha da sempre abituati ci sono proprio tutti.
Testi che ti arrivano come schiaffi in faccia, a volte introspettivi, a volte scuri, mai banali.
C’è rabbia, delusione, conflitto interiore, critica, e le immancabili citazioni “a la Yugi”.
Cosa gli vuoi dire?

In questi giorni ho avuto il piacere e l’onore di ascoltare Trauma di His Royal Majesty Tony Boy The Goat.
Confesso che avevo il terrore di ascoltarlo, visto quel cesso di Uforia con il quale se ne è uscito l’anno scorso, invece mi sono trovato al cospetto di un disco che mi è piaciuto davvero un sacco.
Un ritorno alle cose che 🐐 sa fare per davvero, un ritorno alle cose che l’hanno portato ad essere conosciuto ed apprezzato da chi mastica un po’ quel genere.
Produzione essenziale ma efficace, testi diretti e crudi attraverso i quali mi ha concesso di galleggiare all’interno dei suoi pensieri più intimi.
Grazie mille, Tony. ❤️❤️

Quattro dischi di tutto rispetto, niente da dire, ma nessuno tra questi può anche solo sperare di sfiorare con un dito il disco di cui vi parlavo qualche riga fa.

La Cura, in nome di Miria di 22simba.

Ci sono dei dischi che a causa loro esiste un prima ed un dopo l’averli ascoltati, dei dischi che vuoi o non vuoi riescono in qualche modo a cambiare le carte in tavola.
Mi sono completamente perso all’interno di quei testi, semplici e sinceri, ed ho provato sulla mia pelle le stesse emozioni che cercavano di raccontarmi.
Mi sono riconosciuto nelle fragilità del buon ventidue, ho rivissuto insieme a lui quelle esperienze personali, mi ha completamente rapito.
Produzione davvero limpida ed elegante, direzione chiara, identità forte.
Già l’Ep lo si poteva considerare un lavoro eccellente senza fare torti a nessuno, questa riedizione deluxe arricchita da We Shine, Girasole, 2022 Freestyle, e le versioni “live room” poi… Beh, lo hanno impreziosito ancora di più, portandolo su un livello ancora più alto.
Non mento se ti dico che già dal primo ascolto avevo notato una ricerca artistica davvero pazzesca, o se ti dico che questo guaglione, a parer mio, sia una delle cose più interessanti successe alla “nuova scena”

Ci sono sotto, e ci sono sotto di brutto, senza possibilità alcuna di redenzione.

Con questo disco mi sono fatto più di un viaggio, con questo disco ho costruito più di qualche ricordo, lo sento speciale e lo sento mio come pochi altri.

Dovessi finire su di un isola deserta chiederei di poterlo portare con me in valigia, ammesso di riuscire a trovare una valigia abbastanza capiente da farlo convivere con “giusto un paio” di altri dischi per me di fondamentale importanza.
Grazie Mamma Apple per aver risolto questo problema non da poco:
37 anni scanditi e raccontati soprattutto attraverso canzoni richiedevano una soluzione adeguata.

Siamo verso la fine, e forse un po’ dovrei chiederti scusa.
Lo dico sempre: giuoco del pallone, roba da nerd, arte e soprattutto musica, sono le poche cose al mondo che ancora fanno in modo che io mi possa definire umano, che io mi possa emozionare.
So che probabilmente ti parlo troppo spesso di musica, di persona o attraverso queste pagine, ma è proprio lei la cosa più importante che ho, è lei la mia vera ragione di esistere, è per lei che sarei ancora capace di scrivere dichiarazioni d’amore.

Potessi parlarti come parlerei a qualsiasi altra persona in carne ed ossa, ti direi che ti amo con tutto me stesso, come di più non potrei davvero farlo.
Ti direi che sei costantemente nei miei pensieri, ovunque, tutti i giorni, sempre.
Ti direi che tra tutte le cose esistenti al mondo sceglierei te, avrei sempre scelto solo te, senza nessun dubbio.
Come se avessi una scelta.
Cos’altro potrei fare?

Buon San Valentino.

Your Favorite Milk Delivery Boy.


I Think I Kinda, You Know.

Le possibilità sono soltanto due, mi trovo davanti ad un aut aut.

