Le possibilità sono soltanto due, mi trovo davanti ad un aut aut.
La prima:
Sul finire di We Shine, giusto qualche istante prima dell’intro di Girasole, il buon Ventidue ha scelto la via del nonsense decidendo di inserire il suono di un citofono ad un volume appena appena percettibile.
Tra tutti i citofoni presenti sul mercato poi, go figure, ne ha scelto proprio uno che suonasse esattamente come il mio.
Un dettaglio che mi deve essere completamente sfuggito durante i primissimi ascolti.
La seconda:
Si tratta di un rêverie, ma solo se mi è concesso di prendere in prestito e senza autorizzazione una parola tra le più belle di quelle presenti nel vocabolario di mio fratello.
Me lo sono soltanto immaginato, quello che sto vivendo altro non è che l’inizio di un sogno ad occhi aperti.
Ad ogni modo sto aspettando un corriere, e non me la sento tanto di rischiare che il povero autista se ne vada via bestemmiando chissà quale sia il suo Dio ed in chissà quale sia la sua lingua, quindi meglio controllare.
Nessun autista, solo il suono della pioggia insistente sull’asfalto di Via Carli.
Poi, la tua voce.
Apro quasi senza nemmeno pensarci su, senza nemmeno pensare a quanto sia poco meno di impossibile che tu sia qui, e resto sulla porta ad osservarti mentre sali lentamente le scale.
Giacca e capelli bagnati, di chi vorrebbe raccontarmi di quanto sia impossibile trovare un parcheggio da queste parti, un saluto veloce ed un sorriso appena accennato, poi ecco che sposti immediatamente lo sguardo mettendoti a fissare qualcosa di apparentemente molto interessante sulle tue scarpe, come se fossi in imbarazzo, come se volessi rubare un sorriso anche a me.
(Impresa fin troppo facile.)
Raccolgo giusto un po’ di freddo e qualche goccia di pioggia dai tuoi vestiti mentre ci abbracciamo per qualche istante sulla porta di casa, poi, dopo averti fatto strada, la chiudo.
E lascio tutto il resto del mondo fuori come se improvvisamente non avesse più nessuna importanza.
Come se.
«Ti spiace se saltiamo tutta la parte della visita guidata?
Ho un Earl Grey in infusione ed una mista sul tavolo…»
«Top, non potevo scegliere un momento migliore di questo!»
«Make yourself at home!»
Inizi a muovere i tuoi primi passi all’interno della sala e rimango in silenzio ad osservarti mentre il tuo sguardo sembra spostarsi velocemente e senza sosta da una parte all’altra, posandosi su ogni cosa a sua disposizione.
Libri, fumetti, uno stendardo degli Hufflepuff, qualche poster, un quantitativo impossibile di manuali e dadi di Dungeons & Dragons, board games in vario assortimento, un museo della Vecchia Signora ed uno di retro-games, mugs ovunque, ed infine una Fender Telecaster appoggiata sul divano da parte ad un paio di Beats ancora connesse.
«La Tana del Milk Delivery Boy…»
(Frase lasciata cadere nemmeno fossi uno studente in attesa di chissà quale giudizio.)
«Più che di una tana ha tutto l’aspetto di una cameretta di un teenager, anche un po’ nerd se posso…»
«Easy, cutie pie!
Tutto questo, ovviamente insieme al mio aspetto prestante ed affascinante, al mio carattere dolce con i miei modi gentili, ed a moltissime altre cose… è il segreto del mio sempre invidiato successo con il mondo femminile!
Non sai di che parli!»
«Immagino… Il tè ce l’hai anche freddo?»
«Ma certo che sì. E sua altezza desidera anche qualcos’altro?»
(Cercando di indossare la più ferita ed infastidita tra tutte le espressioni presenti nel mio repertorio, nell’inutile tentativo di sembrare anche solo vagamente credibile.)
«Solo tè, grazie!»
(Quasi come se a pronunciarlo fosse Gandalf ne La Compagnia dell’Anello, quando Bilbo Baggins offre da mangiare e da bere allo stregone piombato in casa sua e subito prima di discutere del destino dell’Unico Anello.)
Il pomeriggio scorre via veloce e leggero.
Solitamente mal sopporto le “invasioni domestiche”, specialmente quando non sono previste dalla mia agenda, ma è davvero troppo troppo troppo bello averti intorno.
