La Cura, in nome di Miria.

Se ne dovessi scegliere uno tra tutti i santi che in ogni tempo ti furono graditi, segno della croce con tanto di bacino sull’indice destro in chiusura di questa famosissima citazione, oggi davvero non potrei esimermi dal tirare in ballo Sua Eccellenza Reverendissima Valentino di Terni.

Eroe di tutti gli innamorati.

La storia ci racconta che quando l’imperatore Claudio II decise di proibire i matrimoni ai giovani soldati, credendo per chissà quale motivo che gli uomini non sposati fossero guerrieri decisamente migliori, il buon Valentino non ne avesse neanche per l’anticamera del cervello di sottostare a questa nuova legge.
Legge per lui del tutto assurda e priva di ogni tipo di significato.
Si mise così a celebrare matrimoni in segreto, sfidando tutto e tutti in nome di una causa che riteneva più importante di se stesso, dell’imperatore, e di chiunque altro.

Ancora oggi viene considerato più o meno ovunque e da chiunque come il protettore del concetto universale dell’amore in ogni sua forma, partendo da quello romantico fino ad arrivare all’affetto reciproco tra amici.

«Mamma mia quanto gasi, Vale!»

(e questa era solo per te, Mester! 😅😘)

Da pischelletto sicuramente non immaginavo che avrei condotto questo tipo di vita.

«Eh?»
«Riformulo!»


Sicuramente non è questo il tipo di vita che avrebbe scelto per se un Brunino di tanti anni fa, così romantico ed over-sensitive a livelli meritevoli di vergogna, ciò non di meno non credo che mi sarei mai sposato.
Un matrimonio celebrato da un vescovo ribelle sicuramente sarebbe stata una cosa incredibile, non lo nego, ma…
Se proprio fossi stato costretto ad aspettarla sull’altare, probabilmente le avrei almeno chiesto qualcosa di diverso.

Qualcosa tipo a la Elizabeth Swann e William Turner Jr.

Una nave con vele nere, una ciurma di dannati, e comandata da un uomo così malvagio che anche l’Inferno lo ha risputato.

Avrei chiesto Capitan Barbossa.

Fast-Forward fino al presente, dove mi trovo in una situazione del tutto differente.
Sono ancora innamorato, e ti giuro non sai quanto, ma vivo con un concetto di amore che poco si allinea a quello che ha in mente la quasi totalità del resto del mondo.
Non ti sto a spiegare, non avrebbe senso farlo.
Non ho una data fissata, puoi aspettare per prendere il vestito, ma sicuramente oggi sceglierei un’altra nave tra tutte quelle presenti nella cultura nerd-pop.

E ti direi anche quale, fosse anche solo per immaginarmi l’espressione di una mia affezionata lettrice, ma forse meglio virare verso acque più sicure di queste.

Probabilmente chiederei al temibile Capitan Bottego di celebrare il mio matrimonio a bordo de Las Fabulosas.
Parliamo di un famigerato vascello in semi-rovina pieno imballato di signorine un po’ attempate e con una spiccata passione per i pendagli.
Già ce lo vedo a fare del sabrage con la sua spada leggendaria.
Lama una volta appartenuta a Vittorio Bottego in persona, lama che ne ha infilzati così tanti che nemmeno Umberto Bossi nei suoi sogni più audaci.
Sarebbe davvero un grande onore.

Ok, può bastare.

In realtà oggi ho intenzione di parlarti di un’altra tra tutte le forme di amore esistenti, e voglio portare al centro della scena un disco che mi sento addosso ormai da un po’.

Disco che ha retto botta, nel mio cuore così come nei miei ascolti, nonostante le uscite recenti di questi quasi due mesi di venti-ventisei.

In questi giorni ho avuto il piacere e l’onore di ascoltare l’eponimo dei Megadeth.
Disco che mette un punto alla carriera quarantennale di una vera e propria leggenda del Thrash Metal from the 80s, Dave Mustaine.
Disco che porta come ultima traccia una sua versione di Ride The Lightning, brano scritto con i Metallica agli esordi, messa lì quasi come a chiudere un cerchio, proprio sul finire dell’ultimo capitolo di una storia favolosa.

In questi giorni ho avuto il piacere e l’onore di ascoltare Before I Forget di The Kid Laroi.
Disco che ha quasi le sembianze di un diario, pieno di momenti vulnerabili, riflessivi e malinconici.
Ogni suo brano sembra assumere il ruolo di una sosta all’interno di un viaggio attraverso la fine di una relazione.
Anche qui non mancano richiami un po’ 80s, sapientemente uniti a suoni ed inclinazioni pop-rap decisamente più attuali.

In questi giorni ho avuto il piacere e l’onore di ascoltare Anche Gli Eroi Muoiono di Kid Yugi.
Il nostro antieroe se ne è uscito con un lavoro davvero ambizioso, neanche una virgola fuori posto.
Gli ingredienti con i quali ci ha da sempre abituati ci sono proprio tutti.
Testi che ti arrivano come schiaffi in faccia, a volte introspettivi, a volte scuri, mai banali.
C’è rabbia, delusione, conflitto interiore, critica, e le immancabili citazioni “a la Yugi”.
Cosa gli vuoi dire?

In questi giorni ho avuto il piacere e l’onore di ascoltare Trauma di His Royal Majesty Tony Boy The Goat.
Confesso che avevo il terrore di ascoltarlo, visto quel cesso di Uforia con il quale se ne è uscito l’anno scorso, invece mi sono trovato al cospetto di un disco che mi è piaciuto davvero un sacco.
Un ritorno alle cose che 🐐 sa fare per davvero, un ritorno alle cose che l’hanno portato ad essere conosciuto ed apprezzato da chi mastica un po’ quel genere.
Produzione essenziale ma efficace, testi diretti e crudi attraverso i quali mi ha concesso di galleggiare all’interno dei suoi pensieri più intimi.
Grazie mille, Tony. ❤️❤️

Quattro dischi di tutto rispetto, niente da dire, ma nessuno tra questi può anche solo sperare di sfiorare con un dito il disco di cui vi parlavo qualche riga fa.

La Cura, in nome di Miria di 22simba.

Ci sono dei dischi che a causa loro esiste un prima ed un dopo l’averli ascoltati, dei dischi che vuoi o non vuoi riescono in qualche modo a cambiare le carte in tavola.
Mi sono completamente perso all’interno di quei testi, semplici e sinceri, ed ho provato sulla mia pelle le stesse emozioni che cercavano di raccontarmi.
Mi sono riconosciuto nelle fragilità del buon ventidue, ho rivissuto insieme a lui quelle esperienze personali, mi ha completamente rapito.
Produzione davvero limpida ed elegante, direzione chiara, identità forte.
Già l’Ep lo si poteva considerare un lavoro eccellente senza fare torti a nessuno, questa riedizione deluxe arricchita da We Shine, Girasole, 2022 Freestyle, e le versioni “live room” poi… Beh, lo hanno impreziosito ancora di più, portandolo su un livello ancora più alto.
Non mento se ti dico che già dal primo ascolto avevo notato una ricerca artistica davvero pazzesca, o se ti dico che questo guaglione, a parer mio, sia una delle cose più interessanti successe alla “nuova scena”

Ci sono sotto, e ci sono sotto di brutto, senza possibilità alcuna di redenzione.

Con questo disco mi sono fatto più di un viaggio, con questo disco ho costruito più di qualche ricordo, lo sento speciale e lo sento mio come pochi altri.

Dovessi finire su di un isola deserta chiederei di poterlo portare con me in valigia, ammesso di riuscire a trovare una valigia abbastanza capiente da farlo convivere con “giusto un paio” di altri dischi per me di fondamentale importanza.
Grazie Mamma Apple per aver risolto questo problema non da poco:
37 anni scanditi e raccontati soprattutto attraverso canzoni richiedevano una soluzione adeguata.

Siamo verso la fine, e forse un po’ dovrei chiederti scusa.
Lo dico sempre: giuoco del pallone, roba da nerd, arte e soprattutto musica, sono le poche cose al mondo che ancora fanno in modo che io mi possa definire umano, che io mi possa emozionare.
So che probabilmente ti parlo troppo spesso di musica, di persona o attraverso queste pagine, ma è proprio lei la cosa più importante che ho, è lei la mia vera ragione di esistere, è per lei che sarei ancora capace di scrivere dichiarazioni d’amore.

Potessi parlarti come parlerei a qualsiasi altra persona in carne ed ossa, ti direi che ti amo con tutto me stesso, come di più non potrei davvero farlo.
Ti direi che sei costantemente nei miei pensieri, ovunque, tutti i giorni, sempre.
Ti direi che tra tutte le cose esistenti al mondo sceglierei te, avrei sempre scelto solo te, senza nessun dubbio.
Come se avessi una scelta.
Cos’altro potrei fare?

Buon San Valentino.

Your Favorite Milk Delivery Boy.


I Think I Kinda, You Know.

Le possibilità sono soltanto due, mi trovo davanti ad un aut aut.

La prima:
Sul finire di We Shine, giusto qualche istante prima dell’intro di Girasole, il buon Ventidue ha scelto la via del nonsense decidendo di inserire il suono di un citofono ad un volume appena appena percettibile.
Tra tutti i citofoni presenti sul mercato poi, go figure, ne ha scelto proprio uno che suonasse esattamente come il mio.
Un dettaglio che mi deve essere completamente sfuggito durante i primissimi ascolti.