La prima:
Sul finire di We Shine, giusto qualche istante prima dell’intro di Girasole, il buon Ventidue ha scelto la via del nonsense decidendo di inserire il suono di un citofono ad un volume appena appena percettibile.
Tra tutti i citofoni presenti sul mercato poi, go figure, ne ha scelto proprio uno che suonasse esattamente come il mio.
Un dettaglio che mi deve essere completamente sfuggito durante i primissimi ascolti.

La seconda:
Si tratta di un rêverie, ma solo se mi è concesso di prendere in prestito e senza autorizzazione una parola tra le più belle di quelle presenti nel vocabolario di mio fratello.
Me lo sono soltanto immaginato, quello che sto vivendo altro non è che l’inizio di un sogno ad occhi aperti.

Ad ogni modo sto aspettando un corriere, e non me la sento tanto di rischiare che il povero autista se ne vada via bestemmiando chissà quale sia il suo Dio ed in chissà quale sia la sua lingua, quindi meglio controllare.

Nessun autista, solo il suono della pioggia insistente sull’asfalto di Via Carli.

Poi, la tua voce.

Apro quasi senza nemmeno pensarci su, senza nemmeno pensare a quanto sia poco meno di impossibile che tu sia qui, e resto sulla porta ad osservarti mentre sali lentamente le scale.

Giacca e capelli bagnati, di chi vorrebbe raccontarmi di quanto sia impossibile trovare un parcheggio da queste parti, un saluto veloce ed un sorriso appena accennato, poi ecco che sposti immediatamente lo sguardo mettendoti a fissare qualcosa di apparentemente molto interessante sulle tue scarpe, come se fossi in imbarazzo, come se volessi rubare un sorriso anche a me.

(Impresa fin troppo facile.)

Raccolgo giusto un po’ di freddo e qualche goccia di pioggia dai tuoi vestiti mentre ci abbracciamo per qualche istante sulla porta di casa, poi, dopo averti fatto strada, la chiudo.

E lascio tutto il resto del mondo fuori come se improvvisamente non avesse più nessuna importanza.

Come se.

«Ti spiace se saltiamo tutta la parte della visita guidata?
Ho un Earl Grey in infusione ed una mista sul tavolo…»

«Top, non potevo scegliere un momento migliore di questo!»

«Make yourself at home!»

Inizi a muovere i tuoi primi passi all’interno della sala e rimango in silenzio ad osservarti mentre il tuo sguardo sembra spostarsi velocemente e senza sosta da una parte all’altra, posandosi su ogni cosa a sua disposizione.
Libri, fumetti, uno stendardo degli Hufflepuff, qualche poster, un quantitativo impossibile di manuali e dadi di Dungeons & Dragons, board games in vario assortimento, un museo della Vecchia Signora ed uno di retro-games, mugs ovunque, ed infine una Fender Telecaster appoggiata sul divano da parte ad un paio di Beats ancora connesse.

«La Tana del Milk Delivery Boy…»

(Frase lasciata cadere nemmeno fossi uno studente in attesa di chissà quale giudizio.)

«Più che di una tana ha tutto l’aspetto di una cameretta di un teenager, anche un po’ nerd se posso…»

«Easy, cutie pie!
Tutto questo, ovviamente insieme al mio aspetto prestante ed affascinante, al mio carattere dolce con i miei modi gentili, ed a moltissime altre cose… è il segreto del mio sempre invidiato successo con il mondo femminile!
Non sai di che parli!»

«Immagino… Il tè ce l’hai anche freddo?»

«Ma certo che sì. E sua altezza desidera anche qualcos’altro?»

(Cercando di indossare la più ferita ed infastidita tra tutte le espressioni presenti nel mio repertorio, nell’inutile tentativo di sembrare anche solo vagamente credibile.)

«Solo tè, grazie!»

(Quasi come se a pronunciarlo fosse Gandalf ne La Compagnia dell’Anello, quando Bilbo Baggins offre da mangiare e da bere allo stregone piombato in casa sua e subito prima di discutere del destino dell’Unico Anello.)

Il pomeriggio scorre via veloce e leggero.
Solitamente mal sopporto le “invasioni domestiche”, specialmente quando non sono previste dalla mia agenda, ma è davvero troppo troppo troppo bello averti intorno.
Sempre.

Dopo molti minuti, molte parole, e mezza confezione di Pan Di Stelle finita chissà come sul pavimento, decido che…

«Posso chiederti una cosa?»

«Certo…»

«Ma… Tu che cazzo ci fai qui?»

«Hahaha, così? Bello diretto?»