Sempre.
Dopo molti minuti, molte parole, e mezza confezione di Pan Di Stelle finita chissà come sul pavimento, decido che…
«Posso chiederti una cosa?»
«Certo…»
«Ma… Tu che cazzo ci fai qui?»
«Hahaha, così? Bello diretto?»
«Sì, lo so… Uscita malissimo.
Però dai, hai capito.
Fa un po’ strano che tu sia a casa mia, no?»
«Afferrato il concetto.»
E dopo pochi istanti di solo silenzio…
«C’è una cosa che vorrei che tu sapessi, e vorrei essere io a dirtela.»
«Molto bene allora, ci siamo.
Queste cose finiscono sempre malissimo.»
Cerco di sedermi meglio, di stare un po’ più dritto con la schiena, come se mi dovessi preparare a chissà quale batosta.
«Sta buono, non correre!
Per adesso è soltanto poco più che un’idea, e non lo sa quasi nessuno.
Non troppo tempo fa ti sei trovato in una situazione simile, quindi so che mi puoi capire.»
«Hai la mia attenzione.»
«Sto pensando di cambiare aria.
Vorrei andarmene.»
La conversazione inizia a correre un po’ troppo veloce per me, faccio davvero tanta fatica a starci dietro, e più passa il tempo e più mi accorgo che la mia mente sta cercando di andarsene lì dove non le è concesso.
Poi all’improvviso fai silenzio, uno di quelli che a definirlo assordante e fastidioso gli stai facendo un complimento, e capisco al volo che vuoi che sia io a distruggerlo.
Do un sorso, prendo un bel respiro, dopodiché…
«Sai cosa? Io ti ci vedrei proprio bene a lavorare in un negozio di vestiti.
Magari a Londra, eh?
Sulle rive del Tamigi!»
«Hahahahaha, ma che cazzo dici??»
«E perché no, scusa??
Io fossi in te un pensierino ce lo farei tutto.»
«Solo se con te al mio fianco…
Vederti piegare dei vestiti, magari con un look a la David Bowie nel suo prime, sarebbe impagabile.
Saresti il più figo di tutti!»
«Careful what you wish for, darling!
Potrei stupirti!»
«Allora è deciso.»
(Frase pronunciata con un tono davvero fermo e forse fin troppo risolutivo, quasi come per mettere un punto a tutta questa storia, quasi come per renderla reale.)
«Ascoltami, io con te partirei anche subito, ed andrei ovunque tu voglia andare, questo già lo sai, se solo potessi farlo.
Però ho già promesso altre cose, mi dispiace, sia sul mio futuro professionale nell’industria farmaceutica, e sia sull’outfit davvero originale da sfoggiare durante l’esercizio.
Mantengo sempre la parola data.»
«Oh mamma, il farmacista!»
«Eh.»
…
«Davvero verresti via con me?»
Quell’espressione.
Già vista altre volte.
La chiamo l’espressione “a la mester”, e funziona più o meno così:
Viene fatta brillare una bomba, di quelle con capacità distruttive di una certa importanza, il tutto come se niente fosse.
E tu te ne stai lì, aspetti qualche secondo, poi ti ritrovi ad osservare quel tipico sorrisetto diabolico di chi ha appena premuto il detonatore, del tutto consapevole di averti inchiodato al muro.
Non servono altre parole (ad entrambi) e si può tranquillamente glissare…
«Me lo stai chiedendo davvero?
Non avrei nessuna scelta, e tu lo sai benissimo, è evidente.»
Ora il punto della questione però è un’altro.
Ho lasciato che questo rêverie corresse libero per qualche minuto di troppo.
Chiedo scusa, ero solo molto curioso di vedere fino a dove sarei stato capace di portarlo, e avevo voglia di divertirmi un po’.
Chiudo gli occhi ed aspetto una manciata di secondi, contandoli ad alta voce, lasciando che la realtà intorno a me piano piano si riassesti prima di ri-aprirli nuovamente.
Non c’è nessun citofono tra i solchi che separano We Shine da Girasole.
Ho ancora sulle orecchie le mie fedelissime Beats, e quasi senza accorgermene sono andato avanti nell’ascolto fino poco più della metà di Fammi Un Sorriso.
Ho un Earl Grey in infusione e…
venti… ventuno… VEEENTIDUUUEEEEE…