La seconda:
Si tratta di un rêverie, ma solo se mi è concesso di prendere in prestito e senza autorizzazione una parola tra le più belle di quelle presenti nel vocabolario di mio fratello.
Me lo sono soltanto immaginato, quello che sto vivendo altro non è che l’inizio di un sogno ad occhi aperti.

Ad ogni modo sto aspettando un corriere, e non me la sento tanto di rischiare che il povero autista se ne vada via bestemmiando chissà quale sia il suo Dio ed in chissà quale sia la sua lingua, quindi meglio controllare.

Nessun autista, solo il suono della pioggia insistente sull’asfalto di Via Carli.

Poi, la tua voce.

Apro quasi senza nemmeno pensarci su, senza nemmeno pensare a quanto sia poco meno di impossibile che tu sia qui, e resto sulla porta ad osservarti mentre sali lentamente le scale.

Giacca e capelli bagnati, di chi vorrebbe raccontarmi di quanto sia impossibile trovare un parcheggio da queste parti, un saluto veloce ed un sorriso appena accennato, poi ecco che sposti immediatamente lo sguardo mettendoti a fissare qualcosa di apparentemente molto interessante sulle tue scarpe, come se fossi in imbarazzo, come se volessi rubare un sorriso anche a me.

(Impresa fin troppo facile.)

Raccolgo giusto un po’ di freddo e qualche goccia di pioggia dai tuoi vestiti mentre ci abbracciamo per qualche istante sulla porta di casa, poi, dopo averti fatto strada, la chiudo.

E lascio tutto il resto del mondo fuori come se improvvisamente non avesse più nessuna importanza.

Come se.

«Ti spiace se saltiamo tutta la parte della visita guidata?
Ho un Earl Grey in infusione ed una mista sul tavolo…»

«Top, non potevo scegliere un momento migliore di questo!»

«Make yourself at home!»

Inizi a muovere i tuoi primi passi all’interno della sala e rimango in silenzio ad osservarti mentre il tuo sguardo sembra spostarsi velocemente e senza sosta da una parte all’altra, posandosi su ogni cosa a sua disposizione.
Libri, fumetti, uno stendardo degli Hufflepuff, qualche poster, un quantitativo impossibile di manuali e dadi di Dungeons & Dragons, board games in vario assortimento, un museo della Vecchia Signora ed uno di retro-games, mugs ovunque, ed infine una Fender Telecaster appoggiata sul divano da parte ad un paio di Beats ancora connesse.

«La Tana del Milk Delivery Boy…»

(Frase lasciata cadere nemmeno fossi uno studente in attesa di chissà quale giudizio.)

«Più che di una tana ha tutto l’aspetto di una cameretta di un teenager, anche un po’ nerd se posso…»

«Easy, cutie pie!
Tutto questo, ovviamente insieme al mio aspetto prestante ed affascinante, al mio carattere dolce con i miei modi gentili, ed a moltissime altre cose… è il segreto del mio sempre invidiato successo con il mondo femminile!
Non sai di che parli!»

«Immagino… Il tè ce l’hai anche freddo?»

«Ma certo che sì. E sua altezza desidera anche qualcos’altro?»

(Cercando di indossare la più ferita ed infastidita tra tutte le espressioni presenti nel mio repertorio, nell’inutile tentativo di sembrare anche solo vagamente credibile.)

«Solo tè, grazie!»

(Quasi come se a pronunciarlo fosse Gandalf ne La Compagnia dell’Anello, quando Bilbo Baggins offre da mangiare e da bere allo stregone piombato in casa sua e subito prima di discutere del destino dell’Unico Anello.)

Il pomeriggio scorre via veloce e leggero.
Solitamente mal sopporto le “invasioni domestiche”, specialmente quando non sono previste dalla mia agenda, ma è davvero troppo troppo troppo bello averti intorno.
Sempre.

Dopo molti minuti, molte parole, e mezza confezione di Pan Di Stelle finita chissà come sul pavimento, decido che…

«Posso chiederti una cosa?»

«Certo…»

«Ma… Tu che cazzo ci fai qui?»

«Hahaha, così? Bello diretto?»

«Sì, lo so… Uscita malissimo.
Però dai, hai capito.
Fa un po’ strano che tu sia a casa mia, no?»

«Afferrato il concetto.»

E dopo pochi istanti di solo silenzio…

«C’è una cosa che vorrei che tu sapessi, e vorrei essere io a dirtela.»

«Molto bene allora, ci siamo.
Queste cose finiscono sempre malissimo.»

Cerco di sedermi meglio, di stare un po’ più dritto con la schiena, come se mi dovessi preparare a chissà quale batosta.

«Sta buono, non correre!
Per adesso è soltanto poco più che un’idea, e non lo sa quasi nessuno.
Non troppo tempo fa ti sei trovato in una situazione simile, quindi so che mi puoi capire.»

«Hai la mia attenzione.»

«Sto pensando di cambiare aria.
Vorrei andarmene.»

La conversazione inizia a correre un po’ troppo veloce per me, faccio davvero tanta fatica a starci dietro, e più passa il tempo e più mi accorgo che la mia mente sta cercando di andarsene lì dove non le è concesso.

Poi all’improvviso fai silenzio, uno di quelli che a definirlo assordante e fastidioso gli stai facendo un complimento, e capisco al volo che vuoi che sia io a distruggerlo.

Do un sorso, prendo un bel respiro, dopodiché…

«Sai cosa? Io ti ci vedrei proprio bene a lavorare in un negozio di vestiti.
Magari a Londra, eh?
Sulle rive del Tamigi!»

«Hahahahaha, ma che cazzo dici??»

«E perché no, scusa??

Io fossi in te un pensierino ce lo farei tutto.»

«Solo se con te al mio fianco…
Vederti piegare dei vestiti, magari con un look a la David Bowie nel suo prime, sarebbe impagabile.
Saresti il più figo di tutti!»

«Careful what you wish for, darling!
Potrei stupirti!»

«Allora è deciso.»

(Frase pronunciata con un tono davvero fermo e forse fin troppo risolutivo, quasi come per mettere un punto a tutta questa storia, quasi come per renderla reale.)

«Ascoltami, io con te partirei anche subito, ed andrei ovunque tu voglia andare, questo già lo sai, se solo potessi farlo.
Però ho già promesso altre cose, mi dispiace, sia sul mio futuro professionale nell’industria farmaceutica, e sia sull’outfit davvero originale da sfoggiare durante l’esercizio.
Mantengo sempre la parola data.»


«Oh mamma, il farmacista!»

«Eh.»



«Davvero verresti via con me?»

Quell’espressione.
Già vista altre volte.
La chiamo l’espressione “a la mester”, e funziona più o meno così:
Viene fatta brillare una bomba, di quelle con capacità distruttive di una certa importanza, il tutto come se niente fosse.
E tu te ne stai lì, aspetti qualche secondo, poi ti ritrovi ad osservare quel tipico sorrisetto diabolico di chi ha appena premuto il detonatore, del tutto consapevole di averti inchiodato al muro.
Non servono altre parole (ad entrambi) e si può tranquillamente glissare…

«Me lo stai chiedendo davvero?
Non avrei nessuna scelta, e tu lo sai benissimo, è evidente.»

Ora il punto della questione però è un’altro.
Ho lasciato che questo rêverie corresse libero per qualche minuto di troppo.
Chiedo scusa, ero solo molto curioso di vedere fino a dove sarei stato capace di portarlo, e avevo voglia di divertirmi un po’.

Chiudo gli occhi ed aspetto una manciata di secondi, contandoli ad alta voce, lasciando che la realtà intorno a me piano piano si riassesti prima di ri-aprirli nuovamente.

Non c’è nessun citofono tra i solchi che separano We Shine da Girasole.
Ho ancora sulle orecchie le mie fedelissime Beats, e quasi senza accorgermene sono andato avanti nell’ascolto fino poco più della metà di Fammi Un Sorriso.
Ho un Earl Grey in infusione e…

venti… ventuno… VEEENTIDUUUEEEEE…


/ˈmjuːzæk/2025

Una vera battaglia.

Figurati che ho addirittura modificato qualcosina anche oggi, tipo nell’ordine degli album, e mi è venuto troppo da ridere!

All’ultimo secondo, quasi come a scuola.

Ciao a tutti, ci siamo!
Annata particolare (anche) musicalmente, Replay ’25 ricco di imbarazzo (grazie Apple Music), ma ora è tempo di scoprire le mie carte.

Sezione album sempre più lunatica, non so quanti “me” hanno alzato un po’ troppo la voce dentro la mia testa mentre provavano a stilarla insieme (magari cercando pure di non litigare più del necessario, ma, ehi!)
Decisamente più coerente invece la sezione Ep, Singoli e Brani.

«Genere più ascoltato: Hip-Hop» diceva Mamma Apple meno di un mesetto fa.
Poi se lo scopo di questa “copertura” era proteggermi dagli schiaffoni di Mester…

Cominciamo?

Album:

Honorable mention:

  1. 🐸 Copacetic (Remixed/Remastered)
    Knuckle Puck

E qui stiamo parlando di qualcosa di davvero speciale, di uno dei miei dischi preferiti in assoluto di sempre e per sempre.
Per il suo decimo anniversario si è preso una bella rispolverata, finalmente rifinito con la giusta post-produzione che si sarebbe sempre meritato.
Suona di brutto.
Innamorato perso di questo disco come di più davvero non potrei esserlo, oggi anche più di dieci anni fa.
Fuori classifica perché di un’altra categoria, ma a non iniziare questo post parlandone… continuare non avrebbe nessun senso.