«Sì, lo so… Uscita malissimo.
Però dai, hai capito.
Fa un po’ strano che tu sia a casa mia, no?»

«Afferrato il concetto.»

E dopo pochi istanti di solo silenzio…

«C’è una cosa che vorrei che tu sapessi, e vorrei essere io a dirtela.»

«Molto bene allora, ci siamo.
Queste cose finiscono sempre malissimo.»

Cerco di sedermi meglio, di stare un po’ più dritto con la schiena, come se mi dovessi preparare a chissà quale batosta.

«Sta buono, non correre!
Per adesso è soltanto poco più che un’idea, e non lo sa quasi nessuno.
Non troppo tempo fa ti sei trovato in una situazione simile, quindi so che mi puoi capire.»

«Hai la mia attenzione.»

«Sto pensando di cambiare aria.
Vorrei andarmene.»

La conversazione inizia a correre un po’ troppo veloce per me, faccio davvero tanta fatica a starci dietro, e più passa il tempo e più mi accorgo che la mia mente sta cercando di andarsene lì dove non le è concesso.

Poi all’improvviso fai silenzio, uno di quelli che a definirlo assordante e fastidioso gli stai facendo un complimento, e capisco al volo che vuoi che sia io a distruggerlo.

Do un sorso, prendo un bel respiro, dopodiché…

«Sai cosa? Io ti ci vedrei proprio bene a lavorare in un negozio di vestiti.
Magari a Londra, eh?
Sulle rive del Tamigi!»

«Hahahahaha, ma che cazzo dici??»

«E perché no, scusa??

Io fossi in te un pensierino ce lo farei tutto.»

«Solo se con te al mio fianco…
Vederti piegare dei vestiti, magari con un look a la David Bowie nel suo prime, sarebbe impagabile.
Saresti il più figo di tutti!»

«Careful what you wish for, darling!
Potrei stupirti!»

«Allora è deciso.»

(Frase pronunciata con un tono davvero fermo e forse fin troppo risolutivo, quasi come per mettere un punto a tutta questa storia, quasi come per renderla reale.)

«Ascoltami, io con te partirei anche subito, ed andrei ovunque tu voglia andare, questo già lo sai, se solo potessi farlo.
Però ho già promesso altre cose, mi dispiace, sia sul mio futuro professionale nell’industria farmaceutica, e sia sull’outfit davvero originale da sfoggiare durante l’esercizio.
Mantengo sempre la parola data.»


«Oh mamma, il farmacista!»

«Eh.»



«Davvero verresti via con me?»

Quell’espressione.
Già vista altre volte.
La chiamo l’espressione “a la mester”, e funziona più o meno così:
Viene fatta brillare una bomba, di quelle con capacità distruttive di una certa importanza, il tutto come se niente fosse.
E tu te ne stai lì, aspetti qualche secondo, poi ti ritrovi ad osservare quel tipico sorrisetto diabolico di chi ha appena premuto il detonatore, del tutto consapevole di averti inchiodato al muro.
Non servono altre parole (ad entrambi) e si può tranquillamente glissare…

«Me lo stai chiedendo davvero?
Non avrei nessuna scelta, e tu lo sai benissimo, è evidente.»

Ora il punto della questione però è un’altro.
Ho lasciato che questo rêverie corresse libero per qualche minuto di troppo.
Chiedo scusa, ero solo molto curioso di vedere fino a dove sarei stato capace di portarlo, e avevo voglia di divertirmi un po’.

Chiudo gli occhi ed aspetto una manciata di secondi, contandoli ad alta voce, lasciando che la realtà intorno a me piano piano si riassesti prima di ri-aprirli nuovamente.

Non c’è nessun citofono tra i solchi che separano We Shine da Girasole.
Ho ancora sulle orecchie le mie fedelissime Beats, e quasi senza accorgermene sono andato avanti nell’ascolto fino poco più della metà di Fammi Un Sorriso.
Ho un Earl Grey in infusione e…

venti… ventuno… VEEENTIDUUUEEEEE…


/ˈmjuːzæk/2025

Una vera battaglia.

Figurati che ho addirittura modificato qualcosina anche oggi, tipo nell’ordine degli album, e mi è venuto troppo da ridere!

All’ultimo secondo, quasi come a scuola.

Ciao a tutti, ci siamo!
Annata particolare (anche) musicalmente, Replay ’25 ricco di imbarazzo (grazie Apple Music), ma ora è tempo di scoprire le mie carte.

