L’aria è satura.
Come fumo negli occhi.
Chiacchiere e giri di parole ti riempiono la mente.
Gridano così forte, lottando per non farti vedere come stanno davvero le cose.
Spaccami la testa.
Ci troveresti dentro un flusso continuo, schematico (nel suo disordine) ed ossessivo di pensieri, errori del passato, dubbi sul presente, e preoccupazioni sul futuro.
Non stasera.
Stasera è come se mi fossi arreso, mi sento distaccato, e con “come fumo negli occhi” intendo proprio il suo significato più letterale.
Parlo solo di quella nuvola densa e grigia, quella che ti fa stropicciare gli occhi fino a farti lacrimare quando una tirata ti finisce accidentalmente dritto in faccia.
L’aria è satura.
Sono seduto sul pavimento con davanti a me solo un posacenere ed una porta finestra aperta solo quanto basta, i piedi nudi contro le mattonelle fredde, ad invidiare il tasto reset tipico di quelle vecchie console di gioco.
Puoi cambiare idea, e puoi farlo più volte, puoi cambiare lavoro, città, interessi, qualsiasi cosa, ma non puoi cancellare tutto e ricominciare dall’inizio.
Dall’inizio.
Mi sto proprio immaginando il primo giorno della mia vita, in terza persona, come fossi uno spettatore.
Mi hanno appena appoggiato sul petto di mia madre.
Riesco quasi a sentire il suo profumo, mentre si mischia con quell’odore forte di disinfettante della stanza d’ospedale.
Riesco quasi a vedere la luce del sole entrare dalla finestra, per poi accarezzare quel vaso appoggiato sul comodino.
Due fiori talmente finti, di plastica rigida, che ti giuro sembra siano fatti di Lego.
«Dai Lollo, prepara sta cazzo di borsa che andiamo!»
La voce di Gabriele all’improvviso mi riporta violentemente a terra.
Questa stanza ha tutto l’aspetto di un campo di battaglia: vinili sparpagliati sul letto da rifare, una montagna di vestiti sporchi e dimenticati in un angolo del pavimento, troppo affollamento su quella scrivania.
Musica, calcio, e cultura nerd-pop sembrano fissarmi da ogni centimetro quadro racchiuso in queste quattro mura, facendo finta di trovarci un senso filosofico in tutto questo disastro.
Gabriele poi si affaccia sulla soglia, guardandomi come se fossi un alieno appena sceso da un incrociatore stellare.
«Oh, te lo giuro! Non ho mai conosciuto nessuno che si mette a fumare prima di una partita. Sei un caso clinico.»
Lollo.
Dio, quanto odio quel nomignolo.
Per me sceglierei sempre “Lore”, ma a lui non l’ho mai detto.
Una di quelle piccole battaglie che ho rinunciato a combattere da un po’ di tempo.
Potrei quasi dire che ormai inizia a suonarmi, e che spesso mi capita di sorridere quando è qualcun altro a chiamarmi così.
«Almeno se stasera prendo a calci qualcuno per sbaglio posso dire di essere stra-fatto, anziché ammettere di essere così disperatamente scoordinato.»
«Madonna quanto sei teatrale… è solo una partita di calcetto, non dobbiamo giocare la finale di Champions.»
Do un’ultima e profonda tirata appena prima di litigare con il posacenere, per poi alzarmi molto lentamente ed aprire un cassetto con un gesto deciso.
Inizio a buttare roba in borsa un po’ alla rinfusa: pantaloncini, calzettoni, parastinchi; mentre Gabriele è ancora lì che mi osserva, appoggiato allo stipite della porta.
«Perché proprio la maglia numero tre?»
Mi fermo un secondo con la maglietta ancora tra le mani.
«Paolo Maldini?»
«Ma Vaffanculo. Dai, su! Perché proprio la tre?»
«Il tre mi perseguita, Gabri. Mi hanno presentato all’esame con il tre in matematica. Ho preso tre alla seconda prova. Tre volte sono stato innamorato per davvero, e ho avuto tre migliori amici in tutta la mia vita. Può bastare? Posso continuare se vuoi…»
Silenzio.
Poi mi giro e trovo Gabriele ancora piantato sulla porta, con quel sopracciglio alzato a mezz’asta e quella sua tipica espressione che pare un invito a prenderlo a schiaffi.
«E io sarei tra questi?»
«Cosa, migliori amici?? Ma nemmeno in un’altra vita! Per te ci sono solo le tre volte in cui mi sono detto che avrei provato a lasciarti indietro, infame!»
Gabriele scoppia a ridere, poi mi fa: «Senza contare le altre trecentocinquanta, giusto?»
«Eh. In nessuna di quelle ci ho creduto davvero, pensa a come sei proprio un fortunello!»