Eccola…

  1. 🏴‍☠️ Mediterraneo
    Bresh
  2. 🪐 The Overview
    Steven Wilson
  3. ▶️ Play
    Ed Sheeran
  4. 🚀 Dopamina
    Sick Luke
  5. 🩰 Bambi
    Anxious
  6. 🎹 Better Days
    Yellowcard
  7. 🍫 Mafia Slime 2
    Papa V, Nerissima Serpe & Fritu
  8. 🗡️ CYCLES
    iann dior
  9. 🐺 A Modern Day Distraction (Deluxe)
    Jake Bugg
  10. 👨🏼‍🎤 NEVER ENOUGH
    Turnstile

Ep, Singoli e Brani:

Prima di tutto…

  1. 🧏🏼 A Thousand Miles
    Milk Delivery Boy

«Ma davvero??»
«Certo che sì!

Non ho intenzione di dilungarmi più di tanto sulla storia di questo “capolavoro assoluto”, primo perché so già che mi prenderei più parole del dovuto, e secondo perché l’ho già fatto e neanche sono passati tre mesi…
(Se proprio proprio vi serve sapere, andatevi a leggere “right here, right now.” seguendo QUESTO LINK!!)
Il fatto è che davvero non me la sentivo di lasciarla fuori, non sarebbe stato giusto.
La ri-ascolto di tanto in tanto e boh…
Sa proprio di pop punk di una vita fa, e di come l’avrebbero suonata i signori De Micco e Baldiati nel loro periodo “frangia ed acne”; ma anche e soprattutto sa proprio di Lucca Comics ’24, e di «ti voglio davvero bene!»
Merita il suo posto d’onore in questa classifica.

… e poi?

  1. 🦁 La Cura
    22simba
  2. 🪶 We Shine
    22simba
  3. 🐐 PENSIERI SCOMODI (feat. Tony Boy)
    IRBIS
  4. 🏀 Buttare, buttare
    18K & Latrelle
  5. 🧸 orfani.
    Rkomi & Izi
  6. 💔 Credo di Esserci
    Latrelle & Fritu
  7. 🚿 SENZA TEMPO (feat. Izi)
    Sick Luke
  8. 🧩 Players Club ’25
    Night Skinny
  9. 👟 LA MIA BANDA 2
    Guesan, Izi & Vaz Tè
  10. 💍 VITE SGRAMMATE
    Promessa

Nient’altro da aggiungere, la chiuderei qui.

Si avvisano i gentili lettori che per ogni tipo di reclamo e/o menata sull’argomento, durante il pomeriggio dell’ultimo dell’anno, il vostro lattaio di fiducia sarà lieto di ricevervi presso il reparto freschi di Via Conciliazione.
È gradita la prenotazione, ma non aspettatevi di trovarmi con un atteggiamento affabile:
è di musica che stiamo parlando, sapete bene come sono fatto 😏

‘Mocc!
Your Favorite Milk Delivery Boy.

17-18

Sapreste dirmi che cosa hanno in comune una manciata di gettoni dell’autolavaggio, due cuscini ed una trapunta pieni di piume, ed una partita persa 17-18 giusto all’ultimo istante?

Spero di no.

Saltasse fuori l’argomento in questione, l’unica cosa che mi resterebbe da fare sarebbe trasferirmi a Knockturn Alley per provare a vendere il Fentanyl a quei fetenti dei Death Eaters.
Magari indossando nient’altro se non una divisa dei Wildcats ed una parrucca afro con un labirinto impossibile di ricci, magari dando un colore più scuro al mio viso, e magari presentandomi a tutti come Sir Chad Danforth.

♫You gotta get’cha, get’cha, get’cha, get’cha head in the game, woo!♫

Ed una generosa spruzzata di Bleu De Chanel?
Per forza!
Probabilmente anche in un posto del genere, così tenebroso e malfamato, sarei comunque capace di passare più tempo in bagno di quanto ne passerebbe una bella e boriosa principessina di sto…
Comunque potreste provarci anche voi, almeno ogni tanto, a darvi una bella sciacquata, eh?
Con tutto il rispetto, sia chiaro.

Da qualche parte dovevo pure incominciare a scrivere.

Quel countdown non rispettato ha dato parecchio fastidio anche a me, ve lo posso giurare.
Non sto cercando di giustificarmi, non avrebbe nessun senso, ed in tutta onestà davvero non ne sento proprio il bisogno.
Semplicemente mi dispiace, mi dispiace di non essere stato bene al punto da fare fatica a mettere in fila le parole di quel racconto, al punto da fare fatica a donare a quella storia il giusto peso che per me senz’altro si meritava.
Ho scelto di eliminare la bozza dalla cartella “drafts” quasi come quando stai mixando un pezzo e gira male, quasi come quando ti accorgi che non lo stai portando da nessuna parte, e quasi come quando decidi che “to start from scratch” sia la soluzione migliore tra tutte quelle che hai a disposizione, o forse l’unica strada davvero percorribile per non farti troppo male.

Verrà il momento.

Ad ogni modo, vedere come ultimo articolo pubblicato quella fregnaccia di parafrasi fatta a mo di lagna di 3 libras iniziava ad irritarmi e non poco.
E mancano ancora diversi giorni alla pubblicazione della mia classifica ’25.
Serviva una soluzione.
Non ci saranno altri racconti su questa pagina da qui a fine anno, dunque volevo cogliere l’occasione di fare insieme a voi un saldo dell’esercizio 2025.

«Che cazzo hai detto?»

Ho riletto un po’ di cose, mi sono immerso nuovamente in quelle storie come spesso mi capita di fare quando è il momento di chiudere un capitolo.
Trovo sia giusto tenere per me le mie riflessioni, più che altro perché non sono ancora del tutto convinto di saper scegliere con attenzione cosa sarebbe meglio condividere con voi e cosa no.
Ma sento di dovervi dire grazie.

…a voi che quest’anno siete stati tra i protagonisti principali di queste storie.
Senza tutti questi momenti vissuti insieme avrei dovuto scrivere di altro, e probabilmente lo avrei anche fatto, ma non sarebbe mai stato lo stesso.
Grazie per aver donato parole e colori a questi racconti.

In ordine alfabetico, così non me la menate con gelosie e cazzate varie ed eventuali…

Alessandro Baldiati, Andrea Egeste, Angelo Calza, Angelo Ganfi, Antonella Massini, Cuono De Micco, Daniele Rossi, Diego Montanari, Giovanni Marday, Giovanni Nastrucci, Giuliana Calabrese, Mattia Bragoli, Milena Maggi, Samuele Maggi, Simona Tiano, Simone Rossi, Tiziana De Micco.

A voi dedico con tutto l’amore che posso proprio QUELLA espressione gergale, tipicamente napoletana, e che significa letteralmente “in bocca a tua madre”.

Hai già capito, vero?
Molto bene!

Inutile aggiungere altro.
Non sono più capace di “carinerie over-sensitive” da un po’, nessuna novità.
Cercate di accontentarvi, se potete.
Altrimenti: fotte!

Ci si vede il 31 con una classifica confezionata a regola d’arte, quindi tenetevi forte.

VEEENTIDUUUEEEEE!
Your Favorite Milk Delivery Boy.

P.S.: anche lo Zymil da 250ml misura all’incirca 14cm, lo sapevate?
Facilmente digeribile, buona portatilità, aspetto grazioso…
Alcune clienti lo preferiscono così.
Certe lamentele dovreste davvero tenervele per voi, just sayin’

3 libras.

Ti ho mostrato la realtà, e tu l’hai presa e l’hai portata via con te.
Sono solo un nome, un qualcosa di vago nella tua mente, perso e confuso tra un milione di altri, tutti uguali.

Giuro che per me è quasi impossibile non sentirmi un po’ deluso, lasciato indietro, mentre provo a guardarti dentro senza filtri.
Così inconsapevole della mia esistenza.

Tu semplicemente non mi vedi.

Ti ho mostrato ciò che forse era palese al mondo intero solo per vedere cosa si nascondeva dietro quegli occhi.
Occhi di un angelo caduto.
Occhi di un disastro annunciato.

Eccomi qui, forse sto pretendendo un po’ troppo mentre queste ferite continuano a sanguinare.
Ma io lo vedo, vedo oltre ogni muro che costruisci, vedo attraverso ogni cosa.
Ti vedo.

Perché ti ho sbattuto la verità in faccia solo per capire cosa accade dietro quello sguardo.
Dietro gli occhi di un angelo caduto.
Dietro gli occhi di un disastro annunciato.

E sai cosa?
E sai cosa?
A quanto pare, nulla.
A quanto pare, assolutamente nulla.

Tu non mi vedi.
Tu non mi vedi.
Tu non mi vedi.
Tu non mi vedi.
Tu non mi vedi.

Tu non mi vedi affatto.

esame di immaturità.

Titolo volutamente poco originale ed affidato ad un racconto che una buona parte di me, non so fino a che punto nascosta al mondo intero, narratore incluso, non ha nessuna voglia di scrivere.
Figlio di puttana; e figlio di questa annata alla quale a regalarle un po’ di significato ci si sente tipo Dante al cospetto di quella famosa porta tra due mondi, immobile ed eterna, scolpita nel Canto III così come nei miei ricordi più profondi.
Pensa che a fare una chiacchierata con il buon Virgilio mi ci volevano pure mandare.
E mi è venuto quasi da ridere quando il mio curante, cercando delle risposte tra le pagine di un referto di pronto soccorso, e sgranando gli occhi davanti alle mie lacrime ed al solo ascoltare il tipo di terapia “auto-prescritta” che stavo meticolosamente seguendo ogni cristo santo di giorno, mi ha detto che non se la sentiva più di sostenere la mia scelta di ignorare questo forte disagio psicologico.