Sezione album sempre più lunatica, non so quanti “me” hanno alzato un po’ troppo la voce dentro la mia testa mentre provavano a stilarla insieme (magari cercando pure di non litigare più del necessario, ma, ehi!)
Decisamente più coerente invece la sezione Ep, Singoli e Brani.

«Genere più ascoltato: Hip-Hop» diceva Mamma Apple meno di un mesetto fa.
Poi se lo scopo di questa “copertura” era proteggermi dagli schiaffoni di Mester…

Cominciamo?

Album:

Honorable mention:

  1. 🐸 Copacetic (Remixed/Remastered)
    Knuckle Puck

E qui stiamo parlando di qualcosa di davvero speciale, di uno dei miei dischi preferiti in assoluto di sempre e per sempre.
Per il suo decimo anniversario si è preso una bella rispolverata, finalmente rifinito con la giusta post-produzione che si sarebbe sempre meritato.
Suona di brutto.
Innamorato perso di questo disco come di più davvero non potrei esserlo, oggi anche più di dieci anni fa.
Fuori classifica perché di un’altra categoria, ma a non iniziare questo post parlandone… continuare non avrebbe nessun senso.

Eccola…

  1. 🏴‍☠️ Mediterraneo
    Bresh
  2. 🪐 The Overview
    Steven Wilson
  3. ▶️ Play
    Ed Sheeran
  4. 🚀 Dopamina
    Sick Luke
  5. 🩰 Bambi
    Anxious
  6. 🎹 Better Days
    Yellowcard
  7. 🍫 Mafia Slime 2
    Papa V, Nerissima Serpe & Fritu
  8. 🗡️ CYCLES
    iann dior
  9. 🐺 A Modern Day Distraction (Deluxe)
    Jake Bugg
  10. 👨🏼‍🎤 NEVER ENOUGH
    Turnstile

Ep, Singoli e Brani:

Prima di tutto…

  1. 🧏🏼 A Thousand Miles
    Milk Delivery Boy

«Ma davvero??»
«Certo che sì!

Non ho intenzione di dilungarmi più di tanto sulla storia di questo “capolavoro assoluto”, primo perché so già che mi prenderei più parole del dovuto, e secondo perché l’ho già fatto e neanche sono passati tre mesi…
(Se proprio proprio vi serve sapere, andatevi a leggere “right here, right now.” seguendo QUESTO LINK!!)
Il fatto è che davvero non me la sentivo di lasciarla fuori, non sarebbe stato giusto.
La ri-ascolto di tanto in tanto e boh…
Sa proprio di pop punk di una vita fa, e di come l’avrebbero suonata i signori De Micco e Baldiati nel loro periodo “frangia ed acne”; ma anche e soprattutto sa proprio di Lucca Comics ’24, e di «ti voglio davvero bene!»
Merita il suo posto d’onore in questa classifica.

… e poi?

  1. 🦁 La Cura
    22simba
  2. 🪶 We Shine
    22simba
  3. 🐐 PENSIERI SCOMODI (feat. Tony Boy)
    IRBIS
  4. 🏀 Buttare, buttare
    18K & Latrelle
  5. 🧸 orfani.
    Rkomi & Izi
  6. 💔 Credo di Esserci
    Latrelle & Fritu
  7. 🚿 SENZA TEMPO (feat. Izi)
    Sick Luke
  8. 🧩 Players Club ’25
    Night Skinny
  9. 👟 LA MIA BANDA 2
    Guesan, Izi & Vaz Tè
  10. 💍 VITE SGRAMMATE
    Promessa

Nient’altro da aggiungere, la chiuderei qui.

Si avvisano i gentili lettori che per ogni tipo di reclamo e/o menata sull’argomento, durante il pomeriggio dell’ultimo dell’anno, il vostro lattaio di fiducia sarà lieto di ricevervi presso il reparto freschi di Via Conciliazione.
È gradita la prenotazione, ma non aspettatevi di trovarmi con un atteggiamento affabile:
è di musica che stiamo parlando, sapete bene come sono fatto 😏

‘Mocc!
Your Favorite Milk Delivery Boy.

17-18

Sapreste dirmi che cosa hanno in comune una manciata di gettoni dell’autolavaggio, due cuscini ed una trapunta pieni di piume, ed una partita persa 17-18 giusto all’ultimo istante?

Spero di no.