«Dai, Maldini… Datti una mossa! Vado un secondo in bagno e quando torno mi aspetto che tu abbia finito con la borsa.»
Metto dentro la borsa le mie fedelissime Adidas e finalmente chiudo la cerniera.
Mi sono dimenticato qualcosa, sono più che sicuro.
Provo a fare mente locale, quando all’improvviso sento una canzoncina storpiata da quel deficiente provenire giusto dalla stanza di fianco: «Ma come terzinooo, voglio Lorenzinoooo che gioca a memoria come se fosse mio amicooo…»
Trattengo a stento una risata.
Musicisti.
Siamo proprio di un altro pianeta, noi.
«Gabri! Prenderesti su un bagnoschiuma quando esci?»
Te l’ho detto che mi stavo dimenticando qualcosa.
Pochi secondi dopo, Gabriele rientra in camera con un flacone viola in mano, guardandolo con estremo sospetto.
«Hai solo questa bella stronzata alla lavanda?»
«Dovresti provarlo anche tu ogni tanto, sai?» Gli faccio passandogli davanti, senza neanche guardarlo.
«Che vuoi dire?»
«Niente, ci mancherebbe! Voglio solo dire che o stai vivendo una seconda pubertà un po’ tardiva, o dovresti davvero provare anche tu ogni tanto questo fantastico bagnoschiuma alla lavanda. Molto rilassante.»
«Dai muoviti, coglione! Siamo già quasi in ritardo.»
Un ultimo sguardo allo specchio dell’ingresso.
Due occhiaie così profonde che sembra siano state scavate col piccone ed una massa informe di ricci scuri completamente fuori controllo.
«Guarda che faccia. Faccio schifo.»
«Secondo me hai solo l’aspetto di chi ha davvero bisogno di passare un’oretta con un calcetto tra amici» taglia corto lui, lanciandomi addosso le chiavi della macchina con molta più forza di quella necessaria.
«Posso rollarne una “per il viaggio”?» gli butto lì con un sorriso dopo essermi accorto del mio tono così sfacciatamente speranzoso.
Gabriele alza gli occhi al cielo, sospira pesantemente, e mi spinge fuori verso le scale. Poi se ne esce con un «Fai davvero schifo, lo sai? Ha fatto bene l’Eli a lasciarti.»
Colpo basso.
«Allora, primo: non stavamo insieme, ci siamo solo frequentati per tipo cinque mesi. Secondo: quella che intendi tu era soltanto una delle tante cause dei nostri troppi litigi. E terzo…
«Facciamo così: se vinciamo, ti prometto che stasera ci scassiamo insieme. Va bene così?»
«E se perdiamo?»
Gabriele scende i primi gradini due a due. «Non essere sempre così negativo.»
«E se perdiamo?» Ripeto con lo stesso tono, deciso a non mollare.
Si ferma, si volta, e poi mi guarda per un istante appena prima di sorridere.
«Waffle?»
«Wa-wa-waffle!» quasi a fargli eco, mentre lo raggiungo sullo stesso gradino.
Gli mollo un cartone affettuoso sul braccio, di quelli che dicono tutto senza bisogno di altre parole, giusto per chiudere la questione.
«Tu lo sai, Vero? Che se Ginny dovesse scoprire che abbiamo abusato di una sua frase… prima ammazza me e poi ti viene a cercare!»
«E tu non dirglielo. E soprattutto non fare lo stronzo come al tuo solito e non andare a scriverlo su Lollo Oversensitive dot com» riproponendomi lo stesso sopracciglio alzato a mezz’asta di prima e la stessa sua tipica espressione che pare un invito a prenderlo a schiaffi.
«Fanculo, Gabri! Detto proprio con l’anima.»
Salgo in macchina, mi allaccio la cintura, e prendo forse troppo tempo per scegliere qualcosa di bello da ascoltare.
I pensieri mi scivolano via, la mia testa si perde improvvisamente all’interno di un vecchio ricordo.
C’era quell’ultima Marlboro capovolta all’interno del pacchetto, e quel desiderio espresso come se fosse l’unica cosa al mondo che contasse davvero.
Potrei cambiare lavoro, città, interessi, qualsiasi cosa, ma quel desiderio resterebbe comunque lì, immutabile.
Per cose di questo tipo, così forti, così intense, il per sempre è l’unica misura del tempo possibile.
Alla fine ci sono arrivato.
«Lollo, ci siamo?»
«Sì, scusami… Sono andato un secondo da un’altra parte.»
«Metto su io la musica, tu pensa solo a guidare!»
«Daje! Niente lagne però, che non sono in vena.»
«Nemmeno una, te lo giuro. Dai, andiamo!»