«Farsi così tanto male non ha nessun senso.»

Ora ti direi anche che penso di essere abbastanza forte ed intelligente da potermela cavare da solo.
Sicuramente mi suonerebbe molto meglio e più da esemplare alfa rispetto al dirti che non ho mai avuto le palle di affrontare la questione seguendo la via consigliata e corretta.
Ma esiste questo posto chiamato aprilseventeen, quindi ti chiedo scusa se a questo giro non troverai tra le sue pagine i soliti racconti leggeri e divertenti, ti chiedo scusa per non essere capace di buttarla in caciara anche oggi.

Oggi ho qualche pensiero scomodo da lasciare indietro.
Oggi ho qualche bugia da raccontare.

Si pensa che sognare frequentemente di dover ri-affrontare l’esame di maturità sia un sintomo di forte ansia e stress legati a prove o sfide importanti nella vita, oltre che di insicurezza e di paura più o meno giustificata di non “essere all’altezza”.
E fotte?
Primo perché il mio esame di maturità è stato preparato in una stanza piena di tavole da skate spezzate e fissate alle sue pareti, di punk-rock, di amicizia, di frullati alla mela e di altre “sostanze deliziose” che sicuramente non favorivano la concentrazione… però… chi ben comincia?
Quindi sarei infinitamente grato a tutto il mondo dell’interpretazione dei sogni se mantenesse le distanze e si tenesse alla larga da quei ricordi.
Secondo, così ad occhio e croce, ti direi che in questa occasione mancano ancora un paio d’anni tutti interi prima della fine del liceo.

Lezione con allievi provenienti da più classi diverse, una di quelle che «bene così, oggi non si fa un cazzo», e mi metto ad osservare ragazze e ragazzi mentre varcano la porta dell’aula con espressioni tipiche di un gatto che viene portato in un ambiente per lui nuovo, canzonandoli il giusto e ridendo di questa cosa insieme ai miei due storici compagni di banco (guess what? rigorosamente in fondo a destra).
La lezione comincia e, com’era più che prevedibile, nessuno si sta filando di striscio le parole vuote di quel povero professore.
Bellissima quella barba dall’aspetto così trasandato che la forma delle sue labbra te la puoi soltanto immaginare, ma con quel tono di voce così piatto e così privo di ogni traccia di anima non puoi aspettarti che mi prenda la briga di immergermi nel pensiero di… di… «di chi è che sta parlando?»

Ci sei anche tu, e ci scommetto tutto quello che vuoi che se fossi stato dietro a mordicchiare la matita, come spesso mi trovo a fare senza neanche accorgermene, questa sarebbe caduta inesorabilmente sul banco dopo questa sorpresa del tutto priva di un minimo senso.
Ho riconosciuto il tuo viso solo perché sono io il regista di questo sogno, so che sei tu, altrimenti sarebbe stato quasi impossibile farlo.
Non ti conoscevo in quel periodo, quindi mi tocca fare i complimenti al mio subconscio per la bellissima elaborazione grafica della tua versione da teenager, altro che A.I.!
Non mi sento a mio agio.
È bellissimo quando ci sei, ma oggi mi viene troppo difficile trovarmi nella stessa stanza, abbi pazienza.
Senza contare poi che no, non ho nessuna intenzione di condividerti con tutte queste persone. (Geloso? Io?)
Quindi faccio su frettolosamente l’Eastpak viola preso in prestito da Tippe e decido di uscire dall’aula, ignorando i numerosi e rumorosi improperi del barbuto professore, e risolvendo tutta la questione con un singolo gesto della mano che in claris non fit interpretatio.

Giro tra i corridoi di questa scuola che riconosco come familiari solo in parte.
È come se il loro stile fosse sospeso tra Hogwarts e le parti più vecchie del Respighi, con un livello di pulizia così preoccupante da farmi sospettare che il povero bidello sia stato divorato dai giganti in una delle loro scorribande all’interno delle mura.
Salgo su per una scala antica in ferro battuto facendo molta attenzione a non appoggiare le mani su quella ringhiera arrugginita, per poi trovarmi davanti ad una porta di legno socchiusa ed appartenente ad una stanza di cui ho sempre ignorato la sua esistenza fino a questo momento.

Un debolissimo soffio di luce la illumina appena appena da poter dire di vederci, ed un forte profumo di musica mi investe già dai primi passi incerti mossi al suo interno.
Le mie scarpe si trovano su di un mosaico di una bellezza tale da toglierti il respiro, e le sue tessere mi stanno raccontando di una lontana e dimenticata leggenda proveniente dalla antica Grecia.
Sono circondato da strumenti musicali.
Se un tastierista si trovasse improvvisamente qui dentro sarebbe molto difficile riuscire a convincerlo di non essere morto e di non trovarsi in paradiso.
C’è di tutto, dai vecchi sintetizzatori analogici agli MS-20, dai Juno fino ai Virus, dalle DX7 passando per i Rhodes, gli Hammond, e fino alle più recenti e moderne workstation.
Sembra che ogni singolo strumento a tasti mai prodotto dalla razza umana si trovi entro i confini di questa stanza, stanza che nasconde esattamente nel suo centro il più prezioso tra tutti i suoi tesori: un imponente pianoforte a coda.

Mi avvicino a testa bassa, fissandomi le scarpe, quasi come se volessi mostrargli tutto il rispetto che posso.
Sono consapevole che le mie mani non sono degne e mai lo saranno anche solo di sfiorare quei tasti bianchi e neri, ma non credo che l’occasione di suonare un Model D mi si ripresenterà mai nella vita.
Scelgo una nota a caso.
Lascio che rimbalzi tra le pareti fino alla fine naturale della sua vita.
Dopodiché sposto con cura la panca, mi siedo, ed inizio a suonare.

Il suono è così intenso e reale che niente e nessuno sarebbe mai capace di svegliarmi, di interrompere questo sogno dove sono completamente immerso in un brano di cui non ho memoria, ma che le mie dita stanno creando con delle dinamiche e con delle intenzioni delle quali non credevo fossero capaci.
Chiudo gli occhi e me ne vado lontano, dove tutto il resto smette improvvisamente di esistere, ed è come se non fossi più io ma direttamente la mia anima a disegnare quelle melodie.
È tutto così semplice, leggero.

Poi il suono inconfondibile di passi dietro di me.

Mi volto e sei sulla porta al limitare della stanza, con una espressione dispiaciuta scritta sul tuo viso.

«Scusami, non volevo disturbarti. Per favore, non smettere.»

«Va bene, ci provo! Ma non restare sulla porta, che così mi metti ansia. Dai vieni, ti faccio spazio!»

Attraversi tutta la stanza con meno della metà della curiosità che ho mostrato io verso questo posto, quasi di corsa, e ti metti a sedere da parte a me (sbattendo un ginocchio sul piano in maniera troppo goffa).
Ti metti a fissare qualcosa di imprecisato proprio lì dove avrebbe dovuto esserci uno spartito, e te lo lascio anche fare per un po’; dopodiché decido che anche basta, e con un dito sotto al mento ti costringo a guardarmi giusto un istante prima di scoppiare a ridere entrambi imbarazzatissimi per la situazione.

Ricomincio a suonare cercando di dirti in musica ciò che non sono mai riuscito a dirti con le parole, cercando di farti capire cose che non sono mai stato capace di spiegarti in altro modo.

Provo ad aggrapparmi a questa realtà come meglio posso, ma so che sto per andarmene.

Il suono dell’asciugatrice, o forse l’assurdità di questo desiderio mai espresso volontariamente.
Difficile trovare un colpevole.
Fatto sta che nel giro di un niente sono nuovamente sdraiato su questo divano nero in quel di Via Carli 38.

Tu non ci sei.
Quel Bruno non esiste più.

Le parole moroso, marito, e padre, mi suonano solo e sempre di più come bestemmie e futuri rimpianti.
Negli anni ho fatto anche di peggio, lasciando che attorno a me si distruggessero relazioni di ogni tipo, etichettando come proibita anche la parola amico, cancellata dal mio dizionario il 18 Luglio 2019.
Non sono capace del minimo gesto di affetto se non in rarissimi casi (di cui poi quasi sempre finisco per pentirmi) ed ho paura, ho una paura fottuta di provare qualsiasi forma o tipo di amore verso chiunque.
Figata.
Ciò non di meno, non importa quanto io pensi di riuscire a tenerti a distanza di sicurezza, a lasciarti indietro.
Tu un modo per tornare sembri trovarlo sempre, e la cosa è diventata troppo divertente.

Credevo che un sogno così mi avrebbe demolito.
Ma oggi non ho nessuna voglia di sentirmi giù, è escluso.
Ci rido sopra.

Beviamo qualcosa, ti va?

In alto i calici per il “Dicono che con il tempo tutto quanto passa, Ma quand’è che passa? Perché non mi passa”, e scusami, caro Enrico, se sto dando ad una tua canzone l’ultima tra tutte le interpretazioni presenti nella lista di quelle che pensavi possibili quando l’hai scritta.
Oggi ti ha detto male.