Saltasse fuori l’argomento in questione, l’unica cosa che mi resterebbe da fare sarebbe trasferirmi a Knockturn Alley per provare a vendere il Fentanyl a quei fetenti dei Death Eaters.
Magari indossando nient’altro se non una divisa dei Wildcats ed una parrucca afro con un labirinto impossibile di ricci, magari dando un colore più scuro al mio viso, e magari presentandomi a tutti come Sir Chad Danforth.

♫You gotta get’cha, get’cha, get’cha, get’cha head in the game, woo!♫

Ed una generosa spruzzata di Bleu De Chanel?
Per forza!
Probabilmente anche in un posto del genere, così tenebroso e malfamato, sarei comunque capace di passare più tempo in bagno di quanto ne passerebbe una bella e boriosa principessina di sto…
Comunque potreste provarci anche voi, almeno ogni tanto, a darvi una bella sciacquata, eh?
Con tutto il rispetto, sia chiaro.

Da qualche parte dovevo pure incominciare a scrivere.

Quel countdown non rispettato ha dato parecchio fastidio anche a me, ve lo posso giurare.
Non sto cercando di giustificarmi, non avrebbe nessun senso, ed in tutta onestà davvero non ne sento proprio il bisogno.
Semplicemente mi dispiace, mi dispiace di non essere stato bene al punto da fare fatica a mettere in fila le parole di quel racconto, al punto da fare fatica a donare a quella storia il giusto peso che per me senz’altro si meritava.
Ho scelto di eliminare la bozza dalla cartella “drafts” quasi come quando stai mixando un pezzo e gira male, quasi come quando ti accorgi che non lo stai portando da nessuna parte, e quasi come quando decidi che “to start from scratch” sia la soluzione migliore tra tutte quelle che hai a disposizione, o forse l’unica strada davvero percorribile per non farti troppo male.

Verrà il momento.

Ad ogni modo, vedere come ultimo articolo pubblicato quella fregnaccia di parafrasi fatta a mo di lagna di 3 libras iniziava ad irritarmi e non poco.
E mancano ancora diversi giorni alla pubblicazione della mia classifica ’25.
Serviva una soluzione.
Non ci saranno altri racconti su questa pagina da qui a fine anno, dunque volevo cogliere l’occasione di fare insieme a voi un saldo dell’esercizio 2025.

«Che cazzo hai detto?»

Ho riletto un po’ di cose, mi sono immerso nuovamente in quelle storie come spesso mi capita di fare quando è il momento di chiudere un capitolo.
Trovo sia giusto tenere per me le mie riflessioni, più che altro perché non sono ancora del tutto convinto di saper scegliere con attenzione cosa sarebbe meglio condividere con voi e cosa no.
Ma sento di dovervi dire grazie.

…a voi che quest’anno siete stati tra i protagonisti principali di queste storie.
Senza tutti questi momenti vissuti insieme avrei dovuto scrivere di altro, e probabilmente lo avrei anche fatto, ma non sarebbe mai stato lo stesso.
Grazie per aver donato parole e colori a questi racconti.

In ordine alfabetico, così non me la menate con gelosie e cazzate varie ed eventuali…

Alessandro Baldiati, Andrea Egeste, Angelo Calza, Angelo Ganfi, Antonella Massini, Cuono De Micco, Daniele Rossi, Diego Montanari, Giovanni Marday, Giovanni Nastrucci, Giuliana Calabrese, Mattia Bragoli, Milena Maggi, Samuele Maggi, Simona Tiano, Simone Rossi, Tiziana De Micco.

A voi dedico con tutto l’amore che posso proprio QUELLA espressione gergale, tipicamente napoletana, e che significa letteralmente “in bocca a tua madre”.

Hai già capito, vero?
Molto bene!

Inutile aggiungere altro.
Non sono più capace di “carinerie over-sensitive” da un po’, nessuna novità.
Cercate di accontentarvi, se potete.
Altrimenti: fotte!

Ci si vede il 31 con una classifica confezionata a regola d’arte, quindi tenetevi forte.

VEEENTIDUUUEEEEE!
Your Favorite Milk Delivery Boy.

P.S.: anche lo Zymil da 250ml misura all’incirca 14cm, lo sapevate?
Facilmente digeribile, buona portatilità, aspetto grazioso…
Alcune clienti lo preferiscono così.
Certe lamentele dovreste davvero tenervele per voi, just sayin’