In alto i calici perché sono riuscito, almeno per il momento, a piantarla con le parti più pericolose di quella “terapia auto-prescritta” di cui ti parlavo nelle primissime righe.
Vero, obbiettivo raggiunto solo dopo essermi fatto particolarmente schifo in quel pomeriggio di metà agosto dove avrei fatto qualsiasi cosa per fermare quelle lacrime, per non sentire quel dolore.
Sono convinto che, se mai saltasse fuori la causa scatenante, il novanta per cento di voi lascerebbe queste pagine per non farci più ritorno.
Ma, ehi!
Almeno è servito a qualcosa.

In alto i calici perché, nonostante tutto, sto ancora cercando un modo per restare in equilibrio.

Infine: in alto i calici per tutti quelli che credono nell’interpretazione dei sogni e negli oroscopi.
Ma questa frase la lascio qui solo per rendere omaggio ad un mio affezionato lettore.
Mai stato un fan dell’astrologia:
descrivono quelli nati sotto il segno del leone come dotati di una personalità carismatica, orgogliosa, generosa e leale.
Aggettivi troppo inadeguati a descrivermi, escludendo l’ultimo.
Tu sembri crederci, e la cosa mi diverte davvero un sacco.

Grazie per avermi incoraggiato a scrivere queste cose nella speranza che potessi liberarmene.

Ho capito, ho capito!
Inspiegabilmente questo leone un po’ atipico sembra andarti a genio, ma è un altro segno zodiacale a causarmi più di qualche “fastidio”, ad essere fonte di più di qualche “preoccupazione”.
Comportati bene, che ad accendere quel mio istinto piromane degno di Burzum e di tutta la scena Black Metal di quegli anni non ci metto davvero niente! 😉

Comunque sta bottiglia fa davvero pietà, giuro non si può bere.
Che sfiga!
Immagino finirà nel lavandino.
Che Dioniso abbia pietà di me!

‘Mocc
Your Favorite Milk Delivery Boy.

«Solo cinquanta e cinquanta?
In realtà speravo un po’ di più, ma va be…
Vedrò di accontentarmi!»








right here, right now.

Se è di Apple Music che stiamo parlando, allora sappi che sono una delle più devote ed affezionate tra tutte le sue fangirl presenti in questo regno.
Bene irrinunciabile che utilizzo costantemente dal momento della sua creazione, da quel giorno in cui mi è stata data la possibilità di avere accesso, in qualsiasi posto ed in qualsiasi momento, a quasi tutta la musica scritta e prodotta al di sotto della volta celeste.
Ti basta versare nelle casse di Mamma Apple l’equivalente in Euro di circa mezzo disco in vinile ogni mese ed il gioco è fatto; la più nobile e raffinata tra tutte le forme d’arte esistenti e mai esistite sarà sempre al tuo fianco, 24/7, amica fedele ed infaticabile.
Mi capita spesso di discutere con lei proprio come se avesse una sua vita propria, e mi capita spesso di farlo soprattutto quando mi viene difficile da capire quel filo logico che dovrebbe unire il brano da me scelto con il brano da lei proposto come ascolto successivo.
Non è questo il caso.

Atto I.

E davvero non c’era nessuna traccia di delusione presente in me quando l’altra notte, dopo essermi spontaneamente immerso nei suoni di Sick Luke e nel flow di Sayf per tutti i due minuti ed undici secondi della loro “Testa O Croce”, ho ascoltato la voce di Sant’Antonio Hueber da Padova mentre saturava completamente ed in un solo istante tutto l’abitacolo della mia Mailazza.

«Ho mischiato le carte. 
Ho preso tante cose nella vita,
ma con te sono su Marte.»

Parliamo di uno dei miei pezzi preferiti in assoluto e che se ne sta in uno dei miei dischi preferiti in assoluto.
Ho tanti dubbi, e mi pongo sempre troppe domande su qualsiasi cosa, ma non leggerai nessuna traccia di esitazione mentre ti dirò che “Umile” sarebbe uno di quei dischi che sicuramente porterei con me su un’isola deserta, con buona pace di quella santa donna che mi ha messo al mondo.

«Io proprio non capisco cosa ci trovi di speciale in lui ed in tutto il movimento di cui fa parte.
Tony Boy fa veramente cagare, secondo me ci stai prendendo tutti quanti per il culo.»

«Stai scherzando, vero?»

«No no, sono assolutamente seria.
Ti ho visto crescere osservandoti con orgoglio mentre scoprivi ogni giorno nuova musica, e mi è sempre piaciuta un sacco la tua capacità di saper apprezzare tanti generi diversi.
Hai una cultura musicale infinita ed invidiabile, non ti può piacere davvero sto Tony Boy.
Repetita iuvant:
Tony Boy fa veramente cagare!»

«Ma non ti permettere, pazza eretica!
Chiedi umilmente perdono e non mancare mai più di rispetto al Goat in mia presenza.»

«Ma vafammocc ‘a mammeta, con tutto il rispetto per quella stronza che poi sarei io!
Stai zitto e mangia!
Tony Boy…
Madonna santa, che si passa!»

Poi è successo tutto nel giro di un attimo.
Quasi senza accorgermene stavo per ammazzarmi.
E sarebbe stata una cosa così veloce ed improvvisa che nemmeno saprei dirti con certezza se per colpa mia o meno.

Ho proseguito per qualche centinaio di metri tentando di scrollarmi di dosso la cosa come meglio potevo, ma questo solo per poi capire quasi subito che mi sarei dovuto fermare un secondo sul bordo della strada:
tenere le mani sul volante non era più una cosa così tanto facile e banale, stavo tremando come una foglia, e potevo ascoltare il cuore martellare a velocità folle mentre scandiva i suoi battiti percepibili dalla punta delle dita fino ad ogni mio angolo più remoto di pelle.

«Sarei morto ascoltando Mischiare Le Carte!»

Nemmeno il tempo di finire la frase e sono scoppiato a ridere come un cretino.
Scendo dalla Maila per far capire ai miei “muscoli” che sono ancora io quello che comanda qui, poi mi accendo una Marlboro, e mi metto ad ironizzare mentalmente sull’esperienza appena vissuta.
Mi sono immaginato un sacco di cose, da dottori che fissavano increduli i miei esami irrimediabilmente compromessi da mesi vissuti senza controllo (e magari scommettendo l’uno con l’altro su quanti minuti impiegherebbe il mio sangue ad uccidere un soggetto sano dopo una generosa trasfusione), al fatidico incontro con Pietro al cospetto di quel famosissimo cancello argenteo…

«Oh, Brunino!
Via quella faccia stupita, tranquillo, non varcherai mai quella soglia.
Le legioni dei 9 inferi di Baator stanno impazientemente attendendo la tua putrida anima, ed il tuo addestramento comincerà nel giro di pochissimo tempo.
Ero solo troppo curioso, morivo dalla voglia (no pun intended) di conoscerti, di stringerti la mano.
Troverai il traghettatore di anime alla fine di questo sentiero.
Il tributo richiesto per la traversata dell’Acheronte è sempre di un Obolo, ma questo tu lo sai molto bene, non è vero?
Ti confesso che in molti sono ancora convinti che su quel lido dannato si usino le dracme, roba da matti.
Fa buon viaggio e…
Lay down your soul to the gods rock ‘n’ roll!»

Quasi come in risposta a questa sbirciata al di là del velo decido di tornare sulla Maila, metto su i Venom, e quindi riprendo finalmente la mia strada, lasciando alla voce imperiosa di Cronos il compito di guidarmi sano e salvo verso casa.

Ad ogni modo, in quella notte ero ancora all’oscuro di due cose.
Uno: ammesso di avere la possibilità di scegliere, non sapevo quale canzone sarebbe stata davvero degna di essere ascoltata come ultima appena prima di varcare l’oscurità.
Due: se effettivamente fosse finito il mio tempo, non avrei mai vissuto il pomeriggio incredibile che sto per raccontarti tra le righe che seguono.

Atto II.

Comincia tutto con una mia idea, idea che ha affondato le sue radici nella mia mente ad inizio aprile di quest’anno.
Volevo fare un regalo speciale per una persona che “holds a special place in my heart”.
Volevo regalargli qualcosa che non si potesse comprare, qualcosa che necessitasse un po’ di impegno, di “sputare un po’ di sangue” per la sua realizzazione, qualcosa che fosse indiscutibilmente nostra.
Non potevo che scegliere proprio questa canzone.
Ed è così che quindi, approfittando del periodo passato in studio per la produzione di alcune tracce con la mia metà della mela musicale, quest’estate ho inciso una mia versione di “A Thousand Miles” prendendo spunto dalla Vanessona, dai Vanilla Sky, dagli Yellowcard, dalla mia “frangia ed acne”, e da alcune modifiche “troppo chill” confezionate con tanta maestria dal destinatario di questo dono mentre ci trovavamo a circa duecentoventi chilometri da casa.
Sentivo di volerlo fare, e sentivo quasi di doverlo fare.
Fosse stato anche solo per cercare di onorare quel debito verso la fortuna sfacciata che ho avuto ad incrociare la mia vita con la sua fin dal giorno zero; fin da quel giorno in cui due poveri disgraziati stavano parlando per la prima volta senza nessuno intorno in uno spogliatoio, prendendo per il culo l’eccessivo vittimismo tipico di alcuni tifosi partenopei capaci di vedere del razzismo anche in una coreografia da stadio dove il diavolo teneva stretto nella sua morsa il povero pulcinella.

«Terroni Bastardi!» (cit.)

Fast-Forward fino al pomeriggio incriminato.
Esco di casa e ad aspettarmi trovo lei: espressione piratesca e sorrisetto diabolico.
Non potevo neanche immaginare che cosa avesse architettato alle mie spalle quella grandissima stronza.
In pochi minuti arriviamo sotto casa di lui e, dopo una giusta dose di convenevoli e di smancerie in vario assortimento, siamo tutti e tre sul doblò di lei.
Tra le mani ho le mie fedelissime Beats.

«Ho fatto un feat. con Faneto, e ci tenevo davvero tanto che tu lo ascoltassi per primo.
Buon Compleanno.
Comunque R sta per Destra e L sta per sinistra.»

Ti giuro che assistere alle sue reazioni è stato allucinante, ne è valso ogni secondo ed ogni goccia di sudore immolati alla causa; e dopo diversi e goffi tentativi di cercare contatto fisico attraverso i sedili del doblò…

«Dai Brunello, scendiamo che voglio abbracciarti!»

Siamo di nuovo nel piazzale e mi sto assaporando il momento.
Spazzo via quella nuvoletta nera che sembrava volesse dirmi «e se non dovesse apprezzare il tuo gesto?» e mi prendo qualche istante per sentirmi invincibile.

Poi, l’imprevisto.
L’oscuro piano della peggior paladina di Sehanine Moonbow che si sia mai vista stava prendendo vita proprio sotto al mio naso.

«Già che ci siamo, ho una proposta da farti!»

Lei trattiene con scarsi risultati una risata; io non capisco; mentre lui prima estrae dalle sue tasche una poké ball, poi si inginocchia, la apre rivelandone il contenuto (un Bulbasaur con un anello nero legato da un nastro viola attorno al suo dorso), e dopo essersi schiarito la voce…

«Brunello… vuoi venire al Lucca Comics con i tuoi amici??

Scoppiamo a ridere tutti e tre per il momento surreale, davvero degno di un film, e mi è servito più di qualche secondo prima di poter rispondere…

«Ma certo che sì! E come cazzo faccio a dirti di no??»

Al che lui, ancora nelle vesti dell’attore protagonista, si alza con un gesto atletico, per poi urlare a squarciagola tutta la sua gioia verso il cielo…

«Ha detto sì!! Ha detto sì!!»

Cala il sipario.
I nostri tre eroi sono stretti in un abbraccio collettivo neanche fossero Eren, Armin e Mikasa; con la Baia Del Re a fare da cornice e da testimone di questa solenne promessa:
mercoledì 29 ottobre sarà Lucca Comics & Games.

Atto III.

Sono con lei davanti ad un paio di gin tonic, inizia ad esserci un po’ freddo, e sto ancora cercando di processare gli avvenimenti recenti al meglio delle mie possibilità.

«Allora, come ti senti?»

«Mi avete fatto spaccare dal ridere, te lo giuro!
Indimenticabile.
Povero, guarda cosa cazzo gli hai fatto fare!»

«Pazzesco, davvero.
Mentre preparavo il tutto, un po’ me la stavo già disegnando la scena nella mia testa, ma devo dire che onestamente non me l’aspettavo così bella.
Lui è stato davvero bravissimo, ha superato ogni mia aspettativa.»

«Concordo, è stato fenomenale.
Ma anche tu non sei stata da meno.
La Pokè Ball, Bulbasaur, l’anello, la proposta…
Sei stata geniale.
Maligna sì, ma comunque geniale.»

«Guarda che mi sono impegnata moltissimo per questa cosa, sappilo!»

«Questo si chiama giocare sporco, piratessa!
Altro che paladino…»

«Eh, ci si teneva davvero tantissimo che tu venissi a Lucca, quindi ho fatto il mio gioco.
Sapevo che non saresti mai stato capace di dire di no.
Gli vuoi troppo bene, è palese!»

«Tu sei una stronza, è palese!»

«Tivibì, bitch!»

«Io per niente… e comunque questi gin tonic li paghi tu, lo sai, sì?»

«Niente da obiettare…»

‘Mocc.
Your Favorite Milk Delivery Boy.

«Ho mischiato le carte. 
Ho preso tante cose nella vita,
ma con te sono su Marte.»

Sant’Antonio Hueber da Padova, in arte Tony Boy.
Vero Goat.

Life On Mars?

♫ It’s a God-awful small affair
To the girl with the mousy hair ♫

“Ma veramente ti sei innamorato di una tipa che hai visto una sola volta in vita tua?”

Ma certo che sì!
Ovvio che sì!
Stiamo parlando di me, hai presente?

Quel lattaio capace di innamorarsi anche cinque o sei volte al giorno.
Quel lattaio capace di innamorarsi anche del nulla, anche solo di un’idea.
Quel lattaio che, se sei riuscita ad attirare la sua attenzione mentre stava mettendo cose a caso su di uno scaffale, ti inseguirà con molta “discrezione” tra le varie corsie, fingendo magari di essere improvvisamente interessato ai valori nutrizionali o agli ingredienti del primo prodotto che gli capita a tiro…

Resta con me qualche minuto e ti racconterò tutto.
Prometto che non dovrai pazientare molto, stavolta saranno solo pochi concetti e dritti al punto…
Non ho nessuna intenzione di dilungarmi più di tanto.

Is There Life On Mars?

Ma che ne so!
Sto facendo già abbastanza fatica a capire “questa vita qui” anche senza pensare a quella su Marte.
Con tutto che per Marte sarei pronto a partire anche adesso, in questo momento… puoi dire lo giuro!
Con tutto che su Marte qualche volta mi ci sono sentito per davvero, proprio come se quel pezzo lo avessi scritto io…

Sto rallentato un secondo.
Sto cercando di fare ordine come posso.

L’ astinenza dalle Marlboro non è per niente simpatica, è molto ma molto peggiorata rispetto all’ultimo ricordo che avevo di lei.
Ok, è solo una questione di qualche giorno, ma la situazione è comunque riassumibile con uno dei miei più sinceri e sentiti “Male Male Qui” tra tutti quelli masticati in tempi più o meno recenti.

Il punto è che con Mester abbiamo da poco finito di registrare tutte le parti strumentali dei pezzi che avevamo in ballo, e sono parecchio soddisfatto dei piatti che, con tanto amore, stiamo cucinando per voi.

Non abbiamo un cantante, e nonostante lui sia in grado di cantare decisamente molto meglio di me, ha comunque deciso che questo compito spetti esclusivamente al sottoscritto, chiamandosene completamente fuori.
Che infame!

Voglio provare a registrare le migliori take di voce tra quelle che mi è possibile fare, ed è proprio per questo motivo che ho deciso di prendermi cura per qualche giorno di voce e respiro (nonostante sappia molto bene che la cosa non potrà spostare più di tanto gli equilibri, ma pace… Almeno potrò dire di averci provato).

So di essere di parte (ovvio, stiamo parlando di Mester), ma lavorare insieme e fianco a fianco ancora una volta è stato davvero incredibile.
Ti giuro che rimanere ad osservarlo mentre se ne parte completamente a caso con il suo ♫ Do You Want To Build A Snowmaaan ♫ tra una prova e l’altra (e con la sua unica ed inimitabile faccia da schiaffi) è davvero impagabile!

M.: “Eh Brun, con due bimbe piccole è più che normale conoscere a memoria le canzoni di Frozen.
Tu, piuttosto?
E già che ci siamo…
Ora che la figlia del fornaio è solo un lontano ricordo, ora che la tipa ti ha lasciato, ed ora che il boccia non lavora più da voi…

Possiamo considerare finalmente chiuso il tuo periodo di musica di merda??
Con tutto il rispetto eh, sia chiaro!”

B.: “Disse quello che ascoltava Mattafix, giusto?
Mi spiace deluderti, Mester!
Comunque su Frozen mi avvalgo della facoltà di non rispondere!
Sulla duemilatre posso solo ribadire che la sua unica colpa è stata quella di avermi fatto conoscere Shiva… Per tutto il resto (o quasi) ho fatto da solo.
Con la mia ex poi, se così la si può chiamare, parlavamo poco o niente di musica (o forse sarebbe più giusto dire che parlavamo pochissimo in generale, ma fotte).
E per quanto riguarda il boccia invece… Ti posso solo giurare su tutto quello che vuoi che gli voglio abbastanza bene da potermi presentare a suonare in calze e ciabatte da qui fino alla fine dei nostri giorni se tu dovessi chiamarlo così anche solo un’altra volta, io te lo dico…

M.: “Va bene… Brunello!
Però, prossima volta che lo senti, digli solo che ho visto in giro una Colt cabriolet che faceva proprio al caso suo… Gasava Tantissimo!”

B.: “Eccolo! Ma quanto sei scemo?? 😂 Dai, suoniamo!”

Is There Life On Mars?

Non saprei.
Di sicuro dovrei preoccuparmi molto di più della mia vita in Via Conciliazione angolo Via Calciati se solo non avessi Alice al mio fianco a proteggere il mio posto di lavoro di questi tempi.

La signorina è parecchio più nerd del solito ultimamente, tipo al punto da riguardarsi (e nella sua interezza) tutta la saga innominabile.
Cinque film.
Uno peggio dell’altro…
Esatto: proprio quella saga di cui avevamo ri-fatto il casting qualche mese fa.

Un po’ deve averci preso gusto, o forse l’altra mattina si sentiva solo un po’ più Clary Fairchild del solito, fatto sta che a questo giro ha deciso di scrivere a Netflix chiedendo di potersi occupare in prima persona del reboot di Shadowhunters.

Ammetto le mie colpe:

B.: “Simo, ascoltami bene!
Se mai io dovessi andare al Lucca Comics ’25 vedrai che farò di tutto per incontrare la mia bella Cassandrona!
Ho intenzione di farmi fare un autografo sotto al capezzolo sinistro per poi farmelo tatuare…”

Mai avrei creduto di provocare in lei una simile reazione:
Ha già completato il casting di tutti i personaggi principali della saga, ed è stata davvero fenomenale!
Posso garantirti che se mai la Marina un giorno decidesse di abbassare definitivamente le serrande… beh, il mondo ci guadagnerebbe un direttore artistico di assoluto livello.

B.: “Comunque, senza offesa eh, ma non pensi che il tuo parabatai abbia più di qualche problema con le fasi lunari?
I’m just saying…”

S.: “Senti Alec, ti devo ricordare chi è il tuo parabatai o facciamo come se fosse tutta una questione di circostanze come al solito?”


B:: “Eh, ma che caratteraccio però…”

Is There Life On Mars?

Forse.
Nel dubbio posso solo dirti che ho cominciato già da un po’ a tracciare qualche linea appartenente al disegno della mia vita successiva.

Stavo facendo due passi con mio padre, ed il povero malcapitato si è trovato in mezzo ad una delle mie ultime litigate via telefono, una delle mie ultime situazioni in cui mi sono trovato a prendere dei nomi in maniera gratuita, completamente a caso.

Butto giu, poi restiamo qualche secondo ad osservarci in religioso silenzio, senza dirci nemmeno una parola.
Fino a che…

B.: “Pa, posso dirti una cosa?”

C.: “Tutto quello che vuoi!”

B.: “Se nella prossima vita avrò ancora l’onore di averti come padre… sappi che avrai un figlio omosessuale!”

C.: “Mah… in quel caso penso che avresti altri tipi di c***i!

B.: “Afferrato il concetto.”

Come se pianificare il futuro possa avere anche solo il minimo senso.
E come se certe scelte siano davvero solo mie da prendere.

Ho combinato un sacco di disastri ultimamente, forse anche troppi.
Pensavo che per un po’ anche basta così, e pensavo che per un po’ me ne sarei stato nel mio.
Pensavo che avrei passato un po’ di tempo a capire e sistemare due o tre cose prima di…

Poi ecco che Sir Giovanni (out of the blue, ed in un giorno completamente a caso) mi dice di essere in giro per Piacenza, e mi chiede se mi va di accompagnarlo alla ricerca di un nuovo smartphone per suo padre.

Cosa potrà mai andare storto, giusto?

Ci troviamo in un negozio non troppo lontano da casa mia.
Lui sta dando un’occhiata al settore telefoni da due soldi che tanto mio padre lo distruggerà tempo zero, e mi sta parlando di quali caratteristiche minime dovrebbe avere per non portarsi a casa proprio una stronzata…

Sembra che mi stia parlando in un’altra lingua, e comunque non vedo nessun telefono davanti a me.

Il mio sguardo si posa solo su di lei, sui suoi capelli corti e scuri, sui suoi gesti, sul modo in cui sta sorridendo mentre parla con il suo collega, sui suoi tatuaggi e su uno tra questi in particolare:
Il volto di David Bowie, riconoscibile anche senza troppi dettagli, ed una scritta dal tratto sottile e semplice…
Rebel Rebel.

Sono già innamorato.

Non so niente di lei, nemmeno il suo nome.
E sono già tornato diverse volte in negozio senza essere mai più riuscito a beccarla.
Come se non fosse mai esistita.
Come se me la fossi solo immaginata.
Frustrante.

B.: “Oh, ma dov’è la mia Rebel Rebel?? Dici che non riesco a beccarla per i turni? Sarà in malattia? Forse era in prestito da qualche altro punto vendita? Dai, è Agosto, forse è solo in ferie…”

G.: “Sì, ma stai calmo… secondo me ha dato le dimissioni!”

B.: “Vai in culo my dawg, davvero… detto con l’anima”


Fine della storia.

Morale?
Diffida sempre da chi cerca compagnia per comprare un telefono a suo padre, specialmente se munito di uno spa-ven-to-so pannocchione di notevoli dimensioni, specialmente se poi è anche un po’ troppo…
(no dai, stavolta no… poi Donna Giuliana si incazza).

‘Mocc
Your Favorite Milk Delivery Boy.

Entreat me not to leave thee,
Or return from following after thee—
For whither thou goest, I will go,

And where thou lodgest, I will lodge.
Thy people shall be my people, and thy God my God. 
Where thou diest, will I die, and there will I be buried. 
The Angel do so to me, and more also,
If aught but death part thee and me.


(Simo… che te possino! 😉)


Mondegreen

Mi capita spesso di scrivere per poter contemplare ricordi, per poter ri-vivere al bisogno alcuni tra i momenti che ho vissuto o che sto vivendo.
Mi capita spesso di scrivere per provare a strapparti un sorriso, magari mettendo in evidenza i miei lati più curiosi, o semplicemente raccontandoti alcune situazioni al limite dell’imbarazzo.
Mi capita spesso di scrivere per provare a mettere da parte alcuni tra i miei pensieri più scomodi, nella speranza che possano restare intrappolati tra parole e racconti.
Mi capita spesso di scrivere per nessuno di questi motivi in particolare…

Ti sarà già successo almeno una volta o due, magari ascoltando una canzone con il testo scritto in una lingua diversa dalla tua.
Comprendi in maniera sbagliata una frase e poi finisci per portarla da tutt’altra parte, dando a quel pezzo un significato completamente nuovo, spesso ridicolo, o comunque del tutto diverso dal significato originale infuso dall’artista.

(Ok, ma ancora non ci siamo, messo giù così sembra quasi un discorso serio…
E questo proprio non vuole esserlo.)


Per capirci meglio:
Non sto parlando di casi come “Every Breath You Take” dei Police, oppure tipo “You’re Beautiful” di James Blunt.

(Ti direi anche che ovviamente sono stati scelti a caso tra gli esempi più efficaci…
Fosse anche solo per sentirti dire “m” come molto, “d” come deve essere vero, e “g” come glisssss!)


Non so quanti ascoltatori hanno preferito concentrarsi sul lato più romantico e mieloso di quelle note e di quegli accordi, ignorando i colori decisamente più amari e realistici delle parole raccolte in quei testi.
Allucinante.

Dai, la prima è una delle canzoni più sinistre ed oscure che conosco:
Parla di ossessione senza una fine, di volontà di controllo, e della gelosia ingiustificata e provata da uno stalker verso una persona che non lo ricambia.
Non riesce a lasciarla indietro, ne osserva “ogni mossa” ed “ogni respiro” da lontano, del tutto incapace di andare avanti.

La seconda, se possibile, è forse pure peggio:
Parla di un tipo strafatto (sotto l’effetto di non si sa cosa) che incontra casualmente in un posto parecchio affollato una persona di cui è profondamente innamorato, vedendola in compagnia di qualcun altro, felice.
Ogni frase, ogni parola è carica di nostalgia, di tristezza, di senso di vuoto e di impotenza…
Possibilità mai realizzate.
Desideri mai avverati.
(go figure!)

Mondegreen è un’altra cosa.
Sbagli ad interpretare una parola oppure una frase ed inconsciamente la sostituisci con un’altra dal suono vagamente simile.
La tua testa si trova davanti ad un qualcosa che non riesce a decodificare del tutto, magari per la presenza di alcuni disturbi o semplicemente per la particolare pronuncia del cantante.
Ecco che poi, quasi per magia, cerca di ricondurla ad un altro qualcosa che già conosce, dalle sembianze decisamente più familiari.

È proprio con questo processo che nascono i migliori tra i testi storpiati:
Canterai per sempre “le galline con le spine” al posto di “like a wheel, gonna spin it”, con buona pace di Bon Scott e dei suoi AcϟDc.
E non me ne voglia Robert Plant, o nessuno tra i membri dei gloriosi Led Zeppelin, ma “hanno le sedie verdi scure” gasa sicuramente molto di più rispetto ad un banale e semplice “I’m gonna send you back to schoolin'”, e negarlo non ha davvero nessun senso.

Avrei potuto anche accontentarmi, una definizione così cretina di un termine la potevo tranquillamente considerare all’altezza del mio modo d’essere, senza star lì a sbantecare più di tanto.
Ma sentivo di volere di più, sentivo che non mi bastava.

È di musica che stiamo parlando, e sai benissimo che quando lo stai facendo con me vincoli o schemi smettono di esistere al primo respiro.

Questa parola poi è troppo bella, suona troppo bene.
Non so, ha un certo je ne sais quoi di magnetico (per dirlo con parole affini allo stile senza tempo del bardo Olivier)
Mi è rimasta impressa da subito.
La mastichi per la prima volta e la sensazione che ti da è paragonabile al primo incontro con qualcuno che ti ha rapito dal primo secondo.
Ricordi il posto, il momento, addirittura le prime parole scambiate senza nessuno intorno.
Non può bastare così.

Non può bastare così.

Ne farò uso improprio.
Perché alla fine poi “fotte”.
Sono fatto così.

Per me Mondegreen è un’altra cosa:

Parole e suoni iniziano a scorrere liberi dentro di te, serve loro solo un istante per aver accesso a tutto ciò che sei.
Non ci sono più filtri, i muri crollano tutti uno dopo l’altro, ed i tuoi punti di luce vengono compressi assieme ai tuoi lati d’ombra in un nuovo ed unico essere.
Lasci che ti portino dove meglio credono, che ti mostrino tutto ciò che vogliono, che ti facciano sentire più vivo che mai, o che ti lascino letteralmente ad un passo dal morire.

È la mia personale interpretazione che do alle cose che ascolto, usando esclusivamente la mia storia come solo ed unico parametro.

Mondegreen è quel ricordo a cui mi aggrappo con tutte le forze che ho, tenendomi il più stretto che posso.
È quel momento vissuto così intensamente da sentirne ancora la fragranza.
È un brivido, è gioia senza una fine.
È una lama che ti passa da parte a parte con una facilità disarmante.
È un dolore così lancinante da essere insopportabile.
È quel desiderio che non avresti mai voluto esprimere, per non sentirti così tanto un cretino.
È la fine di un qualcosa che non ha mai avuto davvero un inizio.

Il vinile che ho in questo momento sul giradischi ne è pieno, in ogni suo singolo solco.

Ovunque.

È per distacco il mio disco preferito tra quelli usciti in quell’anno, il mio disco preferito di un artista che amo con tutto me stesso, ed uno dei miei dischi preferiti in generale ed in assoluto di sempre e per sempre.

Ti direi anche di che disco sto parlando, ma (guess what?) non avrebbe senso.
Ti condizionerei, e preferisco dare più importanza alla sensazione in se piuttosto che alla situazione esatta.
Preferisco lasciarti la possibilità di poterti immedesimare.
(E poi sì… Mester mi riempirebbe di parole)

Mi sembra davvero che tu sia proprio qui da parte a me, e che fisicamente stia cercando di portarmelo via.
Faccio fatica ad andare avanti nell’ascolto nella stessa maniera in cui faccio fatica a crederci.
Che poi non è vero un cazzo, sapevo benissimo che mi sarei solo fatto del male mettendolo su.
Forse pensavo ingenuamente di potercela vedere dentro, pensavo che potesse andare un po’ meglio di così.

What a player!

Però ti giuro:
Non importa quanto tempo ci vorrà, o per quanto tempo ancora dovrò sentire queste cose, ma non ho nessuna intenzione di lasciartelo prendere, scordatelo…
È escluso!


Poi lentamente la scena inizia a cambiare, e la mia attenzione viene subito catturata da un volto che conosco fin troppo bene…

Thomas se ne sta seduto sul pavimento accanto alla porta-finestra che da sul balcone.
Ne ha appena accesa una.
Non capisco perché non sia uscito, a nessuno è concesso di fumare dentro casa mia.
Poi seguo il suo sguardo al di là della zanzariera:
C’è una mantide religiosa con tutta l’aria di chi si farebbe molto volentieri una visita guidata nella tana del Milk Delivery Boy.
Male Male Qui.
Una mezza volta che questo fenomeno fa qualcosa di azzeccato!

(Sì, sono abbastanza un nerd da saper riconoscere immediatamente una sfida che non posso superare… nemmeno il mio DM avrebbe mai il coraggio ed il cuore di mandarmi contro una mostruosità del genere, e ti posso giurare che di problemi se ne fa davvero pochi!)

Ci somigliamo ogni giorno sempre di più, ormai se ne accorgerebbe davvero chiunque.
Innegabile.

Ci capiamo al volo, non abbiamo nemmeno più nessun bisogno di comunicare.
Non avrei davvero nessun motivo di rivolgergli la parola, e nessun motivo poi di usare un tono così arrendevole e sottomesso, eppure…

B.: “Avevi ragione tu… Ho perso… Non ha davvero nessun senso. Non l’ha mai avuto.”

Sembra che la frase non lo sfiori minimamente, è come se non mi stesse ascoltando.
Si fa un tiro, continua a guardare qualcosa di imprecisato al di là del balcone.
Poi lentamente si gira verso di me, e mi da una di quelle sue occhiate capaci di trafiggermi come fossero frecce avvelenate scagliate da un arco lungo.
Mi sembra ingrassato, le sue occhiaie sono peggiorate visibilmente, e quella barba tenuta così in disordine e per qualche giorno in più di quanto io concederei, gli dona un aspetto ancora più sbattuto del solito.

T.: “Sai cosa ci starebbe proprio bene? Acqua, Alcol, Zucchero, Infusi di scorze di arance Washington, Infusi di scorze di agrumi calabresi, Infusi di estratti di erbe amaricanti.”

B.: “Madonna Santa! Ne conosci gli ingredienti a memoria?”

T.: “Per forza! La mia fenomenale memoria a lungo termine è una delle mie caratteristiche più apprezzate, non te ne eri mai accorto? Ti direi quasi quanto la fossetta sul lato sinistro del viso, ma non vorrei essere troppo…”

B.: “Bene così, ho capito…”

T.: “Eh, ma che caratterino abbiamo tirato fuori oggi… Brunello?”

B.: “Piantala! Hai sentito quello che ho detto giusto un secondo fa?”

T.: “Certo che sì, forte e chiaro! Ti interessa davvero sapere la mia o facciamo come se?”

B.: “La seconda, per carità… Opzione numero due!”

T.: “…”

So cosa vuole.
Io come lui.

B.: “Senti, ma come siamo messi?”

Quel sorrisetto diabolico.

T.: “Adesso sì che iniziamo a ragionare! Tranquillo, ho tutto quello che ti serve!”

Mi capita spesso di scrivere per poter contemplare ricordi, per poter ri-vivere al bisogno alcuni tra i momenti che ho vissuto o che sto vivendo.
Mi capita spesso di scrivere per provare a strapparti un sorriso, magari mettendo in evidenza i miei lati più curiosi, o semplicemente raccontandoti alcune situazioni al limite dell’imbarazzo.
Mi capita spesso di scrivere per provare a mettere da parte alcuni tra i miei pensieri più scomodi, nella speranza che possano restare intrappolati tra parole e racconti.
Mi capita spesso di scrivere per nessuno di questi motivi in particolare…

‘Mocc.
Your Favorite Milk Delivery Boy.

Quella cosa che senti
Quando sei vuoto
Tutto quello che vorresti
E che non hai
Tutto quello che sei
O che non sei mai stato
Tutto.

Giorno 5

Non c’è davvero nulla da rimproverare ai nostri valorosi campioni.

Con ogni respiro hanno cercato di combattere, di affrontare questi primi giorni, già così difficili, mostrando tanto coraggio, portando i loro cuori al di là dei limiti delle loro stesse capacità…

Ma la sua assenza è diventata, ora dopo ora, sempre più simile ad un dolore lancinante, quasi insopportabile.

Ecco quindi la resa, la sconfitta inevitabile, ed infine anche il loro respiro se ne è poi andato via con lui… (esatto, proprio come accade tra le parole di quella canzone del 🐐)

Sir Giovanni ora vaga per il suo reparto come fosse un’anima in pena.
La stanza dei polli ha decisamente l’aspetto di una chiavica, e colui che un tempo aveva tutte le sembianze di un misterioso cavaliere incapace di provare paura, l’audace difensore delle mura di Sæglópur, in questo periodo ricorda parecchio di più invece la Madame Bovary di Gustave Flaubert… sedotta e poi abbandonata, con il suo povero cuore mandato in frantumi.

Se possibile, il Milk Delivery Boy è messo anche peggio:
La corsia due è ridotta ad un cesso, glissiamo sulla testata delle uova, ed in tutto questo lui cosa fa? Se la rutta e se la bestemmia neanche fosse un chierichetto impazzito durante il giorno delle cresime al Corpus Domini.
La Simo giura di averlo visto addirittura piangere, inconsolabile, mentre stava sbustando un collo di Teneroni come fosse stato il tesoro più prezioso del mondo.

Buoni in culo, o almeno così dicono…

G.: “Ciao Brunello, come stai?”

B.: “E come dovrei stare, Gio? Mi sento come quando ne farei su volentieri una, ma mi ritrovo con la zuccheriera completamente vuota.”

G.: “Posso capire, niente ha più un senso qui. L’altro giorno, mentre stavo servendo al banco, mi si presenta un tipo tutto pale e prote con su una t-shirt di One Piece, Sanji in bella vista tra l’altro… quando ho capito che non era lui, ti giuro che stavo per lanciargli dietro una bresaola. Che infame!”

B.: “Non parlarmi di anime, te lo prego… fa troppo male! Stavo dando un’occhiata a cosa ci sarà al Lucca Comics di quest’anno e, come un fulmine in un cielo senza nuvole, mi è tornato in mente un episodio… la prima volta che gli ho visto passare l’indice lungo i confini della sua Jawline. Per poco non mi prende un infarto. Da strapparsi i capelli!”

G.: “Ma tu mica ce li hai i capelli…”

B.: “E tu sei un po’ n***o, lo sai, sì? Non è che c’è sempre da sottolineare proprio tutto tutto…”

G.: “Vai in culo! Comunque, hai portato le ciabatte?”

B.: “Certo che sì! Ho preso su anche degli odd-socks colorati… spero vadano bene.”

G.: “Sono perfetti! Allora coraggio, my dawg… andiamo!”

B.: “Daje!”

Tratto da “In Absentia” di Giovanni Marday e Bruno De Micco.